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Responsabilità medico dipendente da struttura sanitaria

Questo appunto fa riferimento alle lezioni di Diritto Sanitario, svolte dal Prof. Guido Corso nell'anno accademico 2010.
Nel documento si trova un riassunto delle seguenti sentenze della Corte di Cassazione Civile, Sez III: n. 589 del 1999, n. 8826 del 2007 e n. 13953 del 2007 che analizzano la natura della responsabilità... Vedi di più

Esame di Diritto Sanitario docente Prof. G. Corso

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ESTRATTO DOCUMENTO

Nella diligenza è quindi compresa anche la perizia da intendersi come conoscenza ed attuazione delle regole

tecniche proprie di una determinata arte o professione.

Comunemente si dice che trattasi di una diligentia in abstracto, ma ciò solo per escludere che trattisi di diligentia

quam in suis, e cioè della diligenza che normalmente adotta quel determinato debitore.

Per il resto il grado di diligenza, per quanto in termini astratti ed oggettivi, deve essere apprezzato in relazione alle

circostanze concrete e tra queste, quanto alla responsabilità professionale del medico, rientrano anche le dotazioni

della struttura ospedaliera in cui lo stesso opera.

In relazione a dette strutture tecniche va valutata la diligenza e quindi la perizia che al medico devono richiedersi,

delle quali è anche espressione la scelta di effettuare in sede solo gli interventi che possono essere ivi eseguiti,

disponendo per il resto il trasferimento del paziente in altra sede, ove ciò sia tecnicamente possibile e non esponga il

paziente stesso a più gravi inconvenienti.

Riportata la responsabilità del medico, dipendente della struttura sanitaria, nei confronti del paziente

nell'ambito della responsabilità contrattuale, trova applicazione diretta l'art. 2236 c.c., a norma del quale, qualora la

prestazione implichi la soluzione di problemi tecnici di speciale difficoltà, il prestatore d'opera risponde dei danni

solo in caso di dolo o colpa grave, senza la necessità di effettuarne un'applicazione analogica, come pure era avvenuto

da parte dell'orientamento che sosteneva la responsabilità extracontrattuale del medico dipendente mentre è dubbio

che nella fattispecie ricorrano i presupposti per l'applicazione dell'analogia, di cui all'art. 12 disp. prel. c.c..

Va altresì rilevato che la limitazione di responsabilità professionale del medico - chirurgo ai soli casi di dolo o colpa

grave, ai sensi dell'art. 2236 c.c., attiene esclusivamente alla perizia, per la soluzione di problemi tecnici di particolare

difficoltà, con esclusione dell'imprudenza e della negligenza.

Infatti anche nei casi di speciale difficoltà, tale limitazione non sussiste con riferimento ai danni causati per

negligenza o imprudenza, dei quali il medico risponde in ogni caso.

Pertanto il professionista risponde anche per colpa lieve quando per omissione di diligenza ed inadeguata

preparazione provochi un danno nell'esecuzione di un intervento operatorio o di una terapia medica.

In altri termini la limitazione della responsabilità del medico alle sole ipotesi di dolo o colpa grave si applica

unicamente ai casi che trascendono la preparazione media ovvero perché la particolare complessità discende dal fatto

che il caso non è stato ancora studiato a sufficienza, o non è stato ancora dibattuto con riferimento ai metodi da

adottare Quanto alla ripartizione dell'onere probatorio, la giurisprudenza considera unitariamente, a tali fini, l'attività

sanitaria come prestazione di mezzi, senza più farsi carico della natura della responsabilità del medico. Essa ritiene

che incombe al professionista, che invoca il più ristretto grado di colpa di cui all'art. 2236 c.c., provare che la

prestazione implicava la soluzione di problemi tecnici di speciale difficoltà, mentre incombe al paziente danneggiato

provare quali siano state le modalità di esecuzione ritenute inidonee

Invece incombe al paziente l'onere di provare che l'intervento era di facile o routinaria esecuzione ed in tal caso il

professionista ha l'onere di provare, al fine di andare esente da responsabilità, che l'insuccesso dell'operazione non è

dipeso da un difetto di diligenza propria

Nel caso dì intervento di facile esecuzione, non si verifica un passaggio da obbligazione di mezzi in obbligazione di

risultato, che sarebbe difficile dogmaticamente da giustificare a meno di negare la stessa distinzione tra i due tipi di

obbligazioni (come pure fa gran parte della recente dottrina), ma opera il principio res ipsa loquitur, ampiamente applicato

in materia negli ordinamenti anglosassoni (dove la responsabilità del medico è sempre di natura aquiliana) inteso come

"quell'evidenza circostanziale che crea una deduzione di negligenza".

Ciò che preme mettere in rilievo è che, omologate le responsabilità della struttura sanitaria e del medico come

responsabilità entrambe di natura contrattuale, sia ai fini della rilevanza del grado della colpa che della ripartizione

dell'onere probatorio, non esiste una differenza di posizioni tra i due soggetti, nè per l'effetto una diversa posizione

del paziente a seconda che agisca nei confronti dell'ente ospedaliero o del medico dipendente.

Da quanto sopra detto consegue è infondata la doglianza secondo cui andava affermata la sola responsabilità dell'ente

gestore del servizio ospedaliero, in quanto, accanto alla stessa, di natura contrattuale, ben poteva concorrere quella di eguale

natura del medico dipendente.

Detta responsabilità andava accertata, come ha fatto la sentenza impugnata, applicando i principi che presiedono alla

responsabilità nella prestazione d'opera intellettuale.

Avendo la sentenza ritenuto, come ammette lo stesso ricorrente, che gli effetti negativi dell'intervento fossero da ascrivere ad

una mancanza di diligenza e prudenza dello stesso, non poteva operare la riduzione di responsabilità prevista dall'art. 2236 c.c.,

che, come si è detto, è relativa alla sola ipotesi di mancanza di perizia.

In ogni caso, perché si potesse applicare la limitazione della responsabilità prevista dall'art. 2236 C.C., gravava sul medico

ricorrente l'onere di eccepire (e poi di provare) nelle fasi di merito che l'intervento implicava la soluzione di problemi tecnici di

speciale difficoltà.

