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La creazione della Comunità europea

1 – La comunità europea del carbone e dell’acciaio (CECA)

Gran parte dell’impulso iniziale alla creazione della prima delle comunità europee, la CECA, venne da due

francesi: Jean Monnet e Robert Schuman , entrambi forti sostenitori dell’unità europea. In una sua celebre

dichiarazione, Shuman, nel 1950 affermò che la proposta era il primo passo verso la realizzazione della

visione di un’Europa unita con al centro la riconciliazione franco-tedesca. Adenauer fu d’accordo su questo

punto; Schuman precisò che la Francia e la Germania occidentale l’avrebbero portata avanti. L’Italia, il

Belgio, il Lussemburgo e i Paesi Bassi raccolsero l’invito, e nell’aprile 1951 i 6 paesi firmarono il Trattato di

Parigi che istituiva la CECA, il quale restò operativo fino al 2002, allorché le attività della CECA furono

trasferite alla CE. La CECA rappresentò una novità assoluta per due motivi: i suoi obiettivi erano ambiziosi, e

non implicavano solo la creazione di una zona di libero scambio, ma gettavano le basi di un mercato

comune per alcune delle materie prime fondamentali per qualsiasi società industrializzata; inoltre il trattato

istituì la prima delle organizzazioni europee interstatali a mostrare caratteristiche sovranazionali. Il trattato

dette vita a quattro istituzioni comuni:

 Alta Autorità: con il compito di garantire che gli obiettivi dichiarati nel trattato fossero raggiunti in

conformità con le disposizioni indicate. Poteva emanare decisioni, raccomandazioni, opinioni.

Disponeva di una gamma di poteri che le conferivano un chiaro carattere sovranazionale. Era composta

da 9 membri, tra cui un esponente di ciascun stato membro che dovevano essere indipendenti

nell’assoluzione dei propri compiti.

 Consiglio dei ministri: istituito a seguito delle preoccupazione espresse dai paesi del Benelux circa il

pericolo che in presenza di un’Alta autorità dotata di eccessivo potere la CECA potesse essere dominata

dall’asse franco-tedesco. Il trattato conferiva al consiglio il controllo su alcune delle iniziative dell’Alta

autorità.

 Assemblea parlamentare: il suo ruolo era quello di fornire un contributo democratico alle procedura

decisionali della CECA; non si può dire che nei primi anni questo obiettivo sia stato raggiunto, poiché i

poteri dell’assemblea erano essenzialmente consultivi.

 Corte di giustizia: istituita per dirimere le controversie fra gli stati membri, tra gli organi istituzionali

delle Comunità e tra gli stati e questi ultimi.

Il trattato CECA istituiva anche un comitato consultivo composto da produttori, lavoratori ed altre categorie

dei vari settori coinvolti. Nei suoi primi anni di attività, la CECA venne considerata un successo economico,

ma esso era destinato a subire presto una battuta d’arresto: nel biennio 1958-59 infatti, quando le

importazioni a basso costo di petrolio produssero eccedenze nella produzione di carbone la CECA si ad

affrontare la sua prima grossa crisi. Gli stati membri adottarono infatti proprie e scoordinate misure

protettive, e data la debolezza dell’Alta autorità nell’imporre decisioni politiche comuni, non emersero in

Europa occidentale un industria del carbone e dell’acciaio veramente integrata, tanto che rimangono

tutt’ora numerose barriere commerciali.

2 – Dalla Comunità europea del Carbone e dell’acciaio(CECA ) alla Comunità economica europea (CEE)

Il successo riscosso dalla CECA nei suoi primi anni impresse lo slancio necessario per il conseguimento di

maggiore integrazione, che si realizzò con lo sviluppo di altre due comunità che avrebbero visto la luce nel

1957: il progetto CED. Nei primi anni ‘50 molti uomini politici ed esperti militari dell’Europa occidentale

ritennero che fosse necessaria una maggiore cooperazione europea nel settore della difesa. Era urgente

integrare la Germania occidentale ,che non faceva parte della Nato, nell’Alleanza atlantica. Ma diversi paesi

europei, Francia in primis, non erano pronti a sostenere il riarmo tedesco, così come la Germania non era

disposta a farlo sulla base del rigido controllo che altri paesi intendevano imporre. Così, il c.d. “Piano

Pleven” risalente al 1950, lanciò una serie di proposte che offrivano una possibilità di sbloccare la

situazione. Il piano propose la creazione, per la comune difesa, di un esercito europeo sottoposto

all’autorità delle istituzioni politiche di un’Europa unita. Sul finire degli anni 1951 i 6 paesi firmatari della

CECA raggiunsero così un accordo per istituire la CED. Il trattato CED però non vide mai la luce a causa della

mancata ratifica del trattato da parte della Francia, dovuto a molteplici ragioni. Dopo questo fallimento,

venne portato avanti un approccio meno ambizioso alla questione irrisolta in merito al contributo della

Repubblica federale tedesca alla difesa dell’Occidente. Ciò si concretizzò nell’ampliamento del Trattato di

Bruxelles di collaborazione in materia economica, sociale e culturale e di difesa collettiva, firmato nel 1948

dai 3 paesi del Benelux, Francia e Regno unito. In una conferenza a Londra nel 1954, la Germania ovest e

l’Italia accettarono di aderire al trattato di Bruxelles e tutti e 7 i paesi si accordarono per incorporare le

nuove disposizione nell’Unione dell’Europa occidentale (UEO). L’UEO entrò in vigore nel maggio 1955,

permettendo il riarmo della Germania e anche la sua adesione alla NATO. I 6 ministri degli esteri dei 6 paesi

della CECA si incontrarono a Messina nel giugno 1955 per discutere alcune proposte avanzate dal Benelux,

a favore di una maggiore integrazione economica; per rendere effettiva la risoluzione di Messina, venne

istituito un comitato di rappresentanti ed esperti governativi sotto la presidenza del ministro degli esteri

belga Spaak. Nell’aprile 1956 i ministri degli esteri accettarono il rapporto del comitato, e lo usarono come

base per i negoziati che nel 1957 condussero ai 2 trattati di Roma: il più importante istituiva la Comunità

economica europea (CEE), e l’altro creava la EURATOM. I negoziati furono completati e il 25 marzo 1957 i

due trattati vennero firmati.

3 – I Trattati CEE ed EURATOM

3.1 – Gli interessi politici del Trattato CEE: Dei due trattati di Roma, il trattato CEE fu il più importante, l’art.

2, afferma che la comunità ha il compito di promuovere, mediante l’instaurazione di un mercato comune,

uno sviluppo armonioso delle attività economiche, un’espansione continua, un miglioramento del tenore di

vita. Vi erano anche delle direttive politiche più concrete: direttive concernenti l’istituzione di un mercato

comune: tale mercato comune doveva essere basato su, eliminazione delle restrizione tariffarie; istituzione

della tariffa estera comune (TEC), secondo cui tutte le importazioni di merci nelle comunità sarebbero

avvenute sulla stessa base indipendentemente dal punto di entrata; proibizione di alcune pratiche aventi

per effetto l’impedimento della concorrenza tra stati membri; misure per consentire la libera circolazione

delle merci, delle persone, dei servizi e dei capitali; Direttive politiche intese a fare della Comunità qualcosa

di più di un semplice mercato comune. Il Trattato CEE era pertanto molto diverso nella sua forma dalle

costituzioni degli stati nazionali: mentre queste ultime danno poco spazio alle politiche da eseguire, il

suddetto Trattato si occupava in misura preminente di obbiettivi politici; la natura di tali obbiettivi era

guidato da chiari principi, quelli di un capitalismo di libero mercato, liberale, e non interventista, che dava

massima priorità ai meccanismi per impedire abusi nel campo della concorrenza. Le indicazioni con cui

promuovere tale attività rimanevano tuttavia piuttosto vaghe.

