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3) rischio di interruzione del flusso di cassa (funding) regolarmente proveniente e atteso

dalla filiera (o supply-chain) della cessione-cartolarizzazione. Tale interruzione in genere

consegue al disallineamento fra le prospettive di rendimento-rischio dei portafogli prestiti

cartolarizzati/proposti per la cartolarizzazione e le aspettative rendimento-rischio degli

investitori attuali/potenziali in ABS. Ciò impedisce il funzionamento del modello OTD e

costringe la banca a riadattare le combinazioni produttive e l'equilibrio economico ai vincoli

del modello tradizionale OTH.

4) rischi derivanti dalle garanzie offerte dalla banca originator all'intermediario veicolo della

cartolarizzazione.

Possibili soluzioni alle criricità/rischi:a) occorre separazione e indipendenza fra banca

originator e società della cartolarizzazione; b) la seconda dovrebbe essere autonoma nella

decisione di acquisto dei portafoglio prestiti (valutazione, negoziazione del prezzo), e

quindi agire nell’interesse degli investitori in ABS, cioè acquistare buoni prestiti per

produrre buone ABS; c) acquistare con clausola pro-soluto, stabilire relazioni autonome

con gli altri soggetti (arranger, garanti esterni, società di rating, servicer,), in condizioni di

separatezza dalla banca originator.

In generale, istituire modalità che diano incentivi equilibrati a tutti i soggetti ad operare

secondo le proprie finalità istituzionali.

ORGANIZZAZIONE E PROPRIETA' DELLA BANCA: l’organizzazione dell’attività

bancaria (attività di impresa svolta in un contesto competitivo) deve rispettare alcuni

principi: a) Principio della funzionalità: l’organizzazione deve essere funzionale alla

gestione economica dell’attività, con particolare attenzione ai suoi caratteri distintivi. Dato

che la banca opera in un contesto dinamico, l’organizzazione deve variare al mutare delle

condizioni competitive. b) Principio dell’efficacia: l’organizzazione deve perseguire gli

obiettivi strategico-gestionali predeterminati e deve proporsi l’obiettivo di conseguire i

risultati in linea con essi. Eventuali scostamenti dei risultati effettivi da quelli attesi

rappresentano primi segnali di allarme. c) Principio dell’efficienza: l’organizzazione è

efficiente se e quando, scambiando a prezzi di mercato tutti i fattori produttivi ed i prodotti

e servizi, consegue livelli, ancora una volta competitivi, di remunerazione corretta per il

rischio a beneficio del capitale proprio e dei relativi investitori.

→ Le nozioni di efficacia ed efficienza sono legate da relazioni di interdipendenza nel

medio periodo; nel breve invece efficacia ed efficienza possono tuttavia divergere.

Il successo competitivo della banca dipende quindi dalle sue capacità di organizzare tutti

gli aspetti della gestione, assumendo come punto di riferimento le economie di costo,

declinate in 3 diversi stati di natura: 1) situazione statica: consente di misurare la c.d. X-

efficiency, cioè la capacità di ottimizzare l’impiego delle risorse, considerando invariati la

dimensione aziendale, i processi, la diversificazione produttiva, ponendo invece attenzione

al ruolo della tecnologia (di processo e di prodotto); 2) situazione dinamica di sviluppo

delle dimensioni operative, al fine di evidenziare eventuali economie di scala; 3)

situazione dinamica di ampliamento della diversificazione dell’attività aziendale, al

fine di valutare potenziali economie di scopo.

I MODELLI ORGANIZZATIVI: il principio della funzionalità mette in evidenza che: a) non

esiste un modello organizzativo universale e definibile a priori; 2) il modello infatti, deve

tenere conto della dimensione aziendale ed operativa, del grado di diversificazione e delle

diverse modalità con cui è conveniente svolgere le singole attività; 3) non è possibile

proporre modelli organizzativi astratti: il modello divisionale e quello funzionale sono degli

archetipi ideali. Nella realtà le banche assumono una conformazione più diversificata:

all’intermediazione creditizia, infatti, si affiancano differenti attività in ambito di

intermediazione mobiliare (private banking, corporate banking, asset management, attività

assicurativa). L’organizzazione aziendale più semplice presente nelle imprese operanti in

una sola area strategica di affari (ASA) è quella di tipo funzionale: l’organizzazione viene

progettata e costruita secondo le diverse funzioni di cui si compone l’attività di impresa

(acquisto, produzione, vendita, amministrazione ecc).

 Visto che le diverse attività richiedono competenze specifiche, ad ognuna di queste

vengono dedicate specifiche unità organizzative.

 Anche la banca, pur avendo un portafoglio prodotti diversificato, storicamente si articola

secondo funzioni (es. ufficio fidi, tesoreria, direzione commerciale).

L’aumento delle dimensioni operative si caratterizza come estensione dell’attività ad aree

geografiche nuove. Viceversa, l’aumento della diversificazione consiste nell’ingresso in

attività nuove rispetto a quelle già svolte. Alla nuova attività può essere attribuita la

definizione di ASA quando si caratterizza per una combinazione distintiva delle seguenti

tre componenti:  segmenti di clientela e di mercato  portafoglio prodotti/servizi offerti 

fattori produttivi impiegati nei processi produttivi/distributivi. Ogni ASA inoltre può

caratterizzarsi per diversi modelli di business. Date le peculiarità di una singola ASA, è

logico che questa venga presidiata da un’organizzazione dedicata, cui viene attribuito lo

status di “divisione”. In un’organizzazione per divisioni, la responsabilità della gestione di

un’ASA, definita come combinazione di mercato-prodotti-risorse, viene affidata ad un’unità

organizzativa formalmente identificata e strutturata. Ogni divisione presenta i seguenti

elementi peculiari: a) mandato imprenditoriale riferito ad un’area di attività; b) attribuzione

di obiettivi gestionali ed operativi; c) dotazione di risorse adeguate per perseguire gli

obiettivi; d) struttura organizzativa funzionale; e) responsabilità del risultato economico.

La divisionalizzazione quindi è una modalità organizzativa per articolare le varie attività

nelle aziende grandi e complesse: la direzione centrale, consapevole del rischio che il

governo centralizzato delle decisioni non sia più in grado di garantire le condizioni di

efficacia ed efficienza dell’intera struttura, attribuisce poteri e responsabilità alle divisioni,

conservando poteri in merito di orientamento strategico, di pianificazione e controllo.

Il modello divisionale quindi si propone “di far scender i poteri di comando nei livelli inferiori

della scala gerarchica”, al fine di: a) avvicinare le decisioni alla realtà; b) responsabilizzare

maggiormente le linee intermedie di governo. Il principio prevalente della

divisionalizzazione, quindi, è l’empowerment (attribuzione di poteri di delega), a cui deve

corrispondere un sistema organizzativo efficiente e di controllo, affinché la rilevazione,

misurazione ed analisi degli scostamenti obiettivi - risultati, possa diventare un input delle

scelte strategiche e decisioni operative future .L’organizzazione divisionale ha consentito

l’ingresso e la diffusione in banca di una cultura manageriale, mentre i ruoli funzionali

avevano competenze a contenuto maggiormente tecnico. L’organizzazione divisionale,

quindi, rappresenta un’evoluzione di quella funzionale, rispondendo all’esigenza di

governare in modo efficiente la complessità della diversificazione. La divisione si

caratterizza come centro di profitto ed è quindi responsabile per il risultato raggiunto,

avendo ricevuto poteri di delega entro confini e vincoli imposti dal livello superiore di

governo. La divisione è dotata delle funzioni che le sono necessarie per lo svolgimento

delle sue specifiche attività. La fase evolutiva del modello organizzativo è quindi la ricerca

e la messa in comune di tutti i fattori che possono essere unificati e condivisi, facendo

emergere un nuovo modello caratterizzato da: a) unità organizzative prevalentemente

dedicate alle attività sui mercati: vere e proprie divisioni, dotate di obiettivi e responsabilità

di risultato, segmentate per territorio, tipo di attività, tipo di clientela o tecnologia

distributiva. b) unità organizzative prevalentemente dedicate alle attività di produzione:

fabbricazione di prodotti e servizi che presentano vantaggi di accentramento. Tali unità

vengono dette “fabbriche di prodotto” se producono solo per il mercato interno, ossia per

le altre divisioni; sono invece ibride, se invece hanno anche la facoltà di collocare i prodotti

sul mercato esterno. c) unità organizzative prevalentemente dedicate ad attività di servizio

specialistico : presentano forti vantaggi di accentramento (es. logistica, gestione

immobiliare, centro informatico). Anche queste unità possono essere abilitate a svolgere la

propria attività anche per clienti esterni. d) unità organizzative prevalentemente dedicate

ad attività di servizio caratterizzate da una prevalente funzione di coordinamento (es.

pianificazione, risk management, affari legali): necessità di garantire all’intera struttura una

gestione unitaria.

CAPITOLO 2: LA GESTIONE DELLA RACCOLTA

Il termine raccolta viene impiegato per identificare tutte le obbligazioni che sorgono in capo

al soggetto giuridico in relazione al conferimento di capitali o di attività finanziarie da parte

di soggetti terzi. Si distinguono 2 categorie di obbligazioni: 1) quelle che hanno natura

strettamente debitoria e che perciò, contrattualmente, consistono in debiti nominali che la

banca ha assunto nei confronti di terzi che le hanno conferito dei capitali (si tratta dei

depositi che la banca riceve dal pubblico, delle obbligazioni emesse e collocate dalla

banca presso gli investitori e delle operazioni di PCT.) Sono capitali che la banca raccoglie

con lo scopo di finanziare l'erogazione di prestiti e l'acquisto di titoli (valori mobiliari). Con

questa modalità di indebitamento, la banca attiva e sviluppa la propria attività caratteristica

e tradizionale di intermediazione creditizia, che consiste appunto nel trasferimento di

risorse finanziarie dai suoi creditori (depositanti e obbligazionisti) ai suoi debitori (soggetti

finanziati con svariate modalità di prestito). Questi contratti di debito costituiscono per la

banca passività, e ai capitali così acquisiti si attribuisce la definizione di raccolta diretta. 2)

le obbligazioni che sorgono in capo alla banca per il fatto di ricevere da terzi attività

finanziarie in custodia, in amministrazione e/o gestione e che perciò configurano per la

banca un dovere-responsabilità di custodire, amministrare, gestire (a seconda delle

diverse modalità contrattuali) le attività finanziarie ricevute e infine restituirle ai rispettivi

clienti al termine eventuale del contratto, secondo le clausole previste. Queste aree di

attività identificano il concetto di raccolta indiretta. Il rapporto sottostante tra la banca e il

cliente è dunque quello del mandato. Le attività finanziarie conferite sono e restano nella

proprietà dei clienti conferenti e sono semplicemente nel possesso della banca che può e

deve disporne per le operazioni contrattualmente previste. Questo tipo di attività è stata

dunque definita indiretta perché non è strumentale al finanziamento dell'attività di

intermediazione creditizia. Le attività finanziarie proprietà di terzi e in possesso della

banca non sono iscritte nello SP, ma vengono considerete fuori bilancio, a significarne

appunto l'esclusione dalla sfera di proprietà della banca. Nel caso della raccolta diretta (in

prevalenza depositi e obbligazioni) il prezzo consiste in un tasso d'interesse o di un premio

pagati, a titolo di remunerazione, dalla banca al creditore. Si tratta del prezzo che la banca

paga (detto anche tasso di interesse passivo) per ottenere la materia prima (capitale) che

poi utilizza per concedere credito a terzi mediante finanziamenti, a loro volta remunerati da

un tasso di interesse non più passivo, ma attivo. Nell'attività di raccolta indiretta invece, la

banca produce e rende servizi al proprio cliente, al quale chiede un prezzo che si

configura come commissione o provviggione periodica rapportata al valore delle attività

finanziarie oggetto del contratto.

Bisogni della clientela: qualsiasi soggetto esprime 2 categorie di bisogni: 1) il bisogno di

trasferire a terzi moneta con lo scopo di pagamento; 2) il bisogno (o preferenza) di

conservare o di accumulare potere di acquisto e trasferirlo nel tempo secondo modalità

convenienti che lo rendano disponibile per future, previste o imprevedibili decisioni di

spesa.

L'azione della banca consiste quindi nel produrre e nell'offrire prodotti e servizi di

pagamento e di investimento caratterizzati da profili di prezzo e di qualità sempre più

corrispondenti con i bisogni della clientela.

La gestione della raccolta diretta: obiettivi, vincoli, rischi e criteri della politica della

raccolta: l'attività di raccolta diretta persegue obiettivi di dimensione (volume) e di

composizione che devono essere inquadrati nel contesto delle opportunità e delle

condizioni di mercato; in questo caso è importante osservare i bisogni e le preferenze

della clientela, e gli altri soggetti che competono per l'acquisizione di risorse finanziarie a

scopo di finanziamento, cioè altre banche, altri intermediari finanziari ecc. Gli obiettivi

devono anche rispettare l'equilibrio dinamico e statico complessivo dell'intermediazione

creditizia, poiché esistono relazioni di interdipendenza fra dimensione degli impieghi e

dimensione della raccolta, composizione degli impieghi e composizione della raccolta, cioè

fra struttura dell'attivo e struttura del passivo della banca. In astratto, la dimensione

conveniente è determinata dall’equilibrio fra ricavo marginale degli impieghi e costo

marginale della raccolta, ma esso è tutt’altro che agevole da trovare. L’equilibrio statico-

dinamico della composizione di impieghi e raccolta si otterrebbe con la corrispondenza tra

le scadenze dei contratti di finanziamento e indebitamento, che però non appare nella

realtà perché la scadenza media ponderata dell'attivo è notevolemente superiore a quella

del passivo; fondandosi sull'osservazione della realtà, si è soliti dire che la banca svolge

funzione di “trasformazione delle scadenze”. Questa, comporta rischi specifici la cui natura

e dimensione devono essere comprese per spiegare le politiche e le tecniche di gestione

con cui la banca gestisce questi rischi, e infine per spiegare il contesto in cui la politica

della raccolta diretta sviluppa le proprie decisoni e azioni.

