Estratto del documento

La trasformazione dell'Europa occidentale

A cura di Moro Gregorio

La creazione della Comunità europea

Dalla Comunità europea all'Unione europea

Dall'integrazione occidentale all'integrazione paneuropea

Da Roma ad Amsterdam

Il Trattato di Nizza

Il Trattato costituzionale e il Trattato di Lisbona

I Trattati e il processo di integrazione

Approcci concettuali e teorici

Realtà presenti e prospettive future

La trasformazione dell'Europa occidentale

Le divisioni storiche

Il processo di integrazione europea fu avviato e si sviluppò in Europa occidentale. L’Europa si è contraddistinta per le divisioni, tensioni, conflitti. Il fattore di divisione più evidente è stato probabilmente la lingua (ancora oggi popoli non sono in grado di comunicare direttamente tra loro); la religione è stata un’altra fonte di divisione, con i paesi settentrionali in maggioranza protestanti, e quelli meridionali a maggioranza cattolici. Insieme alle eredità delle lotte per il potere e delle guerre, tali differenze aiutano a spiegare perché l’Europa occidentale sia stata divisa in così tanti stati, ciascuno con la propria identità e le proprie alleanze.

Fino alla seconda guerra mondiale, le divisioni linguistiche, religiose e culturali tra stati dell’Europa occidentale sono state acuite dalle divisioni economiche e politiche. Le divisioni politiche si sono espresse connotandosi come forme di governo differenti e orientamenti ideologici rivali (presenza di regimi autocratici che coesistono a fianco di emergenti democrazie parlamentari di carattere più liberale). Le divisioni economiche sono sempre state invece meno profonde, nonostante divergenti indici di ricchezza, ed il ruolo dominante della Gran Bretagna fino agli inizi del 1900.

Tra le due guerre mondiali non vi era nessun stabile sistema di alleanze e nessun chiaro equilibrio di potere (gli stati europei si guardavano con sospetto). Mancava un vero interesse per la creazione di un sistema di cooperazione europea prima della seconda guerra mondiale, come testimonia il fallimento della Lega delle Nazioni, istituita nel 1919 a garanzia del mantenimento della sicurezza internazionale, dominata dagli stati europei usciti vincitori dal primo conflitto mondiale, ed utilizzata al fine di mantenere lo status quo di Versailles. Tutto ciò portò a delle esasperazioni geopolitiche che si trascinarono fino a divenire un crescendo di rivalità nazionali, le cui conseguenze furono alla base dello scoppio del secondo conflitto mondiale.

La trasformazione postbellica

Dalla fine della seconda guerra mondiale, i rapporti tra stati dell’Europa occidentale hanno subito una trasformazione, i cui aspetti principali sono sostanzialmente tre:

Una pace interrotta

Gli stati dell’Europa occidentale hanno convissuto pacificamente fin dal 1945, dopo la fine della seconda guerra mondiale; le potenze europee considerano i vicini come nazioni amiche con cui condividere un destino comune (cit. Altiero Spinelli), la cui più ovvia minaccia era rappresentata dal comunismo, e ciò rappresentò il movente che indusse i più importanti stati dell’Europa occidentale ad aderire alla NATO.

Un’agenda radicalmente nuova

Le agende internazionali hanno spostato sempre più la propria attenzione ed il proprio interesse, dalle decisioni di "alta politica" verso quelle di "bassa politica", ovvero hanno fatto la propria comparsa delle politiche rivolte verso una maggiore attenzione per la redistribuzione della ricchezza e del benessere dei popoli, mentre i temi classici della "politica di potenza" non sono più dominanti come in passato.

Nuovi canali e procedure

Parallelamente alla diversificazione dell’agenda internazionale, si è anche verificata una trasformazione delle modalità dei rapporti tra stati. I tradizionali canali diplomatici di comunicazione interstatale attraverso le ambasciate hanno subito un declino d’importanza via via che nuovi canali sono stati acquisiti. Anche le forme di comunicazione interstatale hanno subito un cambiamento più radicale in particolare nell’Unione Europea.

Spiegare la trasformazione e la sua natura

Il processo di integrazione europea è stato essenzialmente un processo di integrazione dell’Europa occidentale. Per spiegare il fenomeno della cooperazione e dell’integrazione che ha investito quest’area vi sono quattro approcci che mettono rispettivamente in risalto: le radici profonde dell’integrazione europea, l’importanza dei cambiamenti avvenuti all’indomani della fine della seconda guerra mondiale, il ruolo delle influenze internazionali, le differenti posizioni degli stati europei occidentali.