3.2 – Gli interessi politici del Trattato EURATOM: Tali interessi erano ovviamente circoscritti al settore

dell’energia atomica; tutte le disposizioni del trattato miravano ad un utilizzazione comune delle risorse e

delle informazioni tecniche e scientifiche attraverso un agenzia comune con il diritto di concludere contratti

relativi alle forniture necessarie al settore; le prospettive comunitarie in materia furono però fortemente

ridimensionate, soprattutto dietro insistenza francese, da altre disposizioni che concedevano margini di

segretezza in casi coinvolgessero la sicurezza nazionale.

3.3 – Disposizioni istituzionali dei trattati: La CECA fece da modello istituzionale per i trattati CEE ed

EURATOM, ma con alcune modifiche che contribuirono a accentuare il carattere intergovernativo a

discapito della sovranazionalità. Sia la CEE sia l’EURATOM dovevano avere quattro istituzioni :

 Commissione: avrebbe assunto il ruolo esercitato dall’alta autorità della CECA come principale organo

propositivo delle politiche.

 Consiglio dei ministri: principale organo decisionale.

 Assemblea: organo con funzioni consultive che deteneva poteri di sorveglianza.

 Corte di giustizia: garante nell’applicazione di questo trattato la legge venga rispettata.

Queste disposizioni istituzionali avevano un carattere più intergovernativo di quanto coloro che sognavano

l’integrazione politica avrebbero desiderato. In particolare si riteneva che il Consiglio dei ministri fosse stato

dotato di eccessivo potere e una delusione ulteriore era rappresentata dal fatto che le decisioni chiave del

Consiglio avrebbero richiesto l’unanimità

Dalla Comunità europea (CE) all’Unione europea (UE)

1 – L’evoluzione dei trattati

Il trattato di Parigi e i due trattati di Roma sono i trattati che istituiscono le 3 comunità europee; nel corso

degli anni i trattati istitutivi hanno subito varie integrazioni e modifiche mediante trattati successivi. Nel

2002 sono terminati i 50 anni di vita della CECA e la responsabilità in materia di carbone è stata trasferita

alla CE (la CEE è stata chiamata CE dopo Maastricht). Il primo blocco di modifiche ai trattati istitutivi fu

incorporato nell’Atto unico europeo (AUE) del 1986; esso consisteva in un insieme di disposizioni diverse

che riguardavano il riordinamento di alcune disposizioni costituzionali, disposizioni destinate a ampliare i

settori di competenza della comunità e disposizioni che modificavano alcuni aspetti del sistema decisionale

della comunità. Il Trattato di Maastricht del 1992, ha sfruttato lo slancio inciso dall’AUE al processo di

integrazione per farlo progredire in due modi: primo, esso ha creato la nuova organizzazione dell’UE,

basata su 3 pilastri : le comunità europee , la politica estera e di sicurezza comune (PESC), e la cooperazione

nel settore giustizia e affari interni (GAI); in secondo luogo ha promosso un rafforzamento politico e

istituzionale, attraverso l’istituzione di una procedura e relativo scadenziario per la realizzazione dell’

Unione economica e monetaria (UEM), e creando una nuova procedura legislativa secondo criteri

codecisionali. Il Trattato di Amsterdam per gli europeisti è stata tuttavia una delusione in quanto non ha

portato a termine il suo compito, ossia modificare la composizione delle istituzioni comunitarie in

preparazione dell’allargamento; esso è stato tuttavia importante perchè ha promosso un approfondimento

sia sul versante delle politiche sia su quello dell’assetto istituzionale: ha introdotto politiche rafforzamento

della capacità decisionale dell’UE in alcune sfere della giustizia e affari interni. Riguardo i cambiamenti

istituzionali ha esteso la procedura di coodecisione ad altri settori politici. Il Trattato di Nizza del 2001 ha

rappresentato invece una minore portata riformatrice già nel suo mandato che limitava il suo ambito di

azione alla gestione dei problemi lasciati irrisolti ad Amsterdam (i left-overs del 1997). Il suo compito

principale consistette nell’ apportare cambiamenti alla composizione delle istituzioni comunitarie e alla

procedure e al sistema di ponderazione del voto in consiglio. Il Trattato di Costituzione Europea (TC) del

2004, ha seguito la scia degli altri trattati a partire dall’AUE nella misura in cui ha promosso il progresso

dell’integrazione sia a livello di policies, sia di apparato istituzionale. Le difficoltà incontrate dal TC sono

state di entità differente dal momento che Olanda e Francia ne hanno respinto la ratifica attraverso

referendum nel 2005. Col tempo però è stato possibile salvare la parte sostanziale del TC attraverso una

soluzione: quella del nuovo trattato di riforma di Lisbona; si prospettava che i parlamenti nazionali

ratificassero tale atto entro il 2008, ma il “no” espresso dal popolo irlandese in proposito rischiò allora, di

far slittare la sua entrata in vigore oltre il 2009.

2 – L’allargamento

La composizione originale della CE comprendeva sei stati, mentre ad oggi l’UE conta 27 stati membri.

Questo allargamento è avvenuto in 6 ondate successive : 1973 Danimarca, Irlanda, Gran Bretagna; 1981

Grecia; 1986 Spagna e Portogallo; 1995 Svezia, Austria e Finlandia; 2004 Cipro, Repubblica Ceca, Estonia,

Ungheria, Lettonia, Lituania, Malta, Polonia, Slovacchia e Slovenia; 2007 Bulgaria e Romania. Questi

allargamenti hanno fatto sì che la Comunità diventasse una organizzazione internazionale più imponetene.

Rappresenta inoltre la maggiore potenza commerciale del mondo con un volume di scambi pari a circa un

quinto delle importazioni e esportazioni mondiali. Le istituzioni UE sono state ampliate per fare posto ai

rappresentanti degli stati aderenti, le procedure decisionali interne sono divenute più complesse per via

della gamma assai più vasta degli interessi politici e nazionali da soddisfare; inoltre col carico delle loro

esigenze e problemi, gli stati più grandi hanno avuto più difficoltà ad imporre le proprie agende (è venuto

meno dominante il ruolo dell’ asse franco-tedesco, nonostante mantenga il proprio ruolo di centralità).