Invece - a parte il rilievo, mosso dalla controricorrente Q., che nel giudizio di appello non è stata invocata la limitazione di

responsabilità di cui all'art. 2236 c.c. alla sola ipotesi di colpa grave, ma è solo stata affermata l'assoluta mancanza di

responsabilità, con conseguente inammissibilità del motivo di ricorso per la novità della questione - va in ogni caso rilevato che

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neppure in questa sede il ricorrente sostiene che l'intervento chirurgico implicasse la soluzione di problemi tecnici di speciale

difficoltà, mostrando invece di ritenere che la responsabilità del prestatore d'opera professionale intellettuale sia sempre assistita

dalla limitazione dell'art. 2236 c.c..

Come si è detto sopra, ciò è errato, poiché detta limitazione è relativa alle sole ipotesi di prestazioni di particolare difficoltà (da

intendersi nei termini sopra detti) ed attiene non alla negligenza ed imprudenza, ma all'imperizia.

Infondato è, infine, il terzo motivo di ricorso, con cui il M. lamenta la violazione e falsa applicazione delle norme di

diritto, l'errata interpretazione delle risultanze istruttorie e l'omessa e contraddittoria motivazione, ex art. 360 n. 3 e 5 c.p.c..

Ne consegue che il giudice di appello ha congruamente motivato le scelte probatorie poste a base della sua decisione e le censure

del ricorrente si risolvono in una diversa lettura delle risultanze istruttorie, inammissibile in questa sede di sindacato di legittimità.

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2) CASSAZIONE CIVILE, SEZ. III, 13 APRILE 2007 N. 8826

Con atto di citazione la sig.ra Z.M.P. conveniva la Usl Roma 3 ed il medico prof. D. V.M. avanti al Tribunale di Roma

per ivi sentirli condannare al risarcimento in solido dei danni patiti in conseguenza di intervento di settorinoplastica da

quest'ultimo, all'esito di consulto effettuato con il Prof. D.V.I. (padre del M.), eseguito presso il Policlinico Umberto I di Roma

nel 1983, deducendo di soffrire ancora degli stessi disturbi che l'avevano indotta a sottoporsi al suddetto intervento

chirurgico, con aggravamento altresì del difetto estetico all'epoca lamentato.

Nella resistenza del D.V.M., che eccepiva essere stato correttamente eseguito l'intervento de quo, avente invero finalità

prettamente funzionali, e che al momento delle dimissioni la Z. non palesava alcuna delle lamentate "anomalie"; e nella resistenza

altresì della USL ROMA 3, che chiamava in causa la compagnia assicuratrice Assitalia Le Assicurazioni d'Italia s.p.a., l'adito

giudice rigettava la domanda, osservando trattarsi nel caso di obbligazione di mezzi, in relazione alla quale nessun

addebito poteva ascriversi al D.V., essendo rimasta esclusa all'esito dell'espletata C.T.U., una condotta negligente od

imperita del medesimo.

Ciò anche con riguardo all'aspetto estetico della Z., in ordine al quale la medesima era stata "informata e consigliata

all'intervento da altro sanitario (il prof., D.V.I.) rimasto estraneo alla causa".

Aggiungeva che la suddetta attrice non aveva d'altro canto nemmeno "avanzato domanda di risarcimento in ordine alla

situazione così come determinatasi nel suo complesso".

Il gravame interposto dalla Z. nei confronti - oltre che del D.V. e della ASL Roma/A (ex USl Roma 2) - anche, all'esito della

disposta integrazione del contraddittorio, della Asl Roma/A Gestione liquidatoria - in persona del Commissario liquidatore -,

nonchè nei confronti della Regione Lazio e dell'Assitalia Le Assicurazioni d'Italia s.p.a., con sentenza del 2002 veniva quindi

rigettato dalla Corte d'Appello di Roma che, nell'escludere avere l'intervento chirurgico de quo finalità (primaria) anche

estetica, potendovi quest'ultima semmai "rientrare" solamente allo scopo di rendere risolutivo il fatto funzionale, argomentava

dalla ritenuta qualificazione delle obbligazioni inerenti l'esercizio dell'attività professionale medica come

obbligazioni di mezzi "in quanto il professionista assumendo l'incarico si impegna a prestare la propria opera per

raggiungere il risultato desiderato, ma non a conseguirlo", affermando che se da un canto "dalla mancanza di

soluzione definitiva della disfunzione respiratoria" non può trarsi "che non siano stati adottati anche mezzi idonei",

da altro canto dall'esperita C.T.U. non erano invero emerse "significative alterazioni funzionali riconducibili ad un

comportamento negligente da parte dei sanitari".

Aggiungeva, ancora, che anche la necessità di sottoporsi come nella specie ad un secondo intervento, e la circostanza

che questo sia risultato "risolutivo" rispetto al precedente, "non implica inadempienza del primo operatore riguardo

ai mezzi adoperati".

Analoghe valutazioni tale giudice riteneva valevoli "per quel che attiene l'aspetto estetico dell'intervento", rimasto

anch'esso "immutato" all'esito dell'intervento ed in ordine al quale "l'operatore non era stato specificamente

chiamato a intervenire", nè "avrebbe potuto esserlo nell'ambito della pubblica spedalità".

Avverso la suddetta sentenza della corte di merito la Z. propone ora, ricorso per cassazione.

Resistono con controricorso il D.V. - che ha presentato anche memoria -, l'Azienda USL RM A, la Gestione liquidatoria dell'ex

USL RM 2, la Regione Lazio e l'Assitalia Le Assicurazioni d'Italia s.p.a..

Va preliminarmente affermata, trattandosi di questione rilevabile anche d'ufficio in ogni stato e grado del processo, la sussistenza

della legittimazione passiva nel presente giudizio della Regione Lazio e della Asl Roma/A Gestione liquidatoria, in persona del

Commissario liquidatore, ed il difetto viceversa di legitimatio ad causam passiva della ASL Roma/A (ex USL Roma 2).

Come questa Corte ha già avuto modo di affermare e precisare, a norma della L. del 1994, n. 724, art. 6 e L. del 1995, n. 549, art.

2, comma 1 (che hanno trasferito alle Regioni i debiti delle soppresse unità sanitarie locali, stabilendo che in nessun caso le

Regioni possono far gravare sulle neo costituite Aziende sanitarie locali i debiti preesistenti), si è verificata una successione ex

lege, a titolo particolare, della Regione nei rapporti obbligatori già di pertinenza delle Usl, sicchè ove la successione si sia come

nella specie verificata nel corso di un giudizio introdotto nei confronti di una Usl, le Regioni sono legittimate sia ad impugnare le

sentenze pronunziate nei confronti delle disciolte Usl, o delle loro gestioni liquidatorie, sia a resistere ad impugnazioni proposte

nei loro confronti.