-rischio di liquidità: la minore durata media del passivo rispetto all'attivo può determinare

situazioni di squilibrio finanziario, se i flussi di cassa in uscita determinati dall'estinzione

delle passività superano o precedono nel tempo i flussi di cassa in entrata derivanti dal

rimborso dei finanziamenti concessi.

-rischio di interesse: causato da un aumento generale del livello di mercato dei tassi

d'interesse porta ad una diminuzione del margine di interesse unitario.

Conoscere i rischi a cui è soggetta la trasformazione delle scadenze, consente di porre in

essere strumenti, politiche e tecniche volte a contenere e mitigare i rischi stessi.

Il rischio di interesse può essere evitato o mitigato regolando i contratti di finanziamento

con un regime di tasso di interesse varabile, ma può esserci comunque il caso in cui il

cliente esprime la preferenza per la scelta di un regime di tasso fisso e perciò non accetti

l'applicazione di un tasso variabile indicizzato, in questo caso, per ragioni di competitività e

di soddisfazione del cliente, la banca o accetta di assumersi il rischio di interesse o pone

in essere modalità e tecniche di copertura del rischio. Per quanto riguarda il rischio di

liquidità, questo può essere mitigato attraverso: a) selezione della clientela potenziale in

funzione delle scadenze preferite, in questo modo la banca potrebbe limitare l'attività di

raccolta alla clientela le cui preferenze di scadenza coincidono con quelle preferite dalla

banca stessa. Si tratta comunque di un criterio fortemente restrittivo in termini di sviluppo

dei volumi della raccolta, poiché importanti segmenti della clientela risulterebbero esclusi.

b) frazionamento della clientela effettiva, che riduce la vulnerabilità di una precisa

scadenza. c) diversificazione della clientela effettiva e potenziale, la banca tende a

combinare la clientela della raccolta in modo da aumentare la probabilità che si ottengano

compensazioni fra comportamenti finanziari di segno contrario (prelievi e versamenti).

I depositi in c/c e la funzione monetaria: forma tecnico-contrattuale perfezionata dalle

banche nel corso del tempo allo scopo di offrire alla clientela un'opportunità efficiente per

gestire la propria liquidità. Il contratto di c/c prevede che il cliente, titolare del conto,

costituisca presso la banca un fondo di cassa mediante deposito di moneta legale. La

banca si assume un debito e implicitamente offre un servizio di custodia; il contratto

prevede pure che il cliente possa disporre liberamente del fondo cassa (entro i limiti del

suo credito, cioè della somma depositata o del saldo di c/c) non solo mediante operazioni

di prelevamento di moneta legale, ma anche mediante l'impiego di strumenti di pagamento

che consentono il trasferimento a terzi della moneta, senza che questa venga fisicamente

impiegata. Le disposizioni del cliente producono scritture contabili a debito del saldo del

c/c o a credito dello stesso perché il cliente, mediante gli stessi strumenti, può ricevere

pagamenti da terzi. Queste operazioni sono chiamate movimenti e formano nel tempo e

periodicamente un documento detto estratto conto di c/c, che svolge la funzione di

aggiornare il saldo del conto stesso determinando in ogni momento la consistenza del

credito del cliente e del debito della banca. I c/c sono comunemente noti come moneta

bancaria o moneta scritturale, termine che si riferisce appunto al fatto che l'effettuazione e

il ricevimento di pagamenti avvengono mediante la scrittura a debito o a credito. In

conclusione, la moneta bancaria è più efficiente di quella legale, ed è questo il punto

fondamentale da cui partire per comprendere la politica di raccolta della banca. La

circolazione della moneta bancaria dipende essenzialmente da 2 circostanze: 1) che essa

sia diffusamente accettata come strumento di pagamento e 2) che il suo trasferimento sia

eseguito da un'organizzazione che sia in grado di processare pagamenti e incassi con

assoluta sicurezza e con costi minimi (sistema dei pagamenti, SEPA). La detenzione di

moneta scritturale, la sua accettazione e il suo uso presuppongono che gli agenti

economici abbiano fiducia assoluta che la banca garantisca la convertibilità alla pari della

propria moneta in quella legale. Il presupposto fondamentale consiste quindi nel fatto che

la banca sia sempre considerata liquida e solvibile. I servizi di c/c devono inoltre

possedere caratteri tecnico-qualitativi corrispondenti alle esigenze del cliente: ciò significa

che la banca deve porre in atto una politica di prodotto; è poi importante che le relazioni

contrattuali banca-cliente definiscano condizioni di convenienza per entrambe le parti e ciò

comporta che la politica di raccolta metta a punto efficaci politiche di prezzo. In terzo

luogo, l'offerta della banca deve essere portata a conoscenza della clientela potenziale

con politiche di comunicazione e di promozione. Infine, il prodotto-servizio deve essere

distribuito, cioè reso accessibile al cliente mediante politiche di distribuzione. La politica di

raccolta deve essere improntata sulle variabili di marketing: prodotto-prezzo-

comunicazione-distribuzione.

POLITICHE DI RACCOLTA DEI DEPOSITI IN C/C:

Segmentazione della clientela: segmentare i potenziali utenti del prodotto-servizio di c/c

significa studiare come le loro decisioni di acquisto reagiscono rispetto alle possibili

combinazioni delle 4 variabili ricordate. In questo modo diviene possibile identificare gruppi

o cluster, cioè segmenti di clienti che presentano reazioni omogenee in termini di

preferenza di acquisto rispetto alle combinazioni delle variabili prodotto-prezzo-

comunicazione-distribuzione.

Politica di prodotto e di servizio: la politica di prodotto consiste nella ricerca e

nell'attuazione di tecniche di pagamento e di incasso innovative, che rispondono alle

condizioni di efficienza-costo richieste dal cliente. I servizi di c/c offerti ai clienti sono i

seguenti: a) prelievi e veramenti; b) pagamenti e incassi; c) lettura saldo e movimenti del

c/c; d) gestione carte di credito e di debito. Questi servizi, possono essere utilizzati con

modalità diverse presso le filiali della banca, mediante ATM o da postazione remota

(internet banking).

Politica di prezzo: il prezzo che viene riconosciuto al cliente è di norma basso, dato che il

cliente non ha un obiettivo di investimento, ma rivolge alla banca una domanda di servizi

di cassa. Il fatto che la banca riconosca al cliente un tasso di interesse dipende dalla

circostanza che essa offre i depositi di c/c in competizione con altre banche e perciò ne

può aumentare l'attrattività con il pagamento di una remunerazione. Il prezzo è anche

quello che il cliente paga sotto forma di commissioni alla banca per l'utilizzo dei servizi di

cassa da questa offerti. La banca può adottare diverse politiche di prezzo: a) politica

analitica dei prezzi: da un lato il tasso di interesse passivo e dall'altro le commissioni

applicate ai singoli servizi (operazioni e transazioni). Questa, risponde ai caratteri di

razionalità e di trasparenza, anche se la determinazione dei prezzi analitici comporta

difficoltà e costi non lievi; b) politica dei prezzi correlati: viene offerto un tasso di

interesse basso al cliente, che viene però compensato da un costo unitario minore per

l'utilizzo dei servizi (commissioni); c) politica condizionale dei prezzi: condizionare i

prezzi in funzione di alcuni parametri che determinano la convenienza dello scambio; d)

politica relazionale dei prezzi: la banca correla i prezzi del c/c ai volumi di utilizzo di altri

prodotti e servizi. Questa politica si definisce relazionale perché differenzia i prezzi in

funzione dell'articolazione, dell'ampiezza e del valore della relazione con la clientela. La

banca persegue dunque l'obiettivo del cross-selling, cioè di aumentare l'offerta e la vendita

trasversale di altri prodotti e servizi, facendo leva sulla relazione principale con il cliente,

centrata sul deposito in c/c; e) politiche ibride dei prezzi: è conveniente per la banca

progettare ed offrire un'offerta “a pacchetto” che hanno il pregio della semplicità. Il

pacchetto consiste in una combinazione di prodotti-servizi-condizioni-modalità di utilizzo

appositamente studiata per rispondere alle preferenze di acquisto di un dato segmento di

clientela. Il pacchetto prevede in genere che il cliente possa fare un certo numero

massimo di operazioni riferite alle diverse categorie di servizi, alla condizione che

mangenga un saldo medio di conto non inferiore ad un certo valore. Ogni pacchetto in

genere adotta e attua una combinazione diversa dei tipi descritti di poliche di prezzo. Le

politiche di prezzo della banca non possono raggiungere e perciò non hanno un elevato

livello di trasparenza.

Politica di comunicazione: il prodotto-servizio deve essere proposto alla clientela

potenziale attravero strumenti promozionali volti a sollecitare decisioni di acquisto dello

stesso. E' importante capire come si svolge il processo cognitivo che precede la decisione

di acquisto del deposito di c/c. In alcuni casi qualità e costo dei beni e servizi possono

essere conosciuti a priori mediante un'analisi comparata, oppure mediante una

sperimentazione diretta che comporta la disponibilità e l'uso dell'oggetto, oppure ancora

mediante un processo cognitivo basato su informazioni esterne e indirette che generano

fiducia nella reputazione del produttore. La comunicazione della banca, con riferimento sia

ai depositi in c/c sia a numerosi altri prodotti con contenuti fiduciari e di servizio, presenta

una combinazione dei seguenti contenuti: forte richiamo di immagine-reputazione,

informazioni sintentiche sull'uso, affermazione generica della convenienza del costo-

prezzo e promesse convincenti.

Politica di distribuzione: il prodotto-servizio deve essere anche distribuito, nel caso del

deposito in c/c è più corretto parlare di accesso al servizio e di prestazione del servizio.

Le banche, per distribuire i prodotti-servizi utilizzano: a) rete di filiali; b) phone banking; c)

remote banking; d) rete ATM e POS; e) internet o home banking.

Determinazione del volume massimo della raccolta: il modello del moltiplicatore dei

depositi: questo modello sostiene che la quantità dei depositi e dei prestiti è vincolata,

cioè non può superare certi valori massimi che dipendono: a) dalle condizioni di equilibrio

finanziario e patrimoniale (adeguatezza patrimoniale); b) da caratteristiche strutturali del

sistema finanziario (regolamentazione, moneta legale in circolazione, propensione a

detenere moneta legale). Gli attori e le variabili in gioco sono:

1) il pubblico, inteso come il complesso degli agenti economici presenti nel sistema, oltre

alle banche e alla Banca Centrale, esprime una certa propensione a tenere un certo

rapporto di equilibrio (p) fra la moneta legale posseduta (MLP) e i depositi (D). Quindi:

p = MLP / D (1)

2) anche le banche nel loro insieme esprimono una certa propensione (b) a tenere una

scorta di moneta legale allo scopo di fare fronte a eventuali rischieste del pubblico di

convertire depositi in moneta legale. Questa scorta può essere definita come riserva

bancaria (RB). Quindi: b = RB / D (2)

3) occorre tenere conto anche del vincolo di bilancio derivante dal fatto che la moneta

legale (ML) in circolazione, emessa dalla Banca Centrale, può essere detenuta

esclusivamente dal pubblico e dalle banche. Vale quindi questa equazione:

ML = MLP + RB (3)

Sostituendo la 1 e la 2 nella 3 e risolvendo per D, si ottiene: D = ML x 1/(p+b) (4)

nella quale il moltiplicatore 1/(p+b), denominato appunto moltiplicatore dei depositi,

esprime la quantià dei depositi che esiste in condizioni di equilibrio, data una

predeterminata quantità di moneta legale e in presenza di date propensioni. Considerando

che (p+b) è generalmente inferiore all'unità, si comprende che i depositi sono un multiplo

della moneta legale esistente.

Volendo introdurre anche i prestiti: RB + P = D (5)

Sostituendo la 2 nella 5 e risolvendo ancora per D, si ottiene: D = P/(1-b) (6)

Infine, sostituendo la 4 nella 6 e risolvendo per P, si ottiene: P = ML x (1-b)/(p+b)

nella quale il rapporto (1-b)/(p+b) esprime il moltiplicatore del credito. Poiché anche

questo rapporto è di norma superiore all'unità, si comprende che, anche i prestiti sono un

multiplo della moneta legale esistente. Conclusioni a cui giunge il modello: 1) prestiti e

depositi sono quantità co-determinate dal vincolo di bilancio delle banche e dipendenti

dalla quantità di moneta legale e dalla propensione dei vari soggetti a detenere moneta; 2)

le politiche di raccolta ed impiego non possono conseguire risultati di sviluppo delle

quantità dei depositi e dei prestiti oltre alla situazione di equilibrio del modello: le azioni

competitive agiscono solo sulla quota che la banca attrae del totale dei depositi e dei

prestiti; 3) l’offerta di moneta (OM) in un sistema chiuso all’estero è uguale a MLP + D,

quindi la Banca Centrale può modificarla agendo su D e in particolare sulla riserva

obbligatoria delle banche (che modifica b) oltre che modificando ML.

