Capitolo 1
Reale e virtuale
La differenza tra reale e virtuale è sempre meno evidente, sono sempre più vicini. In questo libro ci si chiede se questa vicinanza porta le tecnologie future a dematerializzare il nostro mondo e sostituirlo con quello virtuale. Ci si chiede anche se la realtà è materia. Questa è una questione macrofisica piuttosto che microfisica. La macrofisica è il mondo che noi percepiamo con i nostri sensi. Quindi gli oggetti immateriali potranno sostituire gli oggetti materiali come li conosciamo oggi, che possiamo toccare.
Kastler ci dice cosa sono in realtà gli oggetti fatti di materia e che questi hanno due caratteristiche: la permanenza, in quanto durano nel tempo, e l’individualità, in quanto è solo uno. Lui sostiene che in realtà questa non è una novità perché già nel '29 le fabbriche costruivano oggetti che durassero il meno possibile, in modo da incentivarne il consumo. Dunque, anche questa può essere considerata dematerializzazione.
Però quello che si registra oggi, non è solo il fatto che gli oggetti durano poco, ma ci sono tipi di oggetti che spariscono del tutto sostituendoli con altri e questo può essere chiamato dematerializzazione. Un’altra questione è il software che è una tecnologia. Ad esempio, nelle fabbriche, nelle catene di montaggio che muovono i robot, questi hanno un software che li muove e quindi, in realtà, quel software quando la catena di montaggio va a toccare qualcosa crea materia, ad esempio può creare la macchina. Però, dall’altra parte, lo stesso software è impostato su un pensiero che dà al software gli input.
Fantasmatica
La gente vuole vivere sempre più esperienze dematerializzanti, cioè vuole sempre più andare nel mondo virtuale e lasciare le esperienze reali chiamandole dematerializzanti o meglio fantasmagorizzanti. Lem dà il nome di fantasmologia a questo fenomeno e il metodo con cui si svolge questo fenomeno è la fantasmatica. Il nostro mondo sta diventando una sorta di macchina capace di propagare sempre di più un mondo fantasmacologico, cioè sempre più virtuale, attraverso la tecnologia.
Lem si interessava di fantascienza quindi prende questa come esempio. La fantascienza si ha quando ci si ritrova in un mondo che non esiste, diverso dal nostro e molte volte si prova la sensazione di straniamento in quanto ci troviamo in un mondo con regole diverse, si ragiona in modo diverso. Ci si domanda perché l’uomo si interessa alla fantascienza, organizza mondi virtuali.
Prospettiva
Ci si domanda se la linea retta rappresenta lo spazio della realtà, in quanto non sappiamo qual’è lo spazio reale. Gioseffi sostiene che in realtà la prospettiva è una legge naturale atta a descrivere i fenomeni fisici e percettivi, è un modo che noi utilizziamo più o meno per stabilire lo spazio. Dunque non è importante che rispecchi il mondo reale ma è importante che sia adoperabile con la nostra relazione al mondo. Per capire meglio la produzione delle immagini, secondo Gioseffi, bisogna studiare la prospettiva.
Storia
Prima, per giudicare un’opera d’arte si usavano le 4 matrici del varai: la vita degli artisti, la descrizione retorica delle opere, istruzioni tecnico-didattiche e sviluppo degli stili, tralasciando la prospettiva, cioè il fatto che un’opera possa somigliare sempre di più alla realtà.
Iconoclastia
La chiesa ha utilizzato spesso la prospettiva nelle opere, cioè renderle più reali possibili in modo da coinvolgere la gente, avvicinandola alla chiesa, comunicando meglio alle masse. La stessa viene fatta con la ceroplastica facendolo con la cera.
Teatralità
Per rendere le immagini più reali per coinvolgere la gente, gli artisti si interessano alle manifestazioni di massa, cercando di fare opere che possano arrivare a tutti, invece di crearle per i soli ricchi. Questo porta l’arte a confrontarsi con il coinvolgimento, che un’opera d’arte può avere sulla gente e il realismo degli spettacoli che andavano alle masse. Ad esempio, Giotto crea la via Crucis con delle immagini in sequenza, questa è stata la rivoluzione che si è avuta abbandonando il codice bizantino per giudicare un’opera d’arte mirando alla suggestione, all’ammirazione fregandosene del coinvolgimento.
