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Riassunti Esame Linguistica 1

Appunti di Lingusitica I basati su appunti personali del publisher presi alle lezioni della prof. Favilla dell’università degli Studi di Modena e Reggio Emilia - Unimore, facoltà di Scienze della formazione, Corso di laurea in scienze della formazione primaria. Scarica il file in formato PDF!

Esame di Linguistica 1 docente Prof. M. Favilla

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c) Il piano dell’organizzazione pragmatico-informativa:

In ogni frase ci sarà una parte che identifica il qualcosa su cui verte l’affermazione: tema (topic) è ciò di cui si parla. E una parte che

rappresenta l’affermazione fatta (info per cui si produce la frase): il rema (o comment) è ciò che si dice a proposito del tema.

FOCUS= il punto di maggior salienza comunicativa della frase, l’elemento su cui si concentra maggiormente l’interesse del parlante,

l’elemento che fornisce la massima quantità di informazione nuova. In genere il focus fa parte del rema ed è caratterizzato da una

particolare curva intontiva enfatica.

Dal punto di vista del contesto precedente e delle conoscenze condivide da parlante ed ascoltatore si distingue tra elemento della frase già

noto, (il dato) e l’elemento portato come informazione non nota (il nuovo). Nella maggior parte dei casi tema e dato coincidono, così

come coincidono rema e nuovo, a ciò non vale sempre.

Di solito il tema sta in prima posizione nella frase, proprio perché rappresenta il punto di partenza di un’affermazione.

Nella frasi non marcate soggetto, agente e tema tendono a coincidere sullo stesso costituente frasale, che si trova in prima posizione.

Ordine non marcato SVO, variazione di questo ordine per enfatizzare parte dell’informazione (frasi marcate):

- dislocazione (a sinistra o a destra)

- frasi scisse

- frasi a tema sospeso o a tema libero

Le lingue però possiedono dei dispositivi per modificare l’ordine non marcato dei costituenti: in italiano, per es., le dislocazioni a sinistra

permettono di spostare l’oggetto o un altro complemento che di solito è rematico nella posizione di tema e di spostare il soggetto nella

posizione di rema (per questo si parla di costruzioni tematizzanti).

Costruzioni tematizzanti: Segnalare che un elemento della frase diverso dal soggetto svolge

il ruolo i tema è la dislocazione a sinistra.

Tema sospeso: La funzione è la stessa, ovvero evidenziare un tema diverso dal soggetto, la

differenza consiste nel fatto che l’elemento dislocato non è preceduto da preposizione, manca

l’indicazione della sua funzione sintattica, che è recuperata dal pronome atono di ripresa. La mancanza

della proposizione conferisce al costrutto una minore coesione e lo rende più frequente in contesti di

parlato spontaneo.

Altri dispositivi per spostare l’ordine non marcato dei costituenti.

Marcatezza sintattica= si ha quando i costituenti si susseguono secondo un ordine diverso da quello

nominale, per l’italiano SVO. Quando si parla di ordine marcato ci si riferisce a variazioni nella collocazione degli elementi nucleari della

frasi

Marcatezza fonologica-intonativa= si ha quando la frase presenta pause, interruzioni o accenti enfatici che non si manifesterebbero nella

corrispondente frase non marcata. La marcatezza intontiva non è visibile nel testo scritto

La passivizzazione rientra nelle strategie di

tematizzazione perché anticipa in posizione preverbale

l’oggetto della corrispondente frase attiva,

presentandolo come soggetto.

Dislocazione a destra Particolare configurazione prosodica (discontinuità intontiva, rappresentata

nello scritto dalla virgola) e il rinvio pronominale. La dislocazione a destra svolge due funzioni:

- evidenzia il rema pone in secondo piano il tema

- può essere il risultato di un ripensamento

Costruzioni focalizzanti

Focalizzazione di un costituente che può avvenire attraverso il suo spostamento rispetto alla posizione che occupa normalmente nella

frase, il verbo a tale scopo verrà anticipato a sinistra (anteposizione contrastiva):

Ha pensato LUI a tutto! Altra costruzione usata per la focalizzazione è la frase scissa

FRASE COMPLESSA

Unione di più frasi semplici. Il collegamento si realizza attraverso

Coordinazione (paratassi)

subordinazione (ipotassi)

è possibile mettere in relazione due elementi di testo anche in maniera implicita tramite la giustapposizione.

Con la coordinazione si istituisce una relazione paritaria tra i due elementi

5 tipi di coordinazione

- copulativa (e, né, anche , pure)

- avversativa (ma, però, tuttavia, anzi, bensì, eppure)

- disgiuntiva (o, oppure, ovvero)

- conclusiva (quindi, pertanto, perciò)

- dichiarativa (infatti, cioè)

Subordinate, relazione gerarchica:

- argomentali: espansione di uno degli argomenti del verbo principale:

soggettive (espansioni del soggetto, es. è necessaria che lui rinunci);

oggettive (espansioni dell’oggetto, es. riconosco che è bravo);

completive oblique (espansioni di un complemento diretto, es. è convinto di esseree innocente)

- non argomentali: svolgono funzioni analoga a quella degli elementi extraucleari della frase semplice, cioè consentono di determinare o

specificare alcuni aspetti di quanto è detto nella principale (subordiate temporali, casuali, finali, consecutive, concessive)

- relative: espansione di un elemento nominale (es. Hai visto quel film di cui ti ho parlato?).

INCISI E COSTRUZIONI ASSOLUTE

Inserzioni di segmenti che interrompono il testo che pongo le info su un piano diverso e accessorio rispetto a quello principale (incisi).

Questi sono sintatticamente autonomi, la gerarchia sta sul piano semantico. Gli incisi sono indipendenti tra loro e ampliano il significato

di varie parti del discorso. Inoltre a differenze delle subordinate implicite o esplicite che quindi esprimono dipendenza sintattica con la

principale il soggetto deve essere uguale alla frase principale. Costruzioni dipendenti dalla principale con participio e gerundio il soggetto

può essere diverso dalla principale si chiamano costruzioni assolute (eredità dell’ablativo assoluto dal latino).

NOMINALIZZAZIONI Attraverso la derivazione possiamo ricavare

nomi da verbi (es. costruire- costruzione). I

nomi deverbali si comportano come nomi dal

punto di vista morfologico, e come verbi dal

punto di vista semantico. Altro tipo di nominalizzazione quando il verbo è presente ma semanticamente povero (es. dare una controllata –

al posto di controllare; prendere una decisione - al posto di decidere). La nominalizzazione consentono di fondere due preposizioni in

una, quindi riducono il tasso di subordinazione. CONNETTIVI

Collegano porzioni più o meno ampie di testo stabilendo rapporti di coordinazione o di dipendenza gerarchica: strumento di coesione. Le

classi morfologiche dedicate a svolgere la funzione di connettivo sono le preposizioni e le congiunzioni, avverbi (così, peraltro), verbi

parzialmente desemantizzati (senti, non sopporto), locuzioni (in sostanza, al riguardo), o proposizioni (Metti che, Si pensi a).

Connettivi semantici e pragmatici (o segnali discorsivi). I primi si riferiscono al contenuto dei segmenti collegati, contribuendo a definire

i rapporti logico-concettuali (corrispondono alla maggior parte dei casi alle congiunzioni “che, perché” e alle locuzioni congiuntive

“anche se , per quanto” ed introducono relazioni coordinative “avversative, copulative ecc” o subordinative “casuali, temporali,

ipotetiche, concessive”). I connettivi pragmatici segnalano l’apertura o la chiusura di un testo o di sue sottosezioni o esprimono il punto

di vista del parlante sull’enunciato o sull’atto di enunciazione. I connettivi semantici sono di norma collocati tra i due segmenti di testo

connessi, i connettivi pragmatici tendono ad essere collocati all’inizio dell’enunciato.I connettivi pragmatici cadono nel passaggio dal

discorso diretto a quello indiretto. I connettivi semantici non sono cumulativi, i connettivi pragmatici possono esserlo.

Le funzioni dei connettivi pragmatici si distinguono in:

• funzioni interattive esprimono il punto di vista del parlante sulla conversazione in corso.

- Presa di turno: usati per avviare una conversazione

- Richiesta di attenzione: senti, guarda, ascolta

- Modulazione: attenuazione (praticamente, in un certo senso) o rafforzamento (proprio, appunto, davvero)

- Feedback: assicurare che il contenuto proposizionale dell’enunciato sia stato correttamente ricevuto dall’ascoltatore ed eventualmente

averne conferma

• funzioni metatestuali

- Demarcative: chi parla o scrive segnala per mezzo di essi l’articolazione delle parti che compongono il testo. Si distinguono in segnali

di apertura, di proseguimento, di chiusura

- Parafrasi, correzione e riformulazione: precisare e riformulare quanto già affermato (cioè, diciamo, per meglio dire)

- Esemplificazioni: si usano quando l’emittente vuole introdurre un esempio, per farsi capire meglio o argomentare più efficacemente la

propria posizione (mettiamo, diciamo, prendiamo). PUNTEGGIATURA

Segnala confine e transizioni:

di natura sintattica (indica un confine di unità)

informativa (segnala un passaggio tra le unità informative che compongono il testo)

enunciativa (riguarda la transizione tra le varie modalità del discorso riportato).

Gerarchia di confini articolata su 3 livelli:

confine forte (punto)

confine debole (virgola)

confine intermedio (punto e virgola).

Quarto livello è dato dal punto e a capo (che si accompagna dal rientro della riga successiva).

I due punti possono avere sia funzione demarcativa, quando introducono un elenco o segnalano il confine tra il discorso indiretto e quello

diretto, sia funzione sostitutiva di un connettivo, quando segnalano che tra il segmento di sinistra e quello di destra esiste una relazione

logica di vario tipo.

Diversamente dal punto e virgola stabiliscono un legame, una relazione esplicativa tra gli elementi che separano. Si usano:

per introdurre un discorso diretto

per introdurre un elenco, ma in questo caso non devono spezzare una frase

per introdurre una conseguenza una spiegazione o una specificazione di ciò che si è detto prima.

La virgola funzione:

segnalare un inciso

separare unità della stessa natura.

separa di solito gli elementi più esterni di una frase dal nucleo

può stare o a volta deve stare davanti alle congiunzioni subordinate “se” (ipotetica), quando, perché, sebbene, mentre, come

La virgola deve quasi sempre stare davanti alle congiunzioni avversative “ma, però, tuttavia ecc” davanti ad altri connettori come “cioè,

quindi, perciò”

Le frasi relativi sono di 2 tipi:

- relative restrittive: servono a definire a cosa si riferisce il nome a cui seguono

- relative non restrittive: aggiungono un’informazione a un concetto che è già completamente definito dal nome o dal sintagma nominale.

Le relative restrittive non devono essere precedute dalla virgola, le relative non restrittive devono.

Un inciso è una frase o un gruppo di parole che si incastra dentro una frase maggiore; c’è cioè continuità di senso tra prima o dopo

l’inciso, che a volte potrebbe essere scritto anche tra parentesi. In generale gli incisi vanno posti tre 2 virgole.

Punto e virgola confine di rango minore rispetto al punto e maggiore rispetto alla virgola.