L’integrazione ha radici lontane

I sostenitori dell’integrazione europea si sono distinti in questo campo suggerendo che l’Europa è stata un’entità unica, indicandola come la culla della civiltà moderna da cui sono discesi i valori europei. Walter Hallstein, un sostenitore di questa tesi, sostiene che al di là delle divisioni e dei conflitti tra popoli e stati è esistita per secoli, in Europa, una certa comunione di interessi basato sul legame tra geografia e sviluppi storici, politici, economici (interpretazione idealistica).

Oggi molti sottolineano però l’importanza della dimensione storica dell’integrazione europea, secondo il cosiddetto “concerto delle nazioni” che rappresentò il tentativo di esercitare un controllo strategico su quest’area, ma ciò avveniva in un’epoca in cui i regimi autocratici dominavano gran parte dell’Europa. In più il sistema durò dal 1815 fino alla guerra di Crimea, lasciando il posto ai conflitti, ed al prevalere dell’equilibrio di potenza attorno a metà del secolo. È nel campo della storia economica che troviamo il terreno probabilmente più adatto per le spiegazioni storiche: verso la fine del 1700 cominciò a svilupparsi un’integrazione economica nazionale, dalla metà del 1800 i successi di tale integrazione economica e politica nazionale risultarono in una più accentuata cooperazione interstatale per promuovere commercio, concorrenza e crescita economica.

Secondo alcuni storici economici si creò così l’embrione di una economia europea. Ma non vi era un chiaro rapporto tra essa e l’integrazione politica anzi, a partire dalla seconda metà del 1800, per varie ragioni gli stati si mossero sempre di più verso il protezionismo economico, e svilupparono un forte senso d’identità e coscienza nazionale senza precedenti. Con la progressiva chiusura in se stessi degli stati e delle rispettive economie nazionali, il sistema europeo di libero scambio virtualmente sparì, e le strategie economiche nazionali venivano sempre più spinte verso linee autarchiche, nel tentativo di proteggersi a spese degli altri.

L’impatto della seconda guerra mondiale

La seconda guerra mondiale segnò senza dubbio una svolta epocale nel sistema statale europeo; a solo pochi anni dalla sua fine gli stati già cooperavano e sotto alcuni aspetti si integravano. Di fondamentale importanza per questa trasformazione furono alcuni fattori che congiuntamente promossero un radicale cambiamento (fattori di natura politica ed economica).