A questo punto l’artista cambia e diventa anche attore, regista, dando la teatralità alle opere per democratizzare le manifestazioni di massa. Rousseau non è d’accordo con questo modo di fare, sostenendo che se si spettacolarizza tutto ci si allontana dalla realtà, ma questa tesi per molti versi non è convincente prendendo in considerazione la tesi di Baudrillard il quale sostiene che il mondo in realtà è uno spettacolo e non c’è nulla all’infuori di esso.
Riconignizione
Alcuni sostengono che le immagini non esistono in natura, siamo noi che percepiamo le immagini e quindi in qualche maniera siamo noi che le facciamo vivere, cioè le immagini non esistono all’infuori di noi, sono il frutto dell’invenzione di chi osserva. Dunque, l’immagine non proviene dal naturalismo. C’è una tesi secondo cui, se ad esempio presentiamo delle foto agli indigeni, questi non le riconoscono perché non erano oggetti che loro conoscevano, dunque per loro quell’oggetto non esiste.
Dunque è difficile riconoscere un oggetto che è in natura e che vedono per la prima volta, anche se questo esiste perché loro lo hanno visto e rappresentato, ma se non c’è in natura non sapranno cos’è. A questa tesi ci sono delle obiezioni in quanto bisogna vedere com’era la foto, da che lato l’avevano vista, se era a colori, insomma la prospettiva. In più sostengono che in tutti gli esseri umani c’è il fenomeno della compresenza, cioè dovevano riconoscere quell’oggetto in qualcosa. Ad esempio, se vediamo per la prima volta un telefonino che ha la forma ovale, possiamo credere che sia una pietra, ma non possiamo dire che quell’oggetto non ci dice niente.
Dunque, la costruzione delle immagini vicine alla realtà ci porta a riconoscerle nonostante non le abbiamo vissute, nonostante non le abbiamo viste. Però ci si domanda come facciamo a riconoscere qualcosa anche quando non si vede bene. Ad esempio, se un nostro amico lo vediamo in controluce, magari lo riconosciamo dalla camminata, dunque basta un solo elemento per riconoscerlo, non è necessario vederlo tutto, questo fenomeno si chiama iconema. Dunque, anche se non è vicino alla realtà possiamo riconoscere un’immagine, però più un’immagine viene resa simile alla realtà, più è riconoscibile.
Specchio
L’uomo in natura, sin dalla preistoria, sa che esiste qualcosa che lo può riflettere, ad esempio un lago. Secondo Eco, questo fenomeno si registra perché l’uomo è un animale catottrico, cioè un animale che ha avuto esperienza con specchi, laghi, dunque con cose che lo possono riflettere. Ma perché l’uomo può essere definito un animale catottrico e gli animali no? Anche gli animali si possono specchiare, ma essi non sono in grado di riprodurre le immagini. Dunque ci si domanda come ha fatto l’uomo a riprodurre le immagini.
Questa è una controversia tra ontogenesi e filogenesi, quindi tra come cresce il bambino nell’ontogenesi e gli animali nella filogenesi. A noi interessa capire come l’uomo si sia avvicinato a questi oggetti come i laghi o lo specchio, quindi come l’uomo ha iniziato a riprodurre l’immagine di se stesso e di ciò che lo circonda. Per fare questo bisogna prendere in esame lo specchio da diverse angolazioni. Per la fisica, lo specchio è un corpo che riflette, dunque la sua caratteristica è che nessun’immagine è surrogata in quanto lo specchio prende immagini che ci sono nel mondo circostante in un determinato momento. Poi ci si chiede anche perché l’uomo non si limita a guardare ma osserva, passa dalla curiosità percettiva, cioè vedere la sua immagine allo specchio, alla curiosità epistemica, cioè si chiede come fa quello specchio a riflettere la sua immagine. Questo fenomeno è tutt’oggi difficile.
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