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La progressiva integrazione dei mercati

È provocata da vari elementi:

Evoluzione dei mercati

Vi è un generale rallentamento della crescita economica e una maggiore competitività che spinge l’espansione in nuovi mercati. Inoltre si diffonde maggiormente anche l’economia di mercato e la riduzione delle barriere all’entrata. Importante anche la presenza delle nuove economie emergenti.

Contesti istituzionali

Evoluzione degli istituti pubblici e privati i quali aiutano le imprese nell’internazionalizzazione delle imprese nazionali. Anche i vari paesi si muovono per incentivare le imprese straniere ad investire sul loro territorio (ad es. tramite finanziamenti agevolati, incentivi fiscali, ecc).

Progresso tecnologico e il comportamento delle imprese

Il knowhow delle imprese diventa una risorsa produttiva, assumendo un ruolo sempre più fondamentale nei processi di produzione; il sapere ha una natura transazionale e interaziendale e può essere trasferito tra le varie aziende o vengono avviate delle cooperazioni tra imprese collegate; i cicli di innovazione tecnologica sono più veloci; maggiore facilità di comunicazione e dei trasporti, quindi di conseguenza anche di beni e persone; crescita delle dimensioni di impresa e conseguenti processi di concentrazione e alleanze.

Comportamento di consumo

Questo tende da un lato verso l’omogeneizzazione, la quale è favorita dalla maggiore comunicazione e dalla standardizzazione di molti processi produttivi, dovuto all’unificazione delle normative sui prodotti, dai processi di distribuzione. Inoltre c’è una maggiore razionalità e sensibilità al prezzo e ai prodotti standardizzati. Tuttavia viene comunque richiesta varietà, sensibilità all’innovazione e alla qualità dei servizi, con conseguente costituzione di numerosi segmenti per soddisfare le varie caratteristiche di una domanda, rimanendo comunque l’importanza di aspetti tipici e culturali dell’ambiente, i quali impongono adattamenti.

Come conseguenza a tutti questi elementi la competizione si fa più accesa e sofisticata, aumentando le opportunità di apprendimento e approvvigionamento per le imprese capaci di adattarsi alle dinamiche dei mercati internazionalizzati. Ma si moltiplicano anche i rischi e costi per quelle che invece questo cambiamento non lo riescono ad affrontare. Le grandi imprese si dedicheranno principalmente ai mercati di massa, con una struttura produttiva e organizzativa che garantisce margini di flessibilità per rispondere al mercato; mentre le PMI avranno spazi di mercato ristretti e il loro sviluppo potrà essere eventualmente possibile tramite la cooperazione con le altre imprese.

Internazionalizzazione della catena del valore

Le imprese tendono sempre più ad essere inserite in catene del valore (o filiere) di natura internazionale. Con questa catena l’impresa viene rappresentata come un insieme di attività distinte e ciascuna delle quali contribuisce a generare il valore offerto al mercato tramite prodotti e dunque il vantaggio competitivo aziendale.

Il ciclo economico di un prodotto dalla produzione fino al suo consumo è diviso in diverse fasi, distinguibili in primarie e di supporto. Le prime sono distinguibili in:

  • Disponibilità del capitale e acquisizione di input.
  • Trasformazione, marketing e vendita degli output.
  • Distribuzione.
  • Assistenza post vendita.

Quelle di supporto si riferiscono invece a:

  • Approvvigionamenti.
  • Ricerca e sviluppo.
  • Gestione delle risorse umane.
  • Infrastrutture e servizi di supporto.

A questo ciclo si può collegare il concetto di filiera la quale è definita come la concatenazione di tutte le imprese inserite nella catena del valore di un prodotto (appunto il suo complessivo processo di produzione). Ad ogni passaggio della filiera c’è un rapporto fornitore-cliente (quindi uno scambio di mercato) e tutte le parti concorrono al posizionamento e al vantaggio competitivo sul mercato finale. Dunque tutti contribuiscono alla sua efficienza/efficacia, alcune conoscenze vengono condivise e rendono più facile l’innovazione, mentre la trasparenza permette un’efficace azione di controllo e individuazione delle responsabilità.

