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Buddhismo giapponese: origini e prime scuole

Il buddhismo giapponese è costituito in buona parte dalla continuazione o dall'evoluzione delle antiche

scuole del buddhismo cinese. Fra le differenti scuole di impronta buddhista annoveriamo quella di Ritsu,

introdotta in Giappone dal monaco cinese Daoxuan Lushi, invitato alla corte di Nara dall'imperatore Shomu

e giunto in Giappone nel 736. Fino a quel momento non esisteva alcun vinaya di riferimento, infatti, fu

proprio egli a introdurre per primo le regole monastiche in Giappone. Nel 625, il monaco coreano Hyegwan

giunse in Giappone portando con sé alcune dottrine di impronta cinese e fondò le scuole di Sanron e Jōjitsu,

che vennero poi assorbite da scuole come quella Tendai. Durante il periodo Nara (710-84) la scuola Kegon,

fondata attorno al 740 da un monaco coreano, fu la scuola buddhista preferita dalla corte imperiale per la sua

dottrina religiosa che poteva essere rispecchiata in una dottrina politica unificante lo stato. La scuola Hossō

fu la versione giapponese della scuola cinese Faxiang, fondata dallo stesso Daoxuan Lushi nel 645 dopo il

suo ritorno dal viaggio in India. Il pellegrino giapponese Dōsho ne riportò in patria insegnamenti e lignaggi

nel 653. Tuttavia, dopo un periodo di splendore, la scuola Hossō declinò progressivamente fino a scontrarsi

con la scuola Tendai.

Buddhismo giapponese: scuola Tendai e Buddhismo Tendai

La scuola Tendai venne fondata nell'806 da Saichō (o Dengyō Daishi), un monaco giapponese che aveva

compiuto un pellegrinaggio in Cina da dove aveva approfondito le dottrine e i testi della scuola cinese

Tiantai (o del sutra del loto), fondata da Zhiyi nel VI secolo; tali dottrine vennero importate in Giappone nel

754 dal monaco cinese Jianzhen, patriarca della scuola Ritsu. Approfondì anche gli insegnamenti esoterici

della scuola Zhenyan e del buddhismo chan. Sempre nell'806 rientrò dalla Cina un altro monaco pellegrino,

Kūkai, che invece aveva esclusivamente approfondito le dottrine esoteriche della scuola cinese Zhenyan e si

avviava a fondare la scuola Shingon. Saichō chiese a Kūkai di insegnargli le dottrine esoteriche che aveva

appreso e tra i due nacque un sodalizio che tuttavia terminò nell'816 per delle inconcilibilità dottrinali (Kūkai

sosteneva la superiorità delle dottrine esoteriche rispetto a quelle Tiantai) e per altri inconvenienti. Per questa

ragione, Saicho iniziò a redigere una serie di testi dottrinali mirati a difendere gli insegnamenti della

scuola Tendai contro le scuole rivali. Sul piano della disciplina monastica egli stabilì che i monaci dovessero

completare un periodo di studio e di pratica della durata di almeno dodici anni. Fu lo stesso Saichō a far

costruire sul monte Hiei, dove si ritirò nel 785 per eremitare, l'Enryaku-ji, il principale tempio rappresentante

la suddetta scuola che venne distrutto nel 1571 a causa di un progetto politico-militare teso alla

riunificazione del Giappone e poi ricostruito negli anni a venire. Nei suoi primi secoli di vita la scuola Tendai

fiorì sotto il diretto patronato della famiglia imperiale, divenendo dunque la forma più importante del

buddhismo giapponese. A causa del patronato imperiale e della sua popolarità sempre più crescente fra i ceti

aristocratici, la scuola Tendai divenne politicamente e militarmente potente. Durante il periodo Kamakura

(1185-1333) il buddhismo tendai utilizzò il suo potere per tentare di sopprimere la sviluppo di scuole

antagoniste in particolar modo quella di Nichiren, che iniziava a diffondersi presso la borghesia, e della Jōdo,

che si diffondeva presso le classi più povere. Nel corso del IX e del X secolo la scuola Tendai crebbe in

numero di seguaci e di templi diffusi in tutto il Giappone. Presto tra i due templi principali, l'Enryaku-ji e il

Miidera si avviarono dei conflitti inerenti alla preminenza. Il primo si designò

come Sanmon rivendicando Ennin come punto di riferminento, il Miidera si denominò Jimon, indicando

Enchin, quinto patriarca, come capostipite. La nomina di abate Tendai poteva venire da ambedue le

sottoscuole, ma il fatto che tale nomina riguardò fino al 989 solo la Sanmon fu motivo di rivalsa per l'altra

scuola. Ambedue le scuole arrivarono a confrontarsi con dei conflitti armati, istituendo la figura dei sōhei,

monaci guerrieri pronti ad uccidere e ad incendiare i templi delle altre fazioni. È una scuola in cui l'aspetto

dello studio delle dottrine va sempre accompagnato alla pratica meditativa, denominata shikantaza. Tale

pratica meditativa permetterebbe di penetrare la triplice verità e raggiungere l'illuminazione risolvendo tutte

le ambiguità della propria presenza nel mondo senza dover rinviare tale risposta ad una divinità trascendente,

senza dover rifuggire il mondo delle illusioni e della vita ordinaria e senza dover contemplare la vacuità della

verità assoluta rinunciando alla propria soggettività.

La scuola Tendai, di origini mahayana, fonda i suoi insegnamenti su:

1) sutra del loto

2) dottrine esoteriche, che prendono la denominazione di taimitsu. Saichō, differentemente

da Kūkai che riteneva l'esoterismo prevalente sulla dottrina e la meditazione, non ritenne superiore

una via sull'altra. Ennin (794-864) quarto patriarca della scuola Tendai, recatosi in Cina nell'838,

tornò in Giappone portando con sé le dottrine del nembutsu e ulteriori dottrine esoteriche che

denominò taimitsu per distinguerle da quelle denominate tōmitsu di derivazione Shingon. Ennin

eseguì rituali taimitsu al cospetto della corte imperiale e ciò permise al Tendai di superare in

popolarità lo stesso esoterismo del buddhismo shingon.

3) dottrina dell'enyū santai – che letteralmente significa "triplicità verità", un'opera composta dallo

stesso Zhiyi. Questa dottrina sostiene che dal punto di vista della verità assoluta tutta la realtà che ci

appare è vuota di proprietà inerente. Il buddhismo tendai sostiene, inoltre, che essendo tutti gli esseri

espressioni della natura di Buddha che soggiace all'intera realtà, il Buddha Shakyamuni non era che

una manifestazione realizzata di questa natura. Tale natura di Buddha è realizzabile da tutti gli esseri

mediante l'Illuminazione in questo corpo e in questa vita.

4) dottrina dell'ichinen sanzen – che letteralmente significa “3000 mondi in un istante di vita”, un'opera

composta da Zhiyi. Sostiene che, dal punto di vista del pensiero, tutti i mondi (le singole esperienze

e la individuazione dei singoli oggetti di esperienza) esistono certamente, ma la pratica meditativa

consente di scorgerne la loro ambiguità, la loro indeterminatezza. La vita può manifestarsi in queste

tremila condizioni cambiando costantemente anche a seconda dei vissuti della mente, ma questi

tremila mondi sono, per la dottrina della scuola Tiantai, tutti immancabilmente vuoti e non sono né

esistenti né non esistenti.

5) dottrina dell'hongaku – che letteralmente significa “illuminazione originaria”. Sostiene che ogni cosa

possiede una illuminazione intrinseca, originaria, unitamente all'illusione e che la relazione tra

queste due può produrre l'illuminazione realizzata. Non c'è altra illuminazione al di fuori del mondo

e delle sue apparenze.

Buddhismo giapponese: scuola Shingon e Buddhismo Shingon

Il termine "shingon" traduce il termine "vera parola". La scuola Shingon fu fondata dal monaco

giapponese Kūkai che nell'anno 804, durante il periodo Heian, si recò in Cina dove apprese le pratiche

tantriche della scuola cinese Zhenyan, di origini tantriche e quindi vajrayane; al suo ritorno portò con sé

numerosi testi, deciso a importare la scuola nel suo paese. Nel tempo elaborò la propria sintesi delle pratiche

e delle dottrine esoteriche, basate sul culto del Buddha cosmico Vairocana, che nel buddhismo sino-

giapponese rappresenta anche l'aspetto personale del concetto di vacuità. La prima sede della scuola Shingon

fu il tempio Tō-ji (letteralmente "tempio dell'est"), a Kyoto. Kūkai è famoso soprattutto come calligrafo, ed è

considerato l'inventore dei kana; inoltre fu fautore della diffusione della teoria iniziatica dello honji-suijaku,

secondo la quale le divinità dello shintoismo, i deva e le divinità cinesi, considerate fino ad allora come

esseri prigionieri del ciclo delle rinascite, appartenevano invece al regno dell'illuminazione; erano

manifestazioni di Buddha e bodhisattva. La dottrina della scuola Shingon si basa su due testi fondamentali: il

sutra della punta del vajra e il sutra della Bodhi di Mahavairocana. Oltre ai due testi fondamentali nelle

scuole Shingon si attribuisce massima importanza anche a molti altri compendi indiani. Molto importanti

sono anche le opere esegetiche e i trattati dello stesso Kūkai. L'enfasi dello shingon sull'arte piaceva alla ben

sviluppata estetica dei nobili, allettati anche dai sontuosi rituali associati con le sue parole e gesti sacri.