Considerazioni: 1) la moneta scritturale è un fattore stabilizzante dell’intermediazione

creditizia; 2) l’efficienza della moneta scritturale dipende dal suo grado di sostituzione

rispetto alla moneta legale; 3) la sostituzione di moneta legale con quella scritturale

genera disponibilità di riserve per le banche aumentando il moltiplicatore dei depositi e dei

prestiti; 4) la dimensione della quota di mercato della singola banca determina in quale

misura la moneta scritturale creata tornerà nei depositi della stessa banca o presso altre

banche; 5) la propensione delle banche per ML (b) dipende dalla prop. del pubblico (p).

I depositi a scadenza e la funzione di investimento: i depositi a scadenza, anche detti

certificati di deposito, si caratterizzano per una funzione d'uso del tutto diversa da quella

dei depositi in c/c: essi sono costruiti in modo da soddisfare particolari bisogni di

investimento. Costituisce una forma di investimento intermedio fra il deposito in c/c e gli

strumenti finanziari caratterizzati da scadenza più lunga, rendimenti più elevati, in

presenza di rischi maggiori (azioni, obbligazioni ecc). La politica di prodotto presenta

caratteri di grande semplicità e riguarda le modalità di differenziazione del prodotto in

relazione alla scadenza (che può essere determinata, indeterminata o con scadenza

determinabile unilaterlmente dalle parti con un preavviso di prelievo-rimborso), alla quale

corrispondono livelli differenziati di tassi d'interesse (politica di prezzo). La politica di

prodotto e di prezzo sono realizzate in modo tale da proporre una forma di investimento di

immediata comprensione, di semplice uso e destinata soprattutto ai soggetti che

dispongono di capitale di importo limitato e/o desiderano mantenere una certa flessibilità

decisionale di investimento-disinvestimento senza sostenere particolari costi di

transazione, diversamente dall'investimento in valori mobiliari. Per quanto riguarda la

politica di comunicazione, si può sostenere, alla luce di quanto detto, che il prodotto è

trasparente e può essere valutato ex ante. Le modalità d'uso del prodotto sono molto

chiare, lo è anche la politica di distribuzione, per l'attuazione di versamenti e di prelievi in

moneta presuppone contatto fisico tra la banca e il cliente.

Le operazioni di raccolta pronti contro termine: l'operazione PCT consiste in un

contratto in base al quale la banca vende al cliente una quantità (in genere non piccola) di

titoli di Stato o altri titoli obbligazionari a un dato prezzo e contestualmente si impegna a

riacquistare gli stessi titoli a un termine futuro (breve) a un prezzo determinato maggiore di

quello a pronti. La differenza tra il prezzo a termine e quello a pronti, configura il tasso di

interesse che la banca riconosce al cliente per la disponibilità di capitale ottenuta. In

questo modo la banca effettua un'operazione di raccolta diretta a scadenza determinata.

L'operazione risponde congiuntamente a 2 esigenze: quella del cliente, di investire per un

tempo breve una disponibilità monetaria, e quella della banca di effettuare raccolta di

capitali. Durante il contratto, i titoli sono di proprietà temporanea del cliente ma vengono

custoditi dalla banca, la quale mantiene per altro il diritto ad incassare eventuali cedole

che ne frattempo maturassero: ciò implica che i due prezzi che caratterizzano lo scambio

sono riferiti al corso secco del titolo oggetto della compravendita.

Le obbligazioni: un segmento importante della raccolta diretta della banca è

rappresentato dall'emissione e collocamento di obbligazioni, cioè di passività finanziarie

destinate a soddisfare le preferenze e le scelte di investimento di una clientela molto

diversificata e numerosa. Questa clientela deve essere opportunamente segmentata, in

particolare in relazione alle sue preferenze in tema di rendimento-rischio, e la

segmentazione costituisce la premessa fondamentale per impostare le politiche di

prodotto e di prezzo che consentono alla banca di realizzare i propri obiettivi. L'emissione

di obbligazioni e la proposta agli investitori sono regolate da normative tese a generare

informazione e perciò favorire l'acquisto consapevole. L'informazione riguarda: a) la

descrizione dell'emittente e dei principali fattori di rischio a esso associati; b) le

caratteristiche essenziali del prestito obbligazionario oggetto di emissione (importo,

periodo, modalità e condizioni di collocamento, prezzo, data di emissione, durata e

godimento ecc).

La banca può collocare anche obbligazioni emesse da altri soggetti (banche, altri

intemediari finanziari, imprese non finanziarie) e questa attività non costituisce raccolta

diretta poiché i capitali sono destinati ai rispettivi emittenti, ma comporta comunque per la

banca collocatrice obblighi informativi analoghi.

Politiche di prezzo e di prodotto: esiste una varietà praticamente infinita di obbligazioni,

ma tutte dipendono dalla combinazione di 3 elementi fondamenti: 1) opportunità offerte dal

mercato finanziario e le sue condizioni competitive; 2) preferenze di rendimento-rischio dei

potenziali investitori; 3) prestazioni che si intendono attribuire all'emissione

obbligazionaria.

Archetipi principali: 1) obbligazioni semplici: il contratto del prestito obbligazionario

prevede un prezzo di sottoscrizione, una durata pluriennale, un prezzo di rimborso che di

norma coincide con il valore nominale del prestito e dei flussi cedolari che costituiscono gli

interessi riconosciuti all'investitore a titolo di remunerazione. Il tasso di interesse applicato

può essere fisso per tutta la durata del prestito oppure variabile in relazione all'damento di

parametri o indici (obbligazioni indicizzate). 2) obbligazioni strutturate: un'obbligazione si

definisce strutturata se il suo flusso cedolare e/o il suo valore di rimborso varia o può

variare in relazione a uno strumento derivato che assume come sottostante un'attività

finanziaria o anche beni reali. Le principali sono: a) reverse floater: antitetica

all'indicizzata; b) equity linked: legata ad un paniere azionario; c) credit linked: la

prestazione si riduce se una delle società del paniere fallisce. 3) obbligazioni

subordinate: subordinazione vuol dire che il creditore accetta che il suo credito sarà

pagato residualmente, cioè soltanto se e dopo che saranno stati soddisfatti altri creditori

che hanno priorità (i depositanti e gli obbligazionisti non subordinati). 4) obbligazioni

garantite: la normativa vigente, consente l'emissione di questo tipo di obbligazione

esclusivamente alle banche, l'obbligazione si definisce garantita se e quando la banca

identifica e isola un aggregato di attività (in genere prestiti), destinandolo al prioritario

soddisfacimento dei relativi sottoscrittori di obbligazioni. La combinazione dei caratteri

distintivi delle 4 classi consente di produrre dei tipi “ibridi”. L’emissione di obbligazioni

strutturate con elevato rendimento-rischio rappresenta una quota piccola e spesso

marginale del volume totale delle obbligazioni emesse perché la clientela bancaria è

tradizionalmente avversa al rischio. Dunque la potenzialità di raccolta della banca con

strumenti rischiosi è piuttosto limitata. Tuttavia le banche maggiori vi ricorrono per offire

comunque una gamma ampia di scelte di rendimento-rischio in modo da consentire al

cliente investitore opportunità di diversificazione. Le obbligazioni bancarie sono in genere

negoziabili: possono essere quotate sui mercati regolamentati o nei mercati multilaterali di

negoziazione e in questo caso è il mercato che fissa il prezzo; quelle non quotate possono

in genere essere negoziate dalla banca stessa che rende accessibile agli investitori il

proprio mercato interno ed in questo caso è la banca che fissa il prezzo.

Politiche di comunicazione e di distribuzione: i canali distributivi, in particolare nel caso

della clientela degli investitori al dettaglio, sono 2: la rete degli sportelli della banca oppure

i canali tecnologici (internet banking). Nel caso in cui si tratti di clientela professionale o

istituzionale, la distribuzione e la vendita di solito non transitano attraverso la struttura di

rete o del canale tecnologico, ma si realizzano nella relazione diretta fra l'unità

organizzativa che produce l'obbligazione e l'investitore. La comunicazione merita

considerazioni più approfondite in quanto da un lato riguarda un prodotto caratterizzato da

rischi specifici e da modalità di funzionamento in molti casi complesse e dall'altro è

disciplinato da normative di valenza europea finalizzate a tutelare il potenziale investitore,

soprattutto se inconsapevole. Nel caso delle obbligazioni di diretta emissione (cioè non

emesse da soggetti terzi), la banca emittente assume nei confronti dell'investitore i due

obblighi fondamentali della remunerazione periodica e della prestazione finale che

estingue il contratto. Le prestazioni future per il cliente presentano caratteri di variabilità o

di volatilità, pur governate da regimi contrattuali preferfiniti e trasparenti. Tutto ciò

comporta 2 problemi di comunicazione: 1) illustrazione esauriente del prodotto e delle sue

caratteristiche necessita di un eccessivo set di informazioni poiché le condizioni di mercato

sono variabili; 2) il destinatario della comunicazione ha generalmente una cultura

finanziaria limitata e perciò non è in grado di comprendere pienamente e autonomamente

il profilo rendimento-rischio prospettato dall'investimento. La vendita di un prodotto così

caratterizzato fa sorgere 3 problemi: 1) l'investitore non è in grado di attuare

autonomamente la simulazione necessaria (è il caso di asimmetria informativa e

razionalità limitata); 2) che di conseguenza l'investitore formuli la decisione di acquisto

guidato in modo più o meno consapevole dal consiglio della banca; e questa circostanza

fa emergere una situazione di potenziale conflitto di interesse fra l'emittente collocatore e

l'acquirente; 3) che l'investitore possa procurarsi un danno, assumendo una decisione

sub-ottimale o sbagliata. Si comprende quindi perché il collocamento delle obbligazioni

deve essere normativamente regolato, soprattutto a tutela dell'investitore. Specifica

normativa sull’offerta di obbligazioni: MiFID recepita il 1° Novembre 2007: 1) obbligo

del «prospetto informativo» con caratteristiche dell’investimento, simulazioni sulla

performance; 2) classificazione dei clienti (prudente, moderato o dinamico) prima di

prestare il servizio; 3) routine con intervista formale sottoscritta; 4) la banca non può offrire

all’investitore obbligazioni con livello di rischio maggiore della classe di appartenenza

dell’investitore.

Bail-in: le crisi bancarie degli anni 2007-2009 hanno costretto i governi dei principali paesi

ad attuare interventi di salvataggio mirati principalmente a salvaguardare la solvibilità delle

banche e a prevenire il dissesto. Questi interventi hanno comportato rilevanti oneri a

carico dei bilanci pubblici, e perciò dei contribuenti. La garanzia pubblica implicita induce i

gestori della banca ad assumere rischi eccessivi per appropiarsi dei profitti realizzati,

dunque si è andata sempre più consolidando l'opinione che non fosse accettabile che le

insolvenze (perdite) bancarie venissero “socializzate”, cioè poste a carico della collettività.

Sono state attuate riforme molto incisive della regolamentazione bancaria, volte a ottenere

che la struttura finanziaria della banca divenisse più robusta (maggiore capacità di

sostenimento del rischio e di assorbimento delle perdite) e perciò meno esposta

all'eventualità del dissesto. Il comitato di Basilea ha emanato nel 2010 la normativa

Basilea III, con lo specifico obiettivo di controllare il rischio di solvibilità e quello di liquidità

con criteri rigorosi e imponendo perciò requisiti severi di capitale, di liquidità e di struttura

finanziaria. Nel 2013 l'UE ha emanato la “bank recovery and resolution directive” (BRRD),

entrata in vigore nel 2016, introducendo il principio generale e innovativo che le passività

delle banche possano essere sottoposte al provvedimento del bail-in. Importanti sono

anche le disposizioni della “deposit guarantee scheme directive”, emanata dall'UE nel

2014; viene stabilito che i singoli stati membri garantiscano, mediante appositi fondi di

garanzia dei depositanti, il singolo depositante della singola banca nella misura massima

di 100.000 euro.

La BRRD definisce una procedura europea condivisa di gestione delle crisi bancarie, essa

entra in atto quando sono verificate 3 condizioni: 1) concreto rischio di fallimento; 2)

impossibile trovare soluzioni alternative; 3) risoluzione necessaria per interesse pubblico.

Subordinatamente all'accertamento di queste condizioni, l'autorità di risoluzione dispone 4

modalità di intervento sulla banca in crisi: 1) vendita di alcune attività o aree di business;

2) Bridge bank: trasferimento temporaneo di attività e passività sotto l'amministrazione

delle autorità; 3) Bad bank: trasferimento definitivo attività deteriorate; 4) bail-in.

