Centri e periferie
Per una metodologia geo-storica
Il territorio è inteso come spazio culturale, esso è parte integrante del contesto, influisce sulla sua formazione, sugli ambienti, sulle letture e sugli orientamenti dello scrittore. Oggi ci si domanda spesso “la storia di che?”. La parola storia a questo punto ha bisogno di una specificazione, la geografia diventa parte integrante della storia, si passa in progressione dal paese alla città, alla nazione, all’Europa. Il criterio per una storia della letteratura fa lasciare da parte gli autori in dialetto, il problema si complica per gli autori in lingua, tra i quali si sceglieranno “i residenti” e i terrà conto solo di alcuni “emigrati” che parlano del soggetto regionale d’origine.
È questa la linea attraverso la quale sarà possibile rintracciare “lo specifico regionale”, cioè, innestare la storia di una regione nel complesso dei fenomeni di civiltà con cui la cultura della terra ha i suoi costanti rapporti. Croce nel 1936 pubblicò un lavoro nel quale ribadiva la tesi che non si poteva parlare di unità della storia d’Italia anteriormente al 1861. Egli cercava di sradicare il modello di De Sanctis che all’Unità politica voleva affiancare quella culturale, dimostrando che la stessa unità politica era stata possibile in quanto persistevano le ragioni di unità culturale.
Una unità nella varietà; esisteva secondo il critico una linea maestra di tradizione civile e linguistica che era il filo rosso da seguire. Il metodo della storiografia letteraria andava rivoluzionato facendo propria la lezione di Dante nel De vulgari eloquentia, il quale proponeva un ideale unità linguistica e letteraria affidata al volgare. Al nord si sviluppa una letteratura didattico-allegorica, nell’aria mediana vi è una letteratura che sta al di fuori dell’influenza toscana e siciliana, quella che parte della Calabria e arriva fino all’Umbria. Lo sviluppo vero e proprio di una letteratura regionale si data alla fine degli anni '60, quando venne organizzata a Bari nel 1970 un convegno sul tema “Culture regionali e letteratura nazionale”. Su questa scia segue l’antologia di Stussi “letteratura italiana e culture regionali”.
Documenti e indizi
In ogni ricerca assume indiscutibile valore il “documento”. Il filologo ha un metodo che si fonderà sul meccanismo fondamentale d’ogni scoperta scientifica, l’abduzione che non è né deduzione né induzione bensì “ipotesi”. Per il filologo i frammenti si pongono come elementi di una totalità coerente ancora sconosciuta. Il suo intervento non è quello di compiere un’operazione archivistica passiva ma sforzandosi di renderlo parlante, attraverso un’operazione attiva, cioè mutando il dato in paradigma indiziario.
Al ricercatore tocca la delicata trasformazione del documento in monumento, il che si ottiene solo interrogando il testo e analizzando le tracce e gli elementi. Trattare il documento è l’arte di lasciar parlare le tracce e di cogliere al volo anche un mutamento di rotta, passando dall’ignoto al noto, con l’aiuto della riflessione e della perspicacia, senza lasciare nulla di intentato sulla via dell’interpretazione, nel tentativo di riattivare il passato come fosse presente.
Serendipity: fortuna di fare felici scoperte per puro caso, di trovare una cosa non cercata e imprevista mentre se ne stava cercando un’altra, scoperte casuali che deviano l’obiettivo.
Contesti ottocenteschi
Società e cultura a Roma al tempo del Belli
Il Belli descrive i disagi che i viaggiatori erano costretti ad affrontare. Chi visitava Roma nei primi decenni del secolo notava il vivo contrasto tra l’imponenza dei ruderi di un’età gloriosa e la volgare miseria del presente; osservava le mura, gli archi, le colonne ma doveva poi riflettere sulla labilità delle cose umane e sulla vanità della potenza terrena. Lo stato di squallore e di abbandono che regnava a Roma durante il dominio francese risalta nel quadro tracciato da Lamartine.
Il popolano di Roma era pronto a vendicarsi dei torti subiti ricorrendo al “santo coltello” tenuto in tasca accanto al rosario. L’ignoranza, l’ozio, l’orgoglio, la nullità erano i gravi difetti che facevano dell’aristocrazia romana, l’aristocrazia del “non far niente”. Il quadro della letteratura e della cultura romana si presentava particolarmente squallido. Perfino Leopardi ne rimarrà deluso non trovando ciò che leggeva nei libri. La stampa era imbavagliata a una doppia censura preventiva (ecclesiastica-politica). L’opera di Belli mette le sue radici in questo contesto e da sola riuscirà a restituire l’inimitabile monumento di quel popolo com’era nelle intenzioni.
