Capitolo 1: I sistemi formativi nei paesi di riferimento
Italia
Il sistema scolastico italiano attribuisce un ruolo preminente alla formazione scolastica: quella liceale classica riguarda oltre il 40% degli studenti e quella professionale (istituti tecnici e professionali) riguarda un terzo dei giovani. La formazione professionale, invece, ha da sempre occupato un ruolo inferiore, sia sul piano quantitativo che politico e dell'opinione pubblica.
Con una legge del 2001, si è avviato un decentramento dei poteri dello stato verso gli enti territoriali e le istituzioni scolastiche. La legge Biagi del 2003 ha introdotto la possibilità per i liceali di entrare nel mondo del lavoro attraverso stage, la legge Moratti del 2003 apre percorsi di formazione professionale di primo e secondo livello legati all'apprendistato in azienda. Queste leggi stabiliscono le premesse per un coinvolgimento e una responsabilizzazione maggiori del mondo aziendale nella formazione.
Obbligo formativo
Con un decreto del 2007, il periodo di scolarità obbligatoria va dai 6 ai 16 anni. Tuttavia, con una legge del 2005, si stabilisce che nessun giovane può interrompere il proprio percorso formativo prima dei 18 anni senza aver conseguito un titolo di studio o una qualifica professionale.
Percorso formativo
A tre anni i bambini possono accedere alle scuole dell'infanzia, per poi passare alla scuola primaria (5 anni) e alla scuola secondaria di grado inferiore (3 anni). Il primo ciclo di studi è obbligatorio e comune e termina con il diploma di scuola secondaria, requisito fondamentale per accedere al secondo ciclo.
- Curricoli di tipo culturale generale: liceo classico, scientifico (che preparano agli studi universitari), artistico, socio-psico-pedagogico (docente e attività rivolte al sociale).
- Curricoli di tipo professionale:
- Istituti tecnici (5 anni, dopo il biennio in comune ci sono diversi indirizzi e specializzazioni),
- Professionali (3 anni dopo i quali si ottiene un diploma di qualifica professionale, più due anni post qualifica facoltativi),
- D'arte (3 anni da cui si consegue il titolo di "maestro d'arte" più biennio facoltativo).
A questi si aggiunge la formazione professionale di primo livello erogata da agenzie accreditate dalle regioni attraverso corsi di formazione professionale triennali rivolti a quei ragazzi che al termine del primo ciclo escono dal canale scolastico. Sono frutto di collaborazione tra le agenzie e le istituzioni scolastiche. Sono di due tipi:
- Percorsi di formazione professionale: focalizzati sulle attività delle agenzie, finalizzati al conseguimento di una qualifica e all'eventuale rientro nel sistema di istruzione.
- Percorsi integrati di istruzione e formazione: focalizzati sulle attività delle istituzioni scolastiche, prevedono la prosecuzione automatica nel percorso scolastico.
Nuove leggi
Con la riforma Moratti il secondo ciclo viene riorganizzato in due rami principali:
- Sistema dei licei: si compone di 8 diversi indirizzi di durata quinquennale che terminano con un esame di Stato al cui superamento si ottiene il "diploma di maturità liceale", titolo necessario per l'accesso all'università e all'alta formazione artistica, musicale e coreutica.
- Formazione professionale: istituti tecnici, istituti professionali, istituti d'arte e corsi di primo e secondo livello realizzati dalle agenzie accreditate.
La legge consente attraverso i passaggi di crediti dei dispositivi "passerella" che consentono, mantenendo i crediti, di passare da un liceo/istituto a un altro.
Con la legge Biagi e la riforma Moratti vi è l'intenzione di agevolare l'alternanza scuola-lavoro con la finalità di assicurare ai giovani l'acquisizione di competenze immediatamente spendibili nel mercato del lavoro. Il decreto stabilisce che gli studenti che hanno compiuto 15 anni di età, possono richiedere di svolgere la formazione dei successivi 3 anni, alternando periodi di studio e lavoro. I percorsi di alternanza sono progettati, attuati e verificati sotto responsabilità della scuola, sulla base di convenzioni con le imprese e con le associazioni di rappresentanza (camere commercio, industria...).
