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Riassunto esame Diritto dell'Unione Europea, prof. Fragola, libro consigliato Diritto comunitario dell' Unione Europea

Riassunti di Diritto dell' Unione Europea, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato Diritto comunitario dell' Unione Europea, Fragola . dal docente A partire dalla nascita ai giorni nostri con i seguenti argomenti trattati: l'evoluzione storica, i pilastri, il principio di sussidiarietà, le Istituzioni, il Parlamento europeo,... Vedi di più

Esame di Diritto dell'Unione Europea docente Prof. M. Fragola

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ESTRATTO DOCUMENTO

istituzioni e degli organi comunitari, sia degli Stati membri.

: questo potere può essere esercitato sia all’interno di

POTERE DI RAPPRESENTANZA

ciascuno Stato membro, sia all’esterno (ad esempio nell’ambito del diritto internazionale)

Per quanto riguarda la ,

COMPOSIZIONE E LA NOMINA DELLA COMMISSIONE

bisogna seguire il seguente iter (un iter che, attraverso le nuove norme introdotte dalla

Costituzione europea, subirà delle modifiche e vedrà entrare in gioco anche il ministro degli

Affari esteri)

I governi degli Stati membri designano di comune accordo, previa approvazione del

Parlamento europeo, la persona che intendono nominare quale Presidente della

Commissione;

Successivamente, i governi degli Stati membri, in collaborazione con il Presidente della

Commissione designato, predispongono la lista delle persone che intendono nominare quali

membri della Commissione (la loro carica dura cinque anni con possibilità di rielezione)

Una volta individuati, i candidati Commissari e il Presidente designato si presentano al

Parlamento europeo per ottenere l’approvazione

Dopodichè i governi degli Stati membri procedono alla nomina formale del Presidente e

degli altri membri della Commissione.

La Commissione è composta da un rappresentante per ciascuno Stato fino ad un massimo

di 27 membri (anche qui le nuove norme introdotte dalla Costituzione europea prevedono

che il numero dei commissari dovrà essere inferiore a quello degli Stati membri) ed è

suddivisa in Direzioni generali (DG) che coprono le innumerevoli aree di intervento di

competenza comunitaria.

I Commissari non possono prendere o sollecitare istruzioni da alcun governo, né possono

esercitare alcuna altra attività professionale, remunerata o meno.

Nei lavori di collegio, il Presidente riveste un ruolo di prim’ordine in quanto non solo

coordina l’organizzazione dei lavori e la ripartizione delle competenze tra i singoli

Commissari, ma soprattutto perché la Commissione “agisce nel quadro degli orientamenti

politici del suo Presidente”.

Si può cessare di essere membro del collegio soltanto per scadenza del mandato di 5 anni

oppure per dimissioni, volontarie o d' "ufficio".

La Corte di giustizia e il Tribunale di primo grado

Rispetto alle giurisdizioni nazionali, le due corti comunitarie hanno alcune competenze e

funzioni esclusive, che possono essere esercitate soltanto da esse: la più importante è quella

che consiste nell’impedire che, di fronte ad una disposizione europea unica, vi possano

essere tante interpretazioni e tante applicazioni diverse quanti sono gli Stati della Comunità

e nel garantire una interpretazione uniforme del diritto comunitario per tutti i cittadini

dell’Unione europea.

La è composta di 15 giudici ed è assistita da 8 avvocati generali

CORTE DI GIUSTIZIA

(con l’integrazione dei Paesi dell’Est si è passati a dieci giudici in più, uno per ciascun

nuovo Stato).

Sia i giudici che gli avvocati generali vengono nominati “di comune accordo” dai governi

degli Stati membri e restano in carica per 6 anni consecutivi.

Al pari dei membri della Commissione, i giudici cessano le loro funzioni per scadenza del

mandato, dimissioni volontarie o richieste dalla stessa Corte.

Le regole dello Statuto stabiliscono in dettaglio le modalità di funzionamento della Corte e la

suddivisione del carico di lavoro tra le diverse sezioni nelle quali si possono comporre i

giudici (da 3 a 7)

Il , organo della Corte di giustizia, venne introdotto con

TRIBUNALE DI PRIMO GRADO

l’Atto Unico Europeo sia per alleggerire il carico di lavoro della Corte di giustizia, sia per

dotare anche l’istituzione comunitaria di un doppio grado di giudizio.

Attualmente il Tribunale è composto da 25 giudici, per i quali sono richiesti, in linea di

massima, gli stessi requisiti previsti per la nomina dei giudici della Corte. Anche il

Tribunale è dotato di uno Statuto che ne regola il funzionamento e la ripartizione in sezioni;

ogni sezione può essere costituita da 3 o 5 giudici.