3 – Lo sviluppo delle procedure politiche e decisionali

In termini generali si può dire che i trattati istitutivi indicavano uno schema procedurale in cui la

Commissione proponeva, il Parlamento consigliava, il Consiglio decideva e la Corte interpretava le leggi

approvate; ma a partire dagli anni’ 80 ci sono state delle importanti modifiche a questo modello: Primo:

con l’evolversi dell’integrazione tutte le istituzioni hanno esteso l’area dei loro interessi diventando meno

compartimentalizzate (suddivise) e meno autonome nell’ambito dell’UE. Ciò ha portato ad una maggiore

indeterminatezza nell’attribuzione di responsabilità man mano che la divisione dei compiti si è fatta meno

chiara, ma anche a una più accentuata condivisione del potere. Secondo: un numero crescente di attori non

associati con le quattro istituzioni hanno assunto un ruolo attivo nei processi politici e decisionali, ad

esempio i capi di governo che hanno assunto responsabilità politiche chiave con l’effetto di ridurre i poteri

del consiglio e della commissione; Terzo; I processi politici e decisionali sono diventati più complessi nel

corso degli anni . esiste infatti un mosaico di canali meno formali in cui i rappresentanti delle istituzioni,

degli stati e dei gruppi di interesse si riuniscono e interagiscono per discutere ed elaborare decisioni e

strategie politiche; Quarto: le procedure politiche sono divenute più efficienti da un lato e più

democratiche dall’altro. Più efficienti, nel senso le riforme dei trattati hanno permesso che un numero

crescente di decisioni del consiglio possono ess prese con un voto a maggioranza qualificata. Più

democratiche, nel senso che il Parlamento Europeo (PE), organo elettivo, ha acquisito un’influenza sempre

più incisiva sui processi decisionali.

4 – Lo sviluppo delle politiche

Le politiche più prossime al cuore dell’attività comunitaria sono quelle finalizzate alla creazione del Mercato

unico europeo (MUE), politiche destinate a promuovere la libera circolazione delle merci, delle persone, dei

capitali e dei servizi tra gli stati membri, e volto a permettere all’UE di agire di concerto e presentare un

fronte comune nelle proprie relazioni economiche e commerciali con paesi terzi. Dalla metà degli anni 80 si

è verificato uno sviluppo di queste politiche di mercato . l’UE ha così sviluppato molte politiche che hanno

conseguenza dirette sull’operatività del mercato. Anche numero politiche che attengono alla sfera sociale

hanno implicazioni per il mercato sono sempre più sottoposte al controllo normativo dell’UE : ambiente,

protezione del consumatore, condizioni di lavoro etc. Il successo del MUE ha giocato un ruolo importante

nello sviluppo dell’UEM: il movimento verso l’UEM registrò reali progressi alla fine degli anni ’80, quando la

maggior parte degli stati membri concordarono sulla necessità di armonizzare le rispettive politiche

macroeconomiche e monetarie al fine di istituire una moneta comune, affinché il MUE potesse realizzare

tutto il suo potenziale. Così venne sviluppata una strategia per la creazione dell’UEM le cui procedure

vennero dettagliatamente stabilite all’interno del Trattato di Maastricht. Al centro delle disposizioni di

Maastricht sull’UEM c’erano le condizioni (criteri di convergenza) che i paesi dovevano soddisfare per poter

accedere al sistema della moneta unica. Il trattato di Maastricht aveva lasciato aperta la possibilità che la

moneta unica venisse lanciata bel 1997; tuttavia essa è entrata in vigore il 1 gennaio 1999 con

l’introduzione della moneta unica: l’euro. Tra i 4 stati non partecipanti, Danimarca, Svezia, Regno unito

avevano scelto di non aderire, mentre la Grecia non aveva invece soddisfatto i criteri di convergenza, ma

l’esclusione fu solo temporanea, dato che dal gennaio 2001 essa è entrata a pieno titolo tra i membri del

sistema monetario. Un aspetto importante del portafoglio politico dell’UE è sempre stato il suo limitato

coinvolgimento nei settori di previdenza, educazione, salute e difesa; la principale eccezione è l’agricoltura.

Si è comunque registrato un maggior coinvolgimento in altri settori politici : le politiche regionali e sociali

hanno ricevuto molta attenzione specie attraverso lo sviluppo e la crescita dei due principali fondi di

coesione dell’UE : il fondo europeo di sviluppo regionale e il fondo sociale europea.

Dall’integrazione occidentale all’integrazione paneuropea

La caduta dei regimi comunisti dell’Europa centrale e orientale nel 1989-1990, seguita dal crollo dell’URSS

nel 1991 hanno trasformato la natura del processo di integrazione europea, dando avvio a quello che è

divenuto il più ampio allargamento nelle storia dell’UE così si è passati da un processo di integrazione

europea occidentale a un processo di integrazione continentale.

1 – Sulla strada verso un’UE di dimensioni continentali

L’allargamento dell’UE, che ha portato all’adesione di 10 nuovi stati nel 2004 e altri 2 nel 2007, è conosciuta

come l’allargamento all’Europa orientale. Oltre ai 10 paesi dell’Europa centrale e orientale l’allargamento

ha compreso anche 2 paesi che non appartengono a quest’area: Cipro e Malta, così che ci riferiremo a

questa nuova serie di adesioni con la denominazione “allargamento 10+2”.

1.1 – I paesi dell’Europa centrale ed orientale: Nonostante le condizioni di ciascun paese che voleva aderirvi,

a sospingerli era una combinazione di motivazioni politiche, legate alla sicurezza, ed economiche. Punto di

vista politico: desiderio diffuso di essere reintegrate nel mondo europeo e più in generale nel mondo

occidentale. Sicurezza: l’adesione all’UE era vista come una misura soft di salvaguardia contro il ritorno del

pericolo comunista o lo scoppio di rigurgiti nazionalisti da puntellare con la protezione hard offerta dalla

NATO. Profilo economico : il mercato comunitario era attrattivo per la possibile espansione del commercio,

e l’UE offriva una cornice istituzionale e programmi di intervento che promettevano di rafforzare i processi

di liberalizzazione e crescita economica. L’adesione dei paesi dell’Europa centrale e orientale all’UE era

considerata dai decision-makers comunitari solo come un prospettiva realistica solo nel lungo periodo;

dopotutto quei paesi si trovavano ancora nelle primissime fasi della ricostruzione postcomunista e non

erano poi così in grado di soddisfare i criteri di adesione. Un momento cruciale di questo processo si ebbe

durante il consiglio europeo di Copenaghen del giugno 1993, consapevoli del probabile inoltro delle

domande di adesione di questi paesi in un prossimo futuro, i leader europei diedero il proprio consenso . il

vertice di Copenaghen stabilì anche le condizioni che gli stati richiedenti avrebbero dovuto soddisfare per

entrare nell’UE, noti come “criteri di Copenaghen”: l’appartenenza all’unione richiede che il paese

candidato abbia raggiunto una stabilità istituzionale che garantisca la democrazia, il principio di legalità, i

diritto umani, il rispetto e la protezione delle minoranze, l’esistenza di una economia di mercato etc. Dal