Fattori politici

  • Combattere il nazionalismo: La seconda guerra mondiale contribuì a una consapevolezza: un nazionalismo senza freni né controlli è una sicura ricetta di guerra. A livello internazionale essa trovò espressione in appelli a favore della creazione di un organismo più esteso della Lega delle Nazioni e svolse un ruolo importante nella creazione dell’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) nel 1944. Contemporaneamente vi era anche chi sosteneva richieste e iniziative a favore di dispositivi europei. Su questa base oltre 750 personalità di tutta Europa si riunirono all’Aia nel maggio 1948 per lanciare un appello alle nazioni d’Europa a favore della creazione di una unione politica ed economica. Ciò condusse alla firma nel maggio del 1949 dello Statuto del Consiglio d’Europa, il cui art. 1 enunciava: il Consiglio d’Europa ha lo scopo di attuare una unione più stretta fra i membri per tutelare i principi che sono loro comune patrimonio e per favorire il progresso economico. Tuttavia questo organismo presentò inizialmente una delusione a causa delle sue debolezze: obiettivi troppo vaghi ed una struttura decisionale intergovernativa e pertanto debole. In più l’interesse di alcuni dei suoi membri, in particolare il Regno Unito, non andava oltre una cooperazione limitata e volontaria.
  • La nuova mappa politica dell’Europa: Negli anni ‘40 era già evidente che l’eredità della guerra aveva lasciato il continente diviso in due, con una cortina di ferro ideale che separava l’Europa orientale da quella occidentale. Sul versante orientale un’ampia porzione di stati furono incorporati nell’URSS con il risultato di tagliarli fuori dalle epocali trasformazioni in corso in Europa occidentale, dove la maggior parte degli stati adottò regimi liberali e democratici ispirati da concezioni politiche simili tra loro. L’idea più importante condivisa dai governi occidentali scaturiva proprio dalla divisione Est-Ovest: preservare l’Europa occidentale dall’influenza e il pericolo del comunismo; la vitale assistenza da parte degli USA agli stati europei occidentali, fu dettata infatti proprio dalla convinzione che tale cooperazione potesse contribuire ad arrestare l’avanzata comunista. Nel Marzo 1947, il Presidente Truman, preoccupato per la situazione in Grecia, dove i comunisti stavano tentando di rovesciare il governo, tracciò le linee base della c.d. “Dottrina Truman”, ovvero della garanzia politica di sostegno ai popoli liberi che cercano di resistere a tentativi di asservimento esercitati da minoranze armate ed influenze esterne.
  • A tale impegno politico, nel 1948 fece seguito il programma di assistenza economica denominato “Piano Marshall” per la ricostruzione europea, e nel 1949, con l’istituzione della NATO, quello di impegno militare e promosso dagli Stati Uniti contro un eventuale attacco sovietico.
  • Il nuovo equilibrio di potenza internazionale: A partire dagli ultimi anni del 1940, l’Europa occidentale cominciò ad essere vista come un’entità politica dotata di identità propria. Questo fatto ha suscitato in molti esponenti politici l’auspicio che la voce dell’Europa potesse avere una sua risonanza sulla scena mondiale e la convinzione che ciò fosse possibile solo con un’Europa unita, che parlasse con una sola voce (prospettiva particolarmente attraente per alcuni stati minori che raramente avevano esercitato un’influenza internazionale).
  • Il problema della Germania: L’orientamento iniziale della maggior parte dei governi dopo la guerra fu di ricercare una forma di contenimento della Germania. Il modo di farlo divise però gli alleati col risultato che la questione si trascinò finché quella che venne dapprima intesa come una divisione della Germania in zone d’occupazione divenne una divisione de jure: la Repubblica federale tedesca (Germania occidentale) e la Repubblica Democratica Tedesca (Germania orientale). A quell’epoca l’URSS aveva sostituito la Germania nel ruolo di minaccia alla democrazia e alla stabilità dell’Europa occidentale, e di fronte a tale necessità, molti pensavano che fosse necessario impedire la creazione di un vuoto politico nella Germania occidentale che potesse essere sfruttato dai comunisti, rafforzando lo spirito di conciliazione.

Fattori economici

Le esperienze belliche e prebelliche stimolarono un interesse per la creazione di nuove intese economiche e finanziarie internazionali; i primi frutti si ebbero durante la Conferenza di Bretton Woods nel 1944 dove i rappresentanti di 44 paesi si accordarono per l’istituzione di due nuovi organismi: Il Fondo monetario internazionale (FMI), nato per alleviare i problemi creati dall’instabilità monetaria mediante la concessione di crediti a breve termine ai paesi in difficoltà con la loro bilancia dei pagamenti; La Banca internazionale per la ricostruzione e lo sviluppo, la c.d. "Banca Mondiale" che fornì prestiti a lungo termine per progetti che richiedevano grandi investimenti.

Nel 1947, 23 paesi negoziarono l’Accordo generale sulle tariffe doganali e il commercio (GATT) con lo scopo di facilitare il commercio mediante l’abbassamento delle barriere commerciali internazionali. In molti settori si cominciò ad avvertire la necessità di iniziative economiche a base europea occidentale. Nel 1947-48 questi sentimenti vennero canalizzati in una precisa direzione e ricevettero urgenza poiché la ricostruzione postbellica, attraverso politiche economiche espansionistiche, creò massicci deficit nella bilancia dei pagamenti e riduzioni della disponibilità di dollari; così gli USA offrirono aiuti economici previsti dal piano Marshall, ma era un’offerta subordinata alla condizione che gli stati beneficiari cercassero di raggiungere una maggiore cooperazione economica tra loro. Il risultato fu, nell’Aprile 1948, l’istituzione da parte di sedici, della prima grande organizzazione europea occidentale del dopoguerra: l’Organizzazione europea per la cooperazione economica (OECE) con il compito di gestire gli aiuti americani e scoraggiare l’introduzione di barriere commerciali. L’OECE lasciò il suo posto nel 1961 all’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) aperta all’adesione di paesi extraeuropei, e dotata di obiettivi più ampi in grado di riflettere una più estesa e mutevole gamma di interessi.