Il bail-in consente, in via generale alle autorità di risoluzione di disporre che i debiti non

garantiti della banca in crisi vengano ridotti nella misura necessaria per coprire le perdite

e/o per ricapitalizzare la banca, mediante conversione dei debiti in azioni. Sono esclusi

dalla procedura sia i depositi nei limiti di garanzia (fino a 100.000 euro) sia le obbligazioni

garantite (covered bonds). Inoltre, non sono sottoposti a bail-in i debiti verso le PA, quelli

verso il personale dipendente e i debiti per forniture ricevute. Fatte queste eccezioni la

procedura agisce sul patrimonio della banca e su tutte le passività residue, secondo un

ordine prestabilito di attribuzione delle perdite e/o di conversione in capitale azionario: 1)

capitale azionario (equity, tier 1 tier 2); 2) obbligazioni subordinate; 3) obbligazioni non

garantite; 4) depositi oltre 100.000 euro; 5) depositi garantiti: in questo caso al fondo di

garanzia dei depositi viene rischiesto di versare l'importo del bail-in da cui gli stessi sono

esentati.Al fine di impedire che le banche possano adottare comportamenti opportunistici

attuando politiche di raccolta che riducono il volume della passività esposte al bail-in, le

disposizioni stabiliscono che esse mantengano un ammontare di fondi propri e di tali

passività sufficiente a coprire una data % di perdita (ex: 8%) rapportata al totale delle

passività. Poiché la nuova regolamentazione espone al rischio di perdita/ conversione

ampie categorie di creditori, allora viene modificato radicalmente il comportamento degli

agenti economici che intendono detenere depositi oltre il limite di garanzia e sottoscrivere

obbligazioni bancarie non garantite. I loro comportamenti diventano quindi più selettivi e

questo dovrebbe fare in modo che gli organi della banca a loro volta adottino

comportamenti gestionali più prudenti. La percezione del rischio del bail-in può tuttavia

anticipare e/o accelerare la formazione di crisi bancarie, inducendo i soggetti esposti al

rischio ad assumere comportamenti tempestivi e preventivi per sottrarsi al rischio stesso.

Per esempio, informazioni negative sull'andamento della gestione, annuncio di importanti

perdite, aumento dei prestiti deteriorati.

La raccolta all'ingrosso: la banca, svolge di norma un'attività di raccolta al dettaglio

mediante depositi di ogni tipo e obbligazioni; la banca può però anche svolgere attività di

raccolta all'ingrosso (wholesale funding) da controparti dotate di notevoli risorse

finanziarie, in particolare altri intemediari finanziari e investitori istituzionali. Questo tipo di

raccolta si realizza mediante: 1) mercato interbancario; 2) emissioni obbligazionarie.

1) il mercato interbancario dei depositi (MID) costituisce un segmento importante del

mercato monetario (dove per consuetudine vengono scambiate attività finanziarie con

durata non superiore ai 12 mesi) ed è il luogo dove la banca può con grande rapidità ed

efficienza effettuare operazioni per ottenere o investire liquidità e perciò gestire la propria

posizione di liquidità. I prenditori e i datori di risorse su questo mercato sono tipicamente le

banche. Gli scambi fra le banche presentano scadenze o durate brevi (dalle 24 ore e oltre,

fino ai 3 e 6 mesi) e sono regolate secondo un tasso denominato euribor, di norma

crescente in relazione alla scadenza. La circostanza che una banca presenti una

posizione netta di segno debitorio per tempi non brevi, evidenzia che essa effettura

raccolta all'ingrosso, cioè ricorre stabilmente all'approvvigionamento di risorse finanziarie

da altre banche per il finanziamento della propria attività complessiva. Quando questa

modalità di raccolta assume rilevanza significativa e costante nella struttura del passivo, la

banca assume il carattere di secondary bank e in questo caso è particolarmente esposta

al rischio di liquidità perché le controparti bancarie potrebbero alle scadenze previste non

rinnovare il credito. 2) la raccolta all'ingrosso mediante la modalità dell'emissione

obbligazionaria consiste invece nella predisposizione di tioli di debito di durata più breve di

quella che caratterizza le obbligazioni bancarie.

Il contesto competitivo dell'attività di raccolta: l'obiettivo della banca consiste nel

massimizzare, sotto il vincolo della convenienza, il collocamento delle proprie passività:

sia in termini di quota di mercato, sia in termini di quota dell'attivo finanziario degli

investitori (share of the wallet). Altri soggetti perseguono lo stesso obiettivo e perciò

competono, la concorrenza è tutelata da apposite norme e dalla vigilanza di specifiche

autorità. La natura tecnica e funzionale delle passività bancarie comporta la distinzione tra

2 ambiti competitivi diversi: da un lato depositi e servizi di cassa, dall'altro le altre forme di

raccolta con funzione di investimento. Per quanto riguarda l'ambito dei depositi e dei

servizi di cassa, la concorrenza è prevalentemente tra banche, perché la raccolta dei

depositi fra il pubblico e la concessione del credito, possono essere svolte

(congiuntamente) solo dalla banca. Nell'evoluzione dello scenario competitivo, acquistano

grande importanza internet e la communication technology, poiché l'innovazione

tecnologica offre a tutti gli operatori la grande opportunità di superare il vincolo della

spazialità del mercato, che comporta costi e tempi di insediamento. Con riferimento invece

all'ambito competitivo delle altre forme di raccolta, quelle con funzione di investimento

(depositi a scadenza e obbligazioni), la banca si confronta non solo con le altre banche,

ma anche con un'estesa varietà di imprese non bancarie e PA che emettono titoli di debito

per ottenere fondi al fine di reinvestirli. Quindi, tutti i soggetti che hanno la capacità di

produrre (emettere e collocare) e di distribuire attività (passività) finanziarie sono

concorrenti effettivi o potenziali. Anche in questo caso vanno considerati i canali distributivi

che rendono accessibili questi investimenti: mercato mobiliare, internet, altri canali

tecnologici, reti fisiche.

La raccolta indiretta: per raccolta indiretta si intendono i “titoli di credito (documento che

prova l’esistenza di un diritto di esigere una somma di denaro o altra prestazione, per

esempio, consegna di merce, assicura la possibilità di farlo valere direttamente, e ne

consente il trasferimento ad altre persone) e altri valori non emessi dalla banca

depositaria, ma ricevuti dalla stessa in deposito a custodia, amministrazione o in relazione

all’attività di gestione di patrimoni mobiliari”. Non costituendo impegni diretti della banca,

non sono evidenziati nello SP. La raccolta indiretta non appartiene all'ambito

dell'intermediazione creditizia; in passato la banca ha sviluppato queste attività come

servizi accessori, cioè in una prospettiva di completamento dell'offerta, con lo scopo

principale della fidelizzazione della propria clientela. Tuttavia, oggi, questa attività

costituisce un servizio centrale nell’economia della banca. La raccolta indiretta comprende

una pluralità di servizi, tra cui:

1) servizi di negoziazione in senso lato: il cliente, in relazione agli strumenti finanziari,

ha prima di tutto bisogno di acquistare e di vendere. Possono verificarsi situazioni diverse:

a) strumenti finanziari o valori mobiliari quotati e negoziati nei mercati regolamentati (titoli

di Stato, azioni, obbligazioni, strumenti derivati ecc), in questo caso la banca può

raccogliere l'ordine del cliente ed eseguirlo nel mercato regolamentato oppure dare al

cliente contropartita diretta, cioè rendersi controparte dello scambio e quindi vendere o

acquistare direttamente. La normativa vigente, che è orientata a tutelare il cliente in

relazione al prezzo, stabilisce un principio di best execution, cioè l'obbligo della banca di

eseguire l'ordine alle migliori condizioni possibili. Per le transazioni effettuate la banca

applica commissioni rapportate ai valori degli scambi; b) strumenti di investimento

collettivo: fondi comuni di investimento, fondi pensione; c) prodotti assicurativi con

prevalente funzionalità di investimento finanziario. d) prodotti assicurativi previdenziali; e)

polizze assicurative rischi.

2) servizi di custodia e di amministrazione: il deposito amministrato è una fattispecie

contrattuale che offre al cliente l'opportunità di depositare presso la banca gli strumenti

finanziari (in genere, valori mobiliari) a scopo di custodia e amministrazione. La banca

riceve perciò un mandato a custodire ed amministrare gli strumenti finanziari in modo

passivo, cioè senza alcun esercizio di discrezionalità. La proprietà dei valori custoditi e

amministrati appartiene al cliente e ciò comporta dunque per la banca un obbligo di

restituzione degli stessi. Il servizio di custodia e amministrazione è remunerato da

commissioni o provvigioni rapportate al valore degli strumenti accolti nel deposito e riferite

al periodo contrattuale.

3) servizi di consulenza: l'acqusto o vendita degli strumenti finanziari che compongono la

raccolta indiretta richiede conoscenze e competenze specifiche che l'acquirente spesso

non possiede, per questo ha bisogno dell'aiuto (consulenza) della banca su come

prendere queste decisioni, poiché la banca è un agente professionale ed è perciò in grado

di aggiungere valore alla decisione. Il servizio di consulenza costituisce un'area di attività

essenziale e utile, che tuttavia implica una problematica complessa di conflitti d'interesse.

La banca è comunque tenuta a fare e a dare consulenza nell'interesse del cliente e perciò

a farsi carico della responsabilità di guidare il cliente stesso a perseguire gli obiettivi

dichiarati. Per quanto riguarda il conflitto di interesse, la banca potrebbe infatti, ad

esempio, prestando consulenza, indurre il cliente a utilizzare servizi che per la banca sono

remunerativi, potrebbe agire nell'interesse di un altro cliente preferibile o dotato di

maggiore forza contrattuale, potrebbe agire in contropartita diretta del cliente a condizioni

che però sono svantaggiose, oppure vendere strumenti finanziari prodotti da società

controllate.

4) servizio di gestione delegata: il cliente delega le decisioni di

investimento/disinvestimento alla banca, conferendo a questa un mandato ad agire nel

suo nome e per suo conto, e ovviamente nel suo interesse. Diversamente dal deposito

amministrato che configura un mandato di gestione passiva, in questo caso la banca viene

delegata a una gestione attiva, con obbligo di rendicontazione rispetto al mandato

ricevuto. Possono esistere diverse configurazioni di mandato, senza o con preventivo

assenso. Il mandato a gestire può inoltre assumere forma individuale o collettiva (nella

forma del fondo comune di investimento). In entrambi i casi la remunerazione del gestore

è costituita da una commissione di gestione rapportata al tempo, al valore corrente degli

attivi in gestione e al tipo degli stessi. Produzione e distribuzione degli strumenti di

raccolta indiretta: mentre gli strumenti della raccolta diretta sono prodotti dalla banca,

quelli della raccolta indiretta non lo sono; la banca produce i servizi di negoziazione,

custodia-amministrazione, consulenza e gestione delegata, ma non produce direttamente

gli strumenti oggetto delle stesse attività di servizio. Nel caso degli strumenti finanziari, o

valori mobiliari, quotati nei mercati regolamentati (titoli pubblici, azioni, obbligazioni), i

produttori sono gli stessi emittenti e lo stesso si può dire per gli strumenti derivati quotati.

Nel caso degli strumenti di investimento collettivo e dei prodotti assicurativi questi sono

prodotti da soggetti indipendenti e appositamente regolati (SGR, SICAV, fondi comuni di

investimento e compagnie assicurative). La banca può procurarsi la disponibilità di questi

strumenti e prodotti attraverso: a) accordi commerciali; b) alleanze strategiche; c) alleanze

strategiche di tipo consortile; d) controllo proprietario e strategico del produttore. Per

quanto riguarda la distribuzione dei servizi-prodotti della raccolta indiretta, la banca,fruisce

dei canali fisici (rete delle filiali) e di quelli tecnologici (phone e internet banking).

Obiettivi della raccolta indiretta: la raccolta indiretta costituisce il completamento

dell'offerta di servizi finanziari e assicurativi nei confronti di una clientela, rappresentata da

soggetti numerosi e diversi per comportamenti. Ogni soggetto ricerca in ogni momento

una soluzione integrata e integrale di bisogni interdipendenti e complementari; la banca ha

convenienza a produrre soluzioni di questo tipo in modo da saturare la domanda e

minimizzare il rischio che il cliente subisca l'attrazione di intemediari finanziari concorrenti.

In altre parole, la banca focalizza la propria politica all'attenuazione del rischio di

contendibilità dei propri clienti. Ciò spiega le ragioni per cui l'offerta bancaria tende ad

essere articolata, differenziata e diversificata in modo che il singolo cliente abbia minori

opportunità di trovare soluzioni esterne al portafoglio di prodotti e servizi che gli vengono

proposti.

CAPITOLO 3: LA GESTIONE DEI PRESTITI

L’attività di concessione dei prestiti, insieme all’attività di raccolta presso il pubblico,

costituisce il business qualificante della banca («attività bancaria», art. 10 del TUB). Il

buon funzionamento del canale creditizio è una condizione imprescindibile della crescita

degli investimenti e dei consumi di un Paese, i prestiti infatti costituiscono la principale

voce dell’attivo della banca (circa il 60% del totale attivo) e una fonte di finanziamento

primaria per le famiglie (oltre il 65% delle passività) e le imprese (circa il 30% dei debiti

finanziari). I prestiti costituiscono il “motore” della crescita dimensionale della banca,

poiché essi alimentano la raccolta nelle sue diverse forme. L'attività creditizia è centrale

anche perchè contribuisce fortemente all'equilibrio gestionale, essendo l'attività in prestiti,

business rischioso, è particolarmente lucrativo. I prestiti generano ricavi nella forma di

interessi attivi, contribuendo quindi alla formazione del margine di interessi. Essi inoltre

segnano solitamente l'avvio delle relazioni tra cliente e intermediario, e possono così dare

origine a processi di cross-selling, cioè di offerta di un'ampia gamma di prodotti e servizi

finanziari che incrementa i ricavi non solo nella forma di interessi, ma anche nella forma di

commissioni, che alimentano il margine di intermediazione.