Giornalismo del primo '800: l'esempio dell'Album
Roma: copiosa e inconsueta fioritura di giornali tra il 1798 e il 1812. In questa atmosfera di restaurata prudenza le lettere e le arti si adagiarono di nuovo nella casa ospitale dell’Arcadia.
- Giornale Arcadico (1819): con Pietro Odescalchi, è da considerarsi l’organo dei letterati conservatori, dichiarato impegno purista e deciso schieramento antiromantico.
- Album: (1834-1862) fratello minore dell’Arcadico. Le riviste erano porta voce di una diffusa erudizione e di un’ideologia classicista tesa a reagire all’infiltrazione delle lingue e delle idee politiche straniere. Fu tra i giornali il più fortunato, non subì mai interruzioni, il proprietario era Giovanni de Angelis. In un sonetto del Belli (4 ottobre 1835) due popolani mettono in luce la varietà degli argomenti presenti nel periodico motteggiando però sull’alto prezzo. Nella prima distribuzione si annunciava che l’album avrebbe trattato ogni materia e preventivava che sarebbero state “accolte le utili correzioni” sarebbero stati “dispregiati i motteggi della satira”. Il De Angelis era fedelissimo suddito del papa. L’album continuava a ricreare serenamente i propri lettori con notizie artistiche, storiche, letterarie e scientifiche, a divertirci con le cifre figurate e con una rubrica dedicata al gioco degli scacchi. L’album chiuse a causa di uno sfortunato articolo di Tancredi, il quale parlava di una giovinetta riparatasi in un convento i cappuccini e innamoratasi non platonicamente di un tal “capitano Carrozzi” con naturali conseguenze. Tutto ciò fece scalpore nelle persone. Certo è che se l’Album fu chiuso il suo direttore moriva sette giorni dopo il 10 maggio del 1862.
- Saggiatore: (1844-1846) vide crescere nel suo seno il primo nucleo della società storica romana. Ventate liberali insinuatesi nel seno della rivista portarono ad una scissione e ad una conseguente chiusura dopo un’esperienza di soli 2 anni.
- Fanfulla: diretto da Pompili costituisce un'altra prova di come l’adesione al classicismo più ortodosso venisse meno per far posto al “proposito di tener conto di ogni bella riforma, di ogni nuovo peso e misura”.
Il giornalismo letterario romano è povero di risvolti politici, la materia trattata riguardava argomenti settici collegati alla ristrettezza degli orizzonti. La cultura romana rimaneva prigioniera della propria tradizione, ricca d’arte, i gloria e di storia.
Ragni: non era né classico né romantico, bensì amava dovunque si trovasse il vero, il naturale e il bello. È orientato verso la tradizione italiana VS quella straniera.
Achille Monti: rimprovera di aver ridotto la nazione ad ancella dei dominatori. Monti auspica che si dia fine alle moderne ciance che dividono l’Italia.
Berchet: si pone come moderatore, come conciliatore tra i diversi partiti, bisognava dilatare i confini della piattaforma culturale.
Belli: attaccava nei versi del goticismo (di De Angelis) quello che era ritenuto il romanticismo più deteriore di marca nordica, lugubre e favolistico, di contro alla solarità della tradizione classica. L’eroe romantico del Belli non è un individuo ma un’intera classe sociale.
Esilio e ritorno di Gabriele Rossetti
Dante rappresenta la triste condizione dell’esule, che è soprattutto tragico sradicamento degli affetti, sicché lo status dell’esilio si connette con la sfera politica e diventa privazione di libertà. Rossetti si identifica in Dante volutamente “exul in meritus”. Rossetti era diventato l’idolo della gioventù napoletana durante i moti del 1821 e sapeva maneggiare le parole “come Canova la creta”.
Egli fu giudicato elemento pericoloso ed espulso dal regno di Napoli perché indesiderato, fu costretto di vivere all’avventura. Per lui diventa struggente l’immagine della piccola patria di Vasto. Scrive come promesso “La vita mia” scritta in sestine di endecasillabi, egli sceglie l’andamento narrativo della poesia popolare predicata dai poeti romantici. L’io dominante del racconto passa in rassegna la società del regno napoletano, gli umori, le invidie di corte e la delusione per Napoleone.
