RIANIMAZIONE
“Una donna di 23 anni si presenta presso la guardia ematologica con un severo e rapidamente
progressivo stridore 6 mesi dopo un trapianto di midollo osseo per una leucemia linfoblastica acuta”
(trapianto: quando la radio non funziona). E' una paziente giovane, che non avrà altre comorbilità e quindi
aspettativa di vita lunga. Il reparto ematologico fa pensare a delle neoplasie. Lo stridore è un segno di
qualcosa che non va a livello dell'apparato respiratorio; spesso i problemi respiratori richiedono un
intervento rapido, salvavita. Il trapianto fa pensare ad una immunosoppressione. La prima cosa che
dobbiamo fare, di fronte ad un caso clinico, è cercare di inquadrare il paziente e la situazione, tramite
l'anamnesi e il quadro clinico attuale (apparato coinvolto, cause, cosa si può dare, cosa offre la terapia
intensiva rispetto agli altri reparti).
Anamnesi: leucemia linfoblastica e trapianto di midollo
Quadro clinico attuale: problema respiratorio
La terapia intensiva può offrire un supporto alle normali funzioni vitali, ovvero sostituirsi alla funzione del
paziente che è venuta meno (non può essere fatto in reparto). Le terapie intensive servono a permettere
all'organismo di superare delle fasi di difficoltà che altrimenti non riuscirebbe a superare da solo, a causa
di un danno ad un organo o apparato. La TI nell'ideale ha il compito di guarire e trattare, rianimare,
mentre in realtà in TI si può anche morire.
“la radiografia e la TC urgente hanno mostrato una linfo-adenopatia dell'alto mediastino con severa
compromissione della trachea“. L'ingrossamento dei linfonodi causa un ingombro e quindi una difficoltà
respiratoria di tipo meccanico, mentre un'altra possibilità è quella di una causa infettiva. A seconda della
causa varia la modalità di azione. In caso di compressione la NIV non è efficace, ma è necessario inserire
subito qualcosa che mantenga la trachea pervia, intubare la persona. L'insufficienza respiratoria acuta è
uno dei quadri più importanti; è fondamentale poter offrire un supporto respiratorio, con metodiche
invasive o non invasive. Insufficienza respiratoria acuta: è riferita all'alterazione dello scambio dei gas a
livello del polmone (compito dei polmoni: scambi gassosi, fonazione, regolazione della temperatura e
umidificazione delle vie aeree, assunzione e assorbimento dei farmaci). Insufficienza Respiratoria di tipo I
→ è interessato solo l'ossigeno. I pazienti sono ipossiemici. L'ossigeno nel sangue viene trasportato in
parte nei globuli rossi tramite l'emoglobina e in piccola parte disciolto. Quella disciolta è la quota che si
può misurare con gli elettrodi, ed è importante conoscerla per sapere come funziona il polmone (la
quantità di ossigeno nel sangue dipende anche dalla qualità degli scambi) e inoltre quanta emoglobina si
lega all'ossigeno dipende da quanto ossigeno disciolto è disponibile. Se non c'è ossigeno sciolto nel
sangue, è inutile avere l'emoglobina corretta, non ci sarà comunque ossigeno sufficiente. Quindi per avere
un corretto apporto di ossigeno devo avere ossigeno disciolto nel sangue, emoglobina in quantità e
qualità adeguata e la circolazione (se c'è il flusso alterato non c'è apporto di ossigeno, anche se
disponibile). Quindi l'emogasanalisi non dà tutti i dati necessari (non informa dal punto di vista
emodinamico della gittata cardiaca). Il fatto che la pressione di ossigeno condizioni la saturazione
dell'emoglobina è regolata dalla curva di saturazione. Insufficienza Respiratoria di tipo II → è aumentata la
CO2, l'anidride carbonica, prodotto finale del metabolismo aerobio. La CO2 è regolata quasi
esclusivamente dalla ventilazione (aumenta la CO2 se diminuiscono gli atti respiratori). Ad esempio
l'overdose da farmaci oppioidi comporta una soppressione del centro respiratorio che porta a
ipoventilazione e può portare a morte, se non trattato con il naloxone (va ad agire sugli stessi recettori
della morfina spiazzandola e rimuovendo la depressione → 0,4 mg per fiala ad effetto rapidissimo, ma
dura meno dell'agonista, quindi il paziente va controllato nel tempo). Se il farmaco non è presente si
ventila con l'ambu perchè la somministrazione di ossigeno peggiora la cosa, in quanto il paziente da solo
non ventila.