Il rischio di credito: nello svolgimento dell'attività di intermediazione creditizia

tradizionale, raccolta del risparmio ed esercizio del credito, le banche trasformano rischi e

scadenze. Sono cioè in grado di raccogliere risorse attraverso l'emissione di passività

molto liquide e, dal punto di vista di chi le sottoscrive, poco rischiose (depositi) e di

impiegare queste risorse in attività, come i prestiti, rischiose e poco o per nulla liquide. Il

rischio tipico connesso all'attività di impiego in prestiti è il rischio di credito, che costituisce

la tipologia di rischio più rilevante cui le banche sono esposte. Il rischio di credito si

configura come l'eventualità di una perdita che la banca può subire a seguito

dell'insolvenza totale o parziale del debitore, ha quindi un impatto sull'equilibrio economico

della banca, potendo generare un costo (perdita o rettifica su crediti), ma anche mancati

ricavi (minori interessi e commissioni). Il rischio di credito ha inoltre un impatto

sull'equilibrio finanziario della banca, nell'eventualità di una mancanza di liquidità che si

verifica quando il debitore ritarda il pagamento di capitale e interessi. Emerge dunque

l'esigenza per le banche di misurare e gestire il rischio di credito. La concessione di prestiti

solleva problematiche a 2 livelli: 1) a livello “micro” in termini di decisioni relative alla

singola operazione; 2) a livello “macro” in termini di scelte riguardanti il portafoglio prestiti

nel suo complesso.

1) a livello individuale, la concessione di credito prevede prima di tutto un'attività di

selezione delle potenziali controparti che prende il nome di istruttoria di fido. Al termine del

processo di selezione, la banca, misura il rischio di credito, attribuisce il rating e determina

il tasso di interesse da applicare al prestito. Segue poi la fase di monitoraggio delle

posizioni in essere, se durante questa fase emerge un'anomalia, la banca può dare luogo

alla rinegoziazione del contratto oppure alla revoca dell'affidamento con conseguente

azione di recupero del credito.

2) a livello di portafoglio, le scelta da compiere riguardano in particolare la dimensione e la

composizione dello stesso e si parla di politica dei prestiti.

La gestione del rischio di credito delle singole posizioni: il concetto di fido è diverso

da quello di prestito, il fido è la massima esposizione che una banca è disposta ad

assumere nei confronti di un cliente e per definizione è sempre di ammontare determinato.

Il prestito rappresenta invece la modalità, il mezzo pratico, attraverso cui il fido è attivato

dalla banca e utilizzato dal cliente. L'istruttoria di fido è la fase della valutazione ex ante

condotta dalla banca prima della decisione di affidamento. Questa fase è contraddistinta

dalla produzione, dallo scambio e dall'elaborazione di informazioni sul soggetto che

richiede il fido, informazioni in parte fornite dalla stessa controparte, in parte prodotte

interamente dalla banca. Il valore aggiungo generato in questa fase è riconducibile al fatto

che l'intermediario bancario esprime un giudizio di affidabilità utilizzando non solo

informazioni pubbliche, ma anche confidenziali. Il contratto di prestito è personalizzato e

poco trasparente, perché il processo di allocazione svolto dalle banche è il frutto di uno

scambio di informazioni private tra debitore e datore di fondi.

La valutazione del rischio ex ante: l'struttoria di fido

L'istruttoria di fido è condotta al fine di verificare la capacità di rimborso del soggetto

(privato o impresa) che richiede un prestito. Questa prima fase coinvolge le strutture

periferiche della banca (operatori delle singole agenzie), che hanno il compito di istruire la

pratica, cioè di raccogliere tutte le informazioni ritenute necessarie. Le informazioni

richieste sono sia di natura anagrafica, sia di natura patrimoniale/reddituale. Alle

informazioni fornite direttamente dai clienti si aggiungono le informazioni prodotte

interamente dalla banca, non solo al fine della verifica della veridicità delle informazioni

rilasciate, ma anche per stimarne l'esposizione complessiva nei confronti del settore

bancario. Di primaria importanza a questo fine, è la consultazione delle centrali rischi

(database informatico in cui sono elencate le esposizioni debitorie di un determinato

soggetto verso il sistema bancario). Questo sistema informativo è alimentato dagli

intemediari che hanno l'obbligo di comunicare mensilmente alla CR i crediti verso i propri

clienti di importo pari o superiore a 30mila euro. Gli intemediari possono comunque

richiedere alla CR, come flusso informativo di ritorno, dettagli sulla posizione di

indebitamento complessivo della propria clientela nei confronti dell'intero sistema

bancario. Accanto alla CR gestita dalla Banca d'Italia esistono anche centrali rischi private.

La fase di istruttoria viene dunque integrata da un'attività di analisi quantitativa e

qualitativa, che risulterà più o meno approfondita in relazione all'importo richiesto e alla

complessità dell'operazione da valutare. Per prestiti di piccoli importi e/o clienti con attività

poco strutturate, un’analisi troppo accurata potrebbe risultare eccessivamente onerosa e

dunque non sostenibile economicamente. Spesso si adotta quindi un approccio garantista,

che condiziona la concessione del prestito alla disponibilità di garanzie reali. Per le

operazioni più semplici, prestiti rateali a individui e famiglie, la valutazione viene fatta

utilizzando modelli di scoring, che consistono nell'attribuire uno score (punteggio) alla

situazione economico-finanziaria del cliente. Il vantaggio che deriva dall'utilizzo di questo

modello è la valutazione rapida, sintetica e poco costosa; tuttavia, ci sono anche degli

aspetti negativi, l'analisi è parziale e poco affidabile. La procedura di istruttoria si conclude

con una relazione di fido che sintetizza gli esiti della valutazione condotta su tutte le fonti

informative, interne ed esterne, utilizzate dalla banca. Nella relazione: 1) è contenuta la

proposta della dimensione del fido accordabile; 2) è identificata la forma tecnica attraverso

cui concederla; 3) è attribuito un giudizio sintetico di merito di credito definito rating; 4) è

individuato il tasso di interesse congruente con il rischio dell'operazione. La relazione di

fido viene infine presentata agli organi decisionali, i quali deliberano la decisione di

affidamento. L'affidamento vero e proprio è solo successivo. All'eventuale delibera può

infatti seguire un periodo di negoziazione tra banca e cliente, per esempio nel caso in cui

la banca richieda l'apporto di garanzie accessorie per rende più probabile il recupero del

capitale concesso in prestito.

Il ruolo delle clausole contrattuali e delle garanzie accessorie nei contratti di debito:

un primo modo che hanno le banche per attenuare comportamenti opportunistici cui sono

soggette concedendo prestiti è quello di apporre al contratto clausole. Esistono diverse

tipologie di clausole contrattuali, la cui funzione può essere quella di: a) scoraggiare

comportamenti indesiderati; b) incoraggiare comportamenti virtuosi; c) impegnare a

mantenere elevato il livello della garanzia reale. I fidi possono essere inoltre assistiti da

garanzie di tipo reale o personale. Le garanzie reali sono rappresentate da beni che

vengono depositati in pegno o sui quali viene iscritta un'ipoteca a favore della banca

(abitazione). Nel caso in cui il debitore si dimostri inadempiente, la banca può infatti

rivalersi sui beni specifici mediante l'esercizio di un diritto di prelazione (diritto per cui una

parte viene soddisfatta prima di altri creditori). Le garanzie personali sono fornite da terzi

che di solito hanno con il richiedente del fido rapporti di amicizia o di parentela. La

richiesta di garanzie da parte della banca non modifica il profilo di rischio del debitore, ma

quello dell'operazione di finanziamento nel suo complesso, in quanto la presenza di un

bene (o di un terzo) su cui rivalersi in caso di insolvenza del debitore principale rende più

facile il recupero del credito. La richiesta di garanzie reali e personali dà luogo a 2

importanti problematiche: 1) implica un'esigenza di valutazione; 2) può dare origine a un

approccio eccessivamente prudenziale in fase di concessione del credito.

Forme tecniche di prestito: una prima distinzione è tra prestiti che prevedono o meno

un'uscita di cassa (l'erogazione di un vero e proprio finanziamento) da parte della banca.

Per questo si parla di prestiti per cassa e di prestiti di firma.

Prestiti di firma: concedendo un prestito di firma, la banca non si impegna direttamente a

erogare fondi, ma ad assumere o a garantire il pagamento di un debito di un cliente

(affidato) nei confronti di un soggetto terzo (creditore), qualora il primo fosse insolvente.

L'erogazione del finanziamento è quindi solo eventuale e condizionata all'inadempimento

del cliente della banca. I prestiti di firma generano ricavi nella forma prevalente di

commissioni. Il rischio della banca nel concedere un credito di firma risiede nell'eventualità

di dover adempiere l'obbligazione del cliente. Anche la concessione dei crediti di firma, in

quanto, veri e propri prestiti bancari, è subordinata a un'istruttoria di fido nella quale oltre

ad accertare il merito creditizio del richiedente, la banca può richiedere eventualmente

idonee garanzie. Le forme più comuni di crediti di firma sono le fideiussioni prestate dalla

banca a favore di un terzo nell'interesse di un proprio cliente.

Prestiti per cassa: diverse sono le forme e possono cambiare da banca a banca,

comunque le più diffuse sono: 1) mutuo; 2) leasing finanziario; 3) apertura di credito in c/c;

4) operazioni di smobilizzo di crediti commerciali; 5) prestiti personali e credito revolving.

I rating interni nel processo di concessione del credito: rating è il giudizio sintetico di

merito creditizio che si attribuisce alla fine del processo di istruttoria al cliente, esprimibile

con lettere o numeri progressivi. Il rating interno (così definito per essere distinto da quello

esterno rilasciato da agenzie come Moody’s e Standard & Poor’s) è quindi una

valutazione sintetica e relativa del profilo di rischio di credito di un cliente. Riassume

le informazioni quantitative e qualitative che la banca ha a disposizione su quel cliente, ed

è sulla base di queste informazioni raccolte nel corso del tempo che la banca è in grado di

costruire delle classi di rischio/ rating, ciascuna delle quali è espressiva di un determinato

livello di rischio e contraddistinta da una determinata probabilità di insolvenza (o di

default), ovvero un range di probabilità di insolvenza. Muovendo da una classe meno

rischiosa a una più rischiosa la probabilità che i debitori vadano in default è crescente. Un

sistema di rating efficiente migliora la valutazione e misurazione del rischio di una

operazione creditizia.

Uso dei rating interni per finalità regolamentare: una prima finalità di utilizzo del rating

interno riguarda il calcolo dei requisiti patrimoniali minimi obbligatori. L’utilizzo del rating

nelle banche si è diffuso a seguito della predisposizione da parte del Comitato di Basilea

di Basilea II. Il requisito minimo che ogni banca è tenuta ad accantonare (patrimonio di

vigilanza) a fronte del rischio di credito è pari a una certa % (tradizionalmente l’8%) delle

attività della banca ponderate per il loro grado di rischio (RWA- risk-weighted assets):

requisito patrimoniale = 8% x RWA

Tuttavia, non veniva adeguatamente calcolato il rischio di credito delle diverse

controparti, determinando fenomeni di sottocapitalizzazione e/o arbitraggio

regolamentare. Il Nuovo Accordo sul Capitale (Basilea 2) ha introdotto il concetto di

rating, come variabile cui ancorare il calcolo del requisito patrimoniale. I coefficienti

di ponderazione relativi al rischio di credito sono calcolati secondo 2 approcci: a)

l’approccio standard basato sui rating esterni: sono le autorità di vigilanza che calcolano i

coefficienti di ponderazione sulla base di rating esterni di agenzie qualificate; b) approccio

basato su rating interni: i coefficienti di ponderazione sono determinati dalla banca

mediante modelli di rating interni e applicando funzioni regolamentari fornite dalle autorità

di vigilanza.

Le componenti del rischio: le attività devono essere ponderate sulla base di 4

componenti di rischio: 1) la probability of default (PD) che esprime la probabilità che il

debitore diventi insolvente in un orizzonte temporale di 1 anno; 2) la loss given default

(LGD) che esprime la % di perdita in caso di insolvenza; 3) la exposure at default (EAD)

che rappresenta l’esposizione della banca nel momento del default; 4) la maturity (M) che

indica la scadenza effettiva dell’operazione e che si calcola come media delle scadenze

contrattuali dei vari pagamenti, ciascuna ponderata per il relativo importo.

La PD è una componente di rischio che connota il debitore, mentre LGD, EAD e M sono

componenti che riguardano l’operazione nel suo complesso. Ne consegue che il rating

relativo alla singola controparte è espressione della sola PD, mentre il rating

dell’operazione è invece un giudizio più complessivo. Questo significa che uno stesso

soggetto, cui è stato assegnato un certo rating (o che appartiene a una determinata classe

di rating) cui corrisponde una determinata PD, può essere destinatario di rating diversi

sulle singole esposizioni in essere.

Le componenti di rischio determinano la perdita attesa (Expected Loss – EL), che

costituisce il «costo del rischio» EL = PD x EAD x LGD. La perdita inattesa

(Unexpected Loss – UL) costituisce il «vero rischio» per la banca, può essere calcolata

secondo diverse metodologie e deve essere presidiata con il patrimonio di vigilanza.

