Riassunti di sociologia politica
Università della Calabria
Dipartimento di scienze politiche e sociali
Corso di laurea in scienze dell'amministrazione
Alessio Prezzo
Peter Berger – Thomas Luckmann
La realtà come costruzione sociale
L'istituzionalizzazione
Paragrafo A: Organismo e attività
L’uomo occupa una posizione particolare all’interno del regno animale, in quanto, a differenza degli altri animali, non possiede una propria organizzazione istintuale sviluppata. A questo proposito possiamo dire che gli animali, rispetto all’essere umano, non possiedono alcuna delimitazione geografica, svolgendo così, tutti indistintamente, le medesime azioni, seppur in diversi luoghi, grazie al loro istinto innato.
Dall’altro lato ciò non accade però per l’uomo, la cui relazione con l’ambiente circostante è differente in funzione del luogo in cui esso si è sviluppato; anche se essi, di contro, possiedono una maggiore apertura verso il mondo, la quale ha permesso loro di evolversi e riuscire a conquistare la quasi totalità della terraferma, nonostante in essi la componente istintuale è rimasta abbastanza sottosviluppata rispetto agli altri mammiferi.
Addirittura, finché un bambino non raggiunge una certa età, si ritrova completamente solo nell’ambiente circostante, in quanto incapace di interagire con gli altri della sua specie, mentre gli animali si sviluppano totalmente già nel grembo materno: infatti, l’organismo umano continua a svilupparsi mentre è già in relazione col suo ambiente.
Ma non solo: l’essere umano non interagirà solo con un ambiente di tipo naturale, ma anche con un particolare ordine sociale e culturale, impartitogli da terzi. E nasce così un primo interrogativo: come sorge un ordine sociale? Una prima risposta è che l’ordine sociale è un prodotto umano continuo; d’altro canto, invece, esso non è certamente sorto da presupposti biologici, non è nato neppure nell’ambiente naturale dell’uomo: è per questo che i rapporti sociali non derivano da alcuna legge della natura, ma sono appunto prodotti umani.
In quanto tale, l’esistenza umana non può essere circoscritta a sé stessa, ma necessita per forza di cose esteriorizzarsi attraverso delle fasi: infatti, l’uomo, per sua natura, necessita di vivere in un ambiente stabile per la sua condotta; perciò non può esprimere direttamente i suoi impulsi, ma deve imparare a dirigerli e gestirli. Sono questi i presupposti della nascita di un ordine sociale.
Per comprendere come un ordine sociale nasca, permanga e si trasmetta, bisogna seguire i passi dettati dalla teoria dell’istituzionalizzazione.
Paragrafo B: Origini dell'istituzionalizzazione
Qualsiasi attività umana è soggetta alla consuetudinarietà: infatti, qualunque azione ripetuta più volte viene recepita secondo uno schema fisso, il quale può essere facilmente poi riprodotto allo stesso modo e con lo stesso sforzo economico. Tali azioni diverranno poi col tempo delle routine per l’individuo, e i suoi significati verranno dati per scontati per esso, e tenuti in serbo per i suoi progetti futuri. Questo processo ha come vantaggio il fatto che le scelte vengono ridotte. E da qui, come conseguenza, nasce la specializzazione, cioè l’acquisizione di quelle abilità che mancano nel bagaglio biologico umano, per sua natura.
Questi processi si verificano prima di ogni istituzionalizzazione, anche la più remota. E quindi un secondo interrogativo: da cosa hanno origine le istituzionalizzazioni? Esse hanno luogo ovunque vi siano delle azioni abitudinarie, e ogni tipizzazione è un’istituzione.
Qualsiasi tipizzazione è sempre condivisa da tutti i membri di un certo ordine sociale, il che rende simili gli attori e le azioni che essi svolgono. Inoltre, tali istituzioni devono sottostare a due condizioni:
- Avere uno sviluppo storico;
- Dare uno schema di condotta a coloro che ne fanno parte.
Ogni tipizzazione ha una sua storia, della quale essa è il prodotto, e, allo stesso tempo, controllano la condotta umana fissandone dei modelli, che la dirigono verso un percorso prestabilito. Queste caratteristiche le ritroviamo in ogni tipo di società, sebbene la loro efficacia possa variare all’interno delle stesse.