E in base al tenore formale e funzionale della L. n. 724 del 1994, suindicato art. 6 tra i debiti delle disciolte Usl gravanti sulle

Regioni sono da ritenersi senz'altro ricompresi anche quelli per il risarcimento dei danni eventualmente causati nella erogazione

delle prestazioni del servizio sanitario nazionale.

Orbene, nel caso in esame il procedimento è stato in primo grado introdotto nel 1986 e promosso (oltre che nei confronti del D.

V.M. anche) nei confronti della Usl RM 3, e quindi, all'esito dell'interruzione disposta con ordinanza resa all'udienza del 1988

(avendo il difensore di quest'ultima dichiarato che con effetto dal 1 agosto 1988 la sua assistita era stata soppressa) è stato

riassunto ex art. 303 c.p.c. nei confronti della Usl RM 2.

La sentenza n. 10850/1995 emessa dal Tribunale di Roma a chiusura del medesimo è stata quindi dall'odierna ricorrente

appellata nei confronti sia della AUSL Roma/A (ex USL Roma 2) che della AUSL Roma/A Gestione liquidatoria, in persona del

Commissario liquidatore.

Successivamente il contraddittorio è stato integrato nei confronti della Regione Lazio e dell'Assitalia - Le Assicurazioni d'Italia

S.p.A., odierne controricorrenti. 9

Va pertanto dichiarato il difetto di legittimazione passiva della AUSL Roma /A.

Il 1°motivo è infondato.

In giurisprudenza di legittimità si è altresì precisato che, ove non espressamente fornita, ben può la prova del

contratto - stante la libertà di forme in proposito - essere invero anche tacitamente desunta, in base al comportamento

mantenuto dalle parti.

Orbene, in assenza di prova di relativo espresso patto, se l'accettazione in ospedale con diagnosi di "deviazione del

setto nasale" (come risulta accertato nell'impugnata sentenza) al fine dell'effettuazione dell'intervento di

settorinoplastica e l'avvenuta esecuzione del medesimo depongono per la sussistenza nel caso di un (del resto

incontestato) accordo relativamente ad un intervento chirurgico volto al recupero della compromessa funzionalità

respiratoria, altrettanto non può invero dirsi in ordine alla finalità estetica.

Atteso che la stessa è, come affermato anche nella gravata decisione e del pari incontestato tra le parti, notoriamente

non prevista tra quelle eseguibili presso una struttura sanitaria pubblica a spese dello Stato, in difetto di prova della

sussistenza di un espresso e specifico accordo in tal senso non può invero inferirsene la formazione tacita.

Premesso che il sanitario della AUSL, nel sottoporre ad intervento o trattamento chirurgico il paziente, in realtà presta la propria

attività professionale a prescindere da prescrizioni o indicazioni eventualmente in precedenza fornite da altri specialisti (nel caso,

il padre dell'odierno ricorrente), rispetto alle stesse esplicando la propria opera in piena autonomia (cfr, Cass., 14/3/2006, n.

5444), non può ritenersi infatti configurabile un consenso tacito in relazione ad interventi e terapie mediche le quali risultano

(quantomeno presuntivamente) escluse dal contenuto del contratto tra il paziente e la struttura sanitaria, quale deve nel caso

ritenersi la prestazione medica con finalità estetica cui, come indicato nell'impugnata sentenza, può assegnarsi semmai rilievo

quale mero effetto secondario, avuto cioè riguardo al conseguimento o meno di quello funzionale primario.

Il 2° motivo, che si articola in plurimi profili di doglianza, concernenti i denunziati vizi di violazione di legge e di motivazione, è

parzialmente fondato nei termini di seguito indicati.

In ordine al vizio di violazione di legge, con riferimento a "quanto attiene al profilo funzionale" dell'intervento di

settorinoplastica de quo la ricorrente si duole in particolare che nell'impugnata sentenza si sostenga che, trovandosi

"di fronte ad una obbligazione di soli mezzi", "in tali ipotesi il professionista non si impegna a conseguire il risultato

e ... irrilevante sarebbe la mancanza di una soluzione definitiva riparatoria".

Facendo espresso richiamo a Cass., 11/3/2002, n. 3492, osserva criticamente al riguardo che risulta a tale stregua dalla

corte di merito disatteso il principio in base al quale quando l'intervento chirurgico da cui è derivato un danno non è

di difficile esecuzione, l'aggravamento della situazione patologica del paziente o l'insorgenza di nuove patologie

eziologicamente ad esso ricollegabili comportano, a norma dell'art. 1218 c.c., una presunzione semplice in ordine

all'inadeguata o negligente prestazione, spettando all'obbligato - sia esso il sanitario o la struttura - fornire la prova

che la prestazione professionale sia stata eseguita in modo idoneo e che sia invece intervenuto un evento imprevisto e

imprevedibile.

Orbene, in ordine alla qualificazione del rapporto intercorso tra le odierne parti di giudizio, alla natura dell'obbligazione assunta

dal medico, al tipo di responsabilità che ne consegue, e alla ripartizione dei relativi oneri probatori, va osservato quanto segue.

Risponde a consolidato orientamento di questa corte - che il Collegio ritiene di non disattendere - l'inquadramento

della responsabilità dell'ente ospedaliero e del medico nell'ambito della responsabilità contrattuale.

L'accettazione del paziente in una struttura (pubblica o privata) deputata a fornire assistenza sanitaria - ospedaliera,

ai fini del ricovero o di una visita ambulatoriale, comporta la conclusione di un contratto di prestazione d'opera

atipico di spedalità, essendo essa tenuta ad una prestazione complessa che non si esaurisce nella prestazione delle

cure mediche e di quelle chirurgiche (generali e specialistiche) già prescritte dalla L. n. 132 del 1968, art. 2, ma si

estende ad una serie di altre prestazioni, quali la messa a disposizione di personale medico ausiliario e di personale

paramedico, di medicinali, e di tutte le attrezzature tecniche necessarie, nonchè di quelle lato sensu alberghiere

Ne consegue, a tale stregua, che la responsabilità dell'ente ospedaliero ha natura contrattuale sia in relazione a propri

fatti d'inadempimento (ad es., in ragione della carente o inefficiente organizzazione relativa alle attrezzature o alla messa a

disposizione di medicinali o del personale medico ausiliario e paramedico, o alle prestazioni di carattere alberghiero) sia per

quanto concerne il comportamento in particolare dei medici dipendenti, trovando nel caso applicazione la regola

posta dall'art. 1228 c.c., secondo cui il debitore che nell'adempimento dell'obbligazione si avvale dell'opera di terzi

risponde anche dei fatti dolosi o colposi di costoro, ancorchè non siano alle sue dipendenze.