Apprendistato
L'apprendistato integra lavoro e formazione. È un "contratto di lavoro a causa mista", in cui, oltre a un rapporto di lavoro vero e proprio, si costituisce un obbligo da parte dell'azienda a fornire la formazione necessaria per creare dei lavoratori qualificati. Con una legge del 2003 si stabilisce un'unica tipologia di apprendistato, rivolta ai giovani dai 16 ai 24 anni e con l'obiettivo di facilitare il passaggio tra scuola e lavoro e ciò non comporta necessariamente un'alternanza scuola lavoro, perché è preso a carico prevalentemente dalle aziende.
Con la legge Moratti si cerca di favorire l'alternanza scuola-lavoro, soprattutto per quei giovani dai 14 ai 18 anni che sottostanno ancora all'obbligo d'istruzione. Con la riforma vengono istituiti tre tipi di apprendistato, l'età massima per l'assunzione con un contratto di apprendistato passa a 29 anni e per la prima volta si dà la possibilità di acquisire una qualifica professionale, un diploma o una laurea attraverso un percorso formativo svolto in orario di lavoro.
Negli ultimi anni il numero di apprendisti è in costante crescita; vi è tuttavia il rischio che il contratto di apprendistato sia utilizzato come un contratto di lavoro a bassa remunerazione.
- Apprendistato per l'espletamento del diritto dovere di istruzione e formazione (I tipo): possono essere assunti i giovani dai 15 anni o con più di 18 se non hanno completato gli studi. È diretto all'acquisizione di una qualifica professionale ed è applicabile a qualsiasi settore e attività. È regolato dalle regioni e dalle province d'intesa con ministri del lavoro e istruzione e con associazioni dei lavoratori e dei datori di lavoro. Questi soggetti definiscono i tipi di qualifiche che possono essere acquisite e il monte ore di formazione. Dura massimo 3 anni. È un tipo di contratto fino ad ora poco utilizzato.
- Apprendistato professionalizzante per l'ottenimento di una qualificazione (II tipo): riguarda soggetti dai 18 ai 29 anni, per qualsiasi settore o attività. Ha lo scopo di far acquisire competenze di base, trasversali e tecnico-professionali e dura tra i 2 e i 6 anni. I tipi di qualifica e il monte-ore (almeno 120 annuali) sono stabiliti dalla contrattazione collettiva nazionale, territoriale o aziendale. È l'unica tipologia di contratto a non essere finalizzata all'acquisizione di un titolo di studio ma alla qualificazione del lavoratore.
- Apprendistato per l'acquisizione di un diploma o per percorsi di alta formazione (III tipo): finalizzato al conseguimento di un titolo di studio di livello secondario, universitario, di alta formazione o di un master di primo o secondo livello. È per i giovani da 18 a 29 anni già in possesso di un titolo di studio.
Nonostante queste forme di apprendistato, la vecchia forma rimane ancora la più diffusa.
Formazione post-secondaria non terziaria
Si svolge nei percorsi di formazione professionale di secondo livello organizzati dalle regioni attraverso le agenzie formative e nei percorsi di istruzione e formazione tecnica superiore (IFTS).
La formazione professionale di secondo livello: rivolti ai giovani già in possesso di un diploma di scuola superiore o di una qualifica di I livello. Sono di circa 400/600 ore e prevedono lo svolgimento di uno stage in azienda. Al termine si consegue una qualifica di II livello.
Il sistema di istruzione e formazione tecnica superiore (IFTS): ha l'obiettivo di creare figure professionali altamente specializzate. Tre sono le tipologie di intervento possibile:
- Gli ITS hanno il compito di realizzare percorsi biennali finalizzati al conseguimento di diplomi di specializzazione tecnica superiore nelle aree tecnologiche prioritarie a livello nazionale e europeo (es: efficienza energetica, mobilità sostenibile, nuove tecnologie...)
- Percorsi di formazione e istruzione tecnica superiore di durata annuale, finalizzati al conseguimento di certificati di specializzazione tecnica superiore in settori diversi dagli ITS.
- Poli tecnico-professionali, in cui si favorisce l'integrazione tra sistemi locali, mondo del lavoro, sedi ricerca scientifica e tecnologica e sistema della formazione professionale.
Attualmente il sistema di istruzione e formazione tecnica superiore si compone di 49 figure professionali definite a livello nazionale. L'accesso al sistema di IFTS è subordinato al possesso di un diploma di scuola superiore. La durata dei percorsi di formazione va dai 2 ai 4 semestri, per un monte-ore di 1200-2400 ore che termina con un "certificato di specializzazione tecnica superiore".