Contro la decisione del Tribunale è possibile un secondo grado di giudizio avanti alla Corte

di giustizia; in conseguenza del crescente numero di ricorsi, e in considerazione anche di un

probabile aumento del carico di lavoro in conseguenza dell’allargamento dell’Unione a 25

Stati, il Trattato di Nizza ha introdotto delle modifiche nel Trattato CE, prevedendo un terzo

“grado” di giurisdizione, costituito da camere giurisdizionali che potranno affiancare il

Tribunale.

La Corte dei conti

È l’istituzione che controlla la gestione finanziaria della Comunità attraverso la verifica della

legittimità e della regolarità delle entrate e delle spese. La relazione annuale sul bilancio

viene pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale dell’Unione europea.

Dal 1° maggio 2004 la Corte dei conti è composta da un cittadino per ciascuno Stato

membro, scelti tra coloro che hanno una particolare esperienza e qualifica per svolgere tale

funzione e che offrano garanzie di indipendenza. I membri sono nominati dal Consiglio a

maggioranza qualificata, previa consultazione del Parlamento e durano in carica 6 anni, con

possibilità di essere rinominati.

La Corte dei conti deve presentare ogni anno al Parlamento e al Consiglio una dichiarazione

in merito alla legittimità, affidabilità e regolarità delle relative operazioni delle istituzioni.

Il Comitato economico e sociale

È un organo esclusivamente consultivo del Consiglio, della Commissione e del Parlamento.

Esso rappresenta gli interessi di carattere economico e sociale delle diverse componenti

della società civile (rappresentanti dei lavoratori, consumatori, agricoltori, ecc...) nell'ambito

del processo legislativo comunitario.

Il Comitato economico e sociale si suddivide in sezioni specializzate per i principali settori

di intervento comunitario. Possono essere istituiti anche sottocomitati con il compito di

elaborare progetti di parere da sottoporre, successivamente, alle delibere del Comitato.

I membri del Comitato economico e sociale, il cui numero con l’allargamento ad Est è salito

a 317, sono nominati per 4 anni dal Consiglio che, dopo essersi consultato con la

Commissione, delibera a maggioranza qualificata sulla base di liste che vengono proposte

dagli Stati membri.

Il Comitato delle Ragioni

Rappresenta le autorità locali e regionali nel contesto comunitario e anch’esso ha carattere

prettamente consultivo. Il suo principale ambito di intervento è quello della cooperazione

transfrontaliera, in quanto coinvolge spesso autorità locali che si trovano ai confini

nazionali.

I suoi membri hanno già tutti un incarico a livello nazionale e dunque dotati di un doppio

mandato, uno a livello interno e l’altro a livello comunitario; il loro numero è uguale a

quello previsto per il Comitato economico e sociale, cosi’ come sono uguali le modalità di

nomina.

La Banca europea per gli investimenti (BEI)

Istituita fin dal 1957, ha il compito di favorire uno sviluppo equilibrato del mercato comune

nell’interesse della Comunità. Il suo compito consiste nel facilitare e sostenere il

finanziamento di progetti in tutti i settori dell’economia, attraverso la concessione di prestiti

e garanzie, sia ai governi che alle imprese pubbliche e private, senza scopo di lucro.

I suoi membri sono gli stessi Stati della Comunità.

Sono organi della BEI: il Consiglio dei Governatori, il Consiglio di amministrazione e il

Consiglio direttivo.

La Banca centrale europea (BCE)

È stata creata il 1° giugno 1998, in conseguenza dell’avvio del sistema di Unione monetaria,

con lo scopo principale di gestire la politica monetaria nell’attuale processo di unione

monetaria e di garantire la liquidità e la stabilità dei prezzi nella zona Euro.

Sono organi della BCE: il Consiglio dei Governatori, il Consiglio esecutivo e il Consiglio

generale.

Il Consiglio europeo

Da non confondersi con il Consiglio dell’Unione europea e tanto meno con il Consiglio

d’Europa, è una della più recenti istituzioni comunitarie.

A partire dalla fine degli anni ’60 i Capi di Stato e di governo appartenenti alle Comunità

europee avevano iniziato a riunirsi informalmente per discutere delle principali linee

politiche degli Stati della Comunità e di questioni particolarmente delicate, da risolvere al

più alto livello politico.

Con l’Atto Unico europeo, questi incontri vennero istituzionalizzati ed il Consiglio europeo

divenne a pieno titolo una delle più importanti istituzioni politiche europee; esso è l’unica

istituzione ad appartenere esclusivamente all’Unione europea e a non essere condivisa con

nessuna delle tre Comunità europee.

Il Paese che detiene la Presidenza del Consiglio presiede anche il Consiglio europeo, che è

composto dai Capi di Stato e di governo degli Stati membri oltre che dal Presidente della

Commissione, dai Ministri degli esteri di ciascuno Stato membro e da un altro

Commissario. Si riunisce almeno due volte all'anno.

Anche se il Consiglio europeo non detiene poteri legislativi, il suo impulso è decisivo ai fini

della definizione degli orientamenti politici generali dell’Unione europea.