All’interno della filiera c’è sempre una maggiore attenzione alla natura e alla coerenza delle varie fasi della produzione, con una ricerca complessiva tale da permettere un uso ottimale delle risorse e dei ruoli, e di conseguenza anche delle fasi dell’attività. Il processo di cui è composta la filiera è molto complesso e articolato, in quanto ogni soggetto vende il prodotto a più clienti e si fornisce a sua volta da più fornitori. Inoltre, ogni impresa tratta più prodotti differenziati e risulterà quindi inserita in più filiere. Prendendo come riferimento l’impresa produttrice si avranno: un segmento a monte dove sono presenti i mercati di fornitura dei fattori di produzione; un segmento a valle dove c’è il mercato rivolto al distributore (1mo livello) che può essere a sua volta fornitore di un altro distributore; infine, il mercato finale dove si vende al consumatore.

La catena del valore si può realizzare sia in uno che in più ambienti di riferimento, con una loro configurazione culturale, sociale, politica ecc. La dimensione geografica che si vuole prendere come riferimento può essere invece: locale (filiera composta da piccole imprese), nazionale (medie imprese), regionale (composta cioè da più nazioni; anch’essa con filiere composte da medie imprese), globale (grandi imprese). Ma questa corrispondenza non è più molto valida, infatti ormai l’internazionalizzazione della filiera e del suo ambiente di riferimento non sono più una prerogativa delle grandi imprese.

La configurazione geografica delle attività d’impresa può essere sia dispersa che concentrata. I vantaggi della prima possono essere ricondotti ad una maggior aderenza alle tradizioni locali, la possibilità di affidare le attività al management locale, opportunità di accesso agli incentivi delle autorità locali e anche una complessiva riduzione dei costi logistici. Attuare invece una concentrazione geografica può essere utile per utilizzare fattori di produzione più competitivi, possibilità di conseguire economie di scala e riduzione dei costi. La scelta tra i due può essere influenzata da numerosi fattori e deve essere assunta avendo come riferimento non l’intera catena del valore ma le singole attività che la compongono.

Relazioni tra soggetti nella filiera

Esistono diversi tipi di relazioni tra questi soggetti: di mercato, di cooperazione, gerarchiche e di dipendenza. Possono essere presenti anche più di una contemporaneamente.

  • Relazioni di mercato: si risolvono con la transazione tra le parti le quali si confrontano tramite una contrattazione.
  • Relazioni di cooperazione: i soggetti instaurano una collaborazione con obiettivi condivisi e una relazione di una certa durata con scambi ripetuti.
  • Relazioni gerarchiche: un’impresa costituisce o acquisisce soggetti a monte o a valle, unendo così più anelli della filiera.
  • Relazioni di dipendenza: vi è una asimmetria generale tra i soggetti della filiera, dove il più forte agisce come channel leader.

Le relazioni sono generalmente verticali e ad esse si affiancano alcune orizzontali con soggetti di pari livello (possono essere di varia natura). Le prime possono essere indicate schematicamente con le sigle: B2B e B2C. Con il rapporto B2B si intendono tutte le transazioni effettuate in una catena prima che il valore venga venduto al consumatore finale, quindi sono relazioni fra imprese; in quello B2C viene indicato il rapporto fra impresa e consumatore. All’interno della filiera viene poi data tanta importanza che alla tracciabilità e alla rintracciabilità dei processi, in modo da garantire maggiore trasparenza e possibilità di applicare delle correzioni ad esso. Con la prima si intende la volontà di lasciare informazioni a ogni stadio della filiera; con la seconda invece è l’individuazione e raccolta di queste informazioni.

Le forme dell'internazionalizzazione

Le imprese appartenenti ad una filiera utilizzano varie forme di avvicinamento e penetrazione dei mercati esteri, le quali creano flussi di interscambio. Può infatti internazionalizzarsi la fase di fornitura (import di fattori, cooperazione con i fornitori, ecc); la fase di produzione (delocalizzando impianti, importando componenti, semilavorati, ecc); la fase di vendita (esportazione indiretta, diretta, integrata con proprie filiali all’estero, ecc).