Separa periodi autonomi ma legati da un filo di continuità tale che sarebbe spezzata da un punto. È indispensabile quando in una

sequenza di frasi principali, cambia il soggetto e il tema del discorso.

Punto dinamizzante serve per vivacizzare il dinamismo comunicativo.

Lineette servono per fare un inciso più profondo di quello che si può mettere tra virgole, meno profondo di quello tra parentesi.

Virgolette le virgolette doppie si usano

Per citazioni all’interno della di citazioni

Per riportare il significato di una parola

Per segnalare un metaforico, ironico di un termine, per indicare che lo scirvente non si prende la responsabilità del termine, ma lo

attribuisce ad altri.

Le virgolette non si usano:

per scusarsi di aver usato la parola impropriamente

per dare enfasi

Puntini di sospensione

Da evitare per prosa seria. Se si usano sono sempre 3. LESSICO

Qualsiasi lingua ha due livelli: - lessico: parole, gruppi di parole ed espressioni

lessicale in genere - grammatica: meccanismi di combinazione tra, e dentro, le

parole

Linguaggio : codice costituito da segni e combinazioni di segni

Tipi di significato:semanticasignificato convenzionale (letterale).

Pragmatica: significato contestuale (del parlante)

4. LESSICO

Lessicologia studio scientifico del lessico, del modo in cui le parole entrano in

rapporto tra loro. Lessicografia finalità più pratiche, tenta di descrivere e

catalogare il lessico di una lingua.

Il lemma è il lessema che entra nel vocabolario. Il lessema mentale è costituito

prevalentemente da parole singole ma esistono anche unità lessicali

di unità maggiore dette polirematiche. È una categoria aperta a cui si possono aggiungere nuovi termini. È lo strato più esterno della

lingua, più esposto al contatto con le altre lingue, ed è un varco con cui un sistema linguistico si apre alla realtà extralinguistica. I

cambiamenti lessicali sono più facilmente percepibili perché avvengono in tempi più rapidi.

La semantica studia il significato. Si distinguono parole semanticamente piene (nomi, aggettivi, verbi) e parole grammaticali (articoli,

preposizioni, pronomi, congiunzioni). La morfologia lessicale invece è quella parte della morfologia che descrive i processi attraverso i

quali una lingua crea parole nuove a partire da parole esistenti.

Ci sono due vie attraverso cui una parola può entrare a far parte del lessico di un’altra lingua: prestito e calco.

Il prestito consiste nell’accogliere un’espressione straniera:

- prestito di ritorno, quando una parola italiana, viene trasformata in un’altra lingua e viene riutilizzata in italiano (disegno → desseign →

design)

- prestito non adattato se mantiene la struttura originaria (show, cool, fashion)

- prestito adattato se avviene una assimilazione totale. (beefsteak → bistecca)

Il calco è di due tipi:

-strutturale: si ha nei composti o espressioni polirematiche e consiste nella traduzione dei singoli elementi (es: weekend diventa fine

settimana).

- semantico: aggiunta di un significato nuovo a una parola italiana già esistente per influsso di un’altra lingua (es: stella ha preso il

significato di “personaggio famoso” dall’inglese star).

Nell’analisi della stratificazione del lessico si usano 3 categorie: parole ereditarie, prestiti, formazioni endogene.

Per l’italiano si aggiunge una quarta categoria perché il contatto col latino si è manifestato su due piani diversi:

1. quello dei lessemi ereditari, che accomuna l’ita con le altre lingue romanze. È dato dalla presenza di parole provenienti dal latino

parlato e si tratta di termini della quotidianità che si evolvono nella forma e nel significato (es: homo;uomo, dominam;donna,

focum;fuoco). Il passaggio è avvenuto senza che i singoli parlanti se ne rendessero conto.

2. quello dei latinismi, o cultismi. È il risultato del rapporto con la cultura latina di chi esercitasse una professione

intellettuale. Nei secoli medievali la lingua latina è stata una lingua viva, impiegata come lingua di cultura sovrannazionale, della Chiesa

e del diritto. La popolazione viveva situazione di “bilinguismo”, parlavano e scrivevano in volgare, ma praticavano il latino per gli aspetti

della cultura alta. Così chi scriveva opere in volgare e voleva arricchire il vocabolario con termini aulici, le prendeva dal latino e le

trasferiva all’italiano. I lessemi ereditati e i latinismi sono anche denominati parole popolari e parole dotte.

Lessemi ereditari sono circa 4500 e costituiscono l’ossatura del lessico. Sono parole grammaticali, verbi, nomi e agg di alta frequenza.

Oltre metà del vocabolario di base è costituito da parole ereditarie.

Latinismi

Nel 200 e 300 un n° di latinismi passò al volgare (volgarizzamenti) attraverso le traduzioni di opere latine, con cui fecero ingresso parole

astratte, del diritto, della medicina, geometria, ecc. Forte impulso alla latinizzazione fu dato da Dante, con termini come intimo,

ineffabile, nella Vita Nova. Altro periodo intenso per l’afflusso di latinismi fu nei secoli XV e XVI grazie all’Umanesimo e Rinascimento.

Ma la maggior parte dei latinismi si acquisì tra Ottocento e Novecento. Nella storia linguistica italiana si alternano momenti che

esaltavano il ruolo del latino a altri antilatino. Di questo ultimo atteggiamento si ricorda la nascita del teatro comico nel Cinquecento in

cui il dotto per esaltare la propria cultura parlava in latino. Si creò, a fini parodistici,

- la poesia macaronica che prendeva in giro facendo il percorso inverso, ovvero latinizzando parole della tradizione volgare.

I latinismi, oltre ad arricchire il lessico:

-hanno creato doppioni = allòtropi (es: angustiam; angoscia; angustia, copula; coppia; copula). Le parole dotte sono più vicine alla base

latina perché non sono state condizionate dalla fonetica.

–determinato modifiche a regole fonosintattiche dell’ita, x es: flebile (latino) diventa fievole nella tradizione popolare.

–incrementato le parole sdrucciole.

Accanto ai latinismi, assimilabili ai prestiti adattati, ci sono i latinismi non adattati, come herpes, ictus, referendum, quorum, virus.

Latinisimi semantici caso particolare di calco semantico e consiste nell’uso di parole italiane che accanto al significato corrente ne

assumono un altro per influsso dell’originario significato latino.

GRECO E ALTRE LINGUE

In Italia dopo la data di nascita del volgare (960dc), il latino almeno fino al XII sec ha svolto un ruolo di filtro per l’assunzione e

l’adattamento fonomorfologico dei termini esogeni.

I grecismi presenti nel lessico italiano sono diverse migliaia e in buona parte sono entrati attraverso il latino che ha avuto una

plurisecolare storia di contatti con la cultura greca. Il contatto tra il greco e l’italiano perdurò nei secoli medievali grazie alla dominazione

bizantina. In epoca moderna il greco lascia il segno nelle terminologie specialistiche.

Germanismi iniziano in età imperiale, la maggior parte risale al periodo in cui prima i Goti poi i Longobardi infine i Franchi dominarono

alcune regioni di Italia.

Gli arabismi prima del X secolo. D’altro canto la lingua araba hanno continuato a fornire parole all’italiano fino ai giorni nostri e questo

secondo tipo di arabismi è considerabile alla stregua dei prestiti da altre lingue moderne. Nel VII-VIII sec tali contatti si intensificarono

quando nel IX sec la Sicilia viene conquistata dagli arabi e rimase sotto il loro dominio per 2 sec. Nei secoli dell’alto Medioevo attraverso

la cultura araba arrivano in Europa opere di filosofia, geometria, matematica, astronomia e scienze naturali. Ben visibili anche i lasciti

nella toponomastica siciliana: nomi di comuni. REGIONALISMI E DIALETTISMI

Regionalismi usati soprattutto nella regione d’origine. Un parlante di altre regioni potrà comprendere i termini, ma difficilmente li userà.

Un tipo particolare di regionalismi sono i geosinonimi: termini diversi che designano lo stesso referente su scala regionale. Alcuni

geosinonimi sono diventati di rango nazionale, come somaro e asino, anche se l’equivalenza di significato non è sempre totale.

Geoomonimi parole uguali che a seconda dell’area assumono significato diverso (fetta = pieda a roma; = pezza in romagna).

Dialettismi di origine locale che varcano i confini e sono usati da parlanti di aree diverse. La diffusione può essere dovuta all’assenza di

termini italiani per indicare un particolare referente.

Dal punto di vista formale i regionalismi e i dialettismi si comportano come i prestiti adattati, cioè integrati all’italiano sia nella fonetica

che morfologia. FORESTIERISMI

La lingua che ha influenzato di più l’ita è il francese (si includono anche i provenzalismi). I primi influssi risalgono alla dominazione

carolingia (IX e X sec). Posizione centrale nel Seicento e picco nel Settecento, quando incide sulla cultura materiale, politica, filosofica.

spagnolo la maggior parte dei termini entrano nel Cinque Seicento e i due settori principali sono quello marinaresco e militare. Sono

giunte parole di origine amerindie come cacao, mais, patata e tabacco.

Inglese: i prestiti iniziano a infittirsi dalla seconda metà del Settecento in concomitanza con l’espansione economica e militare

dell’impero britannico. Dalla seconda metà del Novecento l’apporto di termini è incrementato per via dell’egemonia economica degli

Stati Uniti; il modello angolamericano è alla base dei calchi sistemici (di traduzione).

Tedeschismi: parole entrate in ita dal tedesco dopo il X sec. Alcune risalgono al XIII sec come guelfo e ghibellino.

NEOLOGISMO

Neologismi= parole di recente introduzione in un det momento storico.

Occasionalismo= non attecchiscono. (baudeggiare)

I neologismo sono prestiti o formazioni endogene, cioè parole derivate e composte create con elementi italiani combinati secondo le

regole della morfologia lessicale. (fuoco amico, danno collaterale,

Neologismi semantici= nuovo significato ad una parola esistente. (es. forbice usata anche in campo economico)

RAPPORTI TRA PAROLE

Rapporti paradigmatici (o associativi) si attivano quando nel progettare un enunciato diverse soluzioni entrano in competizione tra loro,

cioè la scelta di una esclude le altri. (uso di guardare ed osservare). I rapporti sintagmatici sono fondamentalmente dei rapporti in

presenza, quelli cioè che mi fanno decidere in che maniera sia più consono combinare le diverse parole per comporre un enunciato.

Le relazioni di significato tra le parole possono essere di vario tipo:

- relazioni di tipo verticale o gerarchico (ipernonimo, iponimi), rapporti di inclusione (meronimi: automobile → sportello, cruscotto)

- relazione di tipo orizzontale sinonimi, antonimi, omonimi.

Parole polirematiche (o lessemi complessi) = 2 o tre parole come se fosse una

Espressioni idiomatiche = vuotare il sacco, alzare il gomito.

2.1 L’ITALIANO NEL TEMPO

Romània; area delle lingue romanze, che deriva dall’espressione “romanice loqui” con cui ci si riferiva ai territori dell’impero dove si

parlava romanamente. Sono figlie del latino e comprendono anche lingue di minoranza come sardo, friulano, ladino, catalano,

provenzale, ecc. Il latino non è il latino scritto dagli autori classici come Orazio, Virgilio, ecc, ma un insieme di varietà usate in tempi e

luoghi diversi. Dall’Ottocento questo tipo di latino si inizia a chiamare latino volgare, ma potendo essere confuso con l’ita volgare, viene

chiamato latino parlato.