TERZO CAPITOLO – GLI ATTI

Quando, in ambito comunitario, si parla di atti, ci si riferisce alle c.d. fonti del diritto

comunitario dalle quali derivano tutte le regole (gli atti, appunto) rivolte agli Stati membri,

ai cittadini, alle imprese e agli stessi organi e istituzioni della Comunità.

Una prima distinzione riguarda le cd. fonti di diritto primario e le cd. fonti di diritto

derivato : : ci si riferisce alle norme contenute principalmente nei

FONTI DI DIRITTO PRIMARIO

trattati istitutivi e negli atti ad essi equiparati; tali norme non sono adottate da organi o

istituzioni preposti a questa funzione, ma sono il frutto di un vero e proprio accordo tra le

parti contraenti e gli Stati, ed esprimono direttamente la loro volontà; tra le fonti di diritto

primario vanno ricordati i trattati istitutivi di Parigi del 1952 (CECA) e quelli di Roma nel

1957 (CEE ed EURATOM), a cui si devono aggiungere tutti i successivi trattati di

revisione e cioè principalmente l’Atto Unico Europeo (1986), il Trattato sull’Unione

europea (1992), il Trattato di Amsterdam (1997) e quello di Nizza (2001).

Quando si parla di fonti di diritto primario non si può evitare di accennare alla recente

Carta dei diritti fondamentali, uno dei più importanti e discussi documenti europei

(vedi pag. 3); se sul piano politico la Carta è indubbiamente molto importante perché

dimostra che è possibile raggiungere una convergenza degli Stati intorno a problemi

estremamente rilevanti anche da un punto di vista sociale e culturale, tuttavia essa non

ha, per il momento, alcun valore giuridico; è importante ricordare comunque che, a

seguito del suo inserimento nella nuova Costituzione europea, la Carta acquisterà

finalmente piena obbligatorietà giuridica (non prima del 1° novembre 2006, quando la

Carta costituzionale dovrebbe entrare in vigore…..quindi è già entrata in vigore??)

(regolamenti, direttive e decisioni): sono quelle

LE FONTI DI DIRITTO DERIVATO

emanate dalle istituzioni comunitarie sulla base dei poteri attribuiti loro dai trattati.

Poiché i trattati istitutivi sono accordi internazionali conclusi tra Stati sovrani, è legittimo

chiedersi quale sia il rapporto intercorrente tra questi accordi e i trattati che i singoli Stati

membri della Comunità abbiano autonomamente concluso con Stati terzi; la risposta a

questa domanda, è che i trattati conclusi posteriormente all’entrata in vigore di quelli

comunitari non possono sicuramente prevalere sul diritto comunitario primario; a contrario,

gli accordi e le convenzioni conclusi tra gli Stati membri, da una parte, e gli Stati terzi,

dall’altra, non possono essere pregiudicate dai trattati istitutivi posteriori.

Proprio al fine di risolvere le incompatibilità che possano sorgere tra le obbligazioni assunte

dagli Stati membri nei trattati comunitari e quelle assunte in trattati stipulati anteriormente,

l’art. 307 CE prevede che gli stessi Stati si debbano adoperare per adottare tutti i mezzi atti

ad eliminare le incompatibilità constatate.

In questa sede è opportuno accennare anche ai rapporti tra l’ordinamento comunitario e una

della Convenzioni più importanti in vigore nel nostro continente: la Convenzione europea

dei diritti dell’uomo (CEDU), firmata a Roma nel 1950 tra gli Stati membri del Consiglio

d’Europa.

Anche se sino ad ora la Comunità non è parte di questa Convenzione, la Corte di giustizia

delle Comunità europee ha ritenuto fin da subito che la Convenzione dovesse essere

considerata una fonte di ispirazione per la determinazione di quei fondamentali principi

generali del diritto che, anche se non espressamente indicati nei trattati comunitari, tuttavia

sono considerati parte integrante dell’ordinamento comunitario e di cui la stessa Corte di

giustizia si è fatta garante.

Per determinare quali siano i principi generali del diritto comunitario, la Corte di giustizia

ritiene si debba innanzitutto fare riferimento ai principi esistenti nei diversi sistemi giuridici

nazionali.

Inoltre, secondo la Corte, è sufficiente che vi sia una “tendenza prevalente nei sistemi

giuridici degli Stati membri” per poter affermare che un principio è comune agli Stati

membri e, quindi, possa essere considerato un principio comunitario.

Gli effetti delle norme del trattato

Le norme del diritto comunitario primario sono diventate norme interne all’ordinamento

italiano. Ciò significa che tali norme sono dotate di effetto diretto, nel senso che chiunque

può invocare le disposizioni contenute nei trattati per farle valere di fronte ad un giudice

nazionale.

I trattati istitutivi hanno di conseguenza creato un ordinamento giuridico nuovo, fondato sul

trasferimento di una parte di sovranità dagli Stati membri a favore delle istituzioni

comunitarie.