1994 al 1996 si susseguirono 10 domande di adesione da parte dei paesi d’Europa centrale e orientale; il

consiglio europeo di Madrid del dicembre 1995 reagì a queste domande invitando la Commissione a

investigare le implicazione sulla stabilità UE a seguito di eventuali adesioni di questi paesi paesi. Venne fuori

che l’allargamento avrebbe comportato costi di piccola entità per l’UE, in più la commissione raccomandò

di procedere con i negoziati con Repubblica Ceca, Estonia, Ungheria, Polonia, Slovenia e Cipro. I restanti

paesi avrebbero dovuto attendere finchè il loro processo di transizione economica non avesse compiuto

ulteriori progressi (malta in quel periodo aveva ritirato la sua domanda); il Consiglio europeo accettò così la

raccomandazioni della commissione nel corso del vertice a Lussemburgo nel Dicembre 1997. Dopo poco

tempo però la decisione del Lussemburgo fu vista come uno sbaglio: crescente importanza fu assunta dal

legame tra allargamento e sicurezza europea in seguito al ripetersi di disordini nei Balcani; in più venne

decisa la non idoneità della Turchia, la cui domanda di adesione risaliva al 1987, così che la strategia di

allargamento fu rivista nel corso del vertice di Helsinki del 1999: I negoziati con i paesi della 2° ondata 5+1

sarebbero stati aperti all’inizio del 2000; le decisioni sull’idoneità di tutti gli stati candidati sarebbero state

prese sulla base del progresso nei negoziati; status di “paesi candidato” alla Turchia. Il trattato di adesione

fu firmato nell’aprile 2003 con gli 8 paesi dell’Europa centrale e orientale, Malta e Cipro; entro il Novembre

2003 gli 8 paesi avevano ratificato il trattato attraverso referendum nazionale, insieme a Cipro e malta nel

maggio 2004. Il 1 gennaio 2007 invece, Bulgaria e Romania entravano ufficialmente nell’UE

1.2 - Cipro e Malta: I due paesi fecero formale domanda di adesione nel luglio 1990 ma ricevettero

un’accoglienza tiepida: riguardo a Cipro, tale atteggiamento era imputabile all’opinione che fosse

necessario risolvere il problema dell’occupazione turca della parte settentrionale dell’isola. Tuttavia le

prospettive di ingresso migliorarono nel giugno 1993 quando la commissione appoggiò tali richieste. Un

altro passo fu compiuto dal consiglio europeo di Corfù nel giugno 1994: la fase successiva dell’allargamento

dell’UE avrebbe incluso anche Malta e Cipro. Nel 1995 il Consiglio dei ministri rese noto che i negoziati con i

suddetti stati sarebbero stati aperti sei mesi successivi la conclusione della conferenza intergovernativa del

1996, ma nello stesso anno, si insediò a Malta un nuovo governo che rimosse l’adesione all’UE dall’agenda

politica, mentre la richiesta avanzata da Cipro continuò il suo iter. La questione di Cipro nell’ambito

dell’allargamento 10+2 portava con se problematiche più consistenti: da un lato il governo greco-cipriota

insistette sin dall’inizio del processo di adesione nel voler rappresentare l’intera isola, dall’altro la dirigenza

turco-cipriota nel nord respinse qualsiasi pretese del governo antagonista di voler gestire i negoziati per

conto dell’intera isola. La Grecia inoltre minacciò di bloccare l’ingresso di tutti gli aspiranti membri nel caso

di rinvio dell’adesione di Cipro. Nel contempo ammettere uno stato cipriota diviso all’interno dell’UE

rischiava di danneggiare le relazioni tra questa e la Turchia. Nel 2002 emersero nuove speranze di soluzione

del problema a seguito a dei colloqui tra i leader greco-ciprioti e quelli turco-ciprioti. Visto che nessuna

soluzione era stata raggiunta prima del vertice di Copenaghen del 2002 i leader dell’UE-15 decisero che

Cipro poteva entrare nell’UE nel maggio 2004 insieme a malta e agli altri 8 paesi. A Cipro la ratifica

dell’adesione avvenne in parlamento nel luglio 2003 e non tramite referendum grazie al “Piano Annan”,

piano di risoluzione per venire incontro alle obiezioni sollevate da Cipro, ma respinto dal governo greco-

cipriota che lo riteneva troppo favorevole alle istanze turco-cipriote; ad ogni modo entrambe le parti si

trovarono d’accordo affinché il piano fosse sottoposto a referendum vincolante da tenere in tutte e due le

parti dell’isola lo stesso giorno: sul fronte turco-cipriota, l’accettazione del piano ricevette il consenso da

parte del 65% della popolazione, mentre sul fronte greco-cipriota venne respinto con il 76% di voti a

sfavore; così Cipro entrò nell’UE solo nel 2004, escludendo la parte dell’ isola che si era espressa a favore

del piano.

2 – La sfida dell’allargamento per l’UE

L’allargamento 10+2 ha posto numerose sfide per l’UE. La maggior parte di queste sfide furono affrontate

prima del suo completamento, mentre per una risoluzione soddisfacente delle rimanenti potrebbero

passare anni; Le principali questioni che pongono tali sfide possono essere ricondotte a quattro elementi:

identità, istituzioni e processi decisionali, difficoltà economiche, relazioni politiche con l’estero.

2.1 – L’identità: nella letteratura accademica si è dibattuto se l’UE sia fondata su una identità collettiva e

quali siano le conseguenze dell’esistenza o assenza di essa riguardo la sua stabilità, in quanto sistema

politico. L’allargamento 10+2 ha diluito i trattati identitari già deboli dell’UE; i nuovi stati membri sono

molto diversi sotto molti aspetti dalla formazione dell’UE-15, tanto che alcuni affermano che il loro ingresso

ha fatto naufragare ogni prospettiva di costruire una identità europea; la questione si fa particolarmente

accesa nel caso del potenziale ingresso della Turchia, sia per questioni geopolitiche, religiose, ed

economiche).

2.2 – Le istituzioni ed i processi decisionali: Una grande sfida politica posta all’UE dall’allargamento 10+2 è

stata quella di adattare le sue istituzioni per adattare un tale numero di nuovi stati membri. In passato ai

nuovi stati membri erano assegnati un potere di voto, un certo numero di parlamentari nel PE, un

commissario, un giudice in ciascuna delle corti etc. oggi è difficile ricorrere a tale approcciò, in parte a causa

dell’eccessiva dimensione raggiunta da alcune istituzioni, in parte per il puro e semplice numero dei

candidati.

2.3 – Le difficoltà economiche: sebbene l’allargamento 10+2 abbia creato importanti opportunità

economiche per l’UE-25, esso è stato anche all’origine di difficoltà per tre importanti ragioni: nonostante

l’allargamento 10+2 aumenti le dimensioni della popolazione dell’UE del 30% il livello del PIL comunitario

aumenta solo del 5%, e ciò ha indotto gli stati meno ricchi nell’UE ad avanzare numerose richieste per

promuovere politiche redistributive più generose; la maggior parte dei paesi candidati ha un settore

agricolo di dimensioni grandi ma sostanzialmente inefficiente; I settori industriali dei paesi dell’Europa

centrale e orientale sono ancora caratterizzati da imprese obsolete e inefficienti che sono sopravvissute

solo grazie a sostegni statali. Dunque un lento adattamento economico dei paesi dell’Europa centrale e

orientale potrebbe risultare dannoso anche per l’economia del mercato interno comunitario.

2.4 – Le relazioni e le politiche: la PESC (politica estera e di sicurezza comune) dell’UE non è stata sviluppata

nella misura e con la rapidità auspicata da molti operatori del settore; la ragione di questi ritardi è da

addebitare sia al numero e all’entità delle differenze tra stati membri, sia in merito alla natura della politica

estera, sia a specifiche questioni politiche. Alcuni dei nuovi stati membri hanno specifici interessi ed

orientamenti di politica estera che sono da sempre una sorgente di possibili difficoltà per l’UE; il caso di

Cipro è esemplare per via dello storico antagonismo con la Turchia.