Di esso ci sono poche fonti, e quelle che abbiamo sono indirette. Molto importanti le iscrizioni murali, per es le scritte murali di Pompei.

Importanti anche le liste di errori stilate da grammatici erudit: Appendix Probi (fine VII,inizio VIII). Importante anche le lettere scritte da

persone poco istruite perché rivelano l’oralità sottostante.

Grammatica storica studia i mutamenti subiti da suoni, forme e costrutti nel passaggio da latino a italiano. I dialetti non sono varietà

corrotte della lingua italiana, ma dei sistemi linguistici autonomi sviluppatisi al pari del fiorentino a partire dal latino. Si deve, perciò,

parlare di dialetti italo-romanzi e non solo italiani.

Dalle 10 vocali latine, si è passati alle 7 del fiorentino, su cui poi si modella l’ita standard.

Nel consonantismo le modifiche riguardano:

1. caduta consonanti finali (-m e –t) la –s finale non cade ma si trasforma in vocale palatale (NOS; noi).

2. palatalizzazione delle velari seguite da vocale palatale. Dal V sec le occlusive velari seguite da “i” e “e” si trasformano per

assimilazione parziale alle vocali seguenti nelle affricate prepalatali.

3.assimilazione regressiva, ovvero la seconda delle due consonanti rende simile a sé la precedente. NOCTEM; notte, SEPTEM; sette.

4.i nessi di consonante+laterale si modificano in consonante+approssimante palatale, es: CLAVEM; chiave, PLATEAM; piazza.

5.consonanti seguite da “iod”(=/j/) che si sviluppa dal latino a partire da una i o una e (granaio granaium)

Nella morfologia: perdita dei casi; funzione della desinenza nel complemento indiretto è svolta da preposizioni; perdita genere neutro;

introduzione dell’articolo; semplificazione della morfologia dovuta a perdita di tempi come infinito, participio e imperativo futuri;

creazione del condizionale.

Nella sintassi: passaggio dall’ordine SOV a SVO (da regressiva a progressiva).

Primi documenti in volgare

Transizione latino-romanza fu un processo lungo, dovuto al disfacimento dell’impero d’Occidente, che portarono a varietà parlate

localmente. 813 Concilio di Tours = sacerdoti dovevano predicare volgare perche i fedeli non capivano più il latino. 842 Giuramenti di

Strasburgo che sanciscono l’atto di nascita delle lingue romanze, quando i nipoti di Carlo Magno, Carlo il Calvo e Ludovico il Germanico

si incontrarono per ripartirsi i territori del SRI e giurano fedeltà nelle lingue opposte (proto-tedesca, e proto-francese).

Primi testi in volgare: Placiti Campani, brevi formule emesse tra il 960 e 963 riguardo il possedimento di alcuni terreni. I testi più antichi

sono testi non letterari e scritture esposte, ovvero le brevi iscrizioni sulla catacomba di Commodilla e quella della basilica di San

Clemente.

Per i primi documenti letterari in volgare bisogna aspettare la fine del XII sec. A questo periodo risalgono esempi di poesia civile e lirica.

Nella prima metà del XIII sec le testimonianze dell’uso del volgare si consolidano, grazie allo sviluppo della poesia religiosa e con la

scuola poetica siciliana (il contrasto), sviluppatasi presso la corte di Federico II di Svevia. La prosa letteraria si sviluppa più tardi rispetto

alla poesia e si ispira da un lato alla tradizione latina medievale, dall’altro al francese.

Affermazione del fiorentino trecentesco

Per un testo realizzato a Firenze si deve aspettare il XIII sec con il Libro di conti di banchieri fiorentini rispetto ai testi precedenti c’è

cambiamento di genere e tipologia di scrivente, ovvero uomini d’affari che scrivono testi interamente in volgare.

Alfabetizzazione dei cittadini fu molto curata a Firenze-; futuri mercanti venivano seguiti da maestri privati o frequentavano le scuole

d’abaco, ovvero istituzioni laiche che per la prima volta insegnavano con il volgare. Questo spiega perché nel Trecento la toscana risulta

ben rappresentata diventa prima centro di diffusione della

letteratura in volgare e poi vero e proprio centro di produzione con Dante, Petrarca e Boccaccio che iniziarono a far espandere il

fiorentino fuori di Toscana, ponendo le basi per l’affermazione del fiorentino come lingua nazionale nel Cinquecento.

L’evoluzione dei comuni verso forme di organizzazione politica su scala regionale, la nascita delle corti dell’italia settentrionale, la

presenza di entità politiche sovra regionali nel centro sud stimolarono dei tentativi di costruzione di varietà scritte che ambivano a una

diffusione sovralocale-; si parla di Koinè. Il tentativo segue due vie: -addizione di modelli, ovvero la mescolanza di più varietà locali;

-sottrazione, ovvero depurando la varietà locale dai tratti più connotati di dialetto.

Codifica cinquecentesca e prime grammatiche

Diffusione del volgare grazie a libri stampati nel Quattrocento detti incunaboli.Questione della lingua:

1. teoria cortigiana= no primato del fiorentino e volevano lingua cortigiana che potesse fungere da modello sia per letteratura che per

conversazione;

2. Pietro Bembo, Prose della volgar lingua (1525) separa la lingua parlata dalla scritta e individua nel fiorentino trecentesco di Petrarca,

per la poesia, e Boccaccio, per la prosa, la lingua migliore da adottare.

3. Niccolò Machiavelli, Discorso intorno alla nostra lingua (1524) individua due princìpi che rendono inconciliabili le posizioni dei

fiorentinisti e di Bembo: i primi prendono a riferimento il sistema della lingua nella sua interezza senza distinzione tra scritto e orale, e

insistono sul primato naturale del fiorentino.

Influì su questo dibattito anche la scoperta da parte di Trìssino del De vulgari eloquentia di Dante= definisce il volgare come idioma

naturale. Divide l’area “romanza” in lingua del sì, lingua d’oc e lingua d’oil. Nasce ance il vocabolario della crusca nel 1612. Alla metà

del XVI sec il processo di normazione dell’ita si può dire concluso: modello individuato e tradotto in grammatiche e quindi trasmesso

tramite i libri a stampa. Nel Settecento: l’ita scritto conquista nuovi spazi nell’uso scientifico e giuridico amministrativo. Diviene anche

oggetto di insegnamento scolastico e nascono grammatiche pensate per l’insegnamento dell’italiano. Risolto il rapporto col latino gli

intellettuali si confrontano con altre lingue come francese e inglese. La borghesia voleva essere aggiornata sulle novita e nasce in questo

periodo il saggio divulgativo, funzionale alla diffusione di idee e novità. Si inizia a far strada un nuovo modo di costruzione del periodo

con frasi brevi e uno stile spezzato. Nell’Ottocento: col Risorgimento il binomio lingua-nazione si carica di valenze identitarie e diventa il

fondamento della rivendicazione politica dei patrioti. In realtà l’italianità era un’idea vaga in quanto la maggioranza degli italiani era

analfabeta e dialettofona, quindi era un obiettivo da realizzare più che un punto di partenza. Grazie al contributo di Manzoni la questione

della lingua non ricerca più modelli letterari, ma anche uno strumento comune adatto a scrivere e a parlare di qualsiasi argomento , tenta

di costruire una lingua mista toscano milanese nella prima edizione dei Promessi sposi, si convince che la lingua non poteva essere creata

a tavolino e individua nel fiorentino colto il modello da seguire. Così corregge la prima edizione e pubblica nel 1840 la nuova edizione

dei Promessi sposi. Manzoni continua la sua riflessione sulla lingua cercando di mettere a sistema le idee maturate nel tentativo di

rispondere alle proprie esigenze di romanziere. Opere principali di questa fase sono Della lingua italiana, e la Relazione al ministro

Broglio del 1868 in cui individua gli strumenti per diffondere la lingua a tutti: pubblicare un vocabolario; inviare insegnanti toscani nelle

scuole primarie; revisione linguistica fiorentineggiante dei libri di lettura. Queste idee furono criticate da Isaia Ascoli che propone

modello di lingua diverso. Il fiorentino secondo lui non aveva titoli per diventare il punto di riferimento linguistico, ma auspicava a un ita

basato sul fiorentino e arricchito da scrittori di tutte le regioni. Non si poteva risolvere la questione con insegnanti calati dall’alto, ma

bisognava prima diffondere la cultura a tutti. Nel 1861 la Regno d’Italia determina il trasferimento su piano politico : costruzione della

scuola, della burocrazia e dell’esercito del nuovo Stato imponevano la necessità di diffondere l’italiano presso tutti i cittadini. L’Italia

all’alba del nuova nazione si trova in uno stato di forte arretratezza e crisi economica, si conta 77% di analfabetismo e 90% nelle SUD.

I principali fattori che nei decenni successivi all’unificazione hanno contribuito alla diffusioni dell’italiano furono:

- scuola. 1859 legge Casati entrata in vigore nel 1861, sostituita nel 1877 da Legge Coppino, obbligo di istruzione con multa per chi non

lo rispettava. Nel 1904 legge Orlando esteso l’obbligo a 6 anni di scuola. 1923 legge Gentile innalza l’obbligo scolastico e riforma la

scuola molto simile alla struttura attuale

- movimenti migratori: 1870-1970 forte emigrazione che sottolinea la necessità di imparare una lingua per restare in comunicazione. Ma

anche le migrazioni interne cioè la popolazione si sposta nelle città

- burocrazia ed esercito: uffici pubblici in tutta italia necessità di unica lingua

- stampa e mezzi di comunicazione di massa: sviluppo di giornali nazionali e di alfabetizzazione. Nel 1924 iniziano le trasmissioni

radiofoniche e nel 1930 è prodotto il primo film italiano, nel 1954 la prima trasmissione TV.

2.2 L’ITALIANO NELLO SPAZIO SOCIALE E COMUNICATIVO

Si parla di repertorio in sociolinguistica per indicare l’insieme delle risorse linguistiche di un parlante, che costituiscono il repertorio

individuale, o di una comunità, ovvero il repertorio comunitario. Analizzando il repertorio bisogna tenere in conto: la variazione

interlinguistica, cioè la presenza di lingue diverse, sia la variazione intralinguistica, ovvero la presenza di varietà diverse della stessa

lingua.

Bilinguismo: ci si riferisce sia a condizione individuale, sia a una comunitaria (x es: il Canada e il Belgio sono Stati bilingui). Si divide

in:

- bilinguismo monocomunitario; esiste un’unica comunità bilingue; 4

-bilinguismo bicomunitario; due sottocomunità conoscono bene una sola delle due lingue in contatto (es: in Alto Adige le sottocomunità

tedescofona e italofona). Ogni sottocomunità utilizza la propria varietà con valore identitario = si parla di we code, contrapposto a they

code degli altri.

Charles Ferguson distingue tra diglossia e bilinguismo;

diglossia; quando le varietà non hanno lo stesso prestigio e sono usate in ambiti diversi. Solo la varietà bassa viene appresa

spontaneamente, mentre l’alta è appresa a scuola.