Le componenti di rischio rappresentano gli input di funzioni di ponderazione definite dalle

autorità di vigilanza, che dipendono dalla categoria di esposizione (corporate o retail).

L’ammontare di capitale da detenere a fini regolamentari (requisito patrimoniale) sarà

ƿ ƿ

dunque pari a: requisito patrimoniale = EAD x f (PD, LGD, M, ) x 8% dove indica la

correlazione tra gli attivi.

Affinché le banche possano utilizzare a fini regolamentari (cioè per il calcolo del requisito

patrimoniale minimo obbligatorio) i giudizi sulla controparte e sull’operazione prodotti

internamente, è necessario che il sistema di rating venga validato dalla Banca d’Italia.

L’autorità di vigilanza è infatti chiamata a verificare che i sistemi di rating utilizzati siano

solidi e rispettino, sul piano quantitativo e organizzativo, i requisiti minimi previsti dalla

normativa prudenziale. Esempi di requisiti minimi quantitativi sono relativi alla struttura del

sistema di rating (per esempio, la numerosità minima delle classi di rating) e alla

quantificazione dei parametri di rischio (per esempio, il contenuto minimo degli archivi dati,

la lunghezza delle serie storiche). I requisiti organizzativi riguardano: a) le caratteristiche

del sistema di rating (che si differenziano per il grado di rilevanza riconosciuto ai giudizi

automatici derivanti dal modello e a quelli di esperti nel settore); b) l’utilizzo del sistema di

rating nella gestione aziendale (nella concessione dei crediti, nella gestione del rischio,

nell’attribuzione interadel capitale e nelle funzioni di governo della banca). Il pricing dei

prestiti: la determinazione del tasso di interesse (pricing) delle operazioni di

finanziamento è una fase rilevante nel processo di gestione del rischio di credito. Si tratta

di un momento delicato almeno sotto 2 punti di vista. Un pricing inadeguato infatti: 1)

distrugge ricchezza per gli azionisti della banca; 2) genera effetti distorsivi nell’allocazione

del credito.

I criteri di determinazione del tasso attivo: un esempio di modello di determinazione dei

tassi attivi è l’intrinsic value pricing, così definito in quanto basato sulla stima delle

componenti intrinseche del prestito stesso. La determinazione del tasso di interesse sui

prestiti richiede un processo di stima dei costi connessi all’operazione creditizia, cioè: a)

costi legati all’eventuale insolvenza della controparte e misurati come perdita attesa; b)

costi delle risorse raccolte dalla banca per determinare quel determinato prestito (oneri

finanziari); c) costi amministrativi (costo del personale, del software ecc). Nell’ambito di

questo modello bisogna poi distinguere il caso in cui la banca agisca sul mercato come

price-setter da quello in cui operi come price-taker. Definiamo price-setter la banca che,

operando in un contesto poco competitivo e/o poco elastico (in cui cioè la clientela è molto

fidelizzata e non basa le sue decisioni di finanziamento/ investimento sulla variabile prezzo

del servizio bancario) è in grado di fissare autonomamente il tasso del singolo prestito.

Viceversa, in un mercato molto competitivo e/o a elasticità elevata (in cui la clientela si

sposta da una banca a un’altra anche a seguito di piccole variazioni di prezzo dei prodotti

bancari), una banca più probabilmente agirà da price-taker, adeguandosi al tasso di volta

in volta fissato dal mercato per quella determinata tipologia di operazione di

finanziamento.

Il pricing della banca price-taker:

La valutazione del rischio ex post: l’attività di monitoraggio

Dopo che la banca ha assunto il rischio di credito a seguito dell’affidamento concesso, ha

inizio un’attività costante di monitoraggio della posizione. L’azione di monitoraggio serve

ad evitare che il debitore adotti comportamenti opportunistici (moral hazard) e consiste nel

controllo continuativo della posizione di rischio e nella verifica del permanere delle

condizioni di affidabilità del cliente. L’azione di controllo viene svolta attraverso diverse

modalità. La banca osserva il comportamento bancario del cliente, che si effettua tramite

l’esame di dati andamentali interni. Ulteriori forme di controllo si attuano tramite la verifica

del rispetto delle clausole contrattuali e la constatazione dell’emergere di eventi

pregiudizievoli. Infine la banca è chiamata a verificare che il valore delle garanzie, reali e

personali, non sia deteriorato nel corso del tempo, rispetto alle condizioni di avvio del

rapporto. Al termine dell’azione di monitoraggio la banca è chiamata: a) classificare la

posizione del cliente, a seconda del suo stato di salute, nella categoria in bonis quando il

giudizio di affidabilità rimane immutato, in una delle categorie di crediti deteriorati qualora

si registri un’anomalia (in presenza di un’anomalia si avviano le procedure previste per la

gestione del contenzioso, che possono anche comportare la revoca dell’affidamento).

b) a procedere con l’eventuale modifica della classe di rating, cioè con il passaggio a una

classe di rating superiore (upgrade) o inferiore (downgrade) rispetto a quella di partenza.

Classificazione dei crediti deteriorati secondo a regolamentazione italiana (circolare

n. 727, matrice dei conti)

Sofferenze: esposizione nei confronti di un soggetto in stato di insolvenza (anche non

accertato giudizialmente) o in situazioni sostanzialmente equiparabili, indipendentemente

dalle eventuali previsioni di perdita formulate dalla banca.

Incagli: esposizione nei confronti di soggetti in temporanea situazione di obiettiva

difficoltà, che sia prevedibile possa essere rimossa in un congruo periodo di tempo. Si

prescinde dall’esistenza di eventuali garanzie (personali o reali) poste a presidio delle

esposizioni.

Ristrutturati: esposizioni per le quali una banca (o un pool di banche), a causa del

deterioramento delle condizioni economico-finanziarie del debitore, acconsente a

modifiche delle originarie condizioni contrattuali (ad esempio, riscadenzamento dei termini,

riduzione del debito e/o degli interessi) che diano luogo a una perdita.

Esposizioni scadute e/o sconfinanti: esposizioni diverse da quelle classificate a

sofferenza, incaglio o fra le esposizioni ristrutturate, che, alla data di riferimento della

segnalazione, sono scadute o sconfinanti da oltre 90 giorni.

La gestione del contenzioso: le soluzioni di tipo negoziale (stragiudiziale) e

giudiziale

la presenza di posizioni deteriorate impone precise scelte gestionali e organizzative. La

gestione del contenzioso può avvenire attraverso soluzioni: 1) negoziali (stragiudiziali), 2)

giudiziali, 3) di mercato.

1) tra le soluzioni di tipo negoziale rientra la ristrutturazione del contratto. Si definisce

ristrutturato un credito per il quale viene concessa una moratoria al pagamento e per il

quale si ha una ristrutturazione del debito (mediante per esempio la revisione del tasso di

interesse, la richiesta di apporto di nuove garanzie).

2) le soluzioni di tipo giudiziale prevedono l’avvia di procedure di recupero legale del

credito. Questa scelta viene presa quando ci sono garanzie sulle quali la banca può

rivalersi.

3) cessione del credito a società del gruppo o a soggetti esterni specializzati nella gestione

del recupero crediti.

La scelta tra le diverse soluzioni di gestione dei crediti non performing deriva dalla

valutazione di una serie numerosa di variabili. Prima di tutto, il trade-off costi/ benefici di

ciascuna soluzione. I costi di cui tenere conto sono infatti diversi: spese giudiziarie, legali,

amministrative, costi di rinegoziazione, costi connessi alla riduzione del valore economico

dell’impresa (per esempio per un effetto reputazione nel caso di procedure giudiziarie),

costi sociali. Inoltre, la scelta dipenderà dall’intensità della relazione banca-cliente, che

potrà far propendere per una soluzione meno drastica nel caso in cui la banca intrattenga

con il proprio cliente rapporti di lunga durata, articolati attraverso una moltitudine di

contratti.

Le soluzioni di mercato: si basano sulla cessione del singolo credito o, dell’insieme di

crediti di dubbia qualità per lo più a soggetti specializzati nel recupero o a entità

appositamente costituite nell’ambito di operazioni di cartolarizzazione di crediti. Le

principali modalità di cessione sono 2: 1) la cessione pro soluto tout court; 2) la cessione

nell’ambito di operazioni di cartolarizzazione.

1) la cessione pro soluto e il bad banking: il singolo credito, ma più comunemente un

insieme di crediti, di dubbio realizzo è venduto a un soggetto esterno alla banca. Il

trasferimento del rischio è completo, la banca elimina dal proprio bilancio le attività

trasferite, genera liquidità a fronte dello smobilizzo, tipicamente realizza una perdita

perché vende a sconto, ma libera anche patrimonio che può essere riallocato verso attività

più remunerative e meno rischiose. L’acquirente può essere un qualunque operatore del

mercato interessato all’acquisto del credito, più spesso però si tratta di un soggetto interno

o esterno al gruppo di appartenenza della banca cedente, specializzato nella gestione e

nel recupero di crediti deteriorati. Quando la cessione pro soluto dei crediti problematici

avviene in modo continuativo e sistematico, la banca cedente opera secondo una modalità

di outsourcing, cioè di esternalizzazione della funzione di recupero del credito. Quando la

cessione di attività dequalificate rientra nell’ambito di un piano di salvataggio, essa si

configura come un’operazione di bad banking. In questi casi la finalità della cessione è

quella di ripristinare rapidamente le condizioni di equilibrio gestionale della banca cedente.

Il soggetto cessionario viene denominato bad bank perché, accollandosi gli asset

problematici del cedente, consente di ripulire i bilanci della banca in crisi e la trasforma,

conseguentemente, in una banca buona.

La cartolarizzazione dei crediti deteriorati: le cartolarizzazioni di attività deteriorate

sono estremamente onerose: data la bassa qualità dei crediti sottostanti, le garanzie

interne ed esterne da apportare al fine di consentire l’attribuzione agli ABS di un rating

almeno BBB o superiore, sarebbero numerose, condizione che rende questo tipo di

cartolarizzazione poco appetibile. Consente comunque di perseguire diverse finalità a

seconda di che cosa viene ceduto e di come viene utilizzata la liquidità proveniente dallo

smobilizzo degli attivi sottostanti. Alcuni possibili utilizzi a fini gestionali delle operazioni di

cartolarizzazione sono: a) finalità di funding; b) finalità di asset-liability management; c)

finalità di credit risk management; d) finalità di gestione del capitale.

La gestione del rischio di credito a livello di portafoglio: la politica dei prestiti

la gestione del rischio di credito è anche quella che riguarda il portafoglio (crediti), si parla

a questo proposito di politica dei prestiti per indicare i criteri guida adottati dalla banca

nelle scelte di dimensione e di composizione ottimale del portafoglio creditizio, tenuto

conto di un sistema di vincoli.

Gli obiettivi: dimensione e composizione

obiettivo primario della banca è quello dello sviluppo dimensionale; la banca, infatti,

persegue innanzitutto l’obiettivo generale di massimizzare la crescita dei prestiti,

condizione necessaria per preservare la quota di mercato. Inoltre i prestiti rappresentano

la porzione più significativa degli impieghi in termini di ricavi da interessi e commissioni,

costituiscono anche il canale primario per instaurare relazioni di clientela e sono il

presupposto dello sviluppo dei depositi. Altro obiettivo naturale della banca è quello del

mantenimento di una qualità soddisfacente del portafoglio creditizio, nel rispetto del

contenimento di rischi di diversa natura. Il mantenimento di una qualità soddisfacente

impone scelte di composizione del portafoglio creditizio, in particolare in merito al suo

gradi di concentrazione e di diversificazione. La concentrazione riguarda la dimensione

delle posizioni in portafoglio, un eccesso di concentrazione costituisce un rischio per le

banche poiché il grado di concentrazione è correlato positivamente con l’incidenza del

rischio specifico e di conseguenza con la probabilità che l’insolvenza di un singolo

soggetto abbia pesanti ripercussioni sulla banca. La diversificazione esprime la

correlazione (negativa) tra le probabilità di inadempienza delle controparti e può riguardare

numerose dimensioni, come la forma tecnica, il settore di appartenenza, la natura e l’area

geografica del debitore. Un’adeguata politica di diversificazione consente di ridurre il

rischio espresso in termini di perdita non attesa e di rischio complessivo. La possibilità di

perseguire questi 2 obiettivi è condizionata da 2 circostanze: 1) qualunque scelta in

materia di dimensione e di composizione genera ricavi, costi e rischi specifici e ciò rende

ancora più difficile il processo decisionale; 2) le specifiche linee guida che si scelgono per

governare il portafoglio, non sempre sono attuabili, dato che devono sottostare a dei

vincoli (interni ed esterni); è dunque il sistema dei vincoli in cui la banca si trova a operare

a definire quanto e come il portafoglio possa crescere.