3 – Le ragioni dell’allargamento

Considerata la sfida posta dall’allargamento 10+2, è possibile domandarsi perché l’UE, organizzazione

ancora di dubbio successo, abbia deciso di rischiare un tale passo. Perché crearsi difficoltà potenzialmente

notevoli, accettando contemporaneamente una trasformazione della sua stessa natura? Si presentano due

tipi di spiegazioni alle ragioni che hanno spinto l’UE all’allargamento: razionaliste e costruttiviste.

3.1 – Spiegazioni razionaliste: per molti esperti di politica estera le sfide legate all’allargamento dell’UE a

paesi candidati “difficili” sono state controbilanciate da considerazioni positive; due di queste sono

particolarmente importanti: Vantaggi economici: un mercato interno più ampio crea opportunità per le

imprese degli stati membri esistenti; Vantaggi politici legati alla sicurezza: la stabilità dei sistemi politici

liberaldemocratici dei paesi limitrofi figura tra gli interessi principali dell’UE. Gli stati membri cominciarono

ad accettare che l’ingresso avrebbe contribuito al consolidamento dei loro giovani sistemi democrati, sia

perchè li introduceva all’interno della famiglia delle democrazie sia perchè li rendeva un possibile bersaglio

di sanzioni in caso di incrinature nelle loro credenziali democratiche. L’allargamento è visto anche come

una fonte di vantaggi politici e sul fronte della sicurezza poiché un’UE allargata può vantare maggior peso

nei suoi rapporti con l’esterno. Nel caso della Turchia, il suo ingresso potrebbe offrire l’opportunità di

creare legame più stabili e sistemici tra l’Europa, il Medio oriente e l’Asia minore. La misura e l’intensità con

cui queste ragioni favorevoli all’allargamento UE sono state percepite dagli stati membri sono variate

secondo l’atteggiamento verso i singoli candidati: la Germania è stata senza dubbio lo stato del’UE-15 che

ha guadagnato di più dall’ingresso dei paesi dell’Europa centrale ed orientale, per via della sua posizione

geografica e delle opportunità di mercato derivanti da un’espansione verso est; essa patrocinò l’adesione

della Polonia, ed in misura minore dell’Ungheria e della Repubblica Ceca promuovendo gli interessi e

l’identità “mittleuropea”; i paesi scandinavi sostennero i processi d’integrazione dei paesi baltici per una

miscela di ragioni culturali e strategiche; la Grecia appoggiò l’adesione cipriota per le ragioni già specificate.

3.2 – Spiegazioni costruttiviste: le spiegazioni degli sviluppi dell’allargamento 10+2 offerta dai sociologici o

meglio dai costruttivisti partono dal dato di fatto che, sebbene l’allargamento abbia offerto opportunità agli

stati membri, ha anche presentato loro un conto salato in termini di difficoltà e conseguenze non volute. Se

gli stati avessero agito sulla base dei loro interessi in merito alla futura natura dell’UE ci saremmo dovuti

aspettare un’opposizione alle richieste di adesione; questa non si è però manifestata, quindi gli stati

membri non sono stati guidati da oggettive esigenze nazionali; Piuttosto le loro posizioni sono state

costruite socialmente, ovvero plasmate da identità, norme e valori sociali. Si può affermare che i politici

dell’UE hanno percepito l’unione della maggior parte del continente all’interno della cornice comunitaria

come un bene in sé, a prescindere dai vantaggi che gli si poteva attribuire. A questo si può aggiungere che

in molti circoli governativi UE si diffuse la convinzione che sostenere i paesi dell’Europa centrale ed

orientale, di cui avevano assistito alla liberazione dai regimi comunisti, nel loro tentativo di divenire stati

prosperi e democratici all’interno delle “famiglie europee” fosse un imperativo morale.

4 – Affrontare la sfida: la preparazione dell’UE all’allargamento

Si può parlare di allargamento “adattativo” in relazione alla misura in cui l’UE ha dovuto prodigarsi

nell’assistenza agli stati candidati impegnati a soddisfare i criteri di adesione. La preparazione

all’allargamento 10+2 è avvenuta collaborando con i paesi candidati e apportando le modifiche necessarie

all’assetto istituzionale affinchè l’ingresso dei nuovi paesi non minacciasse il funzionamento del sistema UE.

4.1 – La Collaborazione con i paesi candidati: Sul finire degli anni ’90 e la dissoluzione dei regimi comunisti,

l’Ue cominciò a lavorare a stretto contatto coni paesi dell’Europa centrale ed orientale assistendoli

nell’impresa di transizione verso un’economia di mercato e di consolidamento dei loro giovani sistemi

politici democratici. In questi anni erano operativi due tipi di collaborazione : Accordi di associazione,

conosciuti come accordi europei, che costituivano la base giuridica per l’associazione fra i paesi candidati e

l’UE prefiggendosi di creare un quadro adeguato per la progressiva integrazione dei paesi candidati.

Riguardavano l’instaurazione di aree di libero scambio, liberalizzazione dell’attività economica etc.; I

partenariati di adesione invece riunivano in un unico quadro di riferimento tutte le attività coinvolte nella

transizione verso l’adesione. Identificavano aree prioritarie in cui l’acquis doveva essere adottato;

stabilivano meccanismi di coordinamento per i vari programmi di assistenza finanziaria, e monitorando il

progresso di adattamento ai requisiti necessari all’adesione. Elemento importante dei partenariati furono i

programmi nazionali per l’adozione dell’acquis comunitario (PNAA).

4.2 – Adattare l’UE all’allargamento: Anche l’UE dovette sottoporsi ad aggiustamenti per quanto riguardava

aspetti istituzionali, decisionali e per alcune sue politiche: Adattamenti istituzionali: Il trattato di

Amsterdam doveva occuparsi degli adattamenti al sistema istituzionale e decisionale. Tuttavia solo con il

trattato di Nizza il lavoro fu completato; Adattamento alle politiche comunitarie: i cambiamenti alle

politiche in preoccupazione all’allargamento 10+2 hanno riguardato due settori: l’agricoltura e i fondi

strutturali comunitari.

5 – La nuova UE

L’allargamento 10+2 ha avuto conseguenze particolarmente significative. Una di queste conseguenze ha

riguardato la logistica dei processi decisionali della comunità: le riunioni sono più affollate di quanto non

fossero prima, il che richiede strutture adeguate, sono aumentati i problemi legati al numero di lingue

comunitarie etc. Dal loro ingresso nell’UE i nuovi stati hanno naturalmente avuto occasione di dare il loro

contributo nel corso dei processi decisionali, e spesso è successo che uno di questi, abbia avuto

individualmente un considerevole impatto (come nel caso del dell’intesa polacco-spagnola per bloccare

l’accordo sul TC, o l’impegno del governo di Nicosia per mantenere in primo piano la questione del

riconoscimento cipriota). Nonostante tutto la preoccupazione espressa in alcuni ambienti prima del 2004

riguardo alle potenziali fratture tra stati membri “vecchi” e “nuovi” a seguito dell’allargamento si è

dimostrata infondata: primo perché ciò non ha pregiudicato la propensione degli stati membri alla ricerca

del consenso ed al compromesso in fase decisionale, secondo perché i nuovi stati membri non hanno

sempre avuto le stesse esigenze ed opinioni su tutte le questioni.