Responsabilità per fatto dell'ausiliario o preposto che in realtà prescinde dalla sussistenza di un vero e proprio

rapporto di lavoro subordinato del medico con la struttura (pubblica o privata) sanitaria, essendo irrilevante la natura

del rapporto tra i medesimi sussistente ai fini considerati, laddove fondamentale rilevanza assume viceversa la

circostanza che dell'opera del terzo il debitore originario comunque si avvalga nell'attuazione del rapporto

obbligatorio.

A tale stregua, la responsabilità che dall'esplicazione dell'attività di tale terzo consegue riposa invero sul principio

cuius commoda eius et incommoda (salva l'ipotesi dell'autonoma iniziativa del terzo, che come osservato in dottrina

normalmente segna l'inapplicabilità della norma di cui all'art. 1228 c.c.). 10

Nè in argomento vale distinguere tra comportamento colposo e comportamento doloso del soggetto agente, al fine di

considerare interrotto il rapporto in base al quale l'ente è chiamato a rispondere, giacchè è al riguardo sufficiente la

mera occasionalità necessaria

L'ente risponde infatti di tutte le ingerenze dannose che al dipendente sono rese possibili dalla posizione conferitagli

rispetto al terzo danneggiato, e cioè dei danni che il dipendente può arrecare in ragione di quel particolare contatto

cui si espone nei suoi confronti il paziente nell'attuazione del rapporto con la struttura sanitaria.

Responsabilità che trova fondamento non già nella colpa (nella scelta degli ausiliari o nella vigilanza) bensì nel rischio

connaturato all'utilizzazione dei terzi nell'adempimento dell'obbligazione.

Del pari irrilevante è la circostanza che ad eseguire l'operazione sia un medico di fiducia del paziente, laddove la

scelta (anche tacitamente) cada su professionista come nella specie inserito nella struttura sanitaria.

In tal caso, diversamente dall'ipotesi in cui il medico di fiducia indicato dal paziente sia estraneo all'organizzazione

del debitore (nella quale il medesimo viene propriamente a configurarsi quale mero "cooperatore del creditore", il quale ultimo

a tale stregua fornisce al debitore il mezzo per l'adempimento, e conseguentemente sopporta le conseguenze dannose da tale

soggetto causate), la scelta del creditore risulta infatti operata pur sempre nell'ambito di quella più generale e

previamente effettuata a monte dal debitore, sicchè essa non altera nel terzo quella posizione di ausiliario ribadita dal

rapporto di servizio con il medesimo (per la precisazione che il diritto soggettivo alla libera scelta della struttura o del

professionista privati cui rivolgersi è esercitabile solo nell'ambito dei soggetti accreditati con i quali l'amministrazione regionale

ha definito appositi accordi v., da ultimo, Cass., Sez. Un., 8/8/2005, n. 16605).

Analogamente deve dirsi altresì nell'ipotesi in cui vi sia mero consenso – anche tacito - del creditore alla scelta come

nella specie fatta dal debitore.

Come è stato posto in rilievo in dottrina, in tali casi, l'obbligato risponde invero dell'operato dell'ausiliario

conformemente alla regola posta dall'art. 1228 c.c. volta a soddisfare l'esigenza che il ricorso del debitore originario a

collaboratori nell'attuazione del rapporto obbligatorio non comporti per il creditore - senza la sua accettazione e su

semplice iniziativa del debitore - l'imposizione della particolare ingerenza di soggetti che, a lui estranei, rispondano in

proprio esonerando il debitore dalla sua originaria responsabilità. Conservando pertanto anche in tali ipotesi al

creditore l'affidamento sulla responsabilità dell'obbligato (originario).

La natura contrattuale della responsabilità del medico dipendente dell'ente ospedaliero verso il paziente è da questa

Corte con consolidato orientamento fondata sul contatto sociale instaurantesi tra quest'ultimo ed il medico chiamato

ad adempiere nei suoi confronti la prestazione dal medesimo convenuta con la struttura sanitaria.

Al riguardo, vale precisare, non si tratta di contatto sociale dal quale insorge, secondo quanto prospettato da una parte

della dottrina, una obbligazione senza prestazione.

Nel contatto sociale è infatti da ravvisarsi la fonte di un rapporto che quanto al contenuto non ha ad oggetto la

"protezione" del paziente bensì una prestazione che si modella su quella del contratto d'opera professionale, in base

al quale il medico è tenuto all'esercizio della propria attività nell'ambito dell'ente con il quale il paziente ha stipulato

il contratto, ad essa ricollegando obblighi di comportamento di varia natura, diretti a garantire che siano tutelati gli

interessi emersi o esposti a pericolo in occasione del detto "contatto", e in ragione della prestazione medica

conseguentemente da eseguirsi.

In altri termini, come questa Corte ha già avuto modo di affermare, l'esistenza di un contratto è rilevante solo al fine

di stabilire se il medico è obbligato alla prestazione della sua attività sanitaria (salve le ipotesi in cui detta attività è

obbligatoria per legge: ad es. art. 593 c.p., Cass. pen., 10/4/1978, n. 4003, Soccardo). In assenza di dette ipotesi di vincolo il

paziente non può invero pretendere la prestazione sanitaria dal medico, ma se il medico in ogni caso interviene (ad es.,

in quanto al riguardo tenuto nei confronti dell'ente ospedaliero) l'esercizio della sua attività sanitaria (e quindi il rapporto

paziente-medico) non può essere differente nel contenuto da quello che abbia come fonte un comune contratto tra

paziente e medico (v. Cass., 22/1/1999, n. 589).

Si è esclusa la configurabilità in tale ipotesi della responsabilità aquiliana, rinvenendosi una responsabilità di tipo

contrattuale, per non avere il soggetto fatto ciò cui era tenuto.

La situazione descritta generalmente si riscontra nei confronti dell'operatore di una professione cd. protetta (cioè una

professione per la quale è richiesta una speciale abilitazione da parte dello Stato), in particolare quando il relativo

espletamento concerna beni costituzionalmente garantiti, come appunto per l'attività medica, che incide sul bene

"salute" tutelato ex art. 32 Cost..