Dilalia-; quando si può scegliere tra due varietà indistinte per comunicare in situazioni informali (es: tra italiano e dialetti).

Alternanza di codice: connessa con situazioni di diglossia e prevede la selezione di varietà diverse in base agli ambiti d’uso.

Commutazione di codice: passaggio da una varietà all’altra all’interno dello stesso scambio comunicativo. Può indicare 1.cambio di

destinatario, 2. inizio/fine di una citazione, 3. intro di elementi cn valore espressivo, 4. coinvolgimento in ciò che viene detto, 5.

atteggiamento ludico.

Commistione di codici: realizzazione di enunciati mistilingui= presenza nello stesso enunciato di parole appartenenti a lingue o varietà di

lingue diverse.

Dimensioni di variazione: parametri extralinguistici che influenzano alcuni usi linguistici. Le principali sono 4:

1. Diatopica = spazio geografico

2. Diastratica = caratteristiche sociali e grado di scolarizzazione. Si osserva tra individuo e individuo ed è rigida e si modifica in tempi

lunghi.

3. Diafasica = situazione comunicativa. Attraverso l’uso di diversi registri (modi diversi per dire la stessa cosa) e sottocodici (modi di dire

la cose diverse)

4. Diamesica = canale usato per la comunicazione.

Diacronia = variazione nel tempo ITALIANO STANDARD

Standardizzazione di una lingua: processo storico che prevede più fasi: 1. selezione: a partire da diverse varietà si può elaborare una

lingua comune (=KOINè) o scegliere una sola varietà; 2. codificazione:le regole vengono esplicitate attraverso le grammatiche;

3.allargamento della varietà a più utenti: avviene grazie al dominio politico-militare o al prestigio culturale; 4.estensione delle funzioni:

usare la varietà in tutti gli ambiti.

L’ita standard ha caratteristiche del fiorentino emendato, ovvero privato di tratti considerati dialettali, soprattutto di pronuncia:

1. l’uso della forma si + 3°persona singolare, anziché la quarta persona del verbo (si va, anziché andiamo). 2. pronomi clitici soggetto

come e’ dice (lui dice), la canta (lei canta), ecc

3. uso del pronome personale soggetto.

4. forme monottongate come bono, novo anziché buono, nuovo.

5. la gorgia, cioè pronuncia fricativa o approssimante delle occlusive intervocaliche [p], [t] [k]. 6.pronuncia fricativa delle affricate

prepalatali sorda e sonora in posizione intervocalica.

La diffusione di una lingua standard può oggi ritenersi soddisfacente, seppure con due nodi non risolti:

- la condivisione del modello riguarda l’ortografia, la morfologia, in buona parte la sintassi e in misura accettabile il lessico, la fonologia

e l’intonazione sono invece sensibili alla provenienza geografica del parlante

- persiste una certa distanza tra la norma prevista dalla grammatiche e insegnata nelle scuole e gli usi reali.

L’italiano si avvia a diventare una varietà parzialmente standardizzata. La ri-standardizzazione avvenuta negli ultimi decenni ha

notevolmente ridotto la distanza tra la norma delle grammatiche e l’uso.

SISTEMA, NORMA E USO

Coseriu individua 3 livelli nella manifestazione del linguaggio: come facoltà umana, storico-sociale, individuale dei testi come

realizzazioni concrete. Bisogna tenere in considerazione poi il sistema, ovvero regole astratte che permettono al codice di funzionare, la

norma, cioè la media delle scelte fatte dalla maggioranza dei parlanti, e l’uso, ovvero le abitudini concrete dei parlanti. Da ciò derivano le

agrammaticalità, correttezza e accettabilità. Agrammaticali= le parole che violano le regole del sistema.

Scorrette= parole che sono estranee alla norma, ma non sono agrammaticali.

Accettabilità ovvero frasi che sono ammesse in situazioni informali

RISTANDARDIZZAZIONE

Italiano dell’uso medio, ossia la lingua utilizzata nell’uso parlato e scritto di media formalità e accolta nell’opinione comune.

Ristandardizzazione: risposta all’esigenza di trovare un italiano che non si discostasse troppo dall’uso reale. Ha determinato una

semplificazione paradigmatica soprattutto nel sistema pronominale, verbale, la sintassi e l’ordine dei costituenti. La mutata impostazione

delle principali grammatiche ha contribuito a orientare la percezione degli utenti, rendendoli consapevoli che è difficile immaginare il

confine tra usi corretti e scorretti come una linea di demarcazione netta. Nella realtà linea assume piuttosto di un’area, una zona di

transizione tra ciò che è interno alla norma e ciò che rimana estraneo ad esso . Questa mutata sensibilità comporta il fatto che un

determinato uso sia considerato accettabile in alcuni registri, non accettabile un determinato uso sia considerato accettabile in alcuni

registri, non accettabile in altri. L’insieme di queste circostanze ha determinato un diverso rapporto di forza tra norma e uso. La

ristandardizzazione ha determinato una complessiva semplificazione paradigmatica.

SISTEMA PRONOMINALE

Il sistema pronominale: evidente nei pronomi personali. La norma prevede l’uso di diverse forme a seconda della funzione logico

sintattica; si realizza nelle prime tre persone singolari (io/me, tu/te, egli/lui, ella/lei) e nella terza plurale essi/loro. Si sta verificando la

riduzione a un’unica serie di pronomi, te su tu, lui su egli, lei su ella, loro su essi.

Pronome relativo: il “che” relativo è esteso a tutte le funzioni sintattiche, anche se ancora relegate al sub standard.

Pronome dimostrativi: ridotto a due forme “questo/quello”, una vicinanza e l’altra lontananza. “codesto” solo usato in Toscana e nei

ambienti burocratici. SISTEMA VERBALE

Il sistema verbale: tendenza alla semplificazione paradigmatica nel parlato. Ci sono quindi forme sovrautilizzate che devono svolgere

funzioni di quelle che si usano poco, e sono sottoposte a sovraccarico funzionale. L’imperfetto indicativo è quello più sovraccaricato e

viene usato come:

imperfetto ipotetico (facevi meglio a stare zitto, anziché avresti fatto meglio a stare zitto),

imperfetto attenuativo (volevo due etti di prosciutto, si usa per attenuare la perentorietà della richiesta),

imperfetto ludico (io ero il papà e tu la mamma) per segnalare un allontanamento dalla realtà e la creazione di un universo fittizio.

Il parlato privilegia l’uso del passato prossimo, anziché il passato remoto, ma ciò dipende anche dall’area geografica di provenienza.

Il futuro: quello semplice tende a essere sostituito dal presento se accompagnato da un’espressione avverbiale che colloca l’azione nel

futuro (stasera/domani vado al cinema). Fra gli usi modali del futuro c’è quello epistemico con cui si esprime un dubbio (hanno bussato

alla porta: sarà marco).

Il congiuntivo: in regresso nell’ita standard. Nelle subordinate è meno usato quando può essere scambiato con l’indicativo (non so cosa

aveva/avesse in mente).

Il condizionale: più saldo rispetto al congiuntivo. SINTASSI

La sintassi: nei testi orali si predilige la coordinazione e la subordinazione è resa utilizzando tipi subordinativi ridotti rispetto allo scritto.

Quelle più diffuse nel parlato sono: relative, completive, ipotetiche intro da se, causali intro da perché. Il settore in cui la

ristandardizzazione ha agito maggiormente è quello delle costruzioni con ordine marcato. La dislocazione a sinistra si utilizza molto

anche nella lingua scritta. Relegate all’oralità invece la dislocazione a destra, le costruzioni a tema sospeso.

LINGUE SPECIALI

Lingue speciali: sono varietà funzionali-situazionali che servono per parlare di argomenti specifici, in determinate situazioni e sono

influenzate dalle relazioni di ruolo tra i partecipanti. Sono contraddistinte dalle seguenti proprietà:

1.riferite a un particolare ambito del sapere.

2.terminologia specifica costituita da tecnicismi, cioè termini il cui significato è tendenzialmente univoco.

3.uso particolare della morfologia lessicale e sintassi.

4.uso di specifiche modalità di organizzazione testuale.

La più evidente è la 2 grazie alla settorializzazione delle conoscenze. Vengono tecnificate parole del lessico comune (es: forza, lavoro

come termini della fisica) e detecnificate parole del linguaggio specifico alla lingua comune (es: nevrosi, paranoia).

Si distinguono tecnicismi specifici= significato denotativo e necessari in un discorso tecnico specialistico; tecnicismi collaterali= legati

all’opportunità di usare un registro elevato, distinto dal linguaggio comune.

Sul piano sintattico si assiste alla nominalizzazione, deagentivazione che consente di presentare in secondo piano, o non menzionare

l’agente. Si realizza sia con costruzioni passive o impersonali, sia attraverso la nominalizzazione. (es: si individua la sequenza del dna: è

stata individuata la sequenza del dna; l’individuazione della sequenza di dna).

Le lingue speciali oltre a differenziarsi sul piano orizzontale possono essere modulate sulla dimensione verticale in relazione alla

situazione comunicativa e alle relazioni di ruolo tra partecipanti. Sul piano testuale le lingue speciali sono caratterizzate da un alto grado

di coesione, che si manifesta attraverso una ditta rete di rimandi interni. A seconda dell’argomento, dello scopo e delle circostanze

pragmatiche della produzione/fruizione il testo si caratterizza per un diverso grado di rigidità interpretativa o vincolo comunicativo. I

diversi tipi di testo vanno da un minimo ad un massimo di rigidità delle strutture formali. La deagetivazzione è ottenuta mediante il

ricorso alle costruzioni passive. La normalizzazione affidata ai participi presenti che sostituiscono proposizioni relative sia a parole

derivate. BUROCRAZIA/AZIENDA

Il linguaggio burocratico criticato per essere troppo oscuro e rendere il testo inutilmente complesso tale da essere sopranominato

linguaggio burocratese. Alcuni cambiamenti hanno determinato la progressiva perdita di attrattiva del linguaggio burocratico, dovuto da 2

fenomeni.

1) richiesta di semplificazione del linguaggio amministrativo

2) progressivo slittamento del baricentro della comunicazione pubblica dal burocratese all’aziendalese, dovuto anche ad una

dirigenza più giovane che ha ricevuto una formazione più centrata su studi economico-gestionali più che giuridici.

ITALIANO E MASS MEDIA

Vicino allo scritto e al parlato nello scorso secolo si è affiancato anche il linguaggio trasmesso della TV, e oggi anche l’italiano digitato.

Benché la specificità del mezzo ricade sulle scelte linguistiche , due fattori stanno determinando una lento livellamento tra i media:

1) la convergenza tra le piattaforme resa possibile dalle nuove tecnologie. Più che una distinzione tra i media si va realizzando

una differenziazione di stili e linguaggi tra gli ambiti tematici e i contenuti trasmessi in misura relativamente indipendente dal mezzo

2) tendenza alla contaminazione dei linguaggi, tipica del mondo della carata dell’800/’900 ora ereditata dalla TV con un registro

brillante e la semplificazione sintattica. TELEVISIONE E LINGUA

1954-1976 TV monopolio di stato con programmazione limitate a fascie orarie (paleo televisione come definita da Eco) con attenzione

pedagogica, al fine di educare gli italiani:

1) controllo sulla lingua sintassi semplificata ma controlla nei registri, senza l’uso di parole volgari, con pronuncia standard

2) produzione di trasmissioni dedicate all’educazione degli adulti (1960-1968 Manzi)

3) programmazione che affiancava all’intrattenimento la divulgazione di contenuti della cultura alta.

il passaggio dalla paleoTV alla neotelevisione avviene a partire dagli anni 70:

1) riforma della RAI introduzione del 3 canale (1979), con notizie mirate alla regione

2) conduzione dei telegiornali sostituzione dallo speaker all’anchorman

3) nascita delle radio e delle TV private, inizio della concorrenza della rai con necessità di programmazione anche 24hr.