Interdipendenza internazionale ed europea

Secondo un’opinione diffusa, l’interdipendenza economica deriva da tre caratteristiche del mondo post 1945: l’enorme crescita del volume del commercio mondiale; l’internazionalizzazione della produzione in cui le società multinazionali hanno svolto un ruolo importante; le incertezze associate al regime dei cambi e ai dispositivi monetari internazionali. All’interno dell’Europa occidentale lo sviluppo di questa interdipendenza ha avuto diverse dimensioni regionali, due delle quali molto importanti: tutti i maggiori paesi europei occidentali dopo la seconda guerra mondiale hanno visto il loro commercio con l’estero dirigersi verso altri paesi della stessa area geografica; di conseguenza la potenza monetaria, si è accentrata sempre più nelle mani di coloro che hanno preso le decisioni monetarie per l’economica più forte: la Germania.

L’interdipendenza è stata considerata come il motore dell’integrazione europea occidentale, ma l’interdipendenza moderna non produce inevitabilmente una serie di processi e sviluppi integrazionisti; perché l’integrazione si realizzi sono necessarie decisioni e scelte politiche; in più i fattori politici continuano ad essere importanti nel determinare la natura e il ritmo dei processi integrazionisti. Una seconda ragione per esercitare una certa cautela nel valutare l’impatto dell’interdipendenza economica sull’integrazione è che i fattori politici continuano ad essere comunque importanti nel determinare la natura ed il ritmo dei processi integrazionisti; ciò apparve con grande chiarezza all’indomani della riunificazione tedesca nel 1990, quando lo stimolo ad iniziare una nuova tornata di nuovi negoziati integrazionisti venne dalla preoccupazione emergente, in particolare in Francia, circa la necessità di creare legami più stretti tra la Germania ed i suoi vicini se si voleva evitare che dominasse nuovamente il continente.

Considerazioni internazionali

Non c’è mai stato un movimento ordinato e coerente verso l’unità dell’Europa occidentale; durante gli anni ’50, gli stati si mostrarono infatti disponibili ad organizzazioni intergovernative che non imponevano loro obblighi eccessivi; non mostrarono un sostegno quando vennero proposte organizzazioni che guardavano verso un’integrazione sovranazionale. I più ambiziosi progetti del dopoguerra (CECA, EURATOM etc.) all’inizio coinvolsero solo pochi membri, e fu solo dopo il mutare delle circostanze, e soprattutto dell’opposizione Gaullista all’adesione britannica, che il numero degli stati membri della CE si allargò in più fasi: per semplificare, si fa un raggruppamento di stati in base alla loro data di adesione alle CE/UE:

I sei stati fondatori della Comunità europea

  • Belgio
  • Francia
  • Germania Occidentale
  • Italia
  • Lussemburgo
  • Paesi Bassi

I sei stati che nel 1951 firmarono il Trattato di Parigi per fondare la CECA e che nel 1957 firmarono i Trattati di Roma che istituirono la CEE e l’EURATOM, furono anche i primi a spingersi oltre le iniziative di cooperazione intergovernativa. I tre paesi del Benelux: la guerra aveva evidenziato la loro debolezza nei confronti dei vicini più potenti e desideravano instaurare un rapporto amichevole con la Francia e la Germania occidentale. L’Italia dopo oltre 20 anni di dominio fascista, vedeva nell’integrazione europea un’opportunità per risorgere su una base di rispettabilità, una garanzia contro eventuali svolte socialiste, dopo che nel Maggio 1947 il partito comunista abbandonò il governo e per anni sembrò impegnato a fomentare una rivoluzione nel paese; in più l’Italia si trovava a fronteggiare difficoltà economiche in ogni settore: disoccupazione, inflazione, instabilità valutaria etc. In Francia, l’integrazione aiutò i governi francesi a perseguire i loro obiettivi del dopoguerra: il contenimento della Germania e la...

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Riassunto esame Relazioni, prof. Bardi, libro consigliato Governo e politiche dell Unione europea, Nuge: vol. 1 Pag. 1
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Scienze politiche e sociali SPS/06 Storia delle relazioni internazionali

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