A tale stregua, la responsabilità sia del medico che dell'ente ospedaliero trova titolo nell'inadempimento delle

obbligazioni ai sensi degli artt, 1218 ss. c.c.

Trattandosi di obbligazione professionale, la misura dello sforzo diligente necessario per il relativo corretto

adempimento va considerato in relazione al tipo di attività dovuta per il soddisfacimento dell'interesse creditorio.

Al riguardo, in base al combinato disposto di cui all'art. 1176 c.c., comma 2, e art. 2236 c.c. la diligenza richiesta è non

già quella ordinaria, del buon padre di famiglia bensì quella ordinaria del buon professionista e cioè la diligenza

normalmente adeguata in ragione del tipo di attività e alle relative modalità di esecuzione.

Nell'adempimento dell'obbligazione professionale va infatti osservata la diligenza qualificata ai sensi dell'art. 1176

c.c., comma 2, (che costituisce aspetto del concetto unitario posto dall'art. 1174 c.c.: cfr. Cass., 28/5/2004, n. 10297; Cass.,

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22/12/1999, n. 589), quale modello di condotta che si estrinseca (sia esso professionista o imprenditore) nell'adeguato

sforzo tecnico, con impiego delle energie e dei mezzi normalmente ed obiettivamente necessari od utili, in relazione

alla natura dell'attività esercitata, volto all'adempimento della prestazione dovuta ed al soddisfacimento dell'interesse

creditorio, nonchè ad evitare possibili eventi dannosi

Lo specifico settore di competenza in cui rientra l'attività esercitata richiede infatti la specifica conoscenza ed

applicazione delle cognizioni tecniche che sono tipiche dell'attività necessaria per l'esecuzione dell'attività

professionale.

Come in giurisprudenza di legittimità si è già avuto modo di porre in rilievo, i limiti di tale responsabilità sono invero

quelli generali in tema di responsabilità contrattuale, presupponendo questa l'esistenza della colpa, lieve del debitore,

e cioè il difetto dell'ordinaria diligenza.

Al riguardo si è ulteriormente precisato che il criterio della normalità va valutato con riferimento alla diligenza media

richiesta, ai sensi dell'art. 1176 c.c., comma 2, avuto riguardo alla specifica natura e alle peculiarità dell'attività

esercitata

In argomento, atteso che questa Corte ha già avuto modo di porre in rilievo come la limitazione di responsabilità

professionale del medico ai casi di dolo o colpa grave ex art. 2236 c.c. si applica nelle sole ipotesi che presentano

problemi tecnici di particolare difficoltà, in ogni caso attenendo esclusivamente all'imperizia e non anche

all'imprudenza e alla negligenza e considerato quanto sopra posto in rilievo in tema di affidamento del paziente, deve

ulteriormente precisarsi che la condotta del medico specialista (a fortiori se tra i migliori del settore) va esaminata non

già con minore ma semmai al contrario con maggior rigore ai fini della responsabilità professionale, dovendo aversi

riguardo alla peculiare specializzazione e alla necessità di adeguare la condotta alla natura e al livello di pericolosità

della prestazione, implicante scrupolosa attenzione e adeguata preparazione professionale.

In quanto la diligenza (che, come posto in rilievo anche in dottrina, si specifica nei profili della cura, della cautela,

della perizia e della legalità, la perizia in particolare sostanziandosi nell'impiego delle abilità e delle appropriate

nozioni tecniche peculiari dell'attività esercitata, con l'uso degli strumenti normalmente adeguati; ossia con l'uso

degli strumenti comunemente impiegati, in relazione all'assunta obbligazione, nel tipo di attività professionale o

imprenditoriale in cui rientra la prestazione dovuta) deve valutarsi avuto riguardo alla natura dell'attività esercitata

(art. 1176 c.c., comma 2), al professionista, e a fortiori allo specialista, è richiesta una diligenza particolarmente

qualificata dalla perizia e dall'impiego di strumenti tecnici adeguati al tipo di attività da espletarsi.

A tale stregua l'impegno dal medesimo dovuto, se si profila superiore a quello del comune debitore, va considerato

viceversa corrispondente alla diligenza normale in relazione alla specifica attività professionale esercitata, giacché il

professionista deve impiegare la perizia ed i mezzi tecnici adeguati allo standard professionale della sua categoria,

tale standard valendo a determinare, in conformità alla regola generale, il contenuto della perizia dovuta e la

corrispondente misura dello sforzo diligente adeguato per conseguirlo, nonché del relativo grado di responsabilità.

Come si è osservato in dottrina, il debitore è di regola tenuto ad una normale perizia, commisurata al modello del

buon professionista (secondo cioè una misura obiettiva che prescinde dalle concrete capacità del soggetto, sicché

deve escludersi che il debitore privo delle necessarie cognizioni tecniche sia esentato dall'adempiere l'obbligazione

con la perizia adeguata alla natura dell'attività esercitata), mentre una diversa misura di perizia è dovuta in relazione

alla qualifica professionale del debitore in relazione ai diversi gradi di specializzazione propri dello specifico settore

professionale.

Ai diversi gradi di specializzazione corrispondono infatti diversi gradi di perizia.

Può allora distinguersi tra una diligenza professionale generica e una diligenza professionale variamente qualificata.

Chi assume un'obbligazione nella qualità di specialista, o una obbligazione che presuppone una tale qualità, è tenuto

alla perizia che è normale della categoria.

Lo sforzo tecnico implica anche l'uso degli strumenti materiali normalmente adeguati, ossia l'uso degli strumenti

comunemente impiegati nel tipo di attività professionale in cui rientra la prestazione dovuta.

La misura della diligenza richiesta nelle obbligazioni professionali va quindi concretamente accertata sotto il profilo

della responsabilità.

Con specifico riferimento all'attività ed alla responsabilità del medico cd. "strutturato" si è in giurisprudenza di

legittimità affermato che il medico e l'ente sanitario sono contrattualmente impegnati al risultato dovuto, quello cioè

conseguibile secondo criteri di normalità, da apprezzarsi in relazione alle condizioni del paziente, alla abilità tecnica

del primo e alla capacità tecnico-organizzativa del secondo.