Possiamo immaginare la nascita delle istituzioni con l’esempio di due naufraghi sbarcati su un’isola, che chiameremo A e B. Essi provengono da due realtà sociali del tutto diverse, e la loro interazione non è pertanto definita istituzionalmente. Mentre i due interagiscono, molto presto verranno a crearsi delle tipizzazioni, che, nel corso del tempo, verranno espresse in particolari modelli di condotta: i due inizieranno a ricoprire un ruolo, l’uno di fronte all’altro. Così si viene a creare un primo rudimento di istituzione.
Da questo momento in poi ciascuno sarà capace di prevedere le azioni dell’altro e così molte delle stesse potranno essere svolte anche ad un basso livello di attenzione: viene a crearsi così uno sfondo comune ad entrambi. Quest’ultimo rende possibile una divisione del lavoro, che apre le porte alle innovazioni, che richiedono livelli più alti di attenzione: queste a loro volta daranno vita a nuove abitudini, allargando così lo sfondo, tenendo sempre quindi in continua espansione l’ordine sociale.
Allargando ulteriormente il paradigma, possiamo immaginare che A e B abbiano un bambino (o più bambini): il mondo istituzionale si è quindi trasmesso a terzi, e il processo di istituzionalizzazione si perfeziona. Le istituzioni sinora esistite per A e B divengono storiche. Questa seconda fase è la fase dell’oggettivizzazione.
Le istituzioni si mostrano in questa fase come trascendenti: esistono cioè al di là e al di sopra degli individui, dotate di una realtà propria. Fintanto che interagiscono solo A e B, la realtà sarà molto fragile e mutevole: loro l’hanno creata e loro possono modificarla o addirittura abolirla. Il mondo così creato è quindi cristallino: solo loro due lo capiscono.
Il discorso cambia sensibilmente però con la trasmissione di questo mondo ai bambini, facendolo diventare più opaco, ma allo stesso tempo diviene più completo, rendendo più difficile quindi modificare tale realtà, sebbene, per i bambini non è ancora pienamente comprensibile, in quanto non hanno partecipato alla sua formazione. Il mondo sociale è così completo, tanto da apparire agli occhi di tutti come un’identità massiccia e difficilmente alterabile, la cui biografia non è neppure facilmente accessibile per la nuova generazione, senza però dimenticare che esso rimane pur sempre un prodotto umano.
Il terzo e ultimo momento di questo processo è l’interiorizzazione, fase in cui il mondo sociale costruito viene recepito completamente dai nuovi individui e il mondo sociale viene trasmesso ad una nuova generazione.
Ma ciò non basta: al mondo sociale servono degli strumenti mediante cui esso dev'essere spiegato e giustificato. È la volta della legittimazione.
Diventa adesso necessario saper spiegare come le istituzioni siano nate e si siano sviluppate, in quanto dovranno risultare convincenti per la nuova generazione, e, con esso, sorge anche la necessità di sviluppare meccanismi di controlli sociali, così da uniformare le condotte.
Paragrafo C: Sedimentazione e tradizione
Le esperienze - ma non tutte - vengono trattenute dalla coscienza, luogo in cui esse sedimentano, cioè diventano riconoscibili e ricordabili soprattutto. Sono molto importanti: senza di esse non potremmo mai comprendere il significato delle nostre biografie. Questo processo può avvenire anche per più soggetti contemporaneamente, dunque in modo intersoggettivo: ciò avviene quando due o più individui condividono medesime biografie, accumulando medesime esperienze in un bagaglio comune di conoscenze.
Inoltre, si ha questa fase solo quando tali esperienze sono state oggettivate in un unico sistema di simboli: solo così le stesse potranno essere trasmesse. A proposito di ciò, la trasmissione può avvenire anche senza simboli, in teoria, ma sappiamo che dal punto di vista empirico ciò è altamente improbabile. Tali tipi di esperienze discostano nettamente dalle esperienze comuni delle biografie individuali, e sono addirittura più facilmente trasmissibili.