Dal Trattato di Roma al Trattato di Amsterdam

1 – Fino all’Atto unico europeo (AUE)

Oltre ai trattati di adesione che hanno sancito gli allargamenti della comunità del 1973, 1981, 1986,

numerosi altri furono stipulati nel periodo compreso tra la firma dei trattati di Roma nel 1957 e dell’AUE nel

1986

1.1 – Il Trattato di fusione o di Bruxelles: Firmato nel 1965 ed entrato in vigore nel 1967, istitutiva un unico

Consiglio dei ministri per 3 comunità, fondendo l’Alta autorità della CECA, la Commissione EURATOM e la

Commissione CEE in una unica commissione.

1.2 – Il Trattato che modifica alcune disposizioni in materia di bilancio ed il Trattato che modifica talune

disposizioni finanziarie: Il primo fu firmato nel 1970, il secondo nel 1975; congiuntamente essi stabilivano

una procedura di bilancio e suddividevano i poteri di bilancio tra le istituzioni della comunità. Il trattato del

1975 istituiva anche una Corte dei conti, con competenza nell’esaminare entrate ed uscite della comunità.

1.3 – L’Atto concernente l’elezione dei rappresentanti dell’Assemblea a suffragio universale diretto: firmato

nel 1976 ma ratificato da tutti gli stati membri nel 1978, questo atto forniva la base giuridica l’elezione

diretta del parlamento europeo e stabiliva alcune norme in merito al loro svolgimento.

2 – L’Atto unico europeo

Durante il Consiglio europeo di Milano del 1985 si riconobbe che le misure legislative necessarie per

rendere effettivo il programma MUE avrebbero avuto magre possibilità di adozione in assenza di un

cambiamento nelle procedure decisionali della Comunità. Ultimati i lavori di rifinitura legale da parte della

CIG, il documento venne firmato nel febbraio 1986 ma entrò in vigoro solo un anno più tardi a causa delle

difficoltà di ratifica in Irlanda. L’AUE conteneva varie misure : Il completamento del mercato interno entro il

1992, indicato come obiettivo specifico e incorporato nel trattato CEE; nuovi settori politici vennero

incorporati nel trattato CEE; venne Istituita una nuova procedura legislativa per accrescere l’efficienza

decisionale del Consiglio dei ministri ed aumentare i poteri del Parlamento europeo; Il ruolo del PE veniva

accresciuto mediante l’istituzione di una nuova procedura di parere conforme; Riceveva base giuridica la

Cooperazione politica europea (CPE); Le riunioni dei 12 capi di governo nel quadro del consiglio europeo

ricevevano riconoscimento giuridico; La capacità della Corte di giustizia venivano estese mediante

l’istituzione di un nuovo Tribunale di primo grado.

3 – Il Trattato di Maastricht

3.1 – Le origini del trattato: Molte delle elité decisionali della comunità furono deluse dall’AUE: esso non

promuoveva, a detta di molti, in modo sufficiente il processo di integrazione. Così già prima della ratifica si

sostenne che sarebbe stato necessario un sforzo più incisivo verso l’integrazione; alcuni fattori interni ed

esterni nel 1985 concorsero a supportare questa linea. Fattori interni: furono in larga parte associati allo

stimolo verso una integrazione più sostenuta che era stato prodotto dal rilancio della comunità verso il

1985. Tale rilancio conteneva una sua logica integrazionista, poiché conferiva maggiore urgenza ad alcune

annose ma irrisolte questioni che la comunità si trovava ad affrontare. In questo contesto furono

importanti quattro specifici fattori: molti stati membri condivisero la certezza che solo muovendo verso

L’UEM si sarebbero potuti realizzare appieno i vantaggi del mercato unico. L’obiettivo della moneta unica

venne considerato auspicabile al fine di eliminare le distorsioni commerciali originate dalle fluttuazioni

monetarie; si registrò un unanime accordo sulla necessità di una dimensione sociale che avrebbe attenuato

alcune delle conseguenze in termini di liberalizzazione e deregolamentazione insite nel MUE; L’abolizione

dei controlli doganali nel mercato interno creò pressioni a favore di nuovi meccanismi a livelli comunitario

per affrontare problemi quali la criminalità transfrontaliera, immigrazione, terrorismo internazionale etc.;

L’annoso problema del deficit democratico fu visto in misura crescente come non più differibile; Fattori

esterni; derivano dalla dissoluzione del blocco sovietico e dell’URSS. Gli aspetti principali furono quattro: il

collasso del comunismo nell’Europa centrale e orientale nell’autunno 1989 e l’emergere al suo posto stati

orientati verso forme di democrazia liberale ed economie di mercato, resero più verosimile la possibilità

che la comunità si sarebbe dovuta confrontare con l’intera Europa; L’unificazione della Germania (Ottobre

1990) fece crescere il potenziale economico di questo paese sulla comunità e indusse molti a pensare che

bisognasse accelerare il processo di integrazione se si voleva che futuro si vedesse una Germania europea

anziché una Europa tedesca; Il collasso dell’URSS sollevò interrogativi circa l’assetto del sistema

internazionale, così che le pressioni a favore di un rafforzamento delle capacità politiche comunitarie

inevitabilmente si intensificarono; Si dovettero infine affrontare le implicazioni della guerra fredda: non era

giunto per la Comunità, il momento di cercare e sviluppare i suoi meccanismi comunitari di politica estera e

di difesa? A partire dalla metà degli anni ‘80 questi fattori contribuirono a realizzare un clima politico

favorevole a una nuova ondata di progresso comunitario.

3.2 – Verso il Trattato: Una serie di vertici del Consiglio europeo, tra il 1988 e il 1990, rappresentarono le

tappe che portarono alla convocazione delle CIG sull’unione politica e sull’UEM. Le CIG si riunirono

ripetutamente per l’intero 1991; Le posizioni adottate dai protagonisti delle CIG (Rappresentanti degli stati

membri) furono le seguenti: Paesi Bassi, Lussemburgo, Italia: optarono per una linea fortemente

integrazionista. Spagna, Irlanda, Portogallo, Grecia e Danimarca si mostrarono disponibili a sostenere

progressi integrazionisti mantenendo tuttavia delle riserve su alcune questioni; la Francia appoggiò con

risoluzione l’UEM ma assunse anche una posizione intergovernativa nella CIG riguardo Unione politica; La

Germania manifestò una fortissima vocazione integrazionista , sostenendo la necessità di dare maggiori

potere al PE, ma si mostrò cauta sull’UEM. Il Regno Unito adottò una posizione minimalista su tutte le

proposte che implicavano integrazione con risvolti sovranazionali. Nonostante le molteplici differenza i

lavori progredirono gradualmente e entrambe le CIG presentarono i loro rapporti nel dicembre 1991 al

vertice di Maastricht del Consiglio europeo. La CIG sull’UEM riuscì a raggiungere un accordo su tutte le

questioni inerenti al suo mandato e presentò al vertice chiare raccomandazioni sulla riforma del trattato. La

CIG sull’unione politica non raggiunse un risultato altrettanto brillante e molte questioni controverse

dovettero essere necessariamente deferite al vertice per una soluzione definitiva.

3.3 – Il contenuto del Trattato: Il trattato creò una nuova organizzazione internazionale: l’UE, basata su tre

pilastri: le comunità europee, la PESC (politica estera e di sicurezza collettiva), la GAI (giustizia e affari

interni). La maggior parte delle disposizioni del Trattato di occuparono dei tre pilastri: nel caso del primo

pilastro, comportò la modifica ai trattati delle tre comunità europee, mentre riguardo agli altri due pilastri

la definizione di principi guida e regole operative.