Tutto ciò porta a far diventare il pubblico protagonista progressivamente, per poi passare nel 3 millennio all’uso di internet a postare e

trasformare un video virale per condivisione. L’evoluzione della televisione è caratterizzata da una progressiva diminuzione della

funzione pedagogica, trasformandosi da modello di lingua in specchio delle lingue riflettendo le abitudini degli italiani, fino a diventare

specchio deforme degli usi linguistici nazionali. LA LINGUA E IL WEB

Un effetto di internet è la scrittura dopo un epoca di prevalenza audiovisiva, adesso molta gente è tornata alla scrittura. La lingua del web

detta anche digitale, ovvero testi prodotti al PC i su altro supporto digitale, natura di ipertesti (insieme strutturato di unità di informazione

e collegamenti tra essi, quindi un testo opposto a quello tradizionale (chiuso e lineare), in quanto aperto e multilineare. In generale la

scrittura digitale:

1) frammentarietà ricerca di pezzi di testo disinteressandosi dall’insieme, ma anche frammentarietà nella scrittura con testi

concepiti come blocchi sposabili e modificabili, concepiti per la logica del database

2) brevità comune a tutte le scritture digitali è determinata dalla necessità di consumo immediato al testo e della facile caduta di

attenzione legata alla lettura scrittura. La brevità anche con uso di acronimi

3) iconicità emoticons, simulazione di tono con maiuscolo

4) dialogicità

5) ridefinizione del rapporto testo, cotesto e contesto

LINGUA DELLA NARRATIVA

Nel 900 si perde la funzione modelizzante attribuita alla letteratura, e ciò permette agli scrittori di liberarsi del compito di indicare la

strada alla lingua della nazione e determina nuove possibilità di sperimentazione, alla ricerca di una lingua e di uno stile proprio. Inoltre si

vede anche l’ingresso del dialetto, ingresso del linguaggio giovanile e dei gerghi. Benché criticati come cannibali la narrativa degli ultimi

anni sembra avviarsi verso una maggiore cura dello stile, con atteggiamento sobrio meno improntato agli eccessi e più orientato verso i

contenuti che verso la ricerca dell’oltranzismo espressivo. INGLESE

Parole inglese entrate nell’italiano sono circa 8000 ma quelle che sono passate dai linguaggi specialisti al vocabolario sono un centinaio.

Nelle pubbliche amministrazioni si sentono termini con job acts, welfare state. E anche nelle università molti termine italiani sono stati

sostituiti dagli inglesi come front office. La lingua della scienza è poi inglese. E molti corsi universitari sono proposti in lingua inglese.

La preoccupazione e che l’inglese diventi l’italiano del domani, con un impoverimento sempre più preoccupante della nostra lingua.

2.3 DIALETTI, ITALIANI REGIONALI, MINORANZE LINGUISTICHE

Il dialetto può essere considerato come una lingua che non ha compiuto il percorso di standardizzazione. I parametri che differenziano

sociolinguisticamente i dialetti dalle lingue sono:

1. limitazione territoriale : diffusi solo in ambito locale;

2. modalità di apprendimento: di solito appresi spontaneamente nel contesto familiare

3. assenza di una norma esplicita: non hanno strumenti di esplicitazione della norma

4. limitazione negli ambiti d’uso: principalmente usati nella comunicazione orale, familiare o nella comunicazione delle reti sociali con

fini ludico scherzosi.

5. valore identitario: il prestigio che una comunità attribuisce alla varietà del proprio repertorio è determinato da due dimensioni: potere =

si riferisce ai rapporti gerarchici e di ruolo, ovvero la varietà egemone (lo standard) è dotata di maggiore prestigio ; solidarietà = lega le

scelte linguistiche ai rapporti affettivi e di vicinanza e secondo questa dimensione il dialetto è più prestigioso perché a esso sono attribuite

valenza identitarie più forti.

Gli italiani regionali sono varietà intermedie tra i dialetti e la lingua comune, quando un numero di parlanti dialettofoni si è trovato a

confrontarsi con l’uso orale e scritto dell’italiano, in seguito alla formazione dello Stato unitario.

Dialetti italo-romanzi sono parlati nella penisola italiana. Nel 1928-1940 è stato pubblicato un Atlante italo-svizzero opera degli svizzeri

Jaberg e Jud in 8 volumi che rappresentava con carte molti aspetti della variazione lessicale, morfologica e sintattica dei dialetti italiani.

Nel territorio italiano si individuano aree dialettali di maggiore estensione, rappresentate attraverso isoglosse (linea immaginaria che

separa una porzione di territorio, in alcuni casi le isoglosse formano dei fasci, ovvero addensamenti di differenze a cui corrisponde un

confine tra aree dialettali). I due principali confini dialettali in Italia sono: la linea La Spezia-Rimini che separa i dialetti settentrionali da

quelli centromeridionali; la linea Roma-Ancona che separa quelli mediani da quelli meridionali.

Dialetti alto-italiani tra i confini nazionali e la linea La Spezia-Rimini. Comprende dialetti gallo-italici e veneti. Caratteristiche comuni:

- sonorizzazioni consonanti sorde intervocaliche (es: roda/ruota).

- scempiamento consonanti intervocaliche (es: [ka’vel] ‘capello’).

- tendenza alla caduta delle vocali finali diverse da –a (es: [dyr] ‘duro’).

- pronuncia fricativa dell’affricata prepalatale (es: [‘sento] ‘cento’ in veneziano).

- vocali turbate, tipiche dei gallo-italici ma non veneti.

- espressione obbligatoria del soggetto.

Dialetti toscani compresi tra le due isoglosse La-Spezia-Rimini e Roma-Ancona. Caratteristiche:

- monottongazione. Bono, novo invece che buono nuovo. Entrato nel ‘600 per questo non trasferito in italiano standard

- gorgia, cioè pronuncia fricativa delle occlusive tenui intervocaliche (anche questo acquisizione del ‘500)

- pronuncia fricativa delle affricate prepalatali sorda e sonora intervocaliche. (es. bascio invece che bacio)

- uso obbligatorio pronome personale soggetto e creazione di pronomi clitici soggetto (la canta invece che lei canta).

Dialetti mediani comprende il Lazio (esclusa Roma) l’Abruzzo occidentale, Umbria e parte di

Ascoli. Caratteristiche:

- assimilazione nessi consonantici –nd;-nn (es: [munnu] ‘mondo’)

- metafonesi, ovvero innalzamento vocale tonica [e] [o] per effetto di una –i o –u finali del latino

volgare (es: [kwistu] ‘questo’)

- sonorizzazione delle occlusive seguite da consonante nasale (es: [kambo] ‘campo’)

- affricazione di s dopo n-, l-, r- (es: [bortsa] ‘borsa’)

- la distinzione tra –o e –u finali secondo l’etimologia latina (es.ferru)

I primi 4 fenomeni sono comuni anche ai dialetti meridionali che si distinguono in 3 sottoaree: mediana, meridionale continentale ed

estrema.

Dialetti meridionali continentali tra linea Roma-Ancona e la parte settentrionale della Calabria e Puglia. Caratteristiche:

- metafonesi da –i, -u finali, l’assimilazione dei nessi consonantici –nd;-nn, sonorizzazione delle occlusive seguite da consonante nasale,

affricazione di s dopo n,l,r.

- dittongamento metafonetico, ovvero trasformazione di [3] [o aperta] toniche per effetto di una –i o –u finali del latino volgare (es:

[fjerro] ‘ferro’).

- riduzione delle vocali finali nella schwa (pronunciare tutte le vocali tonica con un'unica vocale indistinta). La distinzione tra masch e

femm è affidata a metafonesi: isse-esse (lui, lei)

- uso del possessivo enclitico con i nomi di parentela (pateme)

- accusativo preposizionale, ovvero complemento oggetto retto dalla preposizione a (es: salutami a Marco)

Dialetti meridionali estremi Salento, parte meridionale della Calabria, Sicilia. Caratteristiche:

- neutralizzazione dell’opposizione tra vocali aperte e chiuse (ovvero presenti solo vocali aperte)

- vocalismo atono finale a tre vocali ([a, i, u]).

- pronuncia retroflessa di –ll e anche di –tr- (es: bello, o strada)

La dialettologia moderna è nata al finire del XIX secolo, i dialetti mutano nel tempo.

Vitalità dei dialetti

Maggioranza di italianofonia nella comunicazione con gli estranei e la dialettofonia la cui percentuale coincide con gli analfabeti (1,8%).

Maggiore dialettofonia nel meridione e nell’italia nord-orientale con dialettofonia pura, tassi più bassi in italia nord-occidentale.

Gli ita regionali attuali si configurano come varietà parlate le cui tracce sono percepibili nella pronuncia, nell’intonazione e nel lessico

quotidiano. Le varietà geografiche mostrano un’evoluzione diretta verso la diminuzione dell’impronta diatopica, nel senso che gli italiani

regionali si sono avvicinati nel tempo alla lingua comune e i dialetti si sono italianizzati. Gli ita regionali si differenziano soprattutto sul

piano del lessico, sintassi, morfologia.

Lo sforzo di cancellazione dei tratti locali più marcati può portare a ipercorrettismo, per esempio nel parlante campano che per la

tendenza a pronunciare cambo anziché campo. MINORANZE LINGUISTICHE

Dette comunità alloglotte. Lungo il tratto alpino sono presenti alcune varietà di confine divenute di minoranza in seguito al processo di

formazione dello stato nazionale: francese, provenzale e franco-provenzale in Valle d’Aosta e piemonte, tedesco in alto adige, sloveno in

friuli venezia giulia. Che sono delle minoranze nazionali perché zone di confine con le nazioni in cui tali lingue si parlano. Benché al di la

del confine si parla una varietà simile e non uguale. Il francese in Valle d’Aosta è tutelato in quanto lingua diffusa tra la popolazione e

considerata co-ufficiale.

In una 50 di comuni nel Trentino e Veneto si parla il ladino affine con fruliano e romancio (parlato in Svizzera). Walser varietà di tedesco

parlato in alcuni comuni della Valle d’Aosta. Nella Italia meridionale si parla di isole linguistiche. Minoranze albanesi che risalgono alla

loro arrivo in italia nel XV sec in seguito alla conquista dell’Albania dall’Impero ottomano. Lingua Araberesh (parlato da 80000) varietà

di albanese parlato in abruzzo e sicilia. Le comunità croate giunsero in molise nello stesso periodo, il croato (slavo-molisano) è parlato da

2000 persone. Poco più di 10000 persone parlano il dialetti greci in alcuni comuni di reggio calabria e salento.