Anche le comunità delle scuole Tendai ne furono profondamente influenzate, mutuandone immagini e

cerimoniali. Una leggera decadenza si verificò nel periodo Kamakura, con la concorrenza delle scuole

Nichiren e Zen, oltre che all'amidismo [noto come buddhismo della terra pura, è un ramo del buddhismo

mahayana che enfatizza i rituali ed è attualmente una delle scuole di buddhismo dominanti nell'Asia

orientale]; tuttavia la sua influenza culturale restò forte per tutta la storia giapponese, e ancora oggi conta un

considerevole numero di fedeli. Il buddhismo vajrayana poggia le sue fondamenta sui rituali e le pratiche

meditative rivolte al raggiungimento dell'illuminazione; secondo lo shingon, l'illuminazione non è una realtà

distante, tale da richiedere innumerevoli rinascite, ma un obiettivo raggiungibile nella vita attuale, coltivando

il potenziale spirituale (natura-Buddha), innato in ogni essere vivente. Con l'aiuto di un buon maestro e

allenandosi a controllare il corpo, le parole, e la mente, è possibile liberare questo potenziale per il beneficio

proprio e altrui. L'obiettivo della pratica di questa scuola è perciò «diventare Buddha in questa vita, con

questo corpo».

Kūkai sistematizzò e categorizzò gli insegnamenti tantrici, e scrisse molto sulle differenze tra buddhismo

esoterico ed essoterico:

a differenza degli insegnamenti essoterici predicati dal Buddha Shakyamuni, gli insegnamenti

– esoterici sono di pertinenza del Buddha Dharmakaya, che Kūkai identifica con Mahavairocana.

secondo il buddhismo essoterico lo stato ultimo di buddhità è ineffabile, e nulla se ne può dire;

– secondo il buddhismo esoterico non lo è affatto, e la sua natura è immediatamente comunicata dai

rituali esoterici, con l'uso di mudra, mantra e mandala.

le dottrine essoteriche sono, secondo Kūkai, mezzi pratici con cui i Buddha cercarono di guidare gli

– esseri viventi in base alla loro capacità di comprendere la verità; le dottrine esoteriche, invece, sono

la verità stessa, comunicazione diretta dell'esperienza interiore di illuminazione del dharmakaya, il

corpo del dharma.

diverse scuole essoteriche sostengono che per diventare Buddha occorra una grande dedizione per un

– considerevole numero di vite; per contro, le dottrine esoteriche permettono a chiunque di

raggiungere l'illuminazione durante la propria vita.

L'obiettivo delle pratiche tantriche dello shingon è la realizzazione dell'identità della propria natura con

quella di Mahavairocana. Per ottenere questo scopo servono iniziazione, meditazione e pratiche rituali

esoteriche. La dottrina segreta dello shingon è trasmessa solo oralmente e ai soli iniziati dai maestri della

scuola; al seguente processo di rivelazione della propria natura devono partecipare il corpo con gesti

devozionali (mudra) e strumenti rituali, la parola con formule sacre (mantra), e la mente con la meditazione.

La scuola Shingon venera un gruppo di divinità noto come 13 Buddha; nel gruppo, in realtà, ci sono solo

cinque Buddha, sette bodhisattva e un re della saggezza. Anche se del gruppo fa parte anche Vairocana, in

funzione del suo ruolo di Adi-Buddha – principio originatore ed essenza stessa dell'illuminazione, tutti gli

altri possono essere considerati sue emanazioni; ognuno di essi è simboleggiato da una sillaba "seme", e nel

periodo successivo alla morte di un fedele se ne invoca uno per ogni celebrazione funebre.

Buddhismo giapponese: scuola Nichiren e Buddhismo Nichiren

Le scuole del buddhismo nichiren sono l'insieme di scuole buddhiste mahayana giapponesi che fanno

riferimento alla figura e agli insegnamenti di Nichiren (1222-1282), un monaco giapponese di scuola Tendai.

Dopo un avvio difficile, la scuola Nichiren venne finalmente riconosciuta dalle autorità di governo nel 1334,

rischiando tuttavia un secondo annientamento nel XVI secolo. La vitalità delle scuole del buddhismo

nichiren è comunque dimostrata dal fatto che seppur essendo state oggetto di dure persecuzioni religiose esse

sono sempre riuscite a rinascere e a diffondersi, e rappresentano oggi il ramo di insegnamento buddhista più

diffuso in Giappone con oltre 35 milioni di seguaci e circa 7.000 tra templi e monasteri. Le dottrine di queste

scuole hanno in comune la venerazione e lo studio del sutra del loto, considerato il più importante e completo

insegnamento buddhista. Della scuola Tendai, il buddhismo nichiren rigetta la pratica meditativa dello

shikan, in quanto ritenuta inadatta nell'epoca attuale denominata mappō, le pratiche esoteriche del taimitsu,

ritenute non conformi alle dottrine originali, e la pratica del nembutsu (recitazione del nome di Buddha),

quest'ultima sostituita dal daimoku, ovvero la recitazione del titolo giapponese del sutra del loto. Non era

comunque intenzione di Nichiren quella di riformare il buddhismo giapponese quanto piuttosto quello di far

sì che cessasse il supporto del governo alle scuole che lo rappresentavano in quel momento storico e di

dissuadere i buddhisti giapponesi dal seguirle perché egli era convinto che queste scuole non insegnavano

l'autentico buddhismo, il quale corrispondeva esclusivamente alle dottrine esposte nel sutra del loto; infatti,

la corretta forma di insegnamento buddhista risiedeva nel daimoku ovvero la recitazione del sutra del loto.

Nichiren non ha mai avuto intenzione di fondare una nuova scuola buddhista quanto piuttosto quella di

riportare l'insegnamento buddhista alle origini ovvero alla preminenza del sutra del loto così come insegnato

nell'antica scuola cinese Tiantai e dal suo fondatore Zhiyi. Fatto salvo la scuola Shingon, tutti i fondatori

delle scuole criticate da Nichiren erano, peraltro come lo stesso Nichiren, monaci Tendai che avrebbero

dovuto, secondo gli stessi insegnamenti di questa scuola, predicare la preminenza del sutra del loto sulle altre

dottrine. Rispetto alla scuola cinese Tiantai e al suo fondatore Zhiyi, costanti riferimenti scritturali per

Nichiren, le uniche importanti modifiche apportate da Nichiren furono la predicazione della esclusiva pratica

del daimoku, ritenuta unica pratica spirituale esercitabile nell'era di mappō (epoca della decadenza

cominciata nel 1052; ultimi giorni della legge e terzo periodo in cui è diviso il tempo che segue la morte del

Buddha), e il rifiuto di creare un sistema che accogliesse insegnamenti differenti.

Ciò che differenzia, tra loro, le scuole del buddhismo nichiren è, nella suddivisione in due parti del sutra del

loto, la considerazione della prevalenza o meno delle dottrine esposte negli ultimi 14 capitoli rispetto ai primi

14 capitoli. Secondo la scuola Nichiren tale prevalenza non esiste a differenza della Nichiren Shōshū per cui

invece essa sussiste. Nei secondi 14 capitoli del sutra del loto viene esposta la dottrina del Buddha eterno: se

il Buddha è eterno e chiunque può divenire Buddha, allora il Buddha dell'ultimo giorno della legge non può

che essere colui che ha predicato la corretta dottrina del sutra del loto.

Buddhismo giapponese: Nichiren Shōshū

La prima divisione all'interno delle scuole nasce pochi anni dopo la morte del fondatore. Prima di morire,

Nichiren affidò a sei dei suoi discepoli anziani il compito di organizzare la diffusione della sua dottrina e

quello di curare il tempio Kuon-ji da lui fondato sul monte Minobu. Le turbolenze politiche e militari del

Giappone alla fine del XIII secolo non consentivano la presenza costante e contemporanea nel tempio da

parte di questi sei discepoli: Nikkō riuscendo a garantire una presenza costante nel monastero ricoprì, a

partire dal 1285, il ruolo di abate. Dopo qualche anno venne raggiunto da Nikō, che ottenne di diventare

responsabile della formazione dei monaci, finché non ebbe con lui un duro scontro dottrinale. Perso nel 1289

il controllo del monastero Nikkō si trasferì in un altro monastero, il Taiseki-ji, situato alle pendici del Monte

Fuji, portando con sé il go-honzon, una tavola lignea su cui, il 12 ottobre del 1279, Nichiren aveva inciso un

mandala rappresentante il dharma, l'universo e la vita in esso contenuta. Egli decise quindi di seguire una

strada differente avviandosi allo studio della Nichiren Shōshū, il cui tempio principale era il Taiseki-ji. La

Nichiren Shōshū sostiene che Nichiren sia il vero Buddha, e che il suo insegnamento sia stato trasmesso

direttamente al suo fedele discepolo Nikkō. Al contrario, invece, la scuola Nichiren, che fa riferimento a

Nikō, sostiene che il vero Buddha sia Shakyamuni. Il punto centrale della pratica buddhista nella Nichiren

Shōshū è il già accennato go-honzon, sul quale vi è scritto che ogni persona può raggiungere l'illuminazione.