Nel complesso sono distinguibili due tipi di forme di internazionalizzazione: Forme Base, che sono l’esportazione, il licensing e gli investimenti diretti; Forme Ibride, in pratica è la cooperazione e può essere informale (semplici accordi), formale contrattuale (JV contrattuale, franchising) e formale societaria (JV societaria). Questo è un processo che si configura come il risultato di una serie di esperienze e decisioni, le quali vengono realizzate grazie ad un parallelo processo di acquisizione e applicazione di conoscenze relative ai mercati, e utilizzando gli strumenti. La progressiva integrazione delle aree e dei mercati determina il manifestarsi di opportunità e rischi che accelerano il processo. La dimensione internazionale è diversa da quelle di impresa.

Il fenomeno dell'interscambio

Questo può essere di materie prime, risorse umane, semilavorati, prodotti finiti, servizi, knowhow e capitali. Le cause possono essere due: Naturali ed Economiche.

Naturali

È legata alla differente dotazione di risorse naturali delle varie aree, oppure dal fatto che alcune aree utilizzano poco o per niente alcune delle risorse possedute mentre altre aree ne fanno un uso importante. Per risorse naturali si intendono sia materie prime che forza lavoro ed energia.

Economiche

Sono legate allo sviluppo economico e alla specializzazione delle competenze produttive e sono da mettere in relazione alle migliori condizioni che si possono venire a creare in un paese per la produzione di un prodotto (Vantaggio Comparato). In questo paese il costo relativo generato sarebbe minore e aumenterebbe la tendenza alla specializzazione in questa produzione.

L’interscambio di risorse umane funziona in modo molto simile a quello delle materie prime, la forza lavoro viene trasferita da un paese all’altro con la delocalizzazione o tramite collaborazione tra imprese (Joint Venture); il trasferimento di prodotti finiti, che può riguardare anche un impianto industriale, può avvenire anch’esso tramite la delocalizzazione; trasferendo dei servizi (o un marchio) non si parla di un bene materiale, si esportano entrambi; con l’interscambio del knowhow si esportano i brevetti, mentre con quello di capitali si effettuano investimenti all’estero.

La specializzazione favorisce un aumento delle quantità prodotte e la creazione di un surplus di beni rispetto alle esigenze e vengono abbandonati quei beni di cui invece il vantaggio non c’è. Questo processo può essere implementato da varie forme di Economie di Scala:

  • Economia di Scala Produttiva: al crescere della domanda crescono anche le dimensioni d’impresa e questa Economia è la prima conseguenza di questo processo, portando ad un completo sfruttamento delle capacità produttive con conseguente abbassamento del costo medio del prodotto.
  • Economie di Scopo: con il processo di specializzazione si sviluppa insieme una cultura di prodotto, la quale si evolve progressivamente in una economia di esperienza, nel senso che le imprese diventano sempre più brave a fare quello che fanno a fronte di consumatori sempre più esperti ed esigenti. Conseguenza di questi effetti è l’estensione della varietà dei prodotti offerti e a ciò fanno riferimento le economie di scopo, le quali derivano dal gestire una gamma di prodotti caratterizzati ma minori o maggiori gradi di affinità che li riconducono a politiche aziendali e investimenti comuni.

Le singole imprese godono del vantaggio comparato dell’area cui appartengono, ma devono poi saperlo tradurre in una capacità competitiva originale che dipenderà dalla loro particolare strategia e struttura, deve essere quindi sempre perseguito il vantaggio competitivo che dipenderà da elementi di differenziazione rispetto ai concorrenti.

La specializzazione è un processo Dinamico, nelle varie aree mutano produzioni, fasi di queste, oppure alcuni prodotti possono essere realizzati in nuovi territori dove sono maturate nuove condizioni che garantiscono la convenienza della delocalizzazione. Quindi la specializzazione può riguardare il prodotto nel suo complesso come anche alcune sue fasi produttive o il suo segmento di mercato.

Comportamenti nei confronti dell'internazionalizzazione

A seconda degli obiettivi delle imprese e di come vengono messe in atto decisioni e azioni di internazionalizzazione si distinguono diversi comportamenti: Attivi, Reattivi e Passivi.

Gli atteggiamenti attivi e reattivi nei confronti del processo di internazionalizzazione significa che sono i soggetti stessi a decidere di perseguire questo processo (Attivo) o solo se ce n’è l’occasione (Reattivo). Possono essere riscontrati principalmente in grandi imprese o in quelle minori che hanno però evidente vantaggio competitivo.