Poi ricordiamo le isole linguistiche franco-provenzali nei comuni di Celle e Faeto in provincia di Foggia, provenzale Guardia Piemontese

(Cosenza), varietà settentrionali parlate in alcuni comuni della Campania, Basilicata, Calabria e Sicilia. In Sardegna troviamo il catalano

parlato ad Alghero, e tabarchino dialetto di tipo ligure a Carloforte e a Sant’Antioco. Si tratta di discendenti di comunità commercianti e

pescatori liguri insediate a Tabarca (tunisia) nel 500 e poi trasferitesi in Sardegna.

Legge 482/99 tutela le minoranze linguistiche in Italia, garantendone l’uso anche in contesti formali come scuola e uffici pubblici.

3.1 L’ITALIANO NEL MONDO

Con il Rinascimento si stabilisce il nesso tra la nostra lingua e la categoria del bello nella letteratura, arte, musica, teatro . Per la letteratura

il veicolo di diffusione fu la stampa, inventata nel Cinquecento. I nostri autori venivano letti in italiano dagli intellettuali. Nel 1548 videro

la luce la prima grammatica per francesi e quella per inglesi che volevano imparare italiano. A partire dal Seicento la fortuna dell’ita si

affievolisce a causa del passaggio francese nella supremazia culturale. In questa epoca, di italiano nella musica e nella commedia, diventa

condizione necessaria per intraprendere il Grand Tour, viaggio di formazione anche in Italia. L’ita si diffonde anche nei territori

dell’Impero ottomano, in cui dal XVI al XIX ha costituito un campo neutro in cui potevano sentirsi a loro agio testi del polo orientale e

occidentale. Importanti trattati di pace sono affidati a dragomanni (parola di origine araba che vuol dire interpreti) i quali però non

svolgevano un semplice ruolo di traduttori ma anche di mediazione tra le culture europeo-cristiana e arabo-turca.

La fortuna dell’ita fuori dai confini si deve a:

1. si è diffuso insieme ai manufatti sia della cultura alta, sia di quella materiale.

2. risultato di un primato conquistato grazie all’attività culturale e non imposta dall’alto.

Stereotipi sull’italiano

Aneddoto secondo cui l’imperatore Carlo V avrebbe usato il tedesco per comandare, l’italiano per amare, il francese per affari e lo

spagnolo per parlare con Dio. Secondo lo stereotipo l’italiano è una lingua cantabile. Rousseau sosteneva non ci fosse lingua più adatta al

canto dell’italiano. Chapman invece sostiene la maggior ritmicità dell’inglese che ha parole brevi e terminanti in consonante. Secondo

Francois Guedan l’apprendimento dell’ita era un antidepressivo naturale. Dal XVII sec quando il prestigio dell’ita è in declino, queste

argomentazioni si rovesciano nel luogo comune dell’ita come lingua effemminata, poco seria adatto solo ai teatranti e buffoni.

Gli inserti occasionali in italiano in opere scritte in altre lingue rientrano nella categoria del plurilinguismo letteraio: la scelta di autori

stranieri di utilizzare la nostra lingua come veicolo di comunicazione artistica prendi il nome di eteroglossia. Plurilinguismo letterario

inserti occasionali in italiano in opere scritte in altre lingue. Solo nella fase postrinascimentale si usa l’italiano per scrivere un intera

opera. Tra il XVI e XIX sec l’italiano veniva utilizzato come lingua neutra nel Levante per dialogare con i governi del mondo cristiano

occidentale. I redattori di queste opere erano greci, ebrei originari della Spagna o Portogallo ed espulsi nel 1492.

Italiano all’estero dopo l’unità

La crisi economica che seguì la creazione dello Stato unitario determinò la crescita dell’emigrazione. L’avventura coloniale proseguita

poi nel ventennio fascista costituisce un capitolo della storia linguistica italiana che determina nuove forme di diffusione dell’ita

all’estero, accogliendo anche parole esotiche nel nostro vocabolario. Nel dopoguerra, invece, le emigrazioni erano per lo più europee,

soprattutto verso Francia, Germania, Belgio e Svizzera. Dal 1870 al 1970 sono espatriati 20-25 milioni di italiani. Le destinazioni

principali erano le Americhe e l’Oceania e circa il 40% era di regioni del Nord Italia, e il resto del Mezzogiorno. Solo nel 1972 si ha

inversione di tendenza, ovvero l’Italia diventa meta di migrazioni.

Il contesto in cui si svolgevano le migrazioni era di analfabetismo e quindi di dialettofonia. Da questo punto di vista l’emigrazione è stata

un fattore positivo per l’alfabetizzazione e il progresso socio economico perché gli emigrati hanno dovuto stabilire rapporti con gli

italiani provenienti da altre regioni che avevano altri dialetti. Nell’epoca postrisorgimentale si svilupparono società di mutuo soccorso,

come la Società Dante Alighieri che cercava di garantire l’alfabetizzazione agli emigrati. L’italofonia ha non solo dato contributi alle altre

lingua, ma li ha ricevuti, attraverso ibridazione, acquisizione spontanea della L2, crescita dell’alfabetizzazione.

Lo sviluppo del repertorio linguistico nelle seconde e terze generazioni ha tratti comuni, influenzate dal grado di scolarizzazione della

prima generazione.

Genitori dialettofoni con scarso/nullo livello di alfabetizz. Nella seconda generazione si osserva processo di progressiva perdita del

dialetto, ma la padronanza soddisfacente della lingua del Paese di residenza. Le terze generazioni hanno pochi elementi di dialetto, ma la

piena padronanza della lingua di residenza. Solitamente non ricevono l’italiano per via diretta dalla famiglia, ma se vogliono lo devono

imparare da soli.

Si ha il fenomeno dell’erosione linguistica della lingua d’origine nelle generazioni successive.

Emigrazione recente invece ha messo in evidenza che genitori con conoscenza dialettale arricchita dalla conoscenza dell’italiano nei loro

figli c’è bilinguismo con italiano e lingua di residenza; ita e dialetto sono appresi in famiglia e poi rinforzati dallo studio scolastico.

INTEGRAZIONE DELL’ITALIANO ALL’ESTERO

Cocolicchio era una macchietta del teatro comico popolare argentino e rappresentava un immigrato calabrese che si rendeva ridicolo.

Risulta dall’incontro tra ita standard e spagnolo d’Argentina. Semplificazione, cancellazione dei fonemi più difficili da pronunciare,

omissione della –s dei plurali. Si differenzia però perché:

1.varietà in contatto sono imparentate.

2.usato dagli emigrati italiani ma non dagli argentini.

3.no squilibrio tra lingua-cultura degli emigrati e lo spagnolo.

Per questo rimase confinato nella parlata della prima generazione e si estinse nella seconda metà del Novecento.

Lunfardo gergo della malavita che si creò nelle prigioni di Buenos Aires per non farsi capire dai secondini. Struttura spagnola in cui si

innestano basi lessicali dei vari dialetti italiani.

Fremdarbeiteritalienisch italiano parlato dai lavoratori stranieri in Svizzera. La base non è la lingua dominante, ma la lingua parlata dal

gruppo più consistente di lavoratori. Si sviluppò negli anni 80 del secolo scorso. Usata per la comunicazione orale, in ambito lavorativo,

al posto dello svizzero tedesco.

italiano semplificato in Etiopia si crea come varietà di foreigner talk nel contesto della dominazione coloniale italiana. Sopravvive anche

nel dopoguerra perché continua a essere usato in Etiopia e Eritrea per la comunicazione tra la popolazione locale che parla lingue diverse

e la pop italiana o di altre nazioni.

siculo-tunisino base sicula ibridata con elementi di arabo e francese di tunisia. Legata alla comunicazione orale, si deve alla presenza di

italiani in Tunisia tra 8 e 9cento. Lo scambio linguistico venne alimentato poi in Sicilia dove si insediò tra Mazara del Vallo e Trapani una

comunità di lavoratori tunisini, pescatori.

lingua franca mediterranea lingua veicolare usata nel Mediterraneo, legata alle esigenze comunicative primarie tra i mercanti. La vitalità

di questa lingua declina nell’8cento quando l’espansione del francese impose questa lingua in gran parte delle coste nordafricane. Oggi è

scomparsa definitivamente.

italiano di emigrazione nei paesi anglofoni l’ondata migratoria più intensa ha riguardato gli Stati Uniti. Verso il Nord America ha

riguardato più italiani del Sud ed è stata caratterizzata da emigrazione di gruppo, ovvero individui provenienti dallo stesso paese

raggiungevano compaesani già in USA determinando una limitazione delle opportunità di integrazione. Nell’italiese sono presenti tratti di

una koinè basata su forme presenti nei dialetti meridionali.

Avventura coloniale: Dal 1882 fino al 1943/44. In epoca liberale l’espansione coloniale fu intrapresa dai governi di Depretis e Crispi, e

proseguita poi da Giolitti. L’Italia voleva attuare missione civilizzatrice del popolo eritreo; inoltre la propaganda colonialista fece leva

sulla diffusione della lingua italiana sulle sponde del Mediterraneo =; italiano del Levante. L’avventura coloniale da un lato attirò le

critiche di molti intellettuali, ma dall’altro suscitò le simpatie di coloro che vedevano un riscatto per i concittadini costretti a emigrare per

trovare lavoro. Carducci, in

occasione della battaglia di Dogali in Eritrea espresse il suo disappunto sulla vicenda e dichiarò questa guerra una “guerra non giusta”.

Per le simpatie invece scrisse Pascoli, che vide l’intervento militare in Libia come occasione di riscatto, sia civile che militare. I territori

coloniali però non furono mai meta di movimenti migratori consistenti, e si concretizzò in poche migliaia di persone sia nel Corno

d’Africa, sia in Libia.

Politiche educative: istituzione di scuole per italiani e indigeni; l’insegnamento a questi era visto con sospetto perché si aveva paura che

potessero rendersi conto dei propri diritti. L’istruzione fu affidata a istituzioni religiose e i contenuti erano eurocentrici. Solo nei primi

decenni del 9cento giunsero nelle colonie i primi maestri laici, privi però di formazione specifica per affrontare il contesto educativo. Nel

Corno d’Africa si crearono scuole per la formazione degli ascari=soldati locali a sostegno dell’esercito italiano. Erano guidati da ufficiali

stessi dell’esercito italiano che però avevano italiano ibridato col dialetto.

Nei documenti degli italiani nel Corno d’Africa emergono due aspetti principali:

1. le lettere degli soldati incrinano lo stereotipo degli “italiani brava gente” e del colonialismo dal volto gentile.

2. emergono gli stessi motivi di disagio presenti in molte lettere di emigrati anche nei resoconti dei coloni civili.

Non ci furono, perciò, molti lasciti lessicali nel periodo coloniale. Tra questi: 1.parole militari come ascaro, madama, oppure ghibli, cus

cus, narghilè, tuareg, tucul.

Realtà attuale

L’italiano è poco diffuso fuori dai confini come lingua ufficiale: in Svizzera, San Marino, Vaticano, è coufficiale in comuni della Slovenia

e Istria. È una delle lingue più studiate fuori dai propri confini, anche se non è una delle più parlate al mondo. Ci sono due indicatori per

valutare l’impatto dell’italiano sulle altre lingue:

1. impronta lessicale presenza di prestiti entrati a far parte del vocabolario di altre lingue.