Il significato di quest'oggetto di venerazione nella Nichiren Shōshū è che esso, essendo considerato la viva

essenza del dharma e del vero Buddha, ne rappresenti quindi non solo il suo maggior insegnamento, ma lo

scopo stesso della venuta di Nichiren. La Nichiren Shōshū si differenzia dalle altre scuole di Nichiren per ciò

che riguarda Nichiren stesso come tesoro del Buddha, la legge mistica come tesoro della legge e Nikkō come

tesoro del clero. Le altre scuole di Nichiren definiscono un altro Buddha (Shakyamuni) come tesoro del

Buddha, e Nichiren come tesoro del clero. La Nichiren Shōshū considera il go-honzon come tesoro della

legge, mentre le altre scuole no. Inoltre la Nichiren Shōshū permette il culto del solo go-honzon (e delle sue

trascrizioni) perché la scuola lo vede come l'impersonificazione del tesoro della legge, mentre le altre scuole

sono spesso ambivalenti sul proprio oggetto di culto, a volte cambiandolo e anche permettendo il culto di

statue. La pratica quotidiana dei credenti della Nichiren Shōshū consiste nell'affermare e rinnovare la propria

fede svolgendo due volte al giorno la pratica del gongyō, che prevede la lettura di alcune parti del sutra del

loto: la recitazione, se condivisa con gli altri, è considerata la "vera causa" per raggiungere la condizione

tranquilla di vita illuminata. I buddhisti della Nichiren Shōshū credono che l'illuminazione personale possa

essere raggiunta nella propria forma attuale e nella vita presente. La Nichiren Shōshū è storicamente stata

rappresentata da organizzazioni laiche che hanno lavorato in unione con il clero per la propagazione del

buddhismo della Nichiren Shōshū. L'Hokkekō è la più grande associazione laica, che riunisce tutti i credenti

laici della Nichiren Shōshū, associati ai rispettivi templi.

Buddhismo giapponese: Nichirenismo

Il nichirenismo è una corrente nazionalista socialmente rilevante che emerge tra la fine del XIX e l’inizio del

XX secolo nell’ambito della scuola Minobu. Influì nel preparare la strada alla guerra e all'invasione da parte

del Giappone dei paesi asiatici vicini. Da una parte, può presentarsi come nazionalismo e giustificare imprese

di tipo coloniale o militarista e d’altro canto - tanto più nel contesto segnato dalla sconfitta militare e dalle

tragedie di Hiroshima e Nagasaki - può presentarsi come pacifismo. È attraverso una cultura della pace che,

secondo quest’ultima interpretazione, il sutra del loto (e il Giappone che lo diffonde) può svolgere la sua

importante funzione nel mondo.

Buddhismo giapponese: scuola Zen e Buddhismo Zen

Innanzitutto iniziamo a dire che il termine “zen” non è altro che la pronuncia cinese medievale del termine

“chan”; il termine diventò poi nei secoli successivi una definizione generica per una categoria di religiosi che

si dedicavano specialmente alla meditazione. Le scuole appartenenti alla tradizione zen derivano dal

buddhismo chan fondato in Cina dal monaco indiano Bodhidharma (483-540), appartenente alla corrente

mahayana. Saichō, il fondatore del buddhismo tendai, introdusse nel IX secolo in Giappone anche gli

insegnamenti del buddhismo chan. Nel XII secolo, il monaco tendai Eisai studiò il chan in Cina ma tornato

in Giappone ebbe difficoltà ad insegnare tali dottrine al di fuori del contesto della scuola Tendai. Un primo

tentativo di una scuola autonoma zen fu compiuto da un altro monaco tendai, Dainichi Nōnin che che inviati

due discepoli in Cina, ottenne il lignaggio cinese dal maestro Zhuan Deguang ma senza successo, visto che

nel 1194 un decreto imperiale proibirà le sue dottrine e distruggerà la sua scuola con i suoi monasteri. Nello

stesso periodo, un altro monaco tendai nonché discepolo di Eisai, Eihei Dōgen ottenne il certificato di

"illuminazione" e il lignaggio di trasmissione dalla scuola Chan Caodong. Tornato in Giappone nel 1225,

Eihei Dōgen si trasferirà nel 1230 nel tempio Anyo-in consumando una frattura definitiva con la scuola

Tendai e fondando la scuola giapponese Zen Sōtō. Tutte le scuole Zen conservano la centralità della pratica

meditativa denominata zazen, una minore attenzione allo studio dei sutra e una cura particolare nei confronti

della trasmissione del "lignaggio" che procede, secondo questa tradizione, mediante l'ishin denshin, ossia la

trasmissione da maestro a discepolo senza l'utilizzo delle parole, ovvero tramite di una intuizione improvvisa

che genera l'illuminazione profonda. L'unica autorità che il buddhismo zen riconosce e su cui fonda il

proprio insegnamento è la comprensione della realtà, che consente la visione del cuore delle cose la quale

risulta essere identica alla natura di Buddha. Tale “natura di Buddha” è la natura di tutta la realtà, del cosmo

e del sé e corrisponde alla stessa vacuità indicata dall'ensō, un simbolo dalla forma circolare tra i più

significativi dello zen. Collegate a tale dottrina è possibile trovare numerose pratiche appartenenti a campi

eterogenei: lo zen ispirò la poesia haiku, la cerimonia del thè chiamata cha no yu, l'arte di disporre i fiori

chiamata ikebana, l'arte della calligrafia che prende il nome di shodō e tante altre arti. Obiettivo e contenuto

delle dottrine zen è dunque realizzare il satori, il quale non corrisponde al nirvana delle scuole del

buddhismo dei nikaya: se quest'ultimo si presenta, infatti, fondamentalmente come rinuncia al mondo e

distacco da esso, il satori propone una partecipazione attiva e consapevole al mondo anche se percepito nella

sua dimensione di vacuità. Quanto al mondo occidentale, è nel dopoguerra che il buddhismo zen prende

piede negli Stati Uniti, grazie anche al movimento beat. Bisognerà tuttavia aspettare la fine degli anni

sessanta per vedere i primi maestri zen occidentali. Infatti, è nel XX secolo che si espande il progetto bellico

giapponese nella via dello zen; a riguardo venne scritto negli anni '90 un libro intitolato “zen at war” da parte

di Brian Victoria, un libro che ebbe un impatto forte sull'arcipelago nipponico perchè descriveva un'indagine

ben approfondita sul ruolo svolto dal buddhismo zen a sostegno del militarismo giapponese.

Buddhismo giapponese: scuola Zen Rinzai

La Zen Rinzai deriva direttamente dalla scuola cinese Chan, fondata da Linji Yixuan nel IX secolo. Il primo

a trasferire dottrine e lignaggi di questa scuola fu il monaco giapponese di scuola Tendai Eisai: d opo essere

stata a lungo inglobata nella scuola Tendai, lo Zen Rinzai divenne una scuola autonoma a partire dal XIII

secolo. Questa separazione si realizzò proprio grazie ai maestri cinesi di scuola Chan fra i quali Lanxi

Daolong. Questi maestri, che furono per lo più invitati dalle autorità di governo giapponese, insegnarono lo

Zen Rinzai con le relative dottrine e pratiche esattamente come era impartito nella Cina del XIII secolo. Essa

si caratterizza oltre che per lo zazen (meditazione seduta), anche per l'utilizzo dei kōan, sorta di problemi

senza soluzione razionale che vengono proposti dal maestro al discepolo in un incontro personale detto

sanzen, e per il satori, illuminazione improvvisa. Il metodo rinzai è stato adottato nel Giappone medievale

dalla casta dei samurai; fu lo stesso Eisai a introdurre lo Zen Rinzai nella casta dei guerrieri samurai della

corte Shōgun Kamakura intorno al 1199.

Buddhismo giapponese: scuola Zen Sōtō

Questa scuola fu fondata dal monaco Tendai Eihei Dōgen (1200-53) quando nel 1230, trasferendosi nel

tempio Anyo-in, alla periferia di Kyoto, avviò la separazione con la scuola Tendai. Perse sin da piccolo

entrambi i genitori e all'età di 12 anni decise di seguire la via spirituale; venne indirizzato sul monte Hiei,

sede dello Enryaku-ji ovvero il principale monastero della scuola Tendai dove venne ordinato monaco con il

nome di Dōgen che significa "il principio della via". Ovviamente le intenzioni di Dōgen non erano quelle di

innovare il buddhismo giapponese piuttosto quelle di ricollegarlo a ciò che egli riteneva fosse l'autentico

insegnamento del Buddha Sakyamuni: la dottrina consiste nella pratica lo zazen secondo la modalità

denominata shikantaza, ossia la tecnica dello stare semplicemente seduti, che serve a rivelare la natura-

Buddha in ogni persona. La scuola Sōtō si concentra sulla pratica della meditazione seduta, che deve essere

totalmente silenziosa e senza oggetto, a differenza della scuola Zen Rinzai che allo zazen affianca la

risoluzione dei kōan. Per questo motivo quello della scuola Sōtō è chiamato anche mokushō zen: lo zen del

risveglio silenzioso, mentre quello della scuola Rinzai è chiamato kanna zen, lo zen della contemplazione

della parola. A differenza dello Zen Rinzai che era destinato a un pubblico di samurai e guerrieri, quello Sōtō

ha avuto un seguito più popolare. Il buddhismo Sōtō Zen fu portato in Europa nel 1967 dal monaco Taisen

Deshimaru. Oggi questa è la scuola zen più importante del Giappone con circa quindicimila templi e trentuno

monasteri.

Buddhismo giapponese: scuola Zen Fuke

La scuola Zen Fuke prende vita da un movimento di ex samurai itineranti denominati komusō (letteralmente

“monaco della vacuità”). Questi monaci, già di osservanza Rinzai, vivevano di elemosina suonando il flauto

e indossando un cappello di canne che gli oscurava buona parte del volto, questo rappresentava la loro

pratica meditativa denominata suizen. La scuola Zen Fuke vantava le sue origini dal monaco cinese di scuola

Chan Puhua, vissuto durante la dinastia Tang. Secondo la tradizione tale scuola fu portata in Giappone da

Shinchi Kakushin; secondo gli studiosi, invece, nacque in Giappone durante l'era Tokugawa (1603-1868).

Vietata dal Governo imperiale nel 1871 la scuola scomparve. Testo storico di questa scuola fu la campana

della vacuità, opera del XVIII secolo.