Il normale esito della prestazione dipende allora da una pluralità di fattori, quali il tipo di patologia, le condizioni

generali del paziente, l'attuale stato della tecnica e delle conoscenze scientifiche (stato dell'arte), l'organizzazione dei

mezzi adeguati per il raggiungimento degli obiettivi in condizioni di normalità, ecc..

Normalità che risponde dunque ad un giudizio relazionale di valore, in ragione delle circostanze del caso.

La difficoltà dell'intervento e la diligenza del professionista vanno valutate in concreto, rapportandole al livello di

specializzazione del professionista e alle strutture tecniche a sua disposizione, sicchè il medesimo deve, da un canto,

valutare con prudenza e scrupolo i limiti della propria adeguatezza professionale, ricorrendo anche all'ausilio di un

consulto (se la situazione non è così urgente da sconsigliarlo); e, (da altro canto, deve adottare tutte le misure volte ad

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ovviare alle carenze strutturali ed organizzative incidenti sugli accertamenti diagnostici e sui risultati dell'intervento, e

laddove ciò non sia possibile, deve informare il paziente, financo consigliandogli, se manca l'urgenza di intervenire, il

ricovero in una struttura più idonea.

Emerge evidente, a tale stregua, che il risultato normalmente conseguibile per i migliori specialisti del settore

operanti nell'ambito di una determinata struttura sanitaria ad alta specializzazione tecnico-professionale non può

considerarsi tale per chi sia viceversa dotato di minore grado di abilità tecnicoscientifica, ovvero presti la propria

attività presso una struttura con inferiore organizzazione o dotazione di mezzi, ovvero in una struttura sanitaria

polivalente o "generica", o, ancora, in un mero presidio di "primo intervento".

Ne consegue che anche per il migliore specialista del settore il giudizio di normalità va allora calibrato avuto riguardo

alla struttura in cui è chiamato a prestare la propria opera professionale. Laddove lo spostamento verso l'alto della

soglia di normalità del comportamento diligente dovuto determina la corrispondente diversa considerazione del grado

di tenuità della colpa, con corrispondente preclusione della prestazione specialistica al medico che specializzato non

è.

La riconduzione dell'obbligazione professionale del medico cd. strutturato nell'ambito del rapporto contrattuale, e

della eventuale responsabilità che ne consegua nell'ambito di quella da inadempimento ex artt. 1218 ss. c.c., ha invero

i suoi corollari anche sotto il profilo probatorio.

Al riguardo questa Corte ha già più volte enunciato il principio in base al quale quando l'intervento da cui è derivato il

danno non è di difficile esecuzione la dimostrazione da parte del paziente dell'aggravamento della sua situazione

morbosa o l'insorgenza di nuove patologie è idonea a fondare una presunzione semplice in ordine all'inadeguata o

negligente prestazione, spettando all'obbligato fornire la prova che la prestazione professionale sia stata eseguita in

modo diligente, e che gli esiti peggiorativi siano stati determinati da un evento imprevisto e imprevedibile.

Più specificamente, l'onere della prova è stato ripartito tra le parti nel senso che spetta al medico provare che il caso è

di particolare difficoltà, e al paziente quali siano state le modalità di esecuzione inidonee; ovvero a quest'ultimo spetta

provare che l'intervento è di facile esecuzione e al medico che l'insuccesso non sia dipeso da suo difetto di diligenza.

Tale orientamento interpretativo è stato da questa Corte "riletto" anche alla luce del principio enunciato in termini

generali da Cass., Sez. Un. 30/10/2001, n. 13533, in tema di onere della prova dell'inadempimento.

Nel risolvere un contrasto di giurisprudenza tra le sezioni semplici, le Sezioni Unite hanno nell'occasione affermato il

principio - condiviso dal Collegio - secondo cui il creditore che agisce per la risoluzione contrattuale, per il

risarcimento del danno, ovvero per l'adempimento deve dare la prova della fonte negoziale o legale del suo diritto,

limitandosi alla mera allegazione della circostanza dell'inadempimento della controparte, mentre è al debitore

convenuto che incombe di dare la prova del fatto estintivo, costituito dall'avvenuto adempimento.

Analogo principio è stato posto con riguardo all'inesatto adempimento, rilevandosi che al creditore istante è

sufficiente la mera allegazione dell'inesattezza dell'adempimento (per violazione di doveri accessori, come

quello di informazione, ovvero per mancata osservanza dell'obbligo di diligenza, o per difformità quantitative o

qualitative dei beni), gravando sul debitore l'onere di dimostrare di avere esattamente adempiuto.

Applicando tale principio all'onere della prova nelle cause di responsabilità professionale del medico si è affermato

che il paziente che agisce in giudizio deve, anche quando deduce l'inesatto adempimento dell'obbligazione sanitaria,

provare il contratto e allegare l'inadempimento del sanitario, restando a carico del debitore (medico-struttura

sanitaria) l'onere di dimostrare che la prestazione è stata eseguita in modo diligente, e che il mancato o inesatto

adempimento è dovuto a causa a sè non imputabile, in quanto determinato da impedimento non prevedibile nè

prevenibile con la diligenza nel caso dovuta.

Pertanto, in base alla regola di cui all'art. 1218 c.c. il paziente- creditore ha il mero onere di allegare il contratto ed il

relativo inadempimento o inesatto adempimento, non essendo tenuto a provare la colpa del medico e/o della struttura

sanitaria e la relativa gravità.

Questa Corte è peraltro recentemente pervenuta ad affermare che la distinzione tra prestazione di facile esecuzione e

prestazione implicante la soluzione di problemi tecnici di speciale difficoltà non può valere come criterio di

distribuzione dell'onere della prova, bensì solamente ai fini della valutazione del grado di diligenza e del

corrispondente grado di colpa riferibile al sanitario.

All'art. 2236 c.c. non va conseguentemente assegnata rilevanza alcuna ai fini della ripartizione dell'onere probatorio,

giacchè incombe in ogni caso al medico dare la prova della particolare difficoltà della prestazione, laddove la norma

in questione implica solamente una valutazione della colpa del professionista, in relazione alle circostanze del caso

concreto.

Appare in effetti incoerente ed incongruo richiedere al professionista la prova idonea a vincere la presunzione di colpa

a suo carico quando trattasi di intervento di facile esecuzione o routinario, e addossare viceversa al paziente l'onere di

provare "in modo preciso e specifico" le "modalità ritenute non idonee" quando l'intervento è di particolare o

speciale difficoltà.