È importante poi inquadrare il tipo di malattia, eventuali comorbilità, età, supporti e terapie, per
cercare di individuare la prognosi. Quando ci si trova di fronte ad un paziente acuto è importantissimo il
discorso della prognosi, sia per dare informazioni ai pazienti, sia per individuare la popolazione che
necessita più di altri della terapia intensiva (es: malato terminale di cancro con aspettativa di vita minima
non avrà bisogno di TI, ma di strutture come l'Hospice). Il tentativo di stabilire la prognosi è importante
anche per poter capire se quello che si fa sui pazienti in TI è giusto oppure no, per migliorarsi sempre (la
mortalità oggi è ridotta, per alcune patologie, rispetto ad anni fa).
“Sebbene la più probabile diagnosi fosse una recidiva della sua malattia iniziale non si poteva confermare
o scartare l'ipotesi sul momento, ma se non fosse stata trattata subito la ragazza sarebbe morta, quindi è
stata presa la decisione di intubarla e ventilarla”. Spesso si tratta di decisioni collegiali, che generalmente
nelle medicine vedono coinvolto il paziente, ma non in casi acuti come quelli della TI; si cerca allora di
agire per il bene, senza interpellare il diretto interessato. Intubare permette di guadagnare tempo. “Entro
48 ore viene fatta una diagnosi sicura di recidiva della malattia, che secondo gli ematologi era intrattabile
e inevitabilmente fatale”.
Il lavoro in TI non è un lavoro del singolo, ma un lavoro di team, in cui ciascuno ha competenze e
ruoli diversi, ma spesso è necessario superare le divergenze e lavorare insieme. Le decisioni collegiali non
sono prese solo dai medici, ma anche dal resto del personale, e soprattutto visto che il paziente in alcune
situazioni può non essere cosciente, con i familiari. Per tutto quello che riguarda il consenso nelle TI si
trovano difficoltà, perchè talvolta non possiamo richiedere il consenso al paziente, non solo per quanto
riguarda i trattamenti, ma anche per la ricerca (ad esempio per studi di genetica per vedere come la
predisposizione genetica alla sepsi sia più frequente in una popolazione di soggetti piuttosto che altri...).
Team della TI: infermieri, medici (terapisti respiratori, farmacisti (una stessa dose di un farmaco per tutti
non va bene, soprattutto nel paziente di TI, estremamente diversi in base alla patologia e alla funzione
d'organo, e anche per come l'organismo modifica il farmaco stesso) → soprattutto all'estero), dietisti
(perchè la nutrizione è una delle terapie fondamentali), studenti → l'afflusso di così tanta gente può
portare spesso a incomprensioni.
Nella TI spesso l'edema diffuso è dovuto all'aumentata permeabilità vascolare a causa di un'infezione
(serve per far passare i leucociti dal letto vascolare all'interstizio per combattere l'infezione). Quando è
generalizzato si parla di sepsi, e il paziente sarà estremamente edematoso ma anche con una pressione
molto bassa (quindi sono necessari liquidi, farmaci vasocostrittori ma non risolvo la situazione).
(aria ambiente e pressione 1 atm: PaO2 normale = 100 mmHg, che diminuisce fisiologicamente
con l'età).
Gli infermieri di terapia intensiva hanno un ruolo fondamentale nel rendersi conto della situazione critica,
nelle competenze sia tecniche che relazionali (la famiglia si rivolge molto più all'infermiere che al medico),
è un infermiere che deve aggiornarsi e seguire le linee guida. Dal punto di vista infermieristico c'è molta
consapevolezza del ruolo e anche molta competenza.