Buddhismo giapponese: scuola Zen Ōbaku

La scuola Zen Ōbaku è una delle tre scuole zen esistenti oggi in Giappone. La sua nascita la si deve al

monaco cinese chan di tradizione Linji, Yinyuan Longqi, giunto in Giappone nel 1654. Questa scuola è

molto simile allo Zen Rinzai conservando tuttavia alcune peculiarità cinesi proprie del suo fondatore.

Innanzitutto una maggiore attenzione ai sutra e alle scritture buddhiste rispetto alla scuola Rinzai versata

principalmente allo studio dei kōan, in secondo luogo alla pratica del nembutsu e la venerazione del Buddha

Amida. tipiche della scuola della Terra Pura già inserite in Cina nella scuola Chan da Zhu Hong nel XVI

secolo. Influenzò profondamente la scuola Rinzai fino a quando la riforma attuata da Hakuin Ekaku (1686-

1769) non eliminò dalla scuola Rinzai la pratica del nembutsu a favore del solo studio dei kōan e della

pratica dello zazen.

Buddhismo giapponese: scuola Jōdo e accenni al Buddhismo della Terra Pura

La scuola Jōdo fu tra le prime scuole del buddhismo della terra pura – amidismo, ad essere fondata, nel XII

secolo, in Giappone da Hōnen Shonin (1133–1212). Secondo l'amidismo, entrare nella terra pura è quasi

equivalente ad ottenere il nirvana. Il fondamento del buddhismo della terra pura è che il nirvana sia

estremamente difficile da raggiungere con la meditazione solitaria, mentre la devozione ad Amitabha

potrebbe aprire le porte della terra pura, da cui grazie all'insegnamento diretto del Buddha sarebbe più

semplice giungervi. Per rinascere nella terra pura, i fedeli devono cantare un mantra o preghiera ad Amitabha

più spesso possibile per indurre uno stato mentale giusto e sincero. Tuttavia le prime scritture di questo

approccio al buddhismo erano già presenti in Giappone fin dal VII secolo. La pratica del nembutsu

(invocazione del nome di Buddha), parte centrale degli insegnamenti e delle pratiche spirituali di questa

scuola, erano anch'esse già presenti fin dalla fondazione nella scuola Tendai nel IX secolo. Quando il monaco

tendai Hōnen fonderà nel 1175 la scuola Jōdo non farà altro quindi che scegliere di praticare solo il nembutsu

abbandonando le altre pratiche religiose e meditative proprie della scuola Tendai. La sceltà di Hōnen sarà

seguita presto da molti suoi discepoli, tra cui Shinran, i cui discepoli fonderanno la scuola Jōdo Shin. Esiliato

nel 1207, Hōnen morirà pochi anni dopo lasciando come testamento la sua principale opera “giuramento in

una foglia”.

Buddhismo giapponese contemporaneo: dall'epoca Meiji ad oggi

L'avvento della modernità in Giappone fu avviata dalla minaccia militare statunitense provocata dal

commodoro Matthew Perry, il quale si affacciò nel 1853 con quelle che venivano indicate come navi nere

nella baia di Uraga imponendo al Giappone la riapertura dei suoi porti ai commerci con l'occidente. A seguito

di questo evento il Giappone abolì il bakufu (governo militare) riconsegnando il potere direttamente nelle

mani dell'imperatore. Anche le scuole religiose risentirono profondamente dei cambiamenti apportati da

quest'era ad incominciare proprio dal buddhismo che vide ridursi drasticamente l'attenzione dello stato nei

suoi confronti. Il periodo Meiji si fonda su una forte priorità nei confronti dell'antica fede nazionale

shintoista, che vedeva proprio nell'imperatore oltre che il suo rappresentante anche la manifestazione terrena

della divinità Amaterasu. Sebbene ciò non incise nel sincretismo da sempre diffuso tra i giapponesi di

accompagnare la fede shintoista con le credenze buddhiste, i cittadini furono obbligati a registrarsi presso i

templi locali shintoisti i cui sacerdoti erano nominati dal governo imperiale. Ciò provocò una persecuzione

nei riguardi del buddhismo: vennero chiusi sia templi sia cancellata qualsiasi presenza buddhista all'interno

dei santuari shintoisti. Questo fino al 1871 quando, dopo alcune sanguinose ribellioni mirate alla difesa dei

monaci buddhisti, il governo decise di trovare un accordo con la comunità buddhista giapponese. Durante il

XX secolo vennero anche condannati a morte per “alto tradimento” alcuni monaci buddhisti anarco-socialisti

come Uchiyama Gudō. Superate queste gravi crisi, il buddhismo giapponese dovette confrontarsi con le

missioni cristiane che si andavano diffondendo lungo il paese correlandosi alla sua occidentalizzazione.

Questo confronto contribuì alla nascita di associazioni laicali buddhiste e alla promozione organizzata di

attività caritatevoli, peraltro già presenti nei templi fin dalla fondazione di questa religione. Con il

sopraggiungere della seconda guerra mondiale il governo imperiale sottomise tutte le religioni ad uno stretto

controllo per assicurarsi il loro appoggio nell'imminente conflitto. Durante il periodo dell'ultimo conflitto

l'appoggio delle scuole buddhiste giapponesi nei confronti del governo fu dunque pressoché totale, tale da far

varare una nuova forma di buddhismo che si identificava totalmente con la figura dell'imperatore: il Kōdō

Bukkyō, il buddhismo secondo la via imperiale. Già l'esercito aveva apprezzato la formazione religiosa che

alcuni alti ufficiali avevano ricevuto all'interno delle scuole Zen. Ma non fu solo lo zen ad appoggiare lo

stato durante il conflitto, furono, indistintamente, tutte le scuole buddhiste. Ciò che spinse il buddhismo

giapponese ad appoggiare il governo imperiale durante la guerra fu la genuina convinzione che tale guerra

fosse una "guerra santa", una guerra di liberazione e di riscatto dell'intero continente asiatico nei confronti

del colonialismo occidentale, i soldati giapponesi furono quindi considerati dai buddhisti giapponesi dei veri

e propri bodhisattva. La guerra terminò per il Giappone il 15 agosto 1945 con la sua sconfitta da parte degli

USA. Tra le clausole del trattato di pace, i vincitori ottenerono una radicale rivisitazione della politica interna

giapponese e una ridimensione delle dottrine shintoiste tra le quali la divinizzazione dello stesso imperatore.

Ciò rappresentò anche la fine dello stesso Kōdō Bukkyō e dello stretto controllo statale sulle scuole

buddhiste. Le scuole buddhiste restarono a lungo in silenzio su questi scottanti temi, consapevoli di aver dato

un deciso sostegno allo stato imperiale durante la guerra. Furono gli intellettuali vicino a queste scuole i

primi ad aprire il dibattito circa la questione morale del coinvolgimento religioso buddhista nella guerra.

Oggigiorno l'interesse per il buddhismo riguarda essenzialmente due differenti gruppi: il mondo rurale che

per tradizione secolare si rivolge ai templi locali per i servizi religiosi e la classe colta delle città che si

rivolge al pensiero buddhista come "filosofia critica" o "tecnica meditativa" di tipo psicoterapeutico o

spirituale. Gli altri giapponesi si rivolgono alle scuole buddhiste come "buddhismo funerario" per la funzione

sociale a cui sono relegati molti dei monaci buddhisti, coinvolti al solo scopo di celebrare quel genere di

funzioni religiose.

Buddhismo in Corea: Wonhyo

Wonhyo nasce nel 617 a.C ed è considerato il più grande dei maestri religiosi dell'antica Corea e uno dei

dieci saggi del regno di Shilla, uno dei tre regni della Corea assieme a Baekje e Goguryeo; questi

occupavano il regno coreano e della Manciuria tra il I-VII secolo. L'inizio del periodo viene indicato con il

57 a.C., quando il regno Saro (in seguito Shilla) ottenne l'autonomia dell'impero cinese, al tempo della

dinastia Han (206 a.C.-220 d.C.). La caduta della dinastia Han favorì lo sviluppo dei tre regni: alleata con la

dinastia Tang, Shilla conquistò il regno di Goguryeo nel 688 e pose fine all'era dei tre regni riunificando

l'intera penisola. Scrittore e filosofo, si è decisi di tradurre i suoi testi anche in inglese per vari motivi: il suo

percorso riguardava l'armonizzazione tra le varie credenze. Fu solamente circa 90 anni prima della sua

nascita che il buddhismo venne introdotto nel regno di Shilla. La sua figura è santificata ed è per questo che

si crede che anche i suoi avi fossero dei santi.