Il sistema di simboli più ricorrente è quello linguistico, in quanto è il primo mezzo di comunicazione e di interazione: esso diventa pertanto il deposito di tutta una serie di tradizioni, che vengono accettate dalla comunità in modo positivo e coerente, senza che nessuno dia però rilevanza a come esse siano nate. Naturalmente, affinché questo procedimento riesca a trasmettere dei significati, deve possedere la caratteristica della “soluzione permanente ad un problema permanente della collettività”, e dunque tutti gli attori di tali istituzioni devono conoscere bene questi significati.
Al fine di trasmetterli, potrebbe tornare utile una qualche forma di “educazione”, in modo tale da riuscire ad imprimere nella coscienza di ognuno tali significati, anche ricorrendo a mezzi spiacevoli se non addirittura coercitivi. Data la natura smemorata e svogliata dell’uomo, spesso si ricorre a formule per evitare che tali significati vengano travisati e recepiti in modo errato, col vantaggio che attraverso esse, i significati vengono recepiti in modo più veloce.
Quando vengono trasmessi, i significati vengono recepiti (e trasmessi anche) come conoscenze, di cui una parte sarà destinata alla totalità dei gruppi, e la restante solo ad una cerchia ristretta di gruppi. Naturalmente, ci saranno degli organi deputati a trasmettere significati, e altri deputati a recepirli. Questi ultimi si occuperanno tra l’altro di insegnarli al resto del gruppo, attraverso diversi procedimenti, anche specifici, come riti di iniziazione.
Paragrafo D: I ruoli
Come sappiamo, le origini di qualsiasi ordine istituzionale risiedono nella tipizzazione delle azioni. Tale tipizzazione richiede che queste azioni abbiano un senso oggettivo, che a sua volta richiede un’oggettivazione linguistica: dovrà quindi esserci un vocabolario collegato a queste forme di azione; ergo un’azione e il suo senso sono percepiti indipendentemente da chi le esegue. Possiamo quindi concludere dicendo che le azioni oggettive hanno la peculiarità di essere ricorrenti e ripetibili.
La conseguenza di questa considerazione è che nel corso di un’azione vi è una identificazione dell’io con il senso oggettivo dell’azione: colui che esegue quell’azione in quel momento, percepisce sé stesso nell’identificazione con l’azione oggettivata (ad esempio: “in questo momento sto facendo questo”).
Una volta che l’azione si è compiuta, vi è un’ulteriore conseguenza: una parte (e non la totalità) dell’io si identifica nell’autore di questa azione. Dunque, questo segmento si impersona in uno dei tanti tipi di azioni disponibili. Parliamo dell’io sociale.
La distanza tra il soggetto e l’azione viene mantenuta anche nelle azioni future, e quindi ripetuta: così, sia l’io che gli altri vengono percepiti non più come individui, ma come tipi, i quali, per loro natura, sono intercambiabili. Possiamo attribuire a questo concetto il termine di ruolo, più specificamente associato a tipizzazioni all’interno di culture di gruppo. Ricoprendo un ruolo, l’individuo partecipa ad un mondo sociale.
I ruoli rappresentano l’ordine istituzionale, e tale rappresentanza si spalma su due livelli: in primo luogo, incarnare un ruolo vuol dire rappresentare sé stesso, il giocare una parte; in secondo luogo, invece, esso rappresenta il nesso fra l’istituzione e la condotta. Le istituzioni possono però essere rappresentate anche in altri modi: ad esempio, le oggettivazioni linguistiche, in qualunque modo esse avvengano, le ricreano, rendendole presenti nell’esperienza; esse possono dunque essere rappresentate da oggetti fisici, naturali e non. C’è però da dire che se tali rappresentazioni non vengono “vivificate” nella condotta, saranno destinate a morire.
A questo punto nasce però il dilemma di come trovare un nesso fra tutte le varie rappresentazioni, in un unico insieme dotato di senso. Una prima soluzione potrebbe essere data a livello di legittimazione, ma non è l’unica: possiamo trovare altre soluzioni in termini di certi ruoli, poiché ogni ruolo rappresenta l’ordine istituzionale, anche se tuttavia alcuni ruoli lo fanno in modo più marcato di altri. Queste ultime tipologie di ruoli solitamente trovano la loro collocazione nelle istituzioni politiche e religiose.