L’effetto diretto delle norme del trattato può essere verticale oppure orizzontale :

: si presenta quando le disposizioni del trattato creano

EFFETTO DIRETTO VERTICALE

obblighi soltanto a carico degli Stati o di qualsiasi altro ente pubblico al quale siano state

attribuite funzioni pubbliche; di conseguenza gli individui (persone fisiche o giuridiche)

possono invocare le relative norme solo nei confronti dello Stato qualora questo non abbia

adempiuto agli obblighi comunitari (basti pensare la caso in cui uno Stato non consenta ad

un'impresa nazionale l'importazione di un prodotto proveniente da un altro Paese

comunitario, violando in questo modo l’art. 28 CE sul divieto di restrizioni alla libera

circolazioni delle merci) : si presenta, invece, quando le disposizioni del

EFFETTO DIRETTO ORIZZONTALE

trattato creano diritti ed obblighi nei rapporti giuridici tra singoli (persone fisiche o

giuridiche) e sono pertanto invocabili nei rapporti di natura privatistica (basti pensare alle

norme in materia di concorrenza, le quali impongono alle imprese determinati

comportamenti o vietano di compiere determinati atti nei rapporti con altre imprese o con i

consumatori)

I regolamenti

Oltre ai trattati istitutivi e alle loro modifiche, gli altri strumenti istituzionali con i quali

vengono prodotte regole giuridiche destinate ad operare nei confronti sia degli Stati membri

che direttamente nei confronti dei cittadini, sono: A) i regolamenti; B) le direttive; C) le

decisioni.

Questi ulteriori strumenti istituzionali, che devono essere sempre motivati, costituiscono le

c.d. fonti di diritto derivato; tutti e tre sono pubblicati nella Gazzetta Ufficiale dell’Unione

europea (il regolamento entra in vigore alla data in esso stabilita oppure, in mancanza di

data, nel 20° giorno successivo alla pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale).

Il regolamento è caratterizzato dalla presenza di tre elementi che lo differenziano dagli altri

atti comunitari: : tale principio non ha dato luogo ad alcun particolare problema, al

PORTATA GENERALE

contrario le altre due nozioni hanno fatto e fanno ancora discutere

: vuol dire che il regolamento contiene

OBBLIGATORIETÀ IN TUTTI I SUOI ELEMENTI

regole giuridiche uniche che valgono immediatamente in tutti gli Stati membri

: vuol dire sia che non è necessaria alcuna trasformazione o

APPLICABILITÀ DIRETTA

modifica per introdurre le sue norme nel diritto interno, sia il fatto, ben più importante, che

gli Stati non possono modificare le norme del regolamento, né possono emanare norme che

siano in contrasto con esso.

Tutto ciò vuol dire che il regolamento produce effetti immediati all’interno di ciascun

ordinamento nazionale, esattamente come le disposizioni del trattato; e ancora, dato che il

suo contenuto può essere fatto valere da persone fisiche o giuridiche sia nei confronti dello

Stato, sia nei confronti di altre persone fisiche o giuridiche, il regolamento ha effetti verticali

ed orizzontali.

Il problema di fondo registrato negli anni passati consisteva nella difficoltà per gli Stati di

accettare quella che è stata considerata una limitazione alla propria sovranità. Non tanto

perchè il regolamento contiene norme direttamente applicabili all’interno dello Stato, ma,

soprattutto, perché la logica conseguenza della diretta applicabilità comporta che ogni

provvedimento nazionale che sia incompatibile con il regolamento deve essere considerato

inefficace o, quanto meno, disapplicato.

Le nozioni di obbligatorietà e di diretta applicabilità dovevano dunque fare i conti con il

principio di sovranità, al quale nessuno Stato membro ha mai voluto totalmente rinunciare.

Tutto ciò, infatti, andava a toccare il difficile tasto della supremazia del diritto comunitario

sul diritto nazionale. Il problema non riguardava quindi il solo rapporto tra regolamento e

leggi interne, ma più in generale quello tra ordinamento comunitario e ordinamenti

nazionali.

Oggi è ormai stabilito che il regolamento è da considerare, a tutti gli effetti, diritto interno e

che, pertanto, deve essere applicato da qualunque giudice e in qualunque grado del giudizio,

a prescindere dall’esistenza o meno di una norma nazionale che regoli la stessa materia in

modo difforme.

Il regolamento è dunque lo strumento che viene utilizzato dalla Comunità quando si vuole

il diritto, quando si vogliono avere regole esattamente uguali in tutti i Paesi

UNIFORMARE

membri; si pensi, ad esempio, ai regolamenti che pongono valori limite all’inquinamento,

oppure valori limite al contenuto di determinati alimenti, della gradazione alcolica di

determinate bevande, e cosi’ via.