Ogni alba, la madre pregava devotamente il Buddha di mandarle un figlio o una figlia. Una notte, forse in

risposta alle sue preghiere, fece un sogno di buon auspicio. Nel sogno, la stella più grande che stava nel cielo

cadde giù accelerando come una freccia e le trafisse il seno. Sorpresa, si svegliò e lo disse al marito, che fu

molto contento, e ritenne questo un presagio che preannunciava la nascita di un bambino. Infatti, subito dopo

il sogno, lei cominciò a mostrare i segni della gravidanza. Un giorno, mentre stavano passando per la Valle

dei Castagni, improvvisamente lei ebbe le doglie. Dato che era troppo tardi per tornare a casa, Soldamnal le

tolse le vesti, e le appese sul ramo di un albero di castagno come un improvvisato schermo, spargendo erba

secca sotto. Le ancelle di sesso femminile lo aiutarono a far nascere il bambino, e Soldamnal pregò che sua

moglie potesse partorire in modo sicuro. Il nome dato al bambino fu Sodang (Wonhyo, il nome con cui egli è

noto oggi, letteralmente significa ”apparso all'alba”). Questa storia ha alcuni elementi in comune con la

storia della nascita del Buddha Shakyamuni. Secondo il racconto, la regina Maya ebbe le doglie nel Bosco di

Lumbini, sulla via di casa dei suoi genitori in Koli, ed il principe ereditario suo figlio nacque sotto l’ombra di

un albero. E’ detto che in questa occasione, un raggio di sole di buon auspicio scese dal cielo verso la terra, e

raggiunse il figlio appena nato. Anche Wonhyo nacque sotto un albero di castagno (anch'esso un albero

locale), e la sua nascita fu accompagnata da un presagio simile. Quando si imbarcò nel sentiero spirituale,

egli prese il nome Wonhyo, e poi trasformò la sua casa in un monastero. Costruì anche un tempio accanto

all’albero di castagno che gli aveva dato rifugio durante la sua nascita, chiamandolo Salasa. Non è chiaro

perché egli decise di rinunciare al mondo all'età di 15 anni: una diceria è che egli aveva assistito alla morte in

guerra di un compagno, e così dopo aver realizzato la brevità della vita umana, aveva cominciato a inseguire

la realtà che c’è al di là della morte. Egli scrisse una guida per i giovani che volevano trovare la fede dal

titolo “il risveglio della fede e la pratica” in cui si raccontano le sue esperienze dell'epoca, e ci danno anche

informazioni inerenti alla sua mentalità di quei giorni. Se qualcuno non fosse legato all'elemento di causa-

effetto era libero e più vicino all'eternità. Insieme a Uisang (625-702, fondatore della scuola Hwaom), egli

viaggiò nella Cina dell'epoca Tang per studiare la dottrina buddhista. E' durante l'epoca Tang che Yue Zhang

instaura con le sue traduzioni un cambiamento nel buddhismo nel VII secolo: si passa a una sorta di nuovo

buddhismo popolare; quest'effetto di traduzione non esitò ad arrivare anche in Corea. In un primo viaggio,

nel 650, i due vennero cacciati dalla Cina perchè vennero ritenuti spie; fu solamente nel 661 che decisero di

effettuare un secondo viaggio. Un giorno, a causa di una tempesta, si rifugiarono in una grotta: avendo sete,

Wonhyo trovò per terra una ciotola e ci bevve dentro. Ma fu solamente il giorno seguente che si accorse che

quella non era altro che una tomba e che aveva bevuto da un cranio. Sorpreso dall'esperienza di credere che

un liquido raccapricciante fosse delizioso, egli si stupì della potenza della mente umana nell'aver trasformato

la realtà in immaginazione. Da questa esperienza, egli realizzò che: "quando un pensiero sorge, si generano

tutti i dharma (fenomeni), quando un pensiero scompare, il rifugio e la tomba sono una cosa sola". Per questo

motivo, egli ritorna in Corea mentre Uisang continua il suo viaggio in Cina e una volta ritornato costruisce il

tempio Pusoksa cominciando a propagare il nuovo buddismo detto “ornamento-fiorito”, che sottolineava la

necessità di mettere in pratica gli insegnamenti, piuttosto che fermarsi alla semplice conoscenza. Anche

Wonhyo ebbe molti discepoli illustri, ma egli organizzò i suoi seguaci in un modo diverso da Uisang.

Anzichè diffondere il dharma per mezzo di una setta organizzata, Wonhyo scelse di interagire direttamente

con il pubblico. Wonhyo mostrò anche un certo interesse per il taoismo e per le scienze mediche, mentre

Uisang non si avventurò mai al di fuori del buddhismo. Uisang mantenne l'aspetto di un rigido praticante,

mentre Wonhyo camminava per le strade sotto le spoglie di un uomo comune. Per egli leggere il sutra e fare

cerimonie in memoria di Buddha non era l'unico modo per avvicinarsi al buddhismo; egli seminava

soprattutto la dottrina negli strati inferiori della società. Questo tipo di buddhismo è chiamato mahayana

perchè egli rinuncia a tutto e decide di dedicarsi agli altri. Egli invitò i fedeli a seguire la dottrina della “terra

pura” e a cantare la lode al Buddha Amitabha, in modo da rinascere in un paradiso dopo la morte. Le parole e

le azioni di Wonhyo furono spesso troppo bizzarre da comprendere per i suoi monaci. A volte rimaneva

all'interno del tempio e si dedicava alla pratica, senza mangiare né dormire. Altre volte passava la giornata

con i mendicanti per le strade. Il buddhismo all'epoca era conosciuto solamente dalle classi più alte. Egli

però riuscì a dare lezioni anche alla bassa società. Ed è in quest'ambito che si collega la principessa Yosok:

ella partecipò ad una delle sue conferenze di dharma, e rimase molto impressionata dalle sue parole. Figlia

del re Muyol, perse il marito in guerra. Nei giorni successivi, le parole del maestro rimasero nella mente

della principessa. Alla fine, essa cadde malata d'amore. Un giorno disse alla sua damigella: "vorrei poter

vedere ancora il maestro, almeno una volta". Wonhyo fu portato alla presenza della principessa e dopo la

cerimonia le rivelò i suoi sentimenti. Wonhyo lasciò frettolosamente il palazzo, ma nei giorni seguenti pregò

e meditò per trovare un modo di salvare la vita della principessa. Gli venne in mente che, anche se un

monaco è tenuto ad osservare i precetti, ci sono situazioni in cui è impossibile seguire le regole esattamente.

Accettare il desiderio della principessa, egli pensò, per salvarle la vita, era un modo di praticare la

compassione, e un tipo di peccato perdonabile. Pochi giorni dopo, Wonhyo comparve davanti al palazzo del

re, cantando una canzone. Ciò si ripeté per molti giorni fino a quando il re Muyol venne a saperlo. Dopo aver

considerato le parole della canzone, realizzò il loro significato. Egli disse ai suoi funzionari di condurre

Wonhyo segretamente alla residenza della principessa. Dopo un po' si avvicinò a Wonhyo e gli versò un

bicchiere di vino; con questa semplice cerimonia il loro matrimonio fu compiuto. Quindici giorni dopo,

Wonhyo andò al palazzo della principessa per dirle che fra i due era finita. Alcuni mesi dopo, la principessa

si rese conto di essere incinta di un bambino. Nacque Solchong. Anche se Wonhyo viveva separato dalla

moglie e dal figlio, egli non era nello spirito di pensare di abbandonarli. Quando Wonhyo morì, Solchong

mescolò le ceneri di suo padre con la terra per farne una piccola statua con le sue fattezze. Egli pose la

statuetta sull’altare di un tempio: un giorno, che egli si era inchinato davanti alla statua del padre, la statua

girò la testa verso di lui. Si dice che è per questo motivo che oggi la statua ha la testa girata da un lato. Vi

sono molte leggende riguardo a Wonhyo, una fra le quali riguardo il salvataggio di alcuni monaci cinesi:

durante un pranzo egli vide che in Cina ci sarebbe stato un crollo in un tempio. Egli riuscì a salvare i monaci

materializzando in Cina il tavolo sul quale stava mangiando e all'apparire di questo i monaci si lasciarono

influenzare e lo seguirono; una volta usciti dal tempio questo crollò. Il tavolo in seguito iniziò a muoversi

verso est e i monaci per ringraziare Wonhyo lo seguirono.

Concili buddhisti

I concili buddhisti sono dei grandi raduni di monaci buddhisti tenutesi dopo la morte del Buddha

Shakyamuni al fine di evitare la perdita o lo snaturamento dell'insegnamento del maestro. Il primo è datato al

483 a.C. ed ebbe luogo pochi mesi dopo la dipartita del Buddha a Rajagrha, in India. È il concilio, sempre

secondo la tradizione, in cui fu recitato per la prima volta il dharma, dando così inizio alla loro trasmissione

orale. Vi è un generale consenso degli storici del buddhismo nel ritenere i resoconti canonici di questo

concilio piuttosto esagerati, e nella peggiore delle ipotesi pura invenzione. Il secondo è datato al 383 a.C. a

Vaisali. È il concilio in cui, secondo la tradizione, si discute della condotta dei monaci della comunità di

Vaisali dopo la denuncia del monaco Yasas. Questo monaco giunto a Vaisali tempo prima, criticò alcuni

costumi di questa comunità monastica e per questo venne da essa bandito. Di certo da questo momento

iniziano ad evidenziarsi alcune incrinature dottrinali o di interpretazione del dharma del Buddha. Il terzo è

datato al 247 a.C. a Pataliputra; gli storici lo dividono in due eventi: Pataliputra 1 è un concilio non riportato

nei canoni ma in altra letteratura storica. E' il concilio in cui venne condannato il monaco lassista Mahadeva.

Secondo numerosi storici già in questo concilio inizierebbero ad emergere almeno una dozzina di scuole del

buddhismo dei nikaya. Pataliputra 2 è il terzo concilio secondo solo la letteratura theravada. Il quarto è

quello presieduto dall'imperatore Kushan I nel 100 d.C. A questi antichi concili tenutisi tutti in India va

aggiunto il quarto concilio buddhista secondo la tradizione theravada, tenutosi nel 25 a.C. in Sri Lanka.

Simbologia buddhista: oggetti, elementi e termini buddhisti

Il mandala (un diagramma circolare costituito, di base, dall'associazione di diverse figure

– geometriche) rappresenta, secondo i buddhisti, il processo mediante il quale il cosmo si è formato dal

suo centro; attraverso un articolato simbolismo consente una sorta di viaggio iniziatico che permette

di crescere interiormente. Per antonomasia è considerato la ruota della vita (in sanscrito bhavacakra)

del buddhismo mahayana, anche chiamata la ruota dei sei regni, che illustra i vari reami

dell’esistenza ciclica e gli esseri che li abitano. I tracciati di un mandala sono di aiuto per la

meditazione, la visualizzazione e l''iniziazione: alcuni possono essere spiegati apertamente, molti

altri invece si riferiscono alle dottrine tantriche e il loro significato è mantenuto segreto.