Dunque dobbiamo porre l'attenzione sull'importanza dell'anamnesi (conoscere le patologie prima che il
paziente arriva è utile anche per l'organizzazione dell'unità di vita del paziente, del letto, dei macchinari
necessari, se ad esempio è miorilasciato, cioè ha ancora l'effetto dei curari somministrati in sala
operatoria, che provocano una vera e propria paralisi e facilitano l'intubazione, ma hanno come effetto
collaterale quello di non distinguere tra i muscoli, bloccandoli tutti, anche quelli respiratori, come
diaframma, intercostali, muscoli della prima parte del faringe, che hanno il compito di mantenere pervie
le prime vie aeree, una delle prime cose perse quando il paziente perde coscienza). La pressione negativa
all'interno del torace durante l'inspirazione facilita il ritorno venoso, oltre a far entrare aria. Questa
ventilazione fisiologica può essere riprodotta con il polmone d'acciaio, che sfrutta lo stesso principio del
gradiente interno-esterno con il negativo all'interno. Lo svantaggio è che il paziente è inaccessibile. Allora
si è cominciato ad utilizzare la tracheotomia e la ventilazione a pressione positiva, con un meccanismo
opposto a quello fisiologico, insufflando a forza l'aria. È la stessa che viene fatta con sistemi manuali
come l'Ambu e il pallone va e vieni (nelle grosse epidemia di poliomelite venivano usati gli Ambu,
reclutando a turno personale che ventilasse, perchè i ventilatori automatici erano pochi). Tuttavia il rischio
di iper o ipo ventilare questi pazienti era alto; allora avevano stabilito dei segnali con lo sguardo, con le
palpebre, unici muscoli non colpiti, per fare in modo che il paziente riuscisse a comunicare eventuali
sintomi. Se il paziente è completamente paralizzato, ad esempio ancora sotto effetto dei farmaci
miorilassanti, si deve fare una ventilazione controllata, in cui è l'operatore che imposta tutti i parametri,
perchè il paziente è incapace di qualunque movimento. Questo comporta spesso una sedazione
importante, quando il paziente è di per sé cosciente, perchè è molto fastidiosa. Questa profonda
sedazione porta però due conseguenze importanti: i muscoli vanno incontro ad ipotrofia, quindi c'è una
difficoltà a staccare questi pazienti dal ventilatore, e poi compaiono effetti collaterali dei sedativi stessi,
come il delirio. Quindi oggi il paziente è molto meno sedato, anche in terapia intensiva, e in genere si
utilizzano tecniche di ventilazione assistite, in cui un minimo coinvolgimento e mantenimento dell'attività
muscolare respiratoria del paziente è assicurato.
Il paziente di terapia intensiva dunque può essere sveglio, non sono solo pazienti sedati; se sono
sedati ci dobbiamo comunque rendere conto di alcune cose. Innanzi tutto dobbiamo considerare
l'approccio al paziente, che è sicuramente diverso di quello al paziente sveglio. Nei pazienti svegli ma
intubati compare la difficoltà di capire cosa cercano di dirci. Ci dobbiamo poi domandare quanto è sedato,
quindi che obiettivo ha la sedazione stessa (si deve distinguere tra la sedazione di fine vita e la sedazione
temporanea, che porta ad un recupero). Altra cosa per capire se si sta sedando nel modo giusto, oltre a
stabilire l'obiettivo, è valutare lo stato di coscienza con delle scale, di misurare oggettivamente
possibilmente con scale non solo qualitative, ma anche quantitative. Poi dobbiamo sapere quali farmaci
sono usati (talvolta per l'ansiolisi si possono usare anche metodi alternativi, come i massaggi, la musica, il
modo di parlare e approcciarsi) e gli effetti collaterali che possono sviluppare. Un elemento importante
ma che spesso viene sottovalutato è il sonno, perchè i pazienti di terapia intensiva non hanno il sonno
fisiologico. Il sonno fisiologico è un'alternanza di varie fasi ed ha il compito di far resettare le connessioni
nervose, cioè si aggiustano le connessioni nervose, sia in potenziamento che no (es: consolidamento delle
conoscenze acquisite); inoltre durante il sonno si ha sintesi proteica, produzione di ormoni..
Importantissima è la fase del sonno REM, in cui ci sono alterazioni importanti del tono parasimpatico e
simpatico. Nel paziente in terapia intensiva queste fasi sono alterate, perchè il sonno è spesso
frammentato, interrotto, e non c'è nessun farmaco che riesca a riprodurre il sonno REM. La mancanza del
sonno REM è spesso un effetto collaterale dei farmaci somministrati per sedare i pazienti stessi, e non si
riesce a riprodurlo con i farmaci stessi. SEDAZIONE
Quando c'è un malato che ha varie esigenze dobbiamo cercare di adattare il box in maniera adeguata, e
in ciascun box è fondamentale che i presidi mantengano sempre lo stesso ordine, per un pronto utilizzo in
caso di necessità. Spesso la terapia intensiva prosegue alla sala operatoria, i pazienti sono miorilasciati e
necessitano di ventilazione, anche se oggi la tendenza è quella di mantenere il più cosciente possibile il
paziente. Nonostante questo molti pazienti ricevono ancora oggi sedazione, anche se più leggera rispetto
agli anni passati. Sedazione e analgesia non sono sinonimi, quindi non si deve confondere tra ansia e
agitazione che derivano dal dolore e quelle vere.