Formazione terziaria
Il nuovo sistema universitario italiano, detto "tre più due", si articola in corsi di laurea triennali, corsi di laurea specialistica (accesso con possesso di laurea triennale), master universitari (di primo livello, per i quali bisogna avere una laurea triennale e di secondo livello, subordinati al possesso di una laurea specialistica), e dottorato di ricerca. Accanto ai nuovi corsi "tre più due" è in vigore un limitato numero di corsi a ciclo unico che rilasciano un titolo equivalente alla laurea specialistica.
Capitolo 2: Economia della formazione: verso nuovi orizzonti?
Rapporto tra sistema economico e formativo
La ridefinizione del rapporto tra sistema economico e sistema formativo, tra scuola e mondo del lavoro, costituisce una delle sfide della società moderna. Entrambi i sistemi si trovano in un processo di radicale e profonda trasformazione.
L'accostamento di economia e formazione non risulta verosimilmente immediato: se l'economia viene di solito identificata piuttosto con il lavoro, il denaro e tutto quanto è di mera utilità, la formazione è associata prevalentemente alla cultura, al diletto e in definitiva a tutto quanto è ricollegabile con una visione umanistica dell'esistenza.
Origini dell'economia classica
Già nel periodo mercantilista del '600, William Petty iniziò a stimare il valore monetario dell'uomo tenendo conto del salario, della durata media di conseguimento del salario e del tasso d'interesse del mercato. Adam Smith (1723-1790) inizia a leggere l'educazione in ottica strettamente economica, attribuendo al grado di preparazione del lavoratore un ruolo nella determinazione del valore di un prodotto. L'abilità del lavoratore può essere vista in analogia a una macchina che è in grado di ridurre il tempo di lavoro per produrre una merce o migliorarne la qualità.
Cominciano a farsi strada le idee che la formazione possa avere carattere d'investimento e che fra grado di qualifica e salario ci sia una relazione. Smith attribuisce all'educazione anche un valore sociale quale misura e deterrente contro la criminalità. Jeremy Bentham difende una posizione analoga quando sostiene che un investimento pubblico nell'educazione verrebbe compensato dai risparmi dello Stato, in particolare nel settore delle pene detentive.
Heinrich Von Thünen annovera le capacità umane tra il capitale produttivo di una nazione e conferma la relazione tra formazione e produttività e tra formazione e salario. In quanto essenziale per il capitale umano la formazione tende quindi a venir concepita economicamente come una forma di capitale a sé stante e quindi ad assumere l'entità di una merce scambiabile sul mercato.
John Stuart Mill critica il concetto di formazione come merce, quando sottolinea i limiti del mercato in materia di educazione, poiché l'istruzione sarebbe una merce non in grado di rispondere alle condizioni necessarie per un mercato che funziona secondo le regole della concorrenza. Alfred Marshall critica il concetto di capitale umano, considerandolo irrealistico, e preferendo l'idea secondo la quale il valore monetario dell'uomo si definisce attraverso ciò che consuma, formazione compresa.
Così, se gli economisti classici avevano iniziato a intessere teoricamente la relazione tra economia e formazione sulla base di una visione della formazione come fattore produttivo, come capitale a sé stante e come oggetto di investimento, di seguito l'interesse si attenuò a favore di una concezione della formazione vista esclusivamente come bene di consumo.
Economia della formazione moderna
La teoria neoclassica individua un fattore residuale. Gli economisti constatano statisticamente che l'incremento del prodotto di una nazione non è spiegabile solo con il valore dei fattori produttivi utilizzati. La somma delle risorse (forza lavoro e fattori materiali) è decisamente inferiore al valore del prodotto realizzato, il che rende plausibile l'esistenza di un valore residuale.
Negli anni '50, nel contesto della guerra fredda, si rafforza anche la convinzione dell'importanza della formazione in relazione al ruolo che una nazione può avere nel gioco delle forze internazionali. Il discorso della formazione acquisisce anche significato socio-politico e macroeconomico e motiva lo stato ad assumere un ruolo attivo e a investire nella formazione. Decisivo è, dagli anni '60, l'impegno delle organizzazioni internazionali quali l'OCSE, per i paesi occidentali e la banca mondiale, per i paesi in via di sviluppo. Esse forniscono legittimazione e risorse per studi empirici sul ruolo della formazione e per la crescita economica.