Le direttive

Se con il regolamento abbiamo parlato di uniformazione del diritto, con le direttive bisogna

riferirsi invece al concetto di ; vale a dire che le direttive si limitano ad

ARMONIZZAZIONE

obbligare gli Stati a raggiungere un determinato obiettivo o risultato, lasciandoli liberi di

scegliere sia i mezzi, sia le forme per raggiungerlo. Gli Stati membri, pertanto, saranno

tenuti, a seconda dei casi, ad adottare nuove norme giuridiche, oppure ad abrogare o

modificare le norme incompatibili con l’obiettivo della direttiva.

Di regola, le direttive prevedono un termine entro il quale gli Stati membri dovranno

adottare gli opportuni provvedimenti di attuazione; termine che raramente è inferiore ad un

anno rispetto all’emanazione della direttiva.

Anche le direttive entrano in vigore alla data in esse stabilita oppure, in mancanza di data,

nel 20° giorno successivo alla pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale dell’Unione europea.

Tuttavia, le direttive che si rivolgono ad alcuni Stati soltanto, acquistano efficacia solo al

momento in cui sono notificate al destinatario.

L’efficacia delle direttive non attuate

Qualora uno Stato non dovesse adeguarsi alle prescrizioni di una determinata direttiva, esso

sarà considerato inadempiente e costretto, quindi, a pagare una sanzione pecuniaria per

avere violato gli obblighi comunitari (l’eventuale presenza di una sanzione pecuniaria non

solleva lo Stato dai suoi obblighi comunitari che, comunque, deve sempre mantenere).

Di fronte al fatto che non sempre gli Stati sono precisi e solerti nel recepire le nuove regole,

la Corte di giustizia ha escogitato alcune soluzioni che consentano, alle direttive non attuate

entro i termini previsti, di essere ugualmente e direttamente applicabili all’interno degli Stati

membri. Tali soluzioni si riferiscono a tre categorie di direttive, in funzione del loro

contenuto:

direttive che danno attuazione a norme del trattato già vincolanti : quando una direttiva

costituisce l’attuazione di un obbligo già previsto da norme direttamente efficaci del trattato,

essa può esplicare efficacia diretta e immediata all'interno dei singoli ordinamenti, sia pure

dopo la scadenza del termine, anche se non è stata tempestivamente attuata.

direttive che impongono obblighi di non fare : una direttiva può essere direttamente ed

immediatamente efficace all’interno degli Stati membri anche quando contiene un obbligo,

assoluto e incondizionato, che non richiede alcun provvedimento di attuazione da parte degli

Stati membri; si parla in questi casi di direttive "negative", che prevedono un semplice

obbligo per lo Stato di non facere.

direttive sufficientemente precise e incondizionate : una direttiva non attuata, può essere

ugualmente applicata quando essa contiene disposizioni sufficientemente precise e

incondizionate, che non lascino margine di discrezionalità in capo agli Stati membri.

Quando la Corte di giustizia escogitò tali soluzioni, pensò soltanto ad un rapporto tra

cittadini e Stato (rapporto verticale - efficacia verticale), considerando che quest’ultimo

non avrebbe mai potuto addossare sugli amministrati (i cittadini) le conseguenze di un

proprio inadempimento.

La domanda che ci si chiese è la seguente: se una determinata direttiva, come un

regolamento, è produttiva di effetti diretti, per quale motivo limitare tale carattere solo ai

rapporti tra Stato e cittadini e non riconoscerlo anche ai rapporti tra cittadini (rapporto

orizzontale – efficacia orizzontale)?

La risposta è che, secondo la Corte, estendere l’efficacia anche ai rapporti interindividuali

significherebbe riconoscere in capo alle Comunità il potere di emanare norme che facciano

sorgere con effetto immediato obblighi a carico dei cittadini, mentre “tale competenza le

spetta solo laddove le sia attribuito il potere di adottare regolamenti”.

Tale interpretazione rigorosa e restrittiva non è mai stata modificata anche se, in verità, vi

sono stati alcuni casi (Marleasing, Bernaldez) in cui la Corte di giustizia, pur senza

affermare espressamente il principio dell’efficacia orizzontale, ha proposto una particolare

lettura del diritto nazionale in modo tale da attribuire indirettamente alle direttive

comunitarie non attuate effetti anche nei rapporti privati.

La soluzione dell’efficacia orizzontale non può, però, non suscitare perplessità; se da una

parte è apprezzabile il tentativo di attribuire comunque al cittadino un diritto che egli avrebbe

potuto legittimamente vantare se il proprio legislatore fosse stato diligente nell’adempiere al

precetto comunitario, dall’altra parte non bisogna ignorare la posizione di chi si è

comportato conformemente alle norme del diritto vigente nello Stato in cui agisce.

Ciò che lascia perplessi è il fatto che un cittadino possa vedersi opporre una situazione

giuridica a lui sfavorevole senza che siano ancora stati elaborati criteri sufficientemente certi

per determinare quando una direttiva abbia carattere di diretta applicabilità, generando una

notevole incertezza delle situazioni giuridiche.