L’aspetto più importante è però dato dal punto di vista dei ruoli come mediatori di specifici settori della cultura comune: in funzione del ruolo che ricopre, l’individuo viene posto in particolari aree specifiche di conoscenza: possiamo fare l’esempio di un giudice, il quale richiede naturalmente in primis la conoscenza della legge, ma non solo, perché richiede anche la conoscenza di valori e atteggiamenti consoni per un giudice. Ma nemmeno ciò basta: il giudice deve infine saper reprimere i propri sentimenti di compassione.
In definitiva, ogni ruolo apre le porte a specifici ruoli del bagaglio complessivo di conoscenze di una società. Ma, data l’accumulazione storica di conoscenza in una certa società, potremmo dire che tale conoscenza crescerà in modo molto più rapido a causa della divisione del lavoro. La moltiplicazione di specifici compiti richiede dunque specifiche soluzioni standardizzate, che sono facilmente apprensibili e trasmissibili. Sorgeranno quindi degli specialisti.
In definitiva, possiamo analizzare la connessione fra ruoli e conoscenza tramite due punti di vista: il primo è quello dell’ordine istituzionale, secondo cui i ruoli sono l’oggettivazione pratica della struttura della società; il secondo punto di vista è invece quello della specificità, secondo cui ogni ruolo porta con sé particolari conoscenze socialmente definite. Concludendo, l’analisi dei ruoli è necessaria per rivelare le mediazioni tra universi macroscopici di significato oggettivati in una società e i modi con cui essi sono oggettivamente reali per gli individui.
Paragrafo E: Portata e modi dell'istituzionalizzazione
È naturale ora chiederci quanto sia esteso il settore di attività istituzionalizzata rispetto a quello non istituzionalizzato. Naturalmente questo varia in funzione del tempo. È necessario però comprendere quali siano i fattori che determinino una istituzionalizzazione maggiore o minore. In primis, possiamo certamente dire che essa dipende dal grado di diffusione delle strutture di pertinenza: quante più persone le condivideranno, tanto maggiore sarà la portata dell’istituzionalizzazione, e viceversa; in quest’ultimo caso, però, vi è la possibilità che l’ordine sociale sia molto frammentato.
Per comprendere meglio, si può ragionare in termini di esempi ideali. Possiamo dunque immaginare una società in cui l’istituzionalizzazione sia totale: qui tutti i problemi sono comuni, e tutte le soluzioni a tali problemi sono oggettivate. L’ordine istituzionale abbraccia tutta la vita sociale, che scaturisce una partecipazione continua ad una liturgia altamente formalizzata. Questo è anche il luogo in cui tutti i ruoli vengono svolti in contesti di eguale interesse per tutti.
Questo problema può venire a modificarsi, ad esempio, nel caso in cui tutte le azioni sono istituzionalizzate, ma non attorno a problemi comuni: in questo caso ci sarebbe un alto grado di distribuzione della conoscenza legata ai ruoli, e dunque un certo numero di liturgie che si svolgono in contemporanea. Naturalmente, né il primo né quest’ultimo modello si sono mai realmente verificati nella storia; anche se ci sono state – e ci saranno – società che si sono avvicinate ad un modello piuttosto che ad un altro.
Sul versante opposto, vi è un modello in cui in una società esista un unico problema comune, e l’istituzionalizzazione avvenisse solo attorno alle azioni che riguardano tale problema. È chiaro che in questo caso non vi sia neppure una cultura comune, e tutta la conoscenza sarebbe legata ai ruoli. La condizione più generale è il grado di divisione del lavoro: ogni società in cui vi è una crescente divisione del lavoro si va allontanando dal primo modello estremo. Altra condizione generale è la disponibilità di un surplus economico, che fa sì che alcuni individui o gruppi possano dedicarsi ad attività specializzate non legate però alla sussistenza.
Tutto ciò però porta ad una segmentazione della cultura, nonché ad una conoscenza staccata da ogni pertinenza sociale. È questa la vita teoretica, accompagnata da corpi specializzati di conoscenza, amministrati da specialisti. Però, a causa di una serie di ragioni, la portata dell’istituzionalizzazione può diminuire: si parla allora di deistituzionalizzazione, sebbene, una volta create, le istituzioni tenderanno a durare nel tempo.
Vi è un ulteriore problema, cioè quello di scovare il nesso tra le diverse istituzioni, sia a livello di attività che a livello di significato.
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