La poesia di Rossetti è una poesia facile, che contiene un messaggio di rivoluzione. Diciamo che fino a 21 anni è stato a Vasto non come semplice spettatore di vita ma segnato dalle sommosse popolari del 1799. 1804, primo esilio, scelto, quasi un volersi allontanare da Vasto. Il cugino Pietrocola dice che fu dalle rivoluzioni vastesi per la carestia che Rossetti prese parte del suo laicismo e anticlericalismo. Nella “vita mia” parlerà in maniera nostalgica di Vasto.
A Napoli prosegue il suo cammino poetico che gli darà molte soddisfazioni a causa di quella vena facile ed armonica suscitatrice di grandi desideri e grandi affetti. Costretto a fuggire da Napoli viene aiutato dall’ammiraglio Moore incitato da sua moglie “salvami Rossetti”. L’abbandono di Napoli è un momento cruciale, vede la nazione allontanarsi dalla nave e lo pervade un senso di angoscia. Da Malta si deve fuggire per la sorveglianza del consolo di Napoli, Gerardi. Dopo vari pellegrinaggi (Livorno; Napoli) approda a Londra dove in un primo momento si sentirà spiazzato, fino a quando non ritrova i suoi vecchi amici.
A Londra c’era anche Foscolo ritratto da Ivanhoe come “brutto come un babbuino e pieno di sé in modo insopportabile”, pieno di debiti morì su una stanza sopra una taverna in periferia. Rossetti lo incontrò una sola volta ad un pranzo nel 1824, e non ne ebbe una buona impressione. Rossetti diventò insegnante presso il King’s College. Nel 1826 si sposa con la secondogenita dell’ex segretario di Alfieri. La speranza di poter tornare in patria non l’aveva mai abbandonato e si era illuso di poterlo fare ma in realtà non vedrà mai più la sua amata patria.
La cittadina adriatica voleva almeno in dono i manoscritti (visto che era sepolto a Highgate). William incarna da vicino l’indole del padre. Si dedica a riordinare gli appunti del padre e pensa di farle riavere a Vasto in occasione delle celebrazioni del centenario. William non arriverà mai a Vasto e morirà nel 1919. Egli ebbe così modo di sperimentare la presuntuosa ignoranza dei concittadini del padre, ma anche la fortuna di assistere alla cinica indifferenza con la quale si è condannato negli anni al progressivo stato di degrado e di dispersione il materiale rossettiano da lui raccolto e inviato con tanta cura.
Documenti di letteratura dialettale abruzzese prima dell’Unità
L’Abruzzo acquista tardi la coscienza della funzione oppositiva del dialetto rispetto alla lingua. I testi si pongono più come documenti di lingua e di cultura che come veri e propri campioni di creatività letteraria. Il periodo della nascita in Italia delle letterature dialettali viene a coincidere con l’età di maggiore oscurità della cultura abruzzese, a causa dell’esodo massiccio degli intellettuali. (Buccio di Ranallo, letteratura dialettale aquilana del medioevo) resta ferma la convinzione della differenza esistente tra volgare e dialetto laddove quest’ultimo implica la coscienza dell’alterità e dell’uso di uno strumento del quotidiano parlato, di contro ad una lingua congelata ed aulicizzata nell’espressione letteraria.
In Buccio la lingua ha già una posizione oppositiva nei confronti del toscano. Con Buccio, anche e non accertato e quasi improbabile, si pensa ad uno scambio culturale tra Firenze e L’Aquila. L’equivoco sulla nascita della letteratura dialettale in Abruzzo è aumentato dai repertori correnti che sfiorano l’argomento:
Ernesto Giammarco: non esitava a far iniziare la sua rassegna proprio dagli antichi testi del ‘300 ‘400. Questi documenti portano il primo segno di una letteratura dialettale, perché rivelano un’evidente ispirazione locale e si colorano di una patina linguistica del paese dell’autore. Egli afferma che in questi primi tre secoli di letteratura abruzzese non si può parlare di poesia dialettale nel suo pieno significato poiché i poeti non ebbero coscienza della dialettalità del loro linguaggio perché ogni parlata regionale cerca di diventare lingua.