Oltre agli strumenti dell’efficacia verticale e orizzontale delle direttive non attuate, la Corte

di giustizia ha elaborato un ulteriore meccanismo per favorire l’integrazione del diritto

nazionale con il diritto comunitario, meccanismo che è conosciuto con l’espressione

procedura di interpretazione conforme.

Essa consiste nell’obbligo per il giudice nazionale di interpretare il diritto alla luce della

lettera e dello scopo della direttiva, e di scegliere, tra i metodi di interpretazione del suo

ordinamento, quello che gli consente di dare alle disposizioni di diritto nazionale un

significato compatibile con la direttiva.

I soggetti obbligati ad applicare le direttive non attuate

Con una sentenza del giugno 1989, la Corte di giustizia per la prima volta ha affermato che:

"al pari del giudice nazionale, tutti gli organi dell’amministrazione, compresi quelli degli

enti territoriali, come i Comuni, sono tenuti ad applicare le disposizioni di una direttiva e a

disapplicare le norme del diritto nazionale non conformi a queste disposizioni”.

L’allargamento ad un numero sempre più elevato di soggetti ed istituzioni tenute ad

applicare le direttive comunitarie non attuate dallo Stato membro, comporta indubbiamente

una accelerazione del processo di armonizzazione del diritto dei Paesi membri.

Tuttavia, non si possono ignorare i problemi che potranno sorgere in futuro. Basti pensare

alle conseguenze sul piano della certezza del diritto e della responsabilità stessa dei soggetti

chiamati ad applicare le direttive non attuate. L’applicazione del principio appena esposto

non significa, soltanto, che la Pubblica amministrazione, gli Uffici comunali e tutti gli uffici

pubblici in genere, devono essere in grado di conoscere le direttive non attuate e di

considerarle alla stregua delle altre fonti di diritto una volta che sia scaduto il termine per la

formale attuazione in via legislativa. Significa, soprattutto, che tali soggetti ed enti dovranno

avere la capacità di riconoscere se una direttiva possieda o meno quei caratteri tali da

renderla direttamente applicabile; più ancora, dovranno essere in grado di valutare se

l’eventuale norma nazionale che dà attuazione ad una direttiva dotata di quelle caratteristiche

sia stata formulata in modo corretto.

Una volta valutato tutto questo, essi dovranno assumersi la decisione se applicare o

disapplicare la norma nazionale, con tutto quello che ne può conseguire sul piano della

responsabilità amministrativa e penale.

Le decisioni

Come i regolamenti e le direttive, anche le decisioni hanno carattere vincolante ma, a

differenza di queste, le decisioni si indirizzano ad uno o più soggetti individuati, siano essi

Stati, enti pubblici, società, imprese o persone fisiche.

Di regola sono emanate dalla Commissione; talvolta, soprattutto quando sono indirizzate

agli Stati, possono essere emanate anche dal Consiglio. In molti casi esse richiedono che lo

Stato adotti alcuni provvedimenti normativi necessari per darvi concreta esecuzione;

tuttavia, quando il loro precetto è sufficientemente preciso e determinato, come normalmente

avviene, esse producono effetti immediati e non richiedono alcun provvedimento nazionale

di attuazione.

Di particolare importanza sono le decisioni emanate dalla Commissione nei confronti delle

imprese che abbiano violato le regole sulla concorrenza; tra l’altro, esse possono

comportare a carico dei destinatari anche sanzioni pecuniarie.

Avendo portata individuale, le decisioni acquistano piena efficacia solo con la loro notifica

al destinatario, sia esso uno Stato, un ente pubblico, una persona fisica o giuridica.

Le raccomandazioni e i pareri

La raccomandazione ha la funzione principale di sollecitare il destinatario a tenere un

determinato comportamento che si ritiene corrispondente agli obiettivi, agli interessi e alle

finalità della Comunità europea.

Il parere invece esprime il punto di vista, la presa di posizione su di un determinato fatto o

argomento, da parte del soggetto da cui proviene.

Se tali atti sono privi di effetti vincolanti per il destinatario, ciò non significa che non

possono avere nessun effetto giuridico. Per esempio, alcuni pareri espressi dalla

Commissione in ordine a determinati problemi, sono presi in considerazione dai giudici

della Corte di giustizia o del Tribunale di primo grado i quali, quando lo ritengono

opportuno, li utilizzano come punto di riferimento o parametro per valutare il

comportamento di uno Stato, o di un’impresa, o di un individuo.

Altri atti comunitari

Possiamo ancora parlare dei cd. Libri bianchi e Libri verdi.

I primi hanno la funzione di avviare una consultazione con tutte le parti sociali interessate,

in vista dell’adozione di una nuova normativa, oppure in vista di una radicale riforma di un

settore.