Il fiore di loto si riferisce a molti aspetti del sentiero, in quanto cresce dal fango (samsara, ossia il

– ciclo di vita, morte e rinascita rappresentato dalla ruota), attraverso l'acqua fangosa appare pulito

sulla superficie (depurazione), e produce, infine, un bel fiore (illuminazione). Il fiore bianco

rappresenta la purezza, la radice sta per la pratica degli insegnamenti buddhisti che sollevano la

mente al di sopra del fango dell'esistenza terrena, e da luogo alla purezza d'animo. “Non importa

quanto tu sia candido in superficie, le tue radici saranno sempre nel fango”.

Il triratna, letteralmente tre gioielli, indica nel buddhismo la figura del Buddha, del dharma

– (insegnamenti) e del sangha (comunità).

Il Buddha è “il risvegliato, l'illuminato”, colui che ha compreso la vera realtà delle cose. Buddha

– Shakyamuni nella nostra era è colui che ha raggiunto, sotto l'albero della Bodhi, lo stato

dell'illuminazione. Un buddha è un individuo che ha raggiunto il nirvana e che non rinascerà più.

Il nome Shakyamuni designa il nome attribuito al principe Siddharta dopo la sua illuminazione. Gli

– shakya erano il clan cui apparteneva il principe, il cui nome proprio era Siddhartha Gautama.

Siddhartha è un'abbreviazione di sarvarthasiddha e significa colui che ha realizzato tutti i suoi

obiettivi.

Il bodhisattva (bosatsu in giapponese) designa un "essere illuminato", infatti, il solo termine bodhi

– sta a indicare il risveglio spirituale ovvero illuminazione. Si tratta di un essere vivente che aspira

dunque all'illuminazione conducendo pratiche altruistiche. E' centrale per il buddhismo mahayana e

la compassione, nonchè condivisione empatica delle sofferenze altrui, è il suo tratto distintivo. In

poche parole egli è un essere che è sulla via della liberazione (rinuncia il nirvana quindi) ma che fa

voto di restare nella dimensione umana e di aiutare tutti gli esseri a raggiungere la liberazione. Tutti i

Buddha sono stati bodhisattva prima di diventare degli esseri illuminati.

L'arhat (rakan in giapponese) è un termine che indica la perfezione o il risveglio raggiunto da un

– essere senziente che può poi essere venerato dal sangha. Infatti, nella tradizione giapponese indica il

discepolo del buddha. In passato era il titolo dato alle persone di grandi ottenimenti spirituali, che

avevano eliminato tutte le contaminazioni e raggiunto lo stato di santo. Egli percorre lo stesso

cammino del Buddha raggiungendo il nirvana ma attraverso gli insegnamenti buddhisti e non

autonomamente (come il Buddha).

Il dharma è l'insieme delle regole morali – anche non scritte, che si possono identificare nel senso

– giusto. Lo si può tradurre anche con "senso della giustizia". Rappresenta l'insieme degli

insegnamenti del Buddha sull'origine della sofferenza, quindi una legge universale che regola il

funzionamento del mondo e che nel buddhismo è sempre stata trasmessa e spiegata, sin dal primo

discorso pubblico del Buddha.

Il dharmacakra è nella simbologia buddhista la ruota che regola il funzionamento e le regole del

– dharma.

Il termine sangha (sōgya in giapponese) indica la comunità monastica buddhista. Per alcune scuole

– del buddismo mahayana tale termine implica anche i laici che hanno preso rifugio nei tre gioielli, che

osservano i precetti buddhisti e che hanno formulato i voti del bodhisattva. Per costituire

formalmente un sangha monastico vi devono essere presenti almeno quattro monaci pienamente

ordinati, ossia non più novizi. Il primo sangha buddhista si è formato attorno alla figura del Buddha

Shakyamuni come risultato dei suoi insegnamenti.

Il samsara indica la dottrina inerente al ciclo di vita, morte e rinascita. Rappresenta il carico dei

– limiti alla liberazione. Nonostante i tre veleni dell'odio, della brama e dell'illusione siano tenuti in

vita dal desiderio egoistico dell'uomo, va cercata la liberazione dalla ruota del divenire, sulla quale,

legato da se stesso, l'essere ritorna vita dopo vita, momento dopo momento. Il fine del nobile

ottuplice sentiero è proprio quello di permettere il distacco dalla ruota e l'entrata nello stato del

nirvana.

Il karma è un principio universale secondo il quale un'azione virtuosa (che non produce sofferenza)

– genera benefici nelle vite successive, mentre un'azione non virtuosa (che produce sofferenza) genera

malessere e disagi nelle vite successive. Se gli effetti ovvero le azioni compiute hanno portato a dei

risultati positivi e piacevoli, allora ci sarà una rinascita migliore altrimenti si rinascerà in un mondo

inferiore.

Il nirvana o nibbana (nehan in giapponese) sta a indicare il superamento della quarta nobile verità

– ovvero del nobile ottuplice sentiero che mira ad una condizione di pace e serenità consistente

nell'annullamento di desideri e passioni.

Il termine mantra significa letteralmente "salvare la mente dalla sofferenza e dalla malattia" e si

– riferisce alla pronuncia, da parte del meditante, di sillabe sacre che hanno lo scopo di focalizzare

l'attenzione sulla pratica e di sviluppare le qualità positive della meditazione. Recitare un mantra

rappresenta quindi il modo di collegarsi e di lavorare con delle energie specifiche molto sottili.

Il termine tantra designa il principio basilare del legame tra maestro e discepolo. Prevede, da parte

– del discepolo, il riconoscimento della natura chiara e luminosa della propria mente come aspetto

della vacuità dei fenomeni. Il segreto della sua efficacia e rapidità sta nel fatto di utilizzare tutte le

esperienze della vita, anche quelle ritenute completamente al di fuori del nostro controllo (come la

morte o i sogni): la vita stessa diventa così un percorso fortemente liberatorio e di totale guarigione

(illuminazione, nel linguaggio tradizionale).

Il termine sutra si riferisce a un passo, un capitolo o al racconto intero dei testi inclusi nel canone

– della scuola buddhista.

Per vinaya si intendono le regole monastiche che formano una delle tre sezioni del canone.

– Il sunyata è un termine sanscrito che traduce la dottrina della vacuità. Il simbolo dell'ensō indica nel

– buddhismo zen sia l'universo che la vacuità, intesa tuttavia come realtà assoluta. Infatti, questo

simbolo che significa letteralmente "cerchio" simboleggia l'illuminazione, la forza, l'universo. La

vacuità o il vuoto è il modo ultimo di essere di tutti i fenomeni, ossia ogni fenomeno ha la natura e la

realtà del vuoto, che non significa nulla in senso assoluto, ma «esser privo di essenza, non avere

un'esistenza inerente, autonoma, indipendente, sostanziale, oggettiva, auto-sussistente, stabile». Tutti

i fenomeni hanno sempre avuto natura di vuoto, ma l'uomo – per effetto della propria ignoranza – è

incapace di conoscerli come tali. Shintoismo

Origini

神道 = il primo kanji significa “divinità” mentre il secondo “strada”, quindi letteralmente “via degli dèi”. In

alternativa a ciò, il termine puramente giapponese per indicare lo shintoismo è “kami no michi”. Lo

shintoismo è la religione autoctona giapponese che prevede l'adorazione dei kami, scritto con l'ideogramma

神. La parola “shintō” ha origini risalenti al VI sec. a.C., quando divenne necessario distinguere la religione

nativa nipponica da quella buddhista di recente importazione; infatti, è soltanto nel periodo Asuka (550-700)

che il buddhismo viene importato in Giappone ma ne abbiamo testimonianza certa dal Nihongi, gli annali del

Giappone, che fosse stato importato precisamente nel 552. La diffusione del buddhismo nel VI secolo non

contribuì a far sparire la religione autoctona, anzi riuscì a consolidarla ancor di più: nacque il termine

“shinbutsu shūgō”, ovvero la sincronizzazione tra buddhismo e shintoismo. Il buddhismo considerava le

divinità giapponesi come entità intrappolate nel ciclo delle rinascite ma fu solamente grazie al monaco

buddhista Kūkai, considerato l'inventore dei kana, ovvero dei sillabari hiragana-katakana, che esse vennero

considerate nient'altro che incarnazioni del Buddha stesso e quindi appartenenti al regno dell'illuminazione.