La maggior parte dei testi è scritta in dialetti misti a lingua italiana ed altri dialetti. Tra 500 e 600 l’Abruzzo vive uno dei suoi momenti più bui della storia della sua cultura. Il territorio è assente sul piano della produzione letteraria per l’esodo dei poeti. La poesia costituisce un esercizio di livello amatoriale concepito come evasione dei doveri contingenti e i temi sono quelli convenzionali della provincia remota. Il primo documento dialettale abruzzese che riflette interamente la lingua parlata è il sonetto di Mariano Mareiro “in morte di serafino aquilano” 1500 scoperto da Casti. Costui recatosi a Roma andò a far visita al concittadino e lo trovò morto (quartine in rima baciata, e terzine a rima alternata).
Gli equivoci si diradano con la produzione del 700. Nella zona aquilana spicca Romualdo Parente con il poemetto “zu matremonio azz’uso” in cui il mondo descritto è quello di una festa paesana. Marchesani invece utilizza una dialettalità spontanea.
Nel primo 800 è possibile raccogliere qualche altro frutto, nell’area teramana abbiamo Orazio Delfico che appartiene al genere del più abusato realismo goldoniano. Più stimolante è l’ambiente sul versante costiero dove il gruppo di intellettuali fa capo a De Virgiliis e al suo giornale “abruzzese”, acquista profonda coscienza di un’identità abruzzese della cultura mediante un dialogo aperto con il resto della penisola e i principali centri di cultura. In questo contesto si sviluppa anche l’attenzione romantica per il dialetto come mezzo espressivo. A Vasto abbiamo Betti che postillava la istoria civile del regno di Napoli. Antonio Rossetti tenta il dialetto con le due quartine di “cant’è bill chiss’ucchi”.
Tutta questa documentazione ha il merito di aver tentato di liberare il campo dai pregiudizi sul dialetto e di aver percorso in Abruzzo l’abbondante fioritura di ricerche della seconda metà del secolo.
Vigo, Capuana, Guastella, Verga: Sicilia nell'800
Le lettere che Capuana e Vigo si scambiano tra il 1857 e il 1875 possono ritenersi una documentazione di un qualche rilievo per puntualizzare taluni aspetti politici e culturali della Sicilia prima dell’unificazione. Si delinea una voglia di scappare verso centri più allettanti. Per di più la situazione era aggravata dalla mancanza delle varietà di forze sociali che fossero in grado di colmare il divario tra massa rurale e classe aristocratica.
Sopravviveva una nuova classe “laborghesia” di cui faceva parte la famiglia di Vigo e tutta la sua opera sarà sempre volta ad esaltare le particolarità siciliane e a celebrare le bellezze della sua città (Acireale). Per lui l’indipendenza della Sicilia si prospettava la migliore e forse l’unica soluzione per serbare all’isola una sua specifica identità regionale. Nel 1829 si apprestò alla realizzazione di un grandioso poema epico, il “Ruggero” che trattava della liberazione della Sicilia dalla dominazione araba ad opera dei normanni. L’opera appariva come un “monumento storico dell’ideale politico di un uomo e di una generazione, passati per sempre”.
Il 1837 fu un anno profondo per Vigo, venne nominato rappresentante di Acireale. Si recò a Napoli e ritardò la pubblicazione di un’opera dedicata a Giovanni da Procida (cantore del vespro, adoperò la penna e il verso a ritemperare di generosi impulsi il popolo di Sicilia). Si venne formando l’idea di un programma federale che preservasse l’intento autonomistico. Questo ideale fallì dando vita ad una rivolta che sconvolse Palermo e si propagò per tutta l’isola.
Gli avvenimenti del 1848-49 si ripercossero anche alla vicina Mineo e qui in Capuana di soli 9 anni si venne attuando una sensibilizzazione in direzione unitaria. La modesta produzione giovanile di Capuana è in prevalenza poetica e drammatica. Il pensiero di Vigo per la Sicilia andava evolvendosi si mostrava attento alla causa siciliana per la quale auspicava autonomia amministrativa.
La Sicilia cominciava a stare stretta a Capuana, egli meditava la via di Firenze, in cui andò grazie all’aiuto di Vigo all’insaputa dello zio. Guastella non fu esente dall’influsso di Vigo, i contatti tra i due sono documentati da due lettere conservate nell’archivio Vigo di Acireale. Guastella preferisce far narrare il protagonista delle sue storie. Il suo scopo è quello di documentare e non di narrare.
Etologia Verghiana
Il termine etologia indica la disciplina che studia il comportamento animale, che si limita per...
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