I secondi hanno la funzione di presentare pubblicamente le nuove iniziative e i criteri con

cui la Commissione intende agire. Spesso costituiscono lo sviluppo naturale di un

precedente Libro verde.

Particolarmente importanti sono, infine, le comunicazioni interpretative della Commissione;

esse contengono il punto di vista o l’interpretazione della Commissione di disposizioni

contenute in un atto comunitario (trattato, regolamento, direttiva).

Comunicazioni di tal genere, pur non essendo vincolanti, possiedono però una forte

capacità di condizionare le scelte degli operatori del mercato, i quali saranno indotti a

ritenere che l’interpretazione proposta dalla Commissione, esprimendo ufficialmente la

posizione della Comunità, potrebbe facilmente diventare la soluzione applicata anche dalla

Corte di giustizia.

Le fonti del secondo e del terzo pilastro

In materia di politica estera e di sicurezza comune (PESC) nonché di cooperazione di polizia

e giudiziaria in materia penale (CPG) non è possibile applicare le disposizioni relative al

pilastro comunitario.

Tra le fonti della PESC, possiamo ricordare le strategie comuni, che vengono messe in

opera dal Consiglio attraverso le posizioni comuni e le azioni comuni; a seguito

dell’adozione di una posizione comune da parte del Consiglio, gli Stati membri sono tenuti

a conformare le proprie politiche nazionali.

Le fonti della CPG, invece, comprendono le posizioni comuni, le decisioni-quadro e le

decisioni (queste ultime hanno natura diversa rispetto alle decisioni esaminate prima); gli atti

di maggior rilievo, cioè le decisioni quadro, hanno una funzione analoga a quella delle

direttive (obbligo di raggiungere un determinato risultato, ma libertà e discrezionalità sui

mezzi e le forme con cui farlo).

QUARTO CAPITOLO- I RAPPORTI TRA DIRITTO COMUNITARIO E DIRITTO

INTERNO

Il rapporto duraturo che lega il nostro Paese alle Comunità europee è stato, spesso, difficile

e non privo di attriti, soprattutto nei confronti della posizione assunta dalla Corte di giustizia

in relazione ai rapporti tra il diritto interno degli Stati membri e il diritto comunitario.

L’evoluzione della giurisprudenza italiana può essere divisa in due grandi periodi :

: nell’ordinamento italiano, mentre i

PRIMO PERIODO (a partire dalla metà degli anni ’60)

principi e le consuetudini del diritto internazionale venivano automaticamente accolti, gli

accordi e i trattati internazionali, invece, venivano inseriti solo a seguito di una procedura

che prevedeva come momento fondamentale il cd. ordine di esecuzione, attraverso il quale,

con un atto legislativo, le norme di origine internazionale diventavano parte del sistema

giuridico interno e considerate alla stregua delle norme nazionali.

Il meccanismo rifletteva la preferenza del nostro sistema giuridico per il cd. modello

dualista, in forza del quale il diritto internazionale poteva diventare parte del diritto

nazionale solo se era incorporato attraverso uno strumento giuridico interno. L’ordine di

esecuzione con cui venivano inseriti nel nostro ordinamento i trattati comunitari era

contenuto in una legge ordinaria; in questo modo accadeva che tutti i trattati comunitari

e le loro modifiche si collocavano, sul piano della gerarchia delle fonti, allo stesso

livello di una legge ordinaria; e tutto ciò risultava chiaramente problematico in quanto,

una volta ammesso che i trattati erano equivalenti ad una legge ordinaria, si dava il via

libera all'applicazione del principio secondo il quale lex posterior derogat anteriori. Ciò

significava che non solo le norme dei trattati ma, a maggior ragione, anche le norme di

diritto derivato, potevano essere derogate o vanificate da leggi nazionali successive.

Durante questo primo periodo, quindi, la Corte costituzionale appoggiava chiaramente

la concezione dualista nel rapporto tra diritto interno e diritto comunitario, ponendosi in

netto contrasto con la giurisprudenza della Corte di giustizia.

: in maniera graduale, la suprema Corte italiana

SECONDO PERIODO (a partire dal 1984)

si avvicina sempre di più all’idea di un sistema composto da ordinamenti coordinati.

La vera chiave di svolta nell’evoluzione delle relazioni tra il diritto comunitario e il

diritto nazionale sta, infatti, nella progressiva acquisizione della consapevolezza che i

due ordinamenti non sono contrapposti, ma si integrano a vicenda. Ecco quindi che

nasce il concetto di supremazia funzionale del diritto comunitario nei confronti di

quello interno; tale concetto mette in luce il fatto che la partecipazione all’ “avventura

europea” avvenga con la consapevolezza che la norma comunitaria debba prevalere sulla

norma nazionale per il semplice motivo che il nostro Stato ha scelto liberamente di

aderire agli obiettivi comuni europei. Sarebbe quindi contraddittorio e illogico mettere in

discussione l’efficacia delle norme comunitarie ogni qualvolta si trovino in contrasto

con una normativa nazionale incompatibile.