La teoria del capitale umano supera la concezione di formazione quale bene di consumo, per considerarla un bene d'investimento atto a migliorare la produttività di chi ne è portatore e di conseguenza anche il suo reddito. In secondo luogo inserisce la visione secondo cui l'individuo investirebbe nella formazione per assicurarsi il proprio benessere futuro. È questa l'idea di un return of investment, in cui si dovrebbe investire tenendo conto, sul fronte delle spese, anche dei costi di opportunità, vale a dire dei guadagni persi. Le differenze di reddito, ma anche di status sociale, vengono fatte dipendere direttamente dagli investimenti formativi.
Mincer, con "l'equazione di Mincer" calcola la redditività della formazione quale tasso di rendimento derivante dal confronto tra lo stipendio medio durante e dopo la formazione e lo stipendio di una persona non formata. Il capitale umano viene fatto coincidere con gli anni d'istruzione e corrispondentemente quantificato. Alla formazione si attribuisce un potenziale produttivo (maggiore produttività = reddito maggiore).
Becker distingue tra capitale umano specifico e capitale umano generale, che si distinguono per il loro potenziale di trasferibilità. Il capitale umano specifico fa riferimento alle conoscenze strettamente in relazione con la professione studiata e/o l'impresa ed è quindi difficilmente trasferibile fuori dall'azienda/settore. Il capitale umano generale, invece, riguarda conoscenze più generali che possono interessare varie attività lavorative e sono quindi riutilizzabili anche in altri ambiti professionali. La bassa trasferibilità giustifica il finanziamento della formazione specifica da parte dell'impresa, mentre l'alta trasferibilità della formazione generale giustifica il suo finanziamento da parte dell'individuo stesso o della collettività. L'individuo quindi dovrebbe assumere i costi per la formazione generale e l'azienda quelli per la formazione specifica. Si assume che l'investimento potrà essere redditizio a fine formazione, cioè quando la persona formata potrà raggiungere un rendimento superiore.
Il rapporto tra formazione e crescita economica è d'ordine macroeconomico. Questo campo d'indagine mira a quantificare l'impatto della formazione sullo sviluppo economico e sul PIL. Schultz e Kendrick notano come all'aumentare del capitale umano utilizzato (spese per la formazione) aumenta il reddito di uno stato. Restano da distinguere causa ed effetto: è la formazione sotto forma di capitale umano che origina la crescita economica o è il maggior benessere a originare una migliore formazione?
Nasce l'idea che, con la politica, sia possibile guidare la produzione di capitale umano tenendo conto della domanda del mondo del lavoro e della domanda sociale di cultura e al tempo stesso, pilotare il rapporto tra sistema formativo e sistema occupazionale. Friedman postula la fine del monopolio formativo statale e un sistema scolastico basato sulla concorrenza tra le scuole, concepite alla stregua di aziende che producono una merce come qualsiasi altra. Se negli USA la privatizzazione dell'offerta formativa ha raggiunto livelli ragguardevoli, la resistenza politica al finanziamento pubblico di una scuola privatizzata ha impedito in Europa al modello di trovare applicazione su vasta scala.
Fra i fattori che hanno contribuito a dare nuovi impulsi all'economia della formazione nei paesi europei vanno menzionati: le discussioni sulla qualità della formazione, i problemi finanziari che hanno costretto le scuole a razionalizzare le risorse, gli squilibri sul mercato di lavoro e la disoccupazione.
La teoria del capitale umano: già all'inizio degli anni '60 si fa strada la teoria dello screening che contesta la validità dell'ipotesi di produttività della formazione, affermando che le conoscenze acquisite a scuola non sono direttamente rilevanti per l'attività produttiva. Di fatto i certificati e le qualifiche avrebbero solo un valore di segnale per capacità potenziali attinenti al carattere e alla personalità ritenute molto più importanti per l'azienda. La scuola ha quindi una funzione di filtro e le aziende utilizzerebbero il segnale, rappresentato dai certificati, per selezionare i soggetti che comunque dovranno essere indirizzati verso un percorso di addestramento ulteriore.
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