I vincoli interni ed esterni: per vincoli esterni si intendendo fattori su cui la banca non ha

una diretta capacità di intervento, incidono sull’attività creditizia e sono ricollegabili alle

variabili che determinano l’andamento della domanda di credito, sia sul piano aggregato

che su quello individuale. A livello aggregato, la dinamica dei prestiti dipende

dall’andamento del ciclo economico e dal processo di formazione e di distribuzione del

prodotto interno lordo, che a sua volta riflette le scelte di spesa corrente, di risparmio e di

investimento di imprese, famiglie e istituzioni pubbliche. Altro vincolo è rappresentato dalle

caratteristiche strutturali e dalle modalità di funzionamento del sistema finanziario (ex: le

condizioni di liquidità sul mercato interbancario, il grado di sviluppo dei mercati di capitali

come canale di finanziamento per le imprese influenzano la domanda di credito). Anche le

decisioni in materia di politica monetaria e di vigilanza costituiscono esempi di vincoli

esterni che incidono sulla capacità della banca di erogare prestiti. Una politica monetaria

restrittiva basata su un innalzamento dei tassi di interesse o su un aumento del

coefficiente di riserva obbligatoria rende la raccolta bancaria più onerosa e,

conseguentemente, limita la capacità creditizia della banca. I vincoli interni, cioè l’insieme

di fattori interni alla banca che influenzano la politica dei prestiti sono numerosi: a)

dimensione e caratteristiche dalla raccolta; b) il livello di patrimonializzazione (ha un

impatto diretto sull’ammontare di rischi sostenibili, e dunque sulla possibilità di portare

avanti una politica creditizia aggressiva); c) caratteristiche dell’assetto organizzativo

(numerosità e localizzazione geografica degli sportelli, dimensione ed efficienza delle

strutture di valutazione di fidi e gestione dei rischi): d) livello obiettivo di rischio/ rendimento

del management e dell’azionato della banca (fattore che delinea la maggiore o minore

propensione a mettere in atto politiche creditizie aggressive). La gestione dinamica del

rischio di credito: gli strumenti di credit risk transfer

Grazie alla diffusione di tecniche di trasferimento del rischio di credito, la possibilità di

crescita e composizione del portafoglio crediti è aumentata; accanto agli strumenti già

menzionati (cessioni pro soluto e cartolarizzazioni), rientrano tra le tecniche di CRT le

compravendite di derivati creditizi. Con il termine derivato creditizio si intende un contratto

che consente di trasferire il solo rischio di credito relativo a un prestito o a un’obbligazione,

oppure di assumerlo. Caratteri distintivi: a) oggetto del trasferimento è il solo rischio e non

la titolarità del contratto sottostante (il prestito rimane nel bilancio di chi lo ha originato); b)

il trasferimento non genera liquidità (proprio perché non vi è passaggio di titolarità del

contratto di base); c) la finalità quando si acquista o si vende un derivato creditizio è quindi

quella di assumere o trasferire un’esposizione di rischio nei confronti del contratto

sottostante (vendita di protezione); d) il rischio di credito ceduto a differenza delle cessioni

del credito con modalità pro soluto è in realtà sostituito da un rischio di controparte, che

dipende dalla presupposta solvibilità del soggetto (controparte acquirente del rischio).

L’uso di tecniche CRT ha consentito: a) massimizzare la crescita degli impieghi

indipendentemente dai vincoli legati alle fonti di raccolta (si originano e si vendono prestiti,

con la liquidità acquisita si fanno nuovi prestiti e il loro volume aumenta); b)

diversificazione del portafoglio “slegato” da vincoli geografici/organizzativi.

Effetti sul business bancario degli strumenti di credit risk transfer: l’utilizzo intenso di

strumenti di CRT ha ripercussioni profonde sul business bancario, ne modifica i caratteri

fondamentali segnando il passaggio da un modello originate-to-hold a quello originate-to-

distribute, cambiando modalità e logiche di gestione del rischio di credito.

Da “originate to hold” a “originate to distribute”: 1) da elevata personalizzazione a

standardizzazione di rapporti e contratti (da relationship a transactional banking); la

concessione dei prestiti è ora funzione della successiva possibilità di venderli; 2) da

elevato “bundling” a “unbundling”, cioè disgregazione delle fasi e dei ruoli in cui l’attività di

intermediazione tradizionale si articola; 3) da una trasformazione delle condizioni

contrattuali intensa a una intermediazione leggera; 4) da intermediario orientato al margine

di interesse a intermediario orientato al margine commissionale e da plusvalenze.

Maggiori rischi per le banche e per il sistema finanziario: processi spinti di originate-

to-distribute non solo snaturano l’attività di una banca ma mettono a rischio la stabilità del

sistema finanziario. Una maggiore flessibilità nella composizione e nella gestione del

portafoglio infatti, si associano spesso a comportamenti imprudenti: riduzione della

dotazione di capitale e delle riserve di liquidità, nonché maggiori incentivi a politiche

creditizie aggressive. L’insieme di queste circostanze, unite al peggioramento della

congiuntura economica (che aumenta il grado di insolvenza dei debitori) e a condizioni di

illiquidità sui mercati monetari e dei capitali (che rende problematico il reperimento di nuovi

fondi e il rinnovo di passività a scadenza), possono minacciare la solvibilità delle singole

banche e ripercuotersi, a catena, sulla stabilità del sistema finanziario.

CAPITOLO 4: L'EQUILIBRIO FINANZIARIO

Consiste nella capacità dell'impresa di mantenere nel tempo un bilanciamento adeguato

tra i flussi di cassa, o monetari, in entrata e in uscita. E' necessario cioè che la banca sia

sempre e in ogni momento in grado di far fronte alle proprie obbligazioni di pagamento e di

rimborso di passività in condizioni di soddisfacente economicità. Essa deve sempre

disporre della liquidità necessaria per sostenere tutte le uscite di cassa necessarie e

obbligatorie. La liquidità è formata sia dalle entrate di cassa, sia dalla disponibilità

immediata di riserve monetarie (depositi a vista presso altre banche, depositi liberi presso

la banca centrale ecc). Il concetto di riserva di liquidità, componente caratteristica

dell'attivo patrimoniale della banca è fondamentale e si pone quindi un problema di

adeguatezza della riserva di liquidità. Nell'ipotesi che questa dovesse in qualsiasi

momento divenire insufficiente, la banca non avrebbe la liquidità necessaria per assicurare

la continuità delle proprie operazioni. Quando invece c'è un'eccedenza delle entrate

rispetto alle uscite, la riserva di liquidità aumenta e il rischio di liquidità nell'immediato

diminuisce, ma assume crescente rilevanza un problema di economicità: il mantenimento

di riserve di liquidità crescenti, implica infatti un costo-opportunità significativo, poiché le

attività liquide hanno un rendimento molto basso o nullo. E' utile concepire una soglia

minima della riserva di liquidità al disotto della quale l'equilibrio finanziario presenta

crescenti profili di criticità (rischio di crisi di liquidità) e una soglia massima della stessa il

cui superamento tuttavia influisce negativamente sulla redditività aziendale. Nella

concettualizzazione dell'equilibrio finanziario assumono un ruolo determinante l'orizzonte

temporale di riferimento (giorno, settimana, mese), la capacità di previsione dei flussi di

cassa, il grado di incertezza – affidabilità di tali previsioni, i costi riferibili al mantenimento

della riserva di liquidità (costo-opportunità) o al reperimento di fondi di liquidità aggiuntive

(indebitamento).

Slide 4

In relazione alla rilevazione contabile delle entrate e uscite monetarie è importante

escludere tutti gli accadimenti che non hanno manifestazione monetaria, che non hanno

cioè una contropartita in una variazione della cassa. Per esemplificare: tutte le variazioni di

valore di attività di bilancio, siano esse positive (plusvalenze su titoli) oppure negative

(minusvalenze su titoli), non hanno nessuna manifestazione monetaria immediata, cioè

non comportano una corrispondente variazione della cassa. Occorre tenere conto

dell’automatica compensazione contabile fra variazioni di segno opposto. La frequenza

delle compensazioni interne fra entrate e uscite monetarie tende a prevalere perché la

banca favorisce con ogni mezzo la probabilità che tutte le transazioni, operazioni, contratti

con soggetti terzi vengano regolati con moneta bancaria. Nella prassi operativa della

banca vengono impiegati 3 metodi per prevedere e misurare l'equilibrio finanziario

prospettico: 1) metodo della riclassificazione delle quantità dello SP per liquidità; 2)

metodo delle rilevazioni dei flussi di cassa generati dal normale svolgimento dell'attività

della banca secondo una scala temporale predefinita (maturity ladder); 3) metodi ibridi che

combinano variamente i metodi precedenti.

1) il criterio fondamentale di questo metodo consiste nella preventiva scelta di un orizzonte

temporale considerato significativo per la gestione e nella successiva separata

classificazione delle attività e delle passività che, entro il prescelto orizzonte temporale, si

trasformeranno o potranno trasformarsi in flussi di cassa (in entrata o in uscita), e devono

essere perciò considerate rispettivamente monetizzabili o volatili.

Tra le attività si hanno:

- moneta legale e attività assimilabili: la prima consiste nella moneta legale disponibile

nella cassa della banca, le seconde sono tutte quelle attività che possono essere

convertite immediatamente in moneta legale, senza sostenere alcun costo di transazione

e alcun rischio di perdita di valore (depositi liberi presso la BC e depositi a vista presso

sistema postale).

- crediti verso banche: liquidità prestata ad altre banche overnight (24 ore) e a scadenze

più lunghe; a questa voce appartengono pure i c/c di corrispondenza che la banca

intrattiene con altre banche allo scopo di regolare le transazioni interbancarie con addebiti/

accrediti reciproci (i debiti verso banche, indicati fra le passività, hanno natura asimmetrica

e valgono le considerazioni già fatte). E' utile sottolineare che la differenza fra i crediti e i

debiti verso le banche identifica la posizione netta interbancaria, il cui valore e segno

algebrico (positivo o negativo), segnala se e in quale misura la banca considerata sia

rispettivamente a credito o a debito verso le altre banche, se e in quale misura essa sia

datrice o prenditrice netta di liquidità dal sistema.

- prestiti: vengono distinti in 2 sottoclassi, a seconda che essi abbiano scadenza

determinata o indeterminata. Dei primi possono essere considerati liquidi solamente quelli

che scadranno entro l'orizzonte temporale prescelto. Dei secondi (tipicamente aperture di

credito in c/c), viene considerata liquida solo la parte che può essere prudenzialmente

ritenuta revocabile.

- titoli: comprende soprattutto titoli di Stato e valori mobiliari (obbligazioni, azioni). Occorre

identificare i titoli effettivamente monetizzabili e perciò disponibili; vanno perciò esclusi i

titoli che sono già stati costituiti in garanzia di precedenti operazioni finanziarie e quelli per

varie ragioni non liquidabili.

Tra le passività si hanno:

- depositi di clientela: secondo la prassi vengono considerati volatili, cioè suscettibili di

generare flussi di cassa negativi (assorbimento di liquidità) i depositi a scadenza

determinata che giungono all'estinzione entro l'orizzonte temporale prescelto. Per quanto

riguarda i depositi a vista, in larga misura costituiti dai depositi in c/c, occorre stimare la

parte che potrebbe essere utilizzata dai relativi creditori (parte volatile). Di conseguenza,

sia i depositi non in scadenza sia quelli a vista considerati stabili vengono esclusi dalle

passività volatili e riclassificati separatamente sotto le stesse.

- obbligazioni: quelle che scadono entro l'orizzonte temporale prescelto sono interamente

computate fra le passività volatili, mentre le altre sono escluse.

Il prospetto include pure il possibile effetto delle posizioni fuori bilancio sulla liquidità. Si

tratta di contratti stipulati dalla banca che nel presente non costituiscono attività o

passività, ma potranno determinare flussi di cassa futuri in uscita o in entrata (linee di

credito disponibili, impegni a erogare nuovi finanziamenti). E' dunque importante ribadire

che il metodo considerato fa riferimento sia alle scadenze contrattuali delle attività e delle

passività, sia alla possibilità che queste possano essere in certa misura considerate

monetizzabili o volatili entro l'orizzonte temporale prescelto. Intervengono perciò criteri e

modalità di valutazione discrezionale, che in linea generale devono ispirarsi ad un

approccio di tipo prudenziale. Il saldo tra attività monetizzabili (AM) e passività volatili

(PV) indica la quantità di liquidità netta di cui la banca potrà ragionevolmente

disporre nel periodo futuro considerato, pur sempre che le ipotesi sottostanti alla

riclassificazione si verifichino. Nella prassi bancaria questo saldo viene denominato

cash capital position (CCP). La struttura finanziaria dell'intermediario creditizio è

caratterizzata dalla trasformazione delle scadenze, e la circostanza che la scadenza

media ponderata dell'attivo sia superiore a quella del passivo implica l'evidenza di un

saldo negativo su orizzonti temporali ravvicinati. Questo metodo, presenta aspetti positivi e

negativi. L'aspetto positivo è che propone con immediatezza di leggibilità il profilo di

liquidità riferibile alle singole attività e passività secondo gli schemi di bilancio, mentre

quello negativo è dato dal fatto che fornisce solamente l'informazione della disponibilità di

cassa che, in via presunta, potrà formarsi entro la scadenza indicata, ma non consente di

rilevare e di conoscere la dinamica della formazione della liquidità nel corso di quel

periodo. Al fine di correggere tale limite è possibile utilizzare orizzonti temporali multipli,

intervallati da periodi adeguatamente brevi, e mobili lungo l’asse del tempo (rolling): si

cerca quindi di passare le immagini statiche (quantità fondo) a una visione dinamica

(flussi).