Comportamenti passivi sono invece tipici delle piccole imprese, sollecitate da intermediari o da occasionali smaltimenti di surplus di produzione. Da questi comportamenti derivano le Strategie che l’impresa andrà ad attuare nel suo processo di internazionalizzazione. Queste ne individuano gli obiettivi fondamentali e le azioni necessarie per crescere e conquistare un successo duraturo sul mercato. Serve a definire le linee guida per scegliere i prodotti, intervenendo anche sulla struttura aziendale, c’è infatti uno stretto rapporto tra quest’ultima e la strategia.

Per formulare una strategia serve fare delle opportune analisi: analisi interna, guardando ai punti di forza e debolezza dell’impresa; analisi esterna, riguardo alle opportunità e ai vincoli nell’ambiente. Dopodiché vengono definite le aree di attività e gli ambienti dove competere e in che modo. L’approccio strategico è dinamico, cerca di intercettare come potrebbe essere il futuro e di sfruttare a proprio vantaggio le opportunità di sviluppo, tenendo conto anche dei cambiamenti dell’ambiente in cui opera.

Si possono distinguere quattro tipi di strategie: Locale, Etnocentrica, Policentrica e Geocentrica.

  • Strategia Locale: non c’è orientamento all’internazionalizzazione e ci si concentra principalmente sul mercato domestico, con occasionali esperienze di esportazione.
  • Strategia Etnocentrica: è basata su mercato domestico e attività di esportazione, c’è infatti una attività di export continuativa verso i mercati esteri applicando però le strategie usate in patria.
  • Strategia Policentrica: in questa conta soprattutto la specificità dei vari ambienti-mercati che si vuole contattare e può essere dominata da fattori formulati di volta in volta per ciascun mercato (strategia multidomestica) oppure diffondere il knowhow tra le unità periferiche e costituire su di esso il vantaggio competitivo.
  • Strategia Geocentrica: c’è un’unica strategia ma con due approcci differenti: la strategia globale che mira a ottimizzare l’uso degli elementi di standardizzazione della domanda nei vari mercati, senza escludere un adattamento alle loro specificità; la strategia transnazionale che è una forma più evoluta della precedente sottolineando il coordinamento tra le unità periferiche (assente nella precedente) in una logica di rete più collaborativa.

Forme dell'internazionalizzazione

Esportazione

Con essa si trasferiscono a livello internazionale prodotti di consumo, servizi, beni industriali, ecc. Essa è supportata (tramite promozione), regolata (regime fiscale, documenti, procedure), controllata (controlli doganali) e limitata (embargo) dagli stati, anche se ormai molte norme sono uniformi a livello europeo.

Le strategie basate sull’export sono generalmente ricondotte a tre tipi di canali di entrata: Canale Indiretto, Canale Diretto e Canale Concentrato. Tutti e tre questi canali comportano diversi gradi di coinvolgimento da parte dell’impresa, e di conseguenza diversi costi e rischi.

Canale d’entrata Indiretto

L’impresa dialoga con società che sono operatori di commercio internazionale. Essa non vuole essere direttamente presente sul mercato internazionale quindi si avvale di intermediari che acquistano e rivendono i prodotti all’estero, assumendosi tutti i costi e i rischi. Questi intermediari spesso sono residenti nel mercato dell’esportatore ma conoscono quelli esteri. Gli operatori possono anche svolgere azioni di marketing e anche le stesse fasi di produzione e confezionamento. Offre collaborazione all’impresa, suggerendo modifiche da apportare al prodotto e fornendo informazioni sul mercato finale. Questo canale è il più sicuro per l’esportatore che però non ha potere sul mercato finale e non ha garanzie del flusso di vendita.

Canale d’entrata Diretto

L’impresa è attivamente presente sul mercato estero, contattando operatori stranieri, e la transazione può essere promossa da un agente creando il cosiddetto rapporto di agenzia. Oppure l’impresa esportatrice può anche creare una propria unità all’estero. L’agente di vendita è un intermediario indipendent...

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Scienze economiche e statistiche SECS-P/08 Economia e gestione delle imprese

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher dragan158 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Economia e gestione delle imprese internazionali e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Roma Tor Vergata o del prof Banihashemi Hooman.
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