Egli ad esempio collegò la dèa Amaterasu a Dainichi Nyorai, una manifestazione del Buddha; quindi i kami

erano semplicemente Buddha con un altro nome. E' nel periodo Tokugawa che nasce il kokugaku, una scuola

filosofica e filologica giapponese i cui discepoli avevano l'obiettivo di ricondurre la formazione dei

giapponesi, al tempo orientata allo studio dei testi cinesi confuciani e buddhisti, verso i classici del pensiero

giapponese. Infatti, iniziarono a vedere lo shintoismo come unico mezzo mediante il quale unificare il paese

e di aumentarne la devozione all'imperatore. Lo shock psicologico delle navi nere, le navi del commodoro

americano Matthew Perry che mise fine al sakoku – l'isolamento del paese, nel 1853, sancito da Tokugawa

Iemitsu nel 1641, e il collasso dello shōgunato convinsero molti che solo una nazione unita avrebbe potuto

resistere alla colonizzazione dei popoli stranieri. Di conseguenza lo shintoismo venne utilizzato come

strumento per promuovere l'adorazione dell'imperatore e venne esportato nei territori conquistati come

l'Hokkaidō e la Corea. Fu solamente durante il rinnovamento Meiji, precisamente nel 1868, che venne

elaborato il kokka shintō, ovvero lo shintoismo di stato che mirava a dare un supporto ideologico e uno

strumento di controllo sociale alla classe dirigente nipponica, e poneva inoltre al centro la figura

dell'imperatore e della dèa Amaterasu, l'antenata diretta della famiglia imperiale. Dal punto di vista del culto,

il buddhismo e lo shintoismo furono separati, ponendo termine all’eclettismo del periodo feudale, mentre il

primo subì anche persecuzioni e perse i privilegi goduti precedentemente. Il governo dei santuari fu affidato

al ministero dell’interno e venne introdotta la distinzione tra il culto pubblico e il kyōha shintō, ossia

l’insieme di tradizioni particolari rituali, mistiche o dottrinali che rimaneva attributo di singoli santuari senza

rientrare nella religione ufficiale. Nel 1871 venne istituito un ministero delle divinità e i templi shintoisti

vennero divisi in 12 livelli con sede centrale al tempio di Ise, dedicato ad Amaterasu e perciò simboleggiante

la legittimità della famiglia imperiale. Negli anni seguenti tale ministero venne rimpiazzato dal ministero

della religione, incaricato di guidare l'istruzione allo shūshin (sentiero morale). I preti iniziarono ad essere

eletti ufficialmente, retribuiti ed incaricati dallo stato di istruire i giovani attraverso una forma di teologia

shintoista basata sulla storia mitologica della casata imperiale e dello stato giapponese. Nel 1890 venne

promulgato il kyōiku chokugo (rescritto imperiale sull'educazione) che richiese agli studenti di recitare

ritualmente il giuramento di offrire sé stessi coraggiosamente allo stato, così come di proteggere la famiglia

imperiale. Dopo essersi arrestato con la separazione tra stato e chiesa shintoista, lo shintoismo di stato fu

smantellato definitivamente durante la seconda guerra mondiale con l'occupazione del Giappone: infatti, il 1

gennaio 1945, l'imperatore Hirohito, salito al trono il 24 dicembre 1926, dovette rinnegare la propria origine

divina rinunciando a considerarsi come un akitsumikami, kami terreno, attraverso la promulgazione del

ningen-sengen, la dichiarazione della natura umana dell'imperatore, perdendo inoltre anche molti dei suoi

poteri politici in seguito all'adozione della costituzione nel 1947. Successivamente alla guerra lo shintoismo

insistette con meno importanza sulla mitologia e il mandato divino della famiglia imperiale. Invece i templi

tesero a focalizzarsi su attività sociali, volte ad aiutare le persone ordinarie nel migliorare le proprie

condizioni o se stessi, mantenendo buone relazioni con gli antenati e gli dèi.

Cos'è lo shintoismo?

Più che una vera e propria religione potremmo definire lo shintoismo come una dottrina filosofica

comprendente rituali e metodi intesi a mediare le relazioni tra gli esseri umani e i kami. Nacque come una

delle varie antiche religioni popolari animistiche del Giappone, e divenne una religione unificata a seguito

delle influenze di altre religioni portate in Giappone dall'estero. Una religione animistica significa che

vengono attribuite qualità divine o sovrannaturali a cose, luoghi o esseri materiali. Lo shintoismo non

possiede alcun dogma, alcun luogo santo sopra tutti gli altri da adorare, nessuna persona o kami considerato

più sacro degli altri, e nessun insieme definito di preghiere. Sebbene lo shintoismo sia stata religione di stato

ed è tuttora religione autoctona, oggigiorno i giapponesi hanno la massima libertà di espressione di culto

perchè possono professare qualunque religione alla quale sono dediti. Tuttavia, possiamo individuare 5

diversi tipi di shintoismo:

Shintoismo imperiale (koshitsu shintō): indica i riti eseguiti dall'imperatore per venerare la miriade

– di kami e in particolare la dèa Amaterasu, al fine di assicurare la continuità dello stato, la felicità del

popolo e la pace mondiale. Uno dei rituali è il Daijosai (cerimonia del grande ringraziamento):

consiste nell'offrire riso e sakè agli dèi da parte dell'imperatore in cambio di una lunga e longeva

continuità del potere, nell'esistenza dello stato e nella felicità sia del popolo nipponico che del

mondo che lo circonda.

Shintoismo templare (jinja shintō): indica lo shintoismo istituzionalizzato, nato subito dopo la caduta

– dello shintoismo di stato e fondato sul culto all'interno dei templi jinja, quasi tutti dei quali membri

della Jinja Honchō, l'associazione dei templi shintoisti istituita nel febbraio del 1946.

Shintoismo settario: è composto dai tredici gruppi formatisi durante il XIX secolo, quando i templi

– shintoisti vennero separati dalle altre istituzioni religiose ed usati per condurre riti e celebrazioni

sotto la direzione dello stato.

Shintoismo popolare (minzoku shintō): è la forma praticata dalla gente senza essere formalizzata;

– include le numerose credenze popolari in spiriti e divinità. Le pratiche includono divinazione,

esorcismo e guarigioni sciamaniche. Alcune di queste pratiche provengono dall'influenza del

taoismo, buddhismo e confucianesimo, altre sono diretta espressione delle tradizioni locali.

Shintoismo di stato: (kokka shintō): fu il risultato della restaurazione Meiji e della caduta dello

– shōgunato. Tentò di purificare lo shintō abolendo molti ideali buddhisti e confuciani. Secondo la

maggior parte delle opinioni fu un tipo di shintoismo fortemente monopolizzato, a volte addirittura

talmente distorto da perdere i suoi significati ed insegnamenti religiosi divenendo una vera forma di

nazionalismo. In seguito alla sconfitta giapponese nella seconda guerra mondiale venne abolito e

l'imperatore forzato a rinunciare al suo status di divinità.

Struttura di un tempio shintoista

Come abbiamo già detto, la maggior parte dei templi shintoisti fanno parte dell'associazione della Jinja

Honchō, ossia la massima autorità dei templi shintoisti nata nel 1946. Quando vogliamo parlare di un tempio

di religione shintoista dobbiamo parlare di jinja, che indica appunto un santuario shintoista e l'area naturale

circostante. La pratica della costruzione dei jinja ebbe origine con l'introduzione del buddhismo,

probabilmente ad imitazione dei templi di quest'ultima tradizione. Il rito shintoista infatti, in origine, veniva

praticato all'aperto, di solito con piccoli reliquiari mobili o in aree chiamate miya. Ovviamente era possibile

trovare eccezioni, templi fissi chiamati shaden. Un tempio shintoista è formato dall'honden, l'edificio

principale dove è situata la goshintai, reliquia del kami; esso è chiuso al pubblico se non in occasioni di un

matsuri, ovvero di festival nazionali. Poi vi è l'haiden, la sala più grande riservata al culto ed aperta ai laici.

Altre zone particolari sono l'area del torii, l'ingresso sacro al santuario di color vermiglio, formato da due

colonne verticali e un palo orizzontale. La loro costante presenza nello shintoismo è dovuta al fatto che il

passaggio sotto di esso è considerato una prima forma di purificazione, poi completata con le abluzioni

rituali nelle immediate vicinanze del santuario. L'origine di questo simbolo è pressoché sconosciuta, alcuni la

ricollegano al mito in cui Amaterasu si nascose in una caverna per sfuggire a Susanoo, altri ne vedono

l'origine analizzando l'etimo della parola: torii è, infatti, composto dal termine tori, che significa uccello con

l'aggiunta di una -i finale. Secondo questa spiegazione i primi torii erano volti ad ospitare gli uccelli,

considerati particolarmente importanti dalla religione shintoista poiché simboleggianti il contatto tra la terra

e il cielo, metafore rispettivamente del mondo umano e di quello divino. Subito dopo aver attraversato la

prima tappa rappresentata dal torii, nei grandi templi, si accede immediatamente al bosco, attraversato di

solito da un sentiero chiamato sandō.

A partire dalla seconda metà del periodo Nara fino al periodo Meiji non era rara la costruzione dei jingūji,

cioè dei templi buddhisti collocati all'interno o adiacenti a santuari shintoisti. Ma nel 1868 fu vietata la

costruzione di questo tipo di templi-santuari nel tentativo di creare una distinzione netta tra i riti dedicati ai

kami e a quelli rivolti ai Buddha. È importante considerare che i templi shintoisti, a differenza di quelli

buddhisti, erano costruiti in legno, con tetti di paglia o corteccia; inoltre, non era prevista una manutenzione

dei jinja, ma si lasciava che il tempo e i fenomeni atmosferici facessero il loro corso, salvo poi ricostruire un

nuovo edificio. La visita al tempio richiede tre comportamenti rituali: la purificazione (harai), l'offerta

(shinsen) e la recitazione di preghiere (norito). La purificazione consiste nel lavarsi le mani e bagnarsi nelle

fontane poste dinanzi a ogni tempio, mentre l'offerta è costituita di solito da dolci di riso e vino anch'esso di

riso (sake), stoffe e rami di ciliegio (sakaki). Le danze rituali kagura, la cui origine è molto antica, consistono

sostanzialmente in rappresentazioni pantomimiche dei diversi miti e vengono di solito eseguite da bambine

di 10-12 anni. Il sacerdote, che può anche essere una donna, indossa una veste bianca sciolta, porta sul capo

un cappello di taffettà (eboshi) e impugna uno scettro (shaku). Tra i suoi compiti vi sono l'offerta quotidiana

di cibo, al mattino e alla sera, e la recita dei norito nel corso delle feste o in occasione di matrimoni e

sepolture.