Proprio nel caso in cui l'intervento implica cioè la soluzione di problemi tecnici di speciale difficoltà, richiede

notevole abilità, e la soluzione di problemi tecnici nuovi o di speciale complessità, con largo margine di rischio in

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presenza di ipotesi non ancora adeguatamente studiate o sperimentate, ovvero oggetto di sistemi diagnostici,

terapeutici e di tecnica chirurgica diversi ed incompatibili tra loro.

Tale soluzione si palesa infatti ingiustificatamente gravatoria per il paziente, in contrasto invero con il principio di

generale favor per il creditore-danneggiato cui l'ordinamento è informato.

In tali circostanze è infatti indubitabilmente il medico specialista a conoscere le regole dell'arte e la situazione

specifica - anche in considerazione delle condizioni del paziente - del caso concreto, avendo pertanto la possibilità di

assolvere all'onere di provare l'osservanza delle prime e di motivare in ordine alle scelte operate in ipotesi in cui

maggiore è la discrezionalità rispetto a procedure standardizzate.

E' allora da superarsi, sotto il profilo della ripartizione degli oneri probatori, ogni distinzione tra interventi "facili" e

"difficili", in quanto l'allocazione del rischio non può essere rimessa alla maggiore o minore difficoltà della

prestazione, l'art. 2236 c.c. dovendo essere inteso come contemplante una regola di mera valutazione della condotta

diligente del debitore.

Va quindi conseguentemente affermato che in ogni caso di "insuccesso" incombe al medico dare la prova della

particolare difficoltà della prestazione.

Le obbligazioni professionali sono dunque caratterizzate dalla prestazione di attività particolarmente qualificata da

parte di soggetto dotato di specifica abilità tecnica, in cui il paziente fa affidamento nel decidere di sottoporsi

all'intervento chirurgico, al fine del raggiungimento del risultato perseguito o sperato.

Affidamento tanto più accentuato, in vista dell'esito positivo nel caso concreto conseguibile, quanto maggiore è la

specializzazione del professionista, e la preparazione organizzativa e tecnica della struttura sanitaria presso la quale

l'attività medica viene dal primo espletata.

Sotto altro profilo, va posto in rilievo che una limitazione della misura dello sforzo diligente dovuto nell'adempimento

dell'obbligazione, e della conseguente responsabilità per il caso di relativa mancanza o inesattezza, non può farsi

invero discendere dalla qualificazione dell'obbligazione - come in sentenza operata - in termini di "obbligazione di

mezzi".

Il professionista, ed il medico specialista in particolare, è infatti tenuto non già ad una prestazione professionale

purchessia bensì impegnato ad una condotta specifica particolarmente qualificata, in ragione del proprio grado di

abilità tecnico- scientifica nel settore di competenza, in vista del conseguimento di un determinato obiettivo dovuto,

avuto riguardo al criterio di normalità secondo il più sopra esposto giudizio relazionale.

E' infatti proprio la prestazione professionale particolarmente qualificata dal grado di conoscenza ed abilità tecnica, e

la particolare organizzazione di uomini e mezzi della struttura sanitaria specializzata in cui la stessa viene espletata,

ad ingenerare nel paziente l'affidamento idoneo ad indurlo a sottoporsi ad un particolare tipo di intervento sulla

propria persona, che lo espone in ogni caso ad un più o meno alto grado di rischio per la propria incolumità, quando

non addirittura sopravvivenza.

Per il professionista (e conseguentemente per la struttura sanitaria) non vale dunque invocare, al fine di farne

conseguire la propria irresponsabilità, la distinzione tra "obbligazione di mezzi" e "obbligazione di risultato",

sostenendo che la propria attività è da ricomprendersi tra le prime, sì da non rispondere in caso di risultato non

raggiunto.

Siffatta distinzione costituisce infatti, come ormai da qualche tempo dalla migliore dottrina non si manca di porre in

rilievo, il frutto di una risalente elaborazione dogmatica accolta dalla tradizionale interpretazione e tralatiziamente

tramandatasi, priva invero di riscontro normativo e di dubbio fondamento.

Si è al riguardo puntualmente e condivisibilmente posto in rilievo in dottrina, da un canto, che anche nelle cd.

obbligazioni di mezzi lo sforzo diligente del debitore è in ogni caso rivolto al perseguimento del risultato dovuto; e, da

altro canto, che la tesi secondo cui le obbligazioni di risultato sono assoggettate alla regola della responsabilità

oggettiva è priva di riscontro normativo nonché sfornita di argomenti sostanziali, valendo in contrario osservare che

nelle ipotesi tipicamente indicate come obbligazioni di risultato (es., l'obbligazione del depositario) non è comunque

garantito il risultato, giacchè l'impegno del debitore è pur sempre obbligatorio, e non si sostanzia invero in

un'assicurazione. Tant'è che il medesimo non risponde dell'inadempimento dovuto ad impedimento sopravvenuto

non prevedibile nè superabile con il normale sforzo diligente adeguato al tipo di prestazione.

Rilievo decisivo non può riconoscersi nemmeno all'obiezione secondo cui nelle obbligazioni di risultato non basta

all'obbligato, per sottrarsi alla responsabilità, dimostrare di avere usato la diligenza, atteso che anche nelle

obbligazioni di mezzi il debitore inadempiente ha l'onere di provare l'evento impeditivo e di provare l'imprevedibilità

e l'insuperabilità di tale evento con la normale diligenza.

Inidoneo appare, ancora, al riguardo l'argomento della mancata liberazione dell'obbligato nell'ipotesi in cui

l'impossibilità concerna il mezzo destinato dal debitore all'adempimento, atteso che laddove non colpisca lo specifico

mezzo contrattualmente indicato per l'adempimento della prestazione l'impossibilità della prestazione si ha in tal

caso solamente se l'impedimento sopravvenuto non consente di adempiere con nessuno dei mezzi utilizzabili

secondo l'ordinaria diligenza.

Nè, al fine di salvare la distinzione dogmatica in argomento, può valere il richiamo a principi propri di altri sistemi,

come quello di common law della cd. evidenza circostanziale o res ipsa loquitur. 14

Come questa Corte ha avuto anche recentemente modo di precisare, in tema di responsabilità del medico per i danni

causati al paziente l'inadempimento del professionista alla propria obbligazione non può essere desunto, ipso facto,

dal mancato raggiungimento del risultato utile avuto di mira dal cliente, ma deve essere valutato alla stregua dei

doveri inerenti allo svolgimento dell'attività professionale.