Perchè la sedazione
I motivi principali sono che spesso i pazienti sono intubati, e la sedazione serve anche per ottenere una
sincronia con il ventilatore; inoltre si possono dover effettuare manovre invasive e fastidiose per il
paziente stesso (es: drenaggio toracico, in cui la sedazione è affiancata anche da somministrazione di
analgesici locali; aspirazione della cannula tracheale → si possono instillare gocce di anestetico locale,
senza sedare); inoltre questi pazienti devono stare per molto tempo sempre nella stessa posizione,
generalmente supina, quindi non hanno possibilità di muoversi nel letto, anche perchè sono attaccati a
molti device. Inoltre spesso i pazienti sono impauriti per la propria condizione di salute, quindi hanno
bisogno di essere sedati (anche per alterazione del sonno fisiologico, che di per sé da irritabilità). Infine la
sedazione può essere effetto collaterale di alcuni farmaci, come oppiacei e antistaminici. Tuttavia non solo
si deve distinguere dolore da ansia, ma si deve anche distinguere stati di delirio.
Come si fa
E' necessario stabilire l'obiettivo, prima di fare il trattamento, e poi valutare per vedere se l'obiettivo è
stato raggiunto o se è cambiato. Quindi non c'è una procedura standard applicata a tutti i pazienti, ma
ogni trattamento deve essere individuale. Quando si deve andare a fare una valutazione della sedazione,
dato che si intersecano molti campi (sincronia con il ventilatore, ansia, comfort, necessità di ridurre il
disagio ....), si deve considerare che questa non è facile. Inoltre un paziente più calmo avrà anche una
migliore stabilità emodinamica ed essere più al sicuro, perchè non può strapparsi o togliersi i device che
sono utilizzati su di lui. Ci sono delle linee guida che aiutano nella scelta del trattamento da applicare, e
mettono sempre insieme la valutazione di dolore, agitazione e delirio.
Valutazione
Per misurare la sedazione e capire se è adeguata si possono utilizzare delle scale cliniche o degli
strumenti. Possono essere usate scale che vanno a valutare come si comporta il malato e a valutare
indicatori.
Scala di Ramsay: distingue due grosse condizioni del paziente: sveglio o addormentato. Poi per
ciascuna di queste va a valutare altre condizioni, come ansia, agitazione, cooperazione e risposta
agli stimoli, mentre nel caso il paziente dorma si va a vedere se e a quali stimoli risponde (stimolo
uditivo, fisico, che ha risposte lente oppure assenti). È una scala molto semplice che ha anche dei
limiti, perchè ad esempio non descrive molto bene l'agitazione, ma ha come vantaggio che si fa a
letto del paziente e non servono strumenti; inoltre riassume come si trova il paziente a letto. È
stata validata da studi, nel senso che chiunque valuti la stessa persona ottiene una risposta
abbastanza simile. Inoltre oggi vogliamo pazienti che siano intorno al 3, ed è quindi utile per
valutare il grado di sedazione. È una scala che va dall'1 (agitato) al 6 (coma non risvegliabile)
SAS: da 1 (non risvegliabile) a 7 (agitazione pericolosa). È una scala dell'agitazione, che va ad
analizzare molto più in dettaglio l'agitazione stessa. Accanto a ciascuno stato troviamo la
descrizione di cosa si intende per quella condizione, per facilitare la valutazione.
MAAS: più sale il numero più il paziente è agitato (da 1 a 6)
RSAS: composta da valori positivi (sempre più agitato) e negativi (stato di coscienza sempre
minore)
Le nuove scale, rispetto alla Ramsay, valutano molto più approfonditamente l'agitazione, perchè oggi si
tende a sedare meno profondamente i pazienti rispetto ad una volta.
Dobbiamo capire cosa vogliamo per quel paziente, se una sedazione terminale o solo temporanea, per
non fargli vivere una fase della malattia, oppure se è un paziente che deve essere svezzato e quindi ha
necessità di una sedazione più leggera. Una volta stabilito l'obiettivo dobbiamo poi effettuare la
misurazione. Oltre alle scale possono essere utilizzati anche degli strumenti.
Elettroencefalogramma: una registrazione continua dell'attività elettrica cerebrale, per vedere
quanto la sedazione ha ridotto la coscienza, non è possibile, perchè necessita di un controllo
continuo da parte di tecnici. Si può allora utilizzare qualche altro strumento che faccia vedere
come è l'attività cerebrale:
potenziali evocati, soprattutto con valore prognostico
BIS: da alcune attività elettriche cerebrali misurate, attraverso un algoritmo, si tira fuori un
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