2) tale metodo assume come riferimento una situazione iniziale di SP e, partendo da essa,

rileva i flussi di cassa generati dalle singole attività e passività alle loro scadenze

contrattuali, con riferimento agli intervalli temporali (maturity ladder) in cui i singoli flussi si

manifesteranno. Il flusso di cassa netto dei singoli intervalli è detto liquidity gap, ossia la

liquidità assorbita nel periodo considerato. Si noti che questo metodo produce

informazione dinamica. Il pregio principale del modello consiste nel predisporre

l’informazione utile su cui la banca può prendere decisioni coerenti su due piani distinti: 1)

quello degli interventi possibili sulle attività/passività esistenti; 2) quello delle azioni idonee

per imprimere le dinamiche desiderate alla formazione delle attività/passività future.

3) consiste nel riformulare il prospetto dei flussi di cassa, includendo nella previsione dei

flussi in entrata la vendita definitiva o temporanea dei titoli di proprietà non impegnati o

l’ottenimento di finanziamenti mediante la costituzione in garanzia degli stessi titoli.

Le previsioni ottenute dai vari metodi sono continuo oggetto di simulazioni alternative

fondate sulla variazione delle ipotesi sottostanti, con prevalente riferimento alle variazioni

dei mercati, in particolare di quelli finanziari. L'esercizio di simulazione vuole anche

sottoporre l'equilibrio finanziario a prove di resistenza, o stress tests, più o meno severe.

L'obiettivo perseguito consiste nell'indagare le condizioni di sostenibilità dell'equilibrio

finanziario in situazioni sempre più sfavorevoli o avverse e perciò prefigurare in quali

scenari, più o meno probabili, ci si debba attendere alterazioni significative, cioè punti di

rottura dell'equilibrio finanziario. Viene considerata buona regola di gestione prefigurare ex

ante i c.d contingency funding plans, in altre parole i piani possibili di azione per ottenere

flussi di cassa positivi (funding) nel caso in cui vengano a presentarsi situazioni

(contingency) di rottura dell'equilibrio finanziario. Questi metodi mirano dunque a

identificare preventivamente se la gestione abbia congrui margini di manovra o possa

ricorrere a ulteriori fonti o riserve di liquidità. In conclusione, la gestione dell'equilibrio

finanziario consiste in una combinazione complessa di attività/metodi di previsione, di

esplicazione di ipotesi di scenario, di simulazioni alternative e di programmazione flessibile

di azioni preordinate ad assicurare la sostenibilità dell'equilibrio finanziario e a mitigare il

rischio di liquidità intrinseco nella struttura finanziaria della banca. La gestione assume

un'ottica temporale articolata per orizzonti successivi, dove prevale sicuramente una

visione di breve periodo. L'equilibrio di breve periodo è condizione necessaria e prioritaria

di continuità aziendale. Anche la visione oltre il breve periodo, su orizzonti medi e lunghi, è

altrettanto importante poiché considera la congruenza della gestione dell'equilibrio

finanziario con quella, molto più ampia di tutta la struttura finanziaria.

Insegnamenti della crisi finanziaria 2007-2009: 1) Leva finanziaria eccessiva; 2)

insufficienza dei requisiti minimi di capitale; 3) elevata incidenza delle relazioni credito-

debito nelle relazioni interbancarie (veicolo di contagio); 4) insufficienza delle riserve di

liquidità delle banche; 5) trasformazione eccessiva delle scadenze, attivi lunghi con passivi

brevi. Le banche si erano allontanate dai criteri di sana e prudente gestione, inoltre,

l'interdipendenza fra equilibrio finanziario ed equilibrio patrimoniale non era

adeguatamente sorvegliata e la crisi aveva dimostrato che le crisi di liquidità aggravavano

il rischio di solvibilità.

Fondamenti e strumenti della regolamentazione: una crisi di liquidità o, più in generale

un marcato deterioramento dell'equilibrio finanziario, aumentano notevolmente la

probabilità di dissesto della banca, è dunque essenziale che il dissesto sia prevenuto, ed

evitato, poiché produce gravi esternalità negative, con forte ed esteso impatto sociale,

finanziario ed economico. Le esternalità più gravi da tenere presenti sono: a) rischio di

perdita di valore della moneta bancaria; b) contagio interbancario sistemico (una quota

significativa del bilancio delle banche, poco meno del 20%, è rappresentata da posizioni

debitorie e creditorie verso altre banche); c) costo degli interventi pubblici di salvataggio.

Questi argomenti (a,b,c) sono motivazione fondamentale sia della regolamentazione del

capitale sia di quella della liquidità e dell'equilibrio finanziario, anche perché sussiste

stretta interdipendenza fra rischio di liquidità e rischio di solvibilità, fra illiquidità e

insolvenza. Nel 2010 la Basel Committee on Banking Supervision (BCBS) definisce il

nuovo impianto regolamentare, emanando il documento Basilea 3, che stabilisce: a) più

elevati requisiti minimi di capitale; b) nuovi requisiti minimi di liquidità (LCR); c) nuovi

vincoli di trasformazione delle scadenze (NSFR); d) un limite di leva finanziaria sul totale di

bilancio; e) l'ambito di applicazione.

Liquidity coverage ratio (LCR): questo requisito intende assicurare che la banca

disponga di uno stock adeguato di moneta o di attività (HQLA) che possano essere

convertite in moneta con un rischio di perdita di valore nullo o basso, per fare fronte ai

fabbisogni di liquidità dei 30 giorni successivi, in un dato scenario di stress. L'indice

assume questa forma: (Valore degli HQLA / deflussi netti di cassa (< 30 gg)) > 100%

La nozione di HQLA intende circoscrivere attività finanziarie distinte da alcuni caratteri

fondamentali: stabilità, basso rischio, facilità e certezza di valutazione, bassa correlazione

con asset rischiosi, quotazione su mercati regolamentati sviluppati. I deflussi netti entro 30

gg che si trovano al denominatore sono composti dalla somma algebrica dei deflussi e

degli influssi attesi. I deflussi sono calcolati applicando al valore delle passività (<30 gg) un

tasso stimato di run-off (prelievo) e a quello degli impegni fuori-bilancio un tasso di drawn-

down (utilizzo).

Net stable funding ration (NSFR): viene richiesto alle banche di mantenere un profilo di

struttura/ composizione del passivo patrimoniale stabile in relazione alla struttura/

composizione dell'attivo patrimoniale e delle posizioni fuori bilancio, con un riferimento a

un orizzonte temporale di 12 mesi. Ha lo scopo di presidiare la sostenibilità della

trasformazione delle scadenze caratterizzante la struttura finanziaria dell'intermediazione.

Definito: (available amount of stable funding / required amount of stable funding) > 100%

definizione e calcolo di ASF: è composto da tutte le fonti di finanziamento utilizzate dalla

banca, ognuna delle quali viene ponderata con un coefficiente (ASF factor) che stabilisce

in quale % ciascuna fonte può essere computata nell'ASF. Questo calcolo intende

quantificare correttamente e in modo prudenziale l'ammontare di fondi che la banca può

ragionevolmente considerare stabilmente disponibili durante l'anno futuro;

definizione e calcolo di RSF: indica l'ammontare dei fondi assorbiti dalle attività e dagli

impegni, qualificati per tipologia e durata. Per determinare il fabbisogno di fondi entro

l'orizzonte scelto, occorre classificare tutte le attività e gli impegni e ponderarle con un

RSF factor, coefficiente % che indica la misura in cui la singola attività richiede fondi

stabili.

Liquidità e mercato, il Market liquidity risk: la liquidità della banca è molto, e sempre

più interconnessa con quella del mercato, da qui la necessità di approfondire il market

liquidity risk. Questa connessione dipende dalla circostanza che lo sviluppo e il progresso

dei mercati hanno offerto alle banche crescenti e convenienti opportunità di investire

liquidità in asset finanziari remunerativi considerati monetizzabili; grazie a questa

evoluzione dei mercati, le banche hanno potuto minimizzare la detenzione di attività

immediatamente liquide ma non remunerative (riserva di 1a linea, costituita dalla moneta,

dai depositi liberi preso la BC e dalle attività incondizionatamente convertibili in moneta) e

tenere gran parte della liquidità investita in attività finanziarie monetizzabili, che

costituiscono la c.d riserva di 2a linea, il cui disinvestimento apporta liquidità alla riserva di

1a linea. Il trade-off fra la riserva di 1a linea e quella di 2a linea è governato dalla

comparazione tra il costo-opportunità della prima e il rendimento della seconda, tenuto in

considerazione il fatto che la monetizzazione di questa comporta rischi e costi. Infatti la

monetizzazione degli asset finanziari (essenzialmente titoli) può essere realizzata con

diverse modalità tecniche e sottostà alle condizioni correnti del mercato: possono esservi

rischi di prezzo, minusvalenze e rischi di eventuale rarefazione delle controparti disponibili.

Diviene quindi molto importante misurare in quale misura la gestione della liquidità

dipenda dal mercato e valutare correttamente i rischi di questa dipendenza. In caso di

dipendenza elevata, la banca è liquida a condizione che abbia accesso a controparti di

mercato pronte e predisposte a fornire liquidità. Solo se sussiste un equilibrio corrente e

dinamico fra domanda e offerta si può fare affidamento sulla liquidità. Il market liquidity risk

ha assunto dimensione sistemica poiché tutte le banche si sono trovate nella necessità di

presidiare la «propria» posizione di liquidità, anche a causa della loro forte

interconnessione (rapporti credito-debito fra banche). Questo scenario, fra l’altro, ha

motivato la decisione del regolatore di introdurre nuovi e stringenti requisiti minimi di

liquidità e di equilibrio finanziario (i menzionati LCR e NSFR).

Riassumendo, esiste una forte e potenziale correlazione fra liquidità della banca e liquidità

del mercato: se le banche chiedono massicciamente liquidità al mercato, questo non è più

liquido, quando il mercato non è più liquido, l’unico fornitore di liquidità è la Banca Centrale

(agente esterno) → le perdite e oneri di monetizzazione impattano sugli equilibri reddituale

e patrimoniali, e il rischio di liquidità innesca il rischio di solvibilità.

Liquidità e solvibilità: si definisce liquida la banca che ha costante capacità di fare fronte

alle obbligazioni monetarie assunte, di rimborso e di pagamento, in condizione di stabile

equilibrio reddituale. Diversamente, la banca viene definita solvibile se e quando il valore

del suo attivo patrimoniale è superiore a quello del passivo (debiti) e dunque il suo

patrimonio netto contabile (differenza tra i valori indicati) è positivo. Occorre inoltre

qualificare i concetti di solvibilità e liquidità: mentre il primo identifica una situazione

statica, il secondo corrisponde invece ad una dimensione dinamica, cioè alla capacità

della banca di far fronte continuamente ai propri impegni. Solvibilità e liquidità sono legate

nel tempo da correlazione positiva, da relazioni causa-effetto bi-direzionali. Il valore del PN

contabile è in larga misura risultato di stime, in un quadro di dettagliata regolamentazione,

focalizzata alla sua corretta (prudenziale) rappresentazione e quindi alla correttezza

informativa data al mercato e soprattutto dovuta ai creditori e agli azionisti della banca. La

valutazione delle attività di SP può mettere ad esempio in evidenza svalutazioni, con

impatto negativo sul valore del PN, che svolge una essenziale funzione di assorbimento

del rischio e la sua adeguatezza, rispetto ai rischi di svalutazione dell'attivo è dunque

necessaria affinché i creditori non siano esposti a rischi di perdita, cioè al rischio di

insolvenza della banca.

Le relazioni causa-effetto fra liquidità e solvibilità: 1° caso: una banca stima che il

fabbisogno futuro di liquidità aumenti rapidamente e monetizza subito importi rilevanti di

titoli di proprietà, subisce consistenti perdite (minusvalenze e oneri) e conseguenti perdite

di esercizio; la derivante diminuzione del patrimonio netto preannuncia un problema di

solvibilità; i creditori della banca percepiscono il rischio di insolvenza e liquidano subito,

come possibile, i propri crediti (prelievi da depositi, vendita di obbligazioni a prezzi

decrescenti) e provocano la crisi di liquidità, che poi determina una successiva

insolvenza. → liquidità e solvibilità interagiscono dinamicamente secondo una spirale

negativa. 2°caso: una banca apposta in bilancio crescenti rettifiche su crediti (aumento dei

non performing loans), allora i creditori percepiscono un problema di solvibilità e agendo di

conseguenza, costringono la banca a monetizzare titoli; le eventuali perdite «avverano»

l’aumento del rischio di solvibilità, l’interazione negativa fra liquidità e solvibilità determina

insolvenza e illiquidità definitive. Si noti che nella sequenza ha un ruolo rilevante il rischio

percepito dai creditori, questo è spesso maggiore della realtà a causa di problemi di

opacità del bilancio, di asimmetria informativa, di razionalità «limitata» e di fatto viene

meno la fiducia dei creditori nella banca. Esiste dunque una relazione di stretta

interdipendenza fra liquidità e solvibilità, pur caratterizzata da un intervallo temporale: in

situazioni di particolare gravità, soprattutto quando la crisi assume dimensione e

connotazione sistemiche, è reale il rischio che l'equilibrio finanziario non regga una grave

alterazione dell'equilibrio patrimoniale e viceversa. L'unico modo per allentare la

condizione di interdipendenza consiste nel promuovere preventivamente condizioni di


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trovich

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di Laurea in Economia dei Mercati e degli Intermediari Finanziari
SSD:
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher trovich di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Economia delle aziende di credito e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Tor Vergata - Uniroma2 o del prof Filotto Umberto.

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