La maggior parte dei lemmi presi in prestito appartengono alla musica, all’arte e all’enogastronomia.

2. impronta semiotica visibilità della nostra lingua nelle insegne commerciali e nei manifesti pubblicitari. Gli italianismi più frequenti

sono legati all’ambito della ristorazione (pizza, trattoria, pasta, caffè, ristorante, espresso), della moda e degli accessori.

Ci sono poi pseudoitalianismi termini che suonano italiani senza esserlo, come per esempio Picanto, Volluto, Sorento, o anche

pseudoitalianismi di ritorno come mokaccino, nato all’estero ma rientrato in italiano attraverso il canale della ristorazione automatica.

3.2 IL MONDO IN ITALIA

Nella realtà linguistica italiana al pluralismo endogeno, dovuto alla ricchezza di varietà dialettali e alla presenza di lingue minoritarie

radicate da secoli sul nostro territorio, si è di recente aggiunto un plurilinguismo esogeno, dovuto a fenomeni migratori. L’ingresso delle

comunità migratorie in Italia, a partire dagli anni 80-90 ha coinciso con una fase in cui la popolazione aveva appena conquistato

l’italofonia. Progressione dell’italofonia avviene in un regime di convivenza con altre varietà del repertorio: dialetti, lingue delle

minoranze di antico indiamento, nuove lingue e minoranze.

Per analizzare le caratteristiche dell’immigrazione in Italia spiccano due caratteristiche

1. eterogeneità dei paesi di provenienza

2. distribuzione ineguale sul territorio, i migranti sono concentrati nelle aree del centro nord.

Bisogna fare una distinzione tra lingue dei migranti e lingue immigrate. Le prime sono transitorie lasciano poca traccia di sé nel

panorama linguistico ma anche nell’immaginario della comunità ospite. Le seconde sono radicate lasciano traccia di sé, sia nelle scritte,

insegne ecc ecc

Per gli immigrati per cui la lingua madre è un'altra la modalità dell’apprendimento della nostra lingua sono state proposte varie etichette:

lingua di contatto nel senso che l’apprendimento dell’italiano si affianca a quello della lingua di origine e fa parte integrante della

scolarizzazione, della socializzazione primaria, della costruzione identitaria, lingua adottiva nel senso che si tratta di una seconda lingua

madre, attraverso cui i bambini nel corso della loro socializzazione primaria imparano da subito a parlare, giocare, integrare, sognare,

lingua filiale in opposizione a lingua materna nel senso che sono i bimbi a portare entro le mura domestiche italiano e a svolgere una sorta

di mediazione culturale nei confronti dei genitori.

Si definisce

Lingua straniera: una lingua diversa della lingua di origine studiata senza spostarsi dal proprio paese

Lingua seconda: lingua diversa dalla materna appresa nel paese in cui quella lingua è impiegata nelle interazioni comunicative quotidiane

Lingua d’origine lingua della propria famiglia di origine

Lingua di contatto lingua appresa da figli di migranti di diverse fasce di età.

La legge 91/1992 prevede per ottenere la cittadinanza norme improntate allo ius sanguinis anziché sullo ius soli.

Bimbi nati Italia da genitori stranieri possono chiedere la cittadinanza al raggiungimento della maggiore età, con genitori regolarmente

residenti al momento della nascita del bimbo, non aver perso il diritto del soggiorno per tutto il periodo, e il richiedente deve dimostrare

di avere soggiornato ininterrottamente in Italia dalla nascita fino ai 18 anni.

Per riferirsi alle comunità di immigranti giunti in Italia si parla di nuove minoranze linguistiche.

Immigranti provenienti da varie nazioni possono utilizzare italiano come lingua comune per comunicare. L’immigrazione è diretta verso

centri urbani, il concetto di continuità territoriale è quindi considerato come capacità di mantenere rapporti attraverso strumenti di

comunicazione a distanza. Mentre le lingue degli migranti sono poco radicate, le lingue immigranti sono stabili entro un cento territorio,

segnalati dall’uso comunitario esteso da parte dei suoi locutori, dalla presenza di testi nella comunicazione sociale. La lingua immigrante

entra a far parte in modo stabile ed organica dello spazio linguistico di un determinato territorio.

Bilinguismo sottrattivo cioè preferenza per una varietà a scapito delle altre, considerate meno adeguate.

Le indagini sulla commutazione di codici nella realtà italiana hanno in un primo tempo avuto per oggetto il plurilinguismo endogeno,

cioè la descrizione delle forme di contatto della lingua con i dialetti da un lato e con le altre lingue minoritarie dall’altro. L’estendersi alle

lingue immigrate ha aperto la strada a studi sulla commutazione di codici anche in questa direzione. La selezione di codici in un contesto

di minoranze linguistiche è governata da fattori esterni (atteggiamento comunità verso la lingua, presenza di lingue ponte, sistema di

valori e relazioni gerarchiche assegnata a ciascuna variata), e fattori interni (dipendenti dalle caratteristiche dello scambio

conversazionale). Se ci si trova in un contesto di interazione asimmetrica la selezione del codice è governata da chi detiene maggior

potere e svolge il ruolo di regista dello scambio. I contatti in ambito lavorativo tra parlanti di madrelingua diversa costretti a servitisi

dell’italiano come piattaforma di comunicazione costituiscono un esempio di interazione simmetrica.

Nel repertorio dei nuovi italiani fanno parte la varietà di apprendimento, che sono instabili e transitorie ed evolvono verso una

competenza ottima della nostra lingua. Negli anni 80 si sono sviluppati in italia studi di linguistica acquisizionale che hanno per oggetto

l’apprendimento dell’italiano L2 dagli adulti. Tali studi mirano ad individuare le fasi del processo di apprendimento spontaneo. Si pensa

che le produzioni linguistiche degli apprendenti siano il frutto di ipotesi sul funzionamento della lingua di cui si stanno impossessando e

delle conseguente elaborazione di una grammatica mentale provvisoria, che si avvicina per tappe a quella del parlante nativo fino a

coincidere con essa. Tale sistema è definito interlingua. Gli errori che lì apprendente fa in un det momento del percorso sono una diagnosi

delle sue competenze, che aiuta a formulare ipotesi sullo sviluppo futuro della competenza di particolari gruppi.

L’intelingua è una processo di elaborazione autonoma dell’input e porta l’apprendete a elaborare ipotesi sul suo funzionamento.

Per descrivere lo sviluppo della competenza in una lingua straniera si usa far riferimento ai livelli individuati dal Quadro comune europeo

di riferimento per le lingue, che prevede tre gradi di autonomia dell’apprendere (A=base, B=indipendenza, C= padronanza) dei quali

ciascuno è diviso in 2 sottogruppi.

Lo sviluppo dell’interlingua si può descrivere attraverso la formulazione di sequenze acquisionali. Nella fonetica si osserva una tendenza

a semplificare la pronuncia di fonemi difficili (affricate dentali e palatali, sostituite dalle fricative).

Fossilizzazione che impedisce il raggiungimento della competenza del parlante attivo ed è attribuito a fattori di natura diversa, scarso uso

della lingua e capacità a comunicare anche con livello base.

Sviluppo di letteratura italiana scritta da stranieri. L’originalità di questi resti sta nella mettere un campo diverso sul mondo. E

introduzione di novità

- introduzione di nuovi referenti (termini di cibi od oggetti appartenenti alla cultura di partenza)

- attenzione costante per a riflessione sulla lingua. Esempio con trasferimento di metafore e proverbi modi di dire della lingua di origine

nella lingua di adozione.

- emergere di un rinnovato rapporto tra oralità e scrittura (autori in cui la storia è ascoltata prima di essere scritta)

- riflessione sui problemi identitari. I L LESSICO IN CLASSE

Gli insegnati devono porre attenzione sulle conoscenza degli alunni costituitesi negli anni antecedenti l’ingresso a scuola, in famiglia e

nell’ambiente circostante, anche attraverso l’esposizione alla televisione. Il sapere lessicale differenzia i bambini in base alla qualità della

conoscenza che hanno delle parole.

Le ricerche non sono concordi nel definire quante parole si conoscono nei diversi stadi evolutivi, ma convengono sull’aumento del

numero di parole che i bambini mostrano di comprendere e usare da un anno all’altro. Molte parole si acquisiscono in modo naturale,

tuttavia non sempre l’acquisizione spontanea è sufficiente a determinare con precisione sensi e significati, a specificare ambiti d’uso delle

parole, a individuare collocazioni sintattiche privilegiate. I suggerimenti contenuti nelle Indicazioni richiedono un docente che sappia

lavorare con i dizionari, conosca la produzione editoriale più innovativa, abbia la capacità di pianificare e progettare in autonomia e

stabilire le soglie cui pervenire.

Per gli italofoni nativi un tetto massimo è rappresentato dal lemmario dei dizionari pedagogici, da 15000 a 30000, a seconda dell’età e

degli scopi del dizionario.

Uno spoglio della carta stampata che va in mano ad alunni della scuola primaria dai 6 ai 10 anni (libri di scuola, di lettura e fumetti) ha

determinato in circa 1800 le parole diverse usate per coprire il 90% di qualsiasi testo scritto da adulti per i bambini. Sembrerebbe dunque

non improprio orientarsi su 2000 parole diverse come competenza attiva nell’intero ciclo della scuola primaria. Queste parole solo

numericamente coincidono con le 2000 fondamentali del vocabolario di base, perché possono includere anche parole specifiche delle

discipline che gli alunni incontrano nello studio e parole apprese attraverso i mezzi di comunicazione di massa. Le parole fondamentali

dell’intero vocabolario di base dovrebbe essere acquisito attivamente e certificato.

schema sociolinguista, studioso delle varietà dell’italiano quale Gaetano Berruto (1993).

Le parole non sono neutre: conoscerle, saperle scegliere e adoperarle nei contesti appropriati è parte della competenza lessicale. Non si

tratta soltanto del gusto di evitare le ripetizioni di uno stesso vocabolo ma la scelta delle parole contribuisce a connotare una varietà di

lingua e a dare prova delle capacità di passare da una varietà all’altra in modi consapevoli. Questa possibilità di selezione lessicale

implica l’adozione di una visione della lingua italiana sensibile in modo percettibile al variare degli elementi della comunicazione: a chi

si parla, dove ci si trova, che genere di testo si sta producendo, quale è lo scopo del comunicare ecc . Vuol dire imparare anche per tramite

delle scelte lessicali ad adeguarsi a registri linguistici e a sottocodici specifici. L’architettura dell’italiano gamma di varietà che si

distribuisce in uno spazio costituito da tre assi: asse diamesico è quello che riguarda il mezzo adottato per esprimersi, delimitato ai suoi

estremi dal polo scritto e dal polo orale; asse diastratico è quello su cui si collocano gli strati sociali contraddistinti a un estremo da alti

livelli di istruzione e di condizione socio-culturale e all’altro polo da bassi livelli sia di istruzione sia di cultura; asse diafasico, infine,

pone agli estremi il massimo di formalità e il massimo di informalità.