L'inadempimento consegue infatti alla prestazione negligente, ovvero non improntata alla dovuta diligenza da parte

del professionista (e/o della struttura sanitaria) ai sensi dell'art. 1176 c.c., comma 2, adeguata alla natura dell'attività

esercitata e alle circostanze concrete del caso.

Secondo la regola sopra ribadita in tema di ripartizione dell'onere probatorio, provati dal paziente la sussistenza ed il

contenuto del contratto, se la prestazione dell'attività non consegue il risultato normalmente ottenibile in

relazione alle circostanze concrete del caso incombe invero al medico (a fortiori ove trattisi di intervento semplice o

routinario) dare la prova del verificarsi di un evento imprevedibile e non superabile con l'adeguata diligenza che lo

stesso ha impedito di ottenere. E laddove tale prova non riesca a dare, secondo la regola generale ex artt. 1218 e 2697

c.c. il medesimo rimane soccombente.

In caso di mancata o inesatta realizzazione di tale intervento il medico e la struttura sono conseguente-mente tenuti a

dare la prova che il risultato "anomalo" o anormale rispetto al convenuto esito dell'intervento o della cura, e quindi

dello scostamento da una legge di regolarità causale fondata sull'esperienza, dipende da fatto a sè non imputabile, in

quanto non ascrivibile alla condotta mantenuta in conformità alla diligenza dovuta, in relazione alle specifiche

circostanze del caso concreto.

Risultato "anomalo" che deve in realtà ravvisarsi non solo allorquando alla prestazione medica consegua

l'aggravamento dello stato morboso o l'insorgenza di nuova patologia, ma anche quando l'esito risulti come nella

specie caratterizzato da inalterazione rispetto alla situazione che l'intervento medico-chirurgico ha appunto reso

necessario.

Lo stato di inalterazione si sostanzia nel mancato miglioramento (nel caso, funzionale) costituente oggetto della

prestazione cui il medico- specialista è tenuto, e che il paziente può legittimamente attendersi quale normale esito

della diligente esecuzione della prestazione convenuta professionale.

Anch'essa in effetti connota l'eseguito intervento chirurgico in termini di "inutilità", con tutte le conseguenze di

carattere fisico e psicologico (spese, sofferenze patite, conseguenze psicologiche dovute alla persistenza della

patologia e alla prospettiva di subire una nuova operazione, ecc.) che ne derivano per il paziente, caratterizzandolo

pertanto in termini di "insuccesso", a tale stregua integrando fattispecie d'inadempimento ingenerante responsabilità

ex art. 1218 ss. c.c..

In tale aspetto si coglie anzi una fondamentale differenza rispetto alla considerazione della responsabilità del medico

in termini di responsabilità extracontrattuale.

Tutte le suindicate ipotesi sono allora da qualificarsi in termini di "insuccesso" della prestazione medica.

L'imposizione, secondo la sopra richiamata regola generale, mediante la previsione della presunzione dell'onere della

prova in capo al debitore, il cui fondamento si è indicato nell'operare del principio di cd. vicinanza alla prova o di

riferibilità, va ancor più propriamente ravvisato, come sottolineato anche in dottrina, nel criterio della maggiore

possibilità per il debitore onerato di fornire la prova, in quanto rientrante nella sua sfera di dominio, in misura tanto

più marcata quanto più l'esecuzione della prestazione consista nell'applicazione di regole tecniche sconosciute al

creditore, essendo estranee alla comune esperienza, e viceversa proprie del bagaglio del debitore come nel caso

specializzato nell'esecuzione di una professione protetta.

Deve dunque conclusivamente affermarsi che il danneggiato è tenuto a provare il contratto e ad allegare la difformità

della prestazione ricevuta rispetto al modello normalmente realizzato da una condotta improntata alla dovuta

diligenza. Mentre al debitore, presunta la colpa, incombe l'onere di provare che l'inesattezza della prestazione

dipende da causa a lui non imputabile, e cioè la prova del fatto impeditivo.

Orbene, con specifico riferimento all'aspetto funzionale dell'intervento di settorinoplastica oggetto dell'odierno esame,

nell'impugnata sentenza la Corte d'Appello di Roma non si è invero attenuta ai suesposti principi.

In particolare laddove, pur dando atto che sotto il profilo funzionale l'intervento de quo ha avuto, sotto il profilo funzionale, un

esito di "inalterazione", e quindi di sostanziale "insuccesso", ha ciononostante ritenuto (sulla base invero del giudizio emergente

dall'esperita C.T.U.) la condotta dal medico nel caso mantenuta come non integrante ipotesi di responsabilità, pur in assenza

della prova da parte del medesimo, in ossequio al combinato disposto di cui all'art. 1218 c.c., art. 1176 c.c., comma 2, e art. 2236

c.c., dell'essere tale esito; dovuto a causa a sè non imputabile.

Quanto ai profili del motivo in esame concernenti il denunziato vizio di motivazione va osservato quanto segue.

Deve anzitutto ribadirsi che il vizio in questione si configura solamente quando dall'esame del ragionamento svolto dal giudice

del merito, quale risulta dalla sentenza, è riscontrabile il mancato o insufficiente esame di punti decisivi della controversia

prospettati dalle parti o rilevabili di ufficio, ovvero un insanabile contrasto tra le argomentazioni adottate, tale da non consentire

l'identificazione del procedimento logico giuridico posto a base della decisione.

Allorquando con il ricorso per cassazione viene come nella specie dedotta in particolare l'incongruità o illogicità della

motivazione della sentenza impugnata, per mancata o insufficiente od erronea valutazione di risultanze processuali (un

documento, deposizioni testimoniali, dichiarazioni di parti, accertamenti del c.t.u., ecc.), è imprescindibile - al fine di consentire

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AUTORE

Atreyu

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DESCRIZIONE APPUNTO

Questo appunto fa riferimento alle lezioni di Diritto Sanitario, svolte dal Prof. Guido Corso nell'anno accademico 2010.
Nel documento si trova un riassunto delle seguenti sentenze della Corte di Cassazione Civile, Sez III: n. 589 del 1999, n. 8826 del 2007 e n. 13953 del 2007 che analizzano la natura della responsabilità del medico dipendente dalla struttura sanitaria.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
Docente: Corso Guido
A.A.: 2010-2011

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto Sanitario e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Roma Tre - Uniroma3 o del prof Corso Guido.

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