Organizzazione clericale

Il sistema sacerdotale shintoista è suddiviso in quattro ordini principali: Jōkai, Meikai, Gonseikai e Chokkai.

Ogni kannushi, il sacerdote incaricato della custodia del tempio, di questi gruppi intraprende una carriera

caratterizzata da sei gradi di specializzazione: il grado superiore, il primo grado, il secondo, il grado

intermedio, il terzo e il quarto grado. Il superamento di questi gradi consente l'accesso all'ordine successivo. I

livelli successivi all'intermedio sono conferiti solo ai sacerdoti che professano da più di vent'anni, sebbene

esistano eccezioni dovute alla particolare cultura, saggezza e preparazione dell'individuo. Per diventare gūji,

ovvero il sacerdote capo di un tempio importante, è necessario ottenere il grado più alto dell'ordine Meikai.

Per diventare gūji di un tempio poco eminente si deve raggiungere il massimo grado dell'ordine Gonseikai.

Dopo la seconda guerra mondiale il sacerdozio è stato aperto anche alle donne: infatti la pratica del kagura,

la danza sacra in onore degli dèi, è generalmente svolta solo da loro e dall'autorità principale del tempio di

Ise, il cuore dello shintoismo, una sacerdotessa, che si differenzia dalla miko, le cosiddette vergini il cui

ruolo è assegnato per un determinato periodo a ragazze o adolescenti che hanno il ruolo di assistere i

sacerdoti nei vari preparativi dei riti e delle feste. Oggi il sacerdozio si può ottenere attraverso un sistema a

seminari, frequenti in tutto il Giappone e spesso gestiti dai templi. In aree di provincia è comune, in assenza

di un sacerdote, assegnare annualmente la celebrazione dei rituali e delle festività a un membro della

comunità, anche senza titolo sacerdotale.

Concezione shintoista

Secondo la fede shintoista, lo spirito umano è eterno, proprio come i kami. Quando si muore dunque si

cambia semplicemente forma di esistenza accedendo ad un altro tipo di esistenza. Poiché lo shintoismo è

coesistito pacificamente con il buddhismo per oltre un millennio è molto difficile separare le credenze

buddhiste da quelle shintoiste. Si può dire che mentre il secondo enfatizza la vita dopo la morte, lo

shintoismo enfatizza questa vita e la ricerca della felicità in essa. Nello shintoismo antico veniva ovviamente

dato maggior peso alla mitologia: si credeva, infatti, in una serie di paradisi fra cui l'aldilà del cielo, dello

yomi, di tokoyo e delle montagne. Quindi c'era una concezione della pluralità esistenziale. Questi luoghi

sono descritti come luoghi molto simili al mondo terrestre. Una prima regola etica è sicuramente la

disponibilità verso gli altri. La religione shintoista insegna che l'uomo deve sempre offrirsi per aiutare il

prossimo. Il culto shintoista pone, in generale, al primo posto l'interesse della comunità e il pubblico

benessere. Ciò non significa che i diritti individuali e la famiglia siano ignorati. Al contrario, è sullo sfondo

dei riti religiosi, come conseguenza delle azioni verso gli altri, che l'intimità, il carattere individuale di una

persona e i suoi rapporti con il prossimo, sono ampiamente promossi. Ci sono 4 affermazioni che esprimono

tutto lo spirito etico di questa religione: la famiglia è il nucleo principale della vita di una persona; la natura è

sacra, in quanto espressione del divino; conservare un contatto con essa comporta il raggiungimento della

completezza e della felicità, e significa mantenersi vicino ai kami; la pulizia è un componente essenziale

perchè consente purezza, e la purezza è una delle massime virtù; i matsuri sono i festival dedicati ai kami. In

qualità di religione cosiddetta naturale, lo shintoismo insegna che diventare shintoisti significa

semplicemente credere nei suoi precetti, con coerenza e sentimento. Credere nei suoi valori e metterli in

pratica, credere nei kami, gli spiriti della natura: queste sono le due condizioni essenziali che fanno di un

uomo uno shintoista.

Riti shintoisti

Se si commettessero determinati atti ritenuti impuri per lo shintoismo, questi andrebbero purificati non

perchè ritenuti intolleranti ma per ottenere pace mentale e buona fortuna. Il male e gli atti sbagliati sono

chiamati kegare (sporcizia), e la nozione opposta è kiyome (purezza). Un rito di purificazione personale è

legato all'acqua, elemento purificatore per eccellenza: questo rito consiste nel rimanere sotto una cascata o

nell'eseguire delle abluzioni rituali alla foce di un fiume o nel mare, oppure semplicemente mediante le

apposite fonti dei templi; una terza forma di purificazione è l'astensione da qualcosa, cioè un tabù. Tra le

altre credenze vi è quella di non pronunciare parole considerate di cattivo auspicio ai matrimoni, come ad

esempio la parola tagliare, o non partecipare ai matrimoni se di recente si è persa una persona cara. Gli atti

generali di pulizia sono chiamati misogi, mentre in specifico, la purificazione personale all'ingresso dei

templi, che consiste nel lavarsi mani e bocca, è chiamata temizu. Un rituale misogi ancora oggi molto

praticato è quello che consiste nel gettare acqua nei dintorni della propria casa, per ottenerne la purezza. Il

sale è, dopo l'acqua, l'altro elemento importante nei rituali di purificazione. Le cerimonie legate al sale

vengono genericamente chiamate shubatsu. La venerazione ha una valenza molto profonda ed è considerata

un atto puro e sincero. Il tipo di preghiera con cui il fedele cerca un contatto con i kami non segue regole

specifiche, ognuno può infatti avere un approccio totalmente personale alla venerazione, che spesso è

praticata anche tra le mura domestiche: infatti, è comune allestire degli altarini, chiamati kamidana (mensola

dei kami), su cui comunemente viene posizionato uno specchio, l'oggetto che meglio consente di dare una

rappresentazione dei kami. In alternativa, un luogo considerato sacro è la natura stessa, in quanto ambiente

incontaminato che rappresenta la massima espressione del divino. Quanto all'offerta, questo è un rituale

simbolico che consente di donare qualcosa agli dèi, mettendosi in contatto con loro. Ci sono vari tipi di

offerta, anche se i più comuni sono gli ema, tavolette di legno su cui i credenti scrivono preghiere o desideri

e li appendono ad una bacheca nel tempio, e gli origami.

Misticismo

Nella cosmologia shintoista tutto l'esistente è pervaso da un'energia primordiale, che alimenta e compone

tutta la materia e tutte le sue manifestazioni, chiamata musubi, la forza armonica e universale che lega

indissolubilmente il mondo fisico umano al mondo spirituale dei kami. Lo shintoismo è una religione ciclica.

L'esistenza, in tutte le sue forme, si origina innanzitutto dall'esprimersi del principio cosmico in una dualità,

due forze polarmente opposte, il principio negativo in e il principio positivo yo, corrispondente al rapporto di

yin e yang della cosmologia taoista. Dall'avvicendarsi di queste due forze primordiali e opposte scaturisce

tutta l'esistenza, sia essa fisica e materiale sia spirituale. I kami, come gli uomini, hanno origine dallo scontro

eterno tra queste due polarità. Nella versione mitologica della cosmologia, le due divinità primordiali

Izanami e Izanagi, corrispondono ai due principi in e yo. La trinità shintoista, il tomoe, non è altro che il

frutto del rapporto cosmico tra i due poli primordiali dell'energia. Di questa triade fanno parte i suddetti in e

yo (i due poli), corrispondenti ai principi taoisti ying e yang, e una terza parte, chiamata in cinese yuan.

Questa terza parte rappresenta ciò che nasce dall'interazione dei due principi primordiali, simboleggia i

fenomeni e le manifestazioni prodotti dall'eterna interdipendenza di essi. Rappresenta, più sinteticamente, la

terza fase della cosmologia shintoista, seguente a quella della bipolarità, ovvero la manifestazione

dell'energia cosmica. Questa manifestazione finale che scaturisce dall'interazione eterna delle due forze

primordiali è la natura dell'universo, la sua esistenza stessa, la sua vita, il suo continuo progredire in cicli

eterni.

Cos'è un kami?

I kami possono essere considerati sia come gli spiriti guardiani di un determinato sito oppure sia come spiriti

di un oggetto oppure di un evento naturale, come ad esempio Amaterasu, la dèa del sole, il kami più

importante il cui tempio dedicato è quello di Ise, ovvero il tempio principale dello shintoismo. I kami sono le

entità spiritiche che popolano tutto l'universo, sono gli spiriti della natura, e si esprimono attraverso essa;

popolano lo stesso universo in cui si trova l'uomo, si trovano solo ad un livello esistenziale superiore. Tra le

varie entità di kami annoveriamo gli mizuko, letteralmente “bambino d'acqua”. Si tratta di bambini che

muoiono in età infantile senza essere stati aggiunti alle liste di un tempio. Si ritiene che causino problemi e

pestilenze e vengono spesso adorati in templi specifici con lo scopo di placare la loro rabbia e tristezza.

Questi templi sono diventati più popolari nel Giappone moderno con l'aumento degli aborti. Ma ci sono

anche gli spiriti guardiani della patria, della casa e delle virtù; spiriti di eroi giapponesi, di uomini di azioni o

virtù fuori del comune, e di coloro che hanno contribuito alla civilizzazione, alla cultura e al benessere

dell'umanità; di coloro che sono morti per la patria o per la comunità.


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in lingue, lettere e culture comparate
SSD:
A.A.: 2014-2015

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher kumaneko93 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Religioni e filosofie dell'asia orientale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Napoli L'Orientale - Unior o del prof Ghidini Chiara.

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