Alla intersezione degli assi diamesico e diafasico, con una maggiore polarizzazione verso il polo scritto, si trova la varietà standard a base

prevalentemente letteraria, cui si affianca il cosiddetto “neostandard” in cui si riscontrano molti elementi entrati nell’uso attraverso il

parlato. Accanto a queste due varietà, Berruto individua sull’asse diafasico sia i registri linguistici sia i sottocodici: l’italiano aulico

formale, l’italiano burocratico, l’italiano scientifico; l’italiano parlato colloquiale, l’italiano regionale popolare, l’italiano informale

trascurato, l’italiano gergale, disposti nel quadrante opposto, connotati dal prevalere dell’oralità e contraddistinti dall’utilizzo della parte

bassa dell’asse diastratico. 1.3 Il lessico a strati

La fase iniziale del percorso di apprendimento riguarda i vocaboli fondamentali e di alto uso, cui seguono i vocaboli delle discipline. Il

lessico è visto come successione di fasce di vocaboli. Si specifica l’importanza di curare il vocabolario di base, ovvero i primi 2000

vocaboli detti “fondamentali” e i successivi 3000 di “alto uso”.

2.1 Il lessico condiviso

I docenti di tutto il primo ciclo di istruzione dovranno promuovere, all’interno di attività orali e di lettura e scrittura, la competenza

lessicale relativamente sia all’ampiezza del lessico compreso e usato (ricettivo e produttivo) sia alla sua padronanza nell’uso sia alla sua

crescente specificità. Tutti i docenti sono chiamati a dare un apporto allo sviluppo della competenza lessicale degli allievi, tenendo in

debito conto la loro età e la loro esperienza lessicale già maturata anche se in ambienti distanti dalla formalità della scuola.

Lo sviluppo della competenza lessicale deve rispettare gli stadi cognitivi del bambino e del ragazzo e avvenire in stretto rapporto con

l’uso vivo e reale della lingua, non attraverso forme di apprendimento meccanico e mnemonico. La lingua appresa a scuola affianca il

primo idioma materno. 2.2 Condivisione e distinzioni di responsabilità

Di certo l’insegnante disciplinarista è responsabile del lessico tecnico-specialistico della materia che insegna. Il vocabolario tecnico-

specialistico è dunque di quasi esclusivo appannaggio degli insegnanti delle singole discipline. Ma non basta. In quanto utente della

lingua italiana per ogni azione didattica, il disciplinarista condivide con il docente di Italiano la responsabilità dell’incremento e della

stabilizzazione di quella parte del vocabolario con cui si intrecciano le parole tecniche, le parole di ogni giorno. Infine, sempre in

condivisione con il docente di Italiano e con tutti gli altri insegnanti delle altre discipline, ogni singolo componente del collegio di classe

si farà carico di quella serie di vocaboli che i lessicografi usano nelle definizioni.

Sono le parole definitorie, quelle che servono a spiegare il significato e con cui sono costruite le definizioni, tavolta nei dizionari la

definizio delle parole possono essere di difficile comprensione per i bimbi. Il Cambridge International Dictionary of English riporta alla

fine dei lemmi tutte le parole usate nelle definizioni. Le definizioni in questo vocabolario sono scritte usando una lista di meno di 2000

vocaboli. Le parole della lista sono state attentamente scelte tenendo presenti i seguenti principi:

1. usa parole comuni di alta frequenza;

2. usa parole che hanno lo stesso senso nell’inglese britannico e nell’inglese americano;

3. è semplice da comprendere per l’apprendente;

4. evita parole vecchio stile;

5. evita parole che possono essere confuse con altre parole in inglese;

6. evita parole che possono essere confuse con parole straniere;

7. contiene parole utili per spiegare altre parole. 2.3 I meccanismi delle definizioni

La definizione, chiamata anche parafrasi lessicale, è composta di due parti: il definiendum, ciò che è da definire, e il definiens, la parte

che definisce; le due parti contraggono tra loro una relazione di equivalenza: l’una vale l’altra.

Meccanismi attraverso cui si realizza la relazione di equivalenza, uso di iperonimi, ovvero a una parola gerarchicamente superiore; altri

inseriscono la parola da definire in una classe di oggetti che svolgono la stessa funzione.

Talora la definizione è ottenuta con una ripetizione dello stesso definiendum che viene inserito in un contesto esplicativo familiare. Le

definizioni usate nelle discipline di studio si staccano dal mondo dell’esperienza quotidiana. Per evitare che la loro astrattezza possa

costituire un ostacolo per gli alunni, dobbiamo mantenere il rapporto con la manipolazione degli oggetti, con le esperienze di laboratorio

per concorrere a costruire uno sfondo su cui innestare le concettualizzazioni delle definizioni.

Definire è un lavoro da condurre nel tempo e da ancorare nello spazio: subito davanti a una esperienza e dopo riflettendo e

sistematizzando. Le parole definite devono stabilire dei ponti tra i sensi più comuni e il senso specialistico, in modo da costruire nella

mente del ragazzo i legami che intercorrono tra le varie accezioni di una stessa parola.

3. Lessico e numeri

Con lessico di una lingua ci si riferisce a tutte le parole di una lingua, sia a quelle in uso attualmente, sia a quelle usate un tempo e ormai

uscite anche dalla memoria dei parlanti, sia infine alle parole che, utilizzando i fonemi della lingua italiana e le regole per la formazione

delle parole, potrebbero entrare a farne parte. 3.1 Le parole dei dizionari: la quantità

Qualsiasi dizionario pensato per gli apprendenti è commisurato alla “cercabilità”, ovvero alla possibilità che un allievo ricerchi una certa

parola in quell’arco di tempo in cui frequenta un certo tipo di scuola e incontra, a un livello iniziale e poi intermedio, alcune aree del

sapere. 3.2 Le parole dei dizionari: l’uso

Nel cuore di ogni dizionario sono contenute le parole del vocabolario di base (VdB) di una lingua: è l’insieme di vocaboli noto a tutte le

persone di una comunità linguistica, indipendentemente dalla loro professione e con grado di istruzione corrispondente alla scuola di

base. Esso costituisce il nucleo essenziale di ogni lingua e comprende le parole più usate,

individuate attraverso i lessici di frequenza: le prime 2000 parole più frequenti e più usate, il cosiddetto vocabolario fondamentale

(articoli, verbi come essere, avere, dire, fare) e un gruppo di 3000 parole, dette di alto uso (congiunzioni, preposizioni, avverbi). A

questi due insiemi si aggiunge un terzo gruppo di circa altre 2000 parole meno frequenti delle altre ma presenti nella mente di tutti i

parlanti, perché riguardano per esempio oggetti di cui non si parla ma con cui si ha a che fare; queste parole sono chiamate di alta

disponibilità o familiarità.

Il vocabolario di base della lingua italiana include il vocabolario fondamentale (2000), il vocabolario di alta frequenza (3000) e il

vocabolario di alta disponibilità o familiarità (circa 2000) per un totale di circa 7000.

Attorno al vocabolario di base si addensa uno strato di vocaboli chiamati “parole comuni” (la marca è CO): sono circa 40.000 parole

adoperate in più ambiti e mestieri e che sono note a persone con livelli di istruzione medio-superiore, corrisponde al 20% del vocabolario

esteso. Da questo corpo ancora compatto di vocaboli si sgranano i lessici legati ad ambiti specifici: sono le parole tecnico-specialistiche

(marca TS) – circa 100.000. Ulteriori marcature permettono di individuare le parole di esclusivo uso letterario (LE), le parole straniere

(ES, esotismi), parole d’uso regionale (RE), parole dialettali (DI), parole poco usate, rare (BU, basso uso) e quelle che stanno per uscire

dall’uso ma sono tuttavia ancora registrate in molti dizionari in commercio come obsolete (OB).

Tecnicismi sono caratterizzati da monosemia: significato tendenzialmente univoco e condiviso mentre le parole comuni hanno spesso più

di un’accezione ossia sono polisemiche. Le vie attraverso cui si formano i tecnicismi sono 3:

- si può prendere i prestito il termine da altre lingue

- si può coniare un nuovo termine attingendo alle risorse della morfologia lessicale

- si può rideterminare il significato di una parola o di un’espressione già esistente. Questo processo prende il nome di risemantizzazione e

può andare in due direzioni: 1) dalla lingua comune a un linguaggio specialistico; 2) da un linguaggio specialistico a un altro. Possono

verificarsi anche casi di detecnificazione cioè passaggi da un linguaggio specialistico alla lingua comune.

4. Le parole da imparare- 4.1 I suggerimenti normativi

È compito della scuola prendersi carico del vocabolario di base, almeno nelle due fasce legate al criterio della frequenza.

Al docente di Italiano spetta l’onere maggiore: il compito di saggiare l’entità del patrimonio lessicale in entrata e di procedere al suo

sviluppo ideando percorsi didattici per l’ampliamento del bagaglio lessicale e garantendo, in uscita, il dominio pieno del vocabolario di

base entro la conclusione del primo ciclo dell’istruzione.

Traguardi per lo sviluppo della competenza al termine della scuola dell’infanzia

- Il bambino usa la lingua italiana, arricchisce e precisa il proprio lessico, comprende parole e discorsi, fa ipotesi sui significati.

- Sa esprimere e comunicare agli altri emozioni, sentimenti, argomentazioni attraverso il linguaggio verbale che utilizza in differenti

situazioni comunicative.

- Sperimenta rime, filastrocche, drammatizzazioni; inventa nuove parole, cerca somiglianze e analogie tra i suoni e i significati.

Traguardi per lo sviluppo delle competenze al termine della scuola primaria

- L’allievo capisce e utilizza nell’uso orale e scritto i vocaboli fondamentali e quelli di alto uso; capisce e utilizza i più frequenti

termini specifici legati alle discipline di studio.

Traguardi per lo sviluppo delle competenze al termine della scuola secondaria di primo grado

- L’allievo comprende e usa in modo appropriato le parole del vocabolario di base (fondamentale; di alto uso; di alta disponibilità).

- Riconosce e usa termini specialistici in base ai campi di discorso.

- Adatta opportunamente i registri informale e formale in base alla situazione comunicativa e agli interlocutori, realizzando scelte lessicali

adeguate.

Alla fine della primaria bisogna conoscere i vocaboli fondamentali e di alto uso, alla fine della terza media si aggiunge alle prime due

fasce anche il vocabolario di alta disponibilità (AD). Dal punto di vista quantitativo l’ampliamento ha senso; con lo sviluppo cognitivo e

memoriale può aumentare il carico delle parole da padroneggiare. Sotto il profilo della qualità, del tipo di parole racchiuso in questa

fascia, l’inclusione delle parole ad alta disponibilità come il “di più” richiesto alla scuola media appare poco sostenibile.

La fascia di vocaboli AD non è legata alla frequenza oggettiva misurata sul numero di volte in cui una parola di quel raggruppamento è

adoperata; essa ci è familiare perché presente nella vita quotidiana e, sebbene scarsamente oralizzata o scritta, rimane nella mente, a

disposizione. Sono le parole di alto uso, non sempre quotidiane e non sempre con alti numeri di occorrenze, a offrire maggiori difficoltà,


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9 mesi fa


DETTAGLI
Esame: Linguistica 1
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze della formazione primaria
SSD:
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher saradeluca1993 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Linguistica 1 e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Modena e Reggio Emilia - Unimore o del prof Favilla Maria Elena.

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