3.3.1 – Pilastro uno: le comunità europee: pilastro importante perchè incorporava molte responsabilità

politiche dell’UE. In base al trattato di Maastricht, l’acquis delle 3 comunità esistenti era mantenuto e

anche rafforzato dalle revisioni dei Trattati CEE, CECA e EURATOM . le revisioni del trattato CEE erano più

significative : l’art.1 del Trattato CEE modificato cambiava il nome della CEE (Comunità economica europea)

con CE (comunità europee). Questo divenne il Trattato che istituì la comunità europea (TCE), dando vita a

due nuovi principi: il principio di sussidiarietà, che veniva incorporato nell’art.3; e l’estensione della

cittadinanza europea ad ogni cittadino dello stato membro. Le altre revisioni effettuate dal Trattato di

Maastricht al Trattato CEE si raggruppano in 2 categorie :

 Modifiche istituzionali: mirate ad aumentare l’efficienza e la natura democratica delle strutture

istituzionali e delle procedure decisionali della comunità. Al Consiglio veniva conferito il potere di

prendere una gamma di decisioni più vasta, con voto a maggioranza qualificata; Il PE otteneva

maggiore potere ed influenza, specialmente in ambito legislativo; veniva accordato alla Corte di

Giustizia il potere di applicare sanzioni agli stati membri che non si conformino alle sue sentenze o non

applichino correttamente la legislazione comunitaria.

 Modifiche nelle politiche della Comunità: la competenza politica della comunità veniva estesa e

rafforzata: venivano definite le linee principali dell’UEM e fissato un calendario per la sua istituzione

(fissazione irreversibile dei tassi cambio per permettere l’introduzione di una moneta unica, istituzione

BCE); alcuni settori politici che precedentemente non avevano coinvolto la comunità furono introdotti

nel (TCE) (istruzione, salute, protezione dei consumatori, competitività industriale); le responsabilità

comunitarie in alcune aree politiche che avevano la loro base giuridica nell’AUE venivano ulteriormente

sviluppate, in particolar modo riguardo ala ricerca e allo sviluppo tecnologico, all’ambiente, e alla

coesione economica e sociale; un settore particolarmente problematico era quello delle politiche

sociali tanto che si dovette stipulare un protocollo separato sulla politica sociale.

3.3.2 – Politica estera e di sicurezza comune (PESC): L’AUE dichiarava che gli stati membri si sforzeranno di

formulare e attuare congiuntamente una politica estera comune: il trattato Maastricht rafforzò questo

obiettivo specificando che l’UE e i suoi stati membri, definiranno e realizzeranno una comune politica

estera e della sicurezza , specificando che la politica comune comprende tutte le questioni attinenti alla

sicurezza dell’UE. Tre erano le vie principali vie attraverso cui la PESC doveva perseguire i propri obbiettivi:

cooperazione sistematica tra stati membri su qualsiasi questione di politica estera e della sicurezza di

interesse generale; messa in atto di azioni comuni decise con voto a maggioranza qualificata.

3.3.3 - Giustizia e affari interni (GAI): questi settori devono essere considerati dagli stati membri come

materia di comune interesse: politica di asilo, politica di immigrazione, cooperazione giudiziaria in ambito

civile e criminale, cooperazione fra le forze di polizia degli stati membri per combattere il terrorismo,

traffico di droga etc. Riguardo a questi settori il consiglio poteva adottare posizioni comuni e promuovere

ogni forma di cooperazione; Al fine di promuovere la cooperazione nelle aree di comune interesse gli stati

membri erano obbligati dal Trattato a istituire meccanismi di coordinamento tra i pertinenti settori delle

loro amministrazioni. Come per il pilastro PESC, il GAI incise su aspetti istituzionali sia relativi alle politiche ,

attribuendo una base legale alla cooperazione in settori di attività che in passato erano oggetto solo di

forme di cooperazione vaghe ed informali tra stati membri.

3.4 – La ratifica del Trattato: La ratifica da parte degli stati membri del Trattato di Maastricht doveva

avvenire in conformità alle loro norme costituzionali, come previsto per i trattati comunitari; In 10 stati

membri ciò significava sottoporre il testo all’approvazione parlamentare, mentre in Irlanda e Danimarca, in

aggiunta, sarebbe stata necessaria anche l’approvazione popolare mediante referendum. Si sperava che

tutte le ratifiche potessero procedere in modo rapido così da permettere al trattato di entrare in vigore già

dal 1993. In 8 degli stati membri queste speranze furono realizzate, negli altri 4 le cose non andarono come

previsto: La Danimarca nel giugno 1992 respinse la ratifica, in Francia anche il presidente Mitterrand decise

che avrebbe sottoposto la ratifica del trattato a referendum, ma essa venne approvata nel Settembre 1992

a stretta maggioranza, nel Regno Unito, il processo di ratifica in parlamento si protrasse a lungo e fu

completato solo nel luglio 1993, in Germania i problemi vennero dal giudizio di incostituzionalità che pesò

sulla ratifica del trattato., e Solo nell’ottobre 1993 la Corte costituzionale tedesca dichiarò che il trattato

non violava la costituzione, aprendo la strada all’entrata in vigore del trattato che avvenne il nel novembre

1993.

4 – Il Trattato di Amsterdam

4.1 – Verso il trattato: Nel 1996 si sarebbe dovuto convocare un’altra CIG per esaminare eventuali

modifiche necessarie al trattato. Come prima mossa il Consiglio europeo decise, nel corso del Vertice di

Corfù (giugno 1994) di istituire un gruppo di riflessione incaricato di preparare il terreno alla CIG attraverso

l’elaborazione di idee per la revisione del trattato. Il rapporto redatto dal gruppo fu reso pubblico nel 1995,

raccomandando che la CIG incanalasse i suoi sforzi verso il raggiungimento di risultati in 2 aree cruciali:

rendere l’Europa più importante e vicina verso i suoi cittadini e consentire all’UE di operare meglio e

prepararsi all’allargamento; dotare l’UE di maggiore capacità di azione esterna. Ma in questo gruppo di

riflessione vi erano vedute troppo contrastanti tra gli stati membri. Comunque siam la CIG venne aperta nel

1996, ma pochi furono i progressi compiuti sulle questioni più controverse; non pochi partecipanti alla CIG

furono eccessivamente preoccupati dai modesti passi avanti compiuti, per 2 ragioni: di norma i negoziati

dell’UE su questioni costituzionali ed istituzionali cominciano lentamente per poi accelerare quando ci si

avvicina alla scadenza; Il maggior ostacolo a ulteriori progressi sarebbe stato rimosso dal probabile risultato

delle elezioni politiche nel Regno Unito fissate per il giugno 1997 (prima della conclusione della CIG).

L’ostacolo britannico fu completamente rimosso quando nel maggio 1997 i conservatori furono sconfitti e

sostituiti dai laburisti alla guida del governo. Il nuovo primo ministro Tony Blair dichiarò che il suo governo

avrebbe perseguito una politica di impegno costruttivo nei confronti dell’UE, così Il mutato atteggiamento

britannico contribuì a rendere il vertice di Amsterdam, che segnò l’ultima tappa della CIG, meno

tormentata di quello di Maastricht. L’accordo politico sul contenuto del trattato venne raggiunto alla fine

del vertice e il documento venne formalmente firmato nell’ottobre 1997 ed entrò in vigore nel maggio

1999.

4.2. – Il contenuto del trattato: Era sempre apparso verosimile che il trattato di Amsterdam non sarebbe

stato innovativo quanto l’AUE o il TUE. L’intenzione era rivolta verso un intervento di revisione e di un

pioneristico punto di partenza. Le questioni istituzionali di fondo furono rinviate alla successiva CIG prima

dell’allargamento effettivo tanto da far parlare di “lasciti” di Amsterdam. Comunque sia il trattato di

Amsterdam conteneva modifiche importanti per il governo dell’UE: esse sono raggruppate nelle sei sezioni

del trattato :

 Sezione I: Libertà sicurezza e giustizia: Questa sezione rafforza le basi per l’istituzione di un’area in cui

fosse garantita la libertà di movimento per le persone dietro comuni norme di ingresso, sviluppava

parallelamente una struttura comunitaria su cui basare la cooperazione delle forze di polizia in materia

criminale.

 Sezione II: L’UE e i suoi cittadini: Riguardava le politiche e le questioni riguardanti i cittadini dell’UE.

 Sezione III: Politica estera coerente ed efficace: Gli obiettivi del pilastro PESC rimanevano invariati, ma i

meccanismi operativi e gestionali venivano rafforzati con l’obiettivo di migliorarne l’efficacia e

l’efficienza in ambito UE.

 Sezione IV: Le istituzioni dell’UE: Procedure di decisione e funzionamento delle istituzione dell’UE.

 Sezione V: Cooperazione rafforzata e flessibilità: A partire dalla creazione del meccanismo di scambio

del sistema monetario europeo (SME) alla fine anni ‘70, il processo di integrazione europea ha

consentito un certo grado di flessibilità in materia, nel senso che non tutti gli stati membri hanno

partecipato a tutte le attività proposte. Questo tipo di flessibilità è stato incrementato negli anni ‘80

con l’istituzione del sistema di Schengen, che ha ricevuto piena legittimazione dal trattato di

Maastricht. Le discussioni sulla flessibilità si sono intensificate dopo Maastricht da opera degli stati

membri più integrazionisti, insoddisfatti di essere frenati da quelli meno integrazionisti. Questa

insoddisfazione ha portato all’incorporazione nel trattato di Amsterdam di nuove disposizioni per

consentire ad un numero di stati membri costituenti almeno una maggioranza di stabilire una

collaborazione più stretta tra loro e a questo scopo di potersi avvalere dei meccanismi UE.

 Sezione VI: Semplificazione e consolidamento dei trattati: Nel tentativo di rendere l’Europa più

importante ed accessibile per i suoi cittadini, molti articoli superflui venivano abrogati dai trattati che

istituivano le 3 comunità europee e in una dichiarazione allegata al trattato di Amsterdam in cui si

affermava che si sarebbe realizzata l’elaborazione di un testo consolidato di tutti i trattati relativi. Il

consolidamento era giudicato necessario per la struttura, la numerazione dei trattati esistenti erano

molto confusa, e l’abrogazione di molti articoli del TCE aveva lasciato numerosi vuoti nel sistema di

numerazione del trattato.

Il Trattato di Nizza

1 – Sfondo storico

Il Trattato di Amsterdam non riuscì in quello che era ritenuto il suo obiettivo principale: adattare le

istituzioni comunitarie in vista dell’allargamento. Considerando la data dell’allargamento come ancora

lontana, i governi nazionali non sentirono una pressione sufficiente ad indurli a trovare un accordo politico

sulle questioni chiave. Così i governi allargarono al TCE un protocollo sulle istituzioni nella prospettiva

dell’allargamento dell’UE in cui si stabiliva che doveva essere riconvocata un’altra CIG con il compito di

procedere a un riesame globale delle disposizioni dei trattati. I capi d governo degli stati membri decisero,

nel corso del vertice tenuto a Colonia nel giugno 1999, di convocare la CIG all’inizio del 2000: la CIG

cominciò i lavori nel febbraio 2000 e li chiuse nel dicembre durante il Consiglio europeo di Nizza.

2 – Il contenuto del trattato

2.1 – Composizione e funzionamento delle istituzioni: La composizione e il funzionamento delle istituzione

dell’UE possono essere così illustrati:

 Commissione: La CIG non prese una decisione sulla dimensione massima del collegio dei commissari,

ma concordò che da 2005 il collegio sarebbe stato composto da un cittadino per ciascun stato membro.

Le disposizioni per la nomina del collegio furono cambiate sostituendo il voto all’unanimità con quello a

maggioranza qualificata

 Consiglio dei ministri: Una caratteristica della CIG fu la determinatezza dei grandi sati membri dell’UE

nel voler proteggere la loro posizione in seno al consiglio per poter far fronte all’entrata di piccoli stati

membri dopo l’allargamento, mutando la ponderazione dei voti per le decisioni prese con voto a

maggioranza qualificata.

 Parlamento europeo: Una delle poche disposizioni istituzionali concordate nella CIG di Amsterdam fu la

fissazione di un tetto massimo di 700 membri per il PE. Questo tetto fu elevato dalla CIG di Nizza a 732

membri a seguito di un acceso dibattito sulla distribuzione dei seggi tra gli stati.

 Corti: Le disposizioni riguardanti le due corti furono sottoposti a numerose modifiche al fine di

migliorarne il funzionamento e rivedere e chiarire le loro responsabilità.

2.2. – Le procedure decisionali: I cambiamenti apportati dal Trattato di Nizza riguardo le procedure

decisionali furono molto limitati rispetto a quanto avvenne con l’AUE ed i trattati di Maastricht ed

Amsterdam. Le modifiche di maggior rilievo riguardarono le procedure di cooperazione rafforzata

introdotta ad Amsterdam (“clausola di flessibilità”). Altri cambiamenti di forma andarono a beneficio del

PE, che ora poteva sollevare un’accusa di violazione dei diritti fondamentali contro uno stato membro.

Modifiche sul versante dell’applicazione delle procedure decisionali: la cooperazione rafforzata subiva una

revisione poiché ne era consentito l’uso solo nell’ambito del PESC per l’implementazione di azioni

congiunte e posizioni comuni prive di implicazioni in campo militare e settore difesa. L’applicazione della

procedura di parere conforme fu estesa: la sua applicazione era permessa nel caso in cui la cooperazione

rafforzata riguardasse un settore che ricadeva all’interno della procedura di codecisione; successivamente

si decise che la procedura di parere conforme poteva essere applicata per determinare se esiste un

evidente rischio di violazione grave da parte di uno stato membro dei principi fondanti della UE.

3 – La Carta dei diritti fondamentali dell’UE

Nel giugno 1999 il Consiglio europeo riunitosi a Colonia affermò che i diritti fondamentali vigenti a livello

dell’unione devono ess raccolti in una carta e in tal modo resi più manifesti. La composizione dell’organo


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GregM

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Corso di laurea: Corso di laurea in scienze politiche, internazionali e dell'amministrazione
SSD:
Università: Pisa - Unipi
A.A.: 2015-2016

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher GregM di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Relazioni internazionali e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Pisa - Unipi o del prof Bardi Luciano.

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