L’applicazione del diritto comunitario all’interno dell’ordinamento nazionale

È oggi chiaro che qualunque disposizione comunitaria, purchè dotata di effetti diretti,

prevale su una norma nazionale anche nel caso in cui quest’ultima sia posteriore rispetto

a quella comunitaria. Inoltre, una norma interna eventualmente in contrasto con un atto

comunitario deve essere disapplicata da ogni giudice nazionale, senza che sia necessario

attendere la dichiarazione di incostituzionalità da parte della Corte costituzionale.

La Corte costituzionale ha poi finito per estendere l’effetto diretto anche nei confronti delle

sentenze della Corte di giustizia, prima con riferimento alle sentenze emesse nell’ambito dei

ricorsi in via pregiudiziale e, successivamente, per qualunque sentenza.

È quindi chiaro anche che le sentenze della Corte di giustizia sono vincolanti non solo per le

parti, ma anche in tutte le altre situazioni analoghe che dovessero verificarsi in qualunque

Stato membro, e non solo nello Stato nei cui confronti la sentenza della Corte è stata resa.

Responsabilità dello Stato nei confronti del cittadino per mancata attuazione del

diritto comunitario

Al cittadino danneggiato dalla mancata attuazione della direttiva, non resta che chiedere allo

Stato il risarcimento del danno subito in conseguenza della mancata possibilità di esercitare

i diritti che la tempestiva attuazione della direttiva gli avrebbe attribuito.

Tale principio è stato formulato per la prima volta in quella che può essere considerata la

sentenza più nota nei 50 anni di attività della Corte di giustizia, vale a dire la sentenza

Francovich, del 1991.

La controversia verteva intorno alla mancata attuazione di una direttiva concernente la tutela

dei lavoratori subordinati in caso di insolvenza del datore di lavoro.

Alcuni dipendenti di due aziende private si erano venuti a trovare nella situazione tipica

prevista dalla direttiva, ma non avevano potuto ottenere gli arretrati della retribuzione a

causa della mancata attuazione da parte dello Stato italiano della normativa comunitaria,

sebbene il termine per l’attuazione fosse scaduto e sebbene fosse intervenuta una sentenza

di condanna, da parte della Corte di giustizia, per inadempimento agli obblighi comunitari.

Gli ex dipendenti cosi' protestarono per ottenere dallo Stato le concrete garanzie previste

dalla direttiva in questione oppure, in subordine, il risarcimento dei danni per la mancata

attuazione della direttiva stessa.

Anche se i giudici di quella corte lasciarono aperti molti dubbi connessi al principio della

responsabilità dello Stato membro inadempiente, enunciarono comunque le condizioni

necessarie affinchè potesse sorgere il diritto al risarcimento, ovvero:

il risultato prescritto dalla direttiva doveva implicare l’attribuzione di diritti a favore dei

singoli

il contenuto di tali diritti doveva essere sufficientemente preciso e determinato

doveva sussistere il nesso di causalità tra la violazione dell’obbligo a carico dello Stato e il

danno subito dai soggetti lesi.

Altri importanti principi vennero elaborati dalla sentenza Brasserie du pêcheur del 1996 e

da alcuni giudici del Lussemburgo:

Nel primo caso, vennero chiariti i dubbi relativamente al principio della responsabilità dello

Stato membro inadempiente, dubbi che erano stati lasciati aperti dalla sentenza Francovich:

secondo i giudici della sentenza Brasserie du pêcheur, la violazione dello Stato, per essere

tale, doveva essere manifesta e grave (si parla in termini giuridici comunitari di violazione

sufficientemente caratterizzata)

Nel secondo caso, invece, venne affermato il fatto che un giudice nazionale poteva

condannare il proprio Stato al risarcimento del danno subito dai singoli, in conseguenza di

un eventuale comportamento inadempiente; tutto ciò senza attendere che la Corte di giustizia

si fosse pronunciata in merito; vi è quindi uno spostamento di competenze dagli organi

comunitari ai giudici nazionali che dovranno e potranno condannare il proprio Stato se,

chiaramente, vi siano i motivi per farlo.

È una soluzione, questa, che mira a responsabilizzare le Corti nazionali provocandone

una più intensa collaborazione con la Corte comunitaria e che mira, tra l’altro, a

sviluppare e a far crescere una mentalità giuridica uniforme.

La trasposizione del diritto comunitario nel diritto nazionale

Il problema che nacque relativamente a questo argomento, consisteva nel fatto che il gran

numero di direttive comunitarie emanate ogni anno e il farraginoso meccanismo di adozione

delle leggi in molti Paesi membri, prolungava oltre misura i tempi di discussione e di

approvazione delle leggi di attuazione. Ciò comportò una oggettiva difficoltà per gli Stati di

rimanere al passo con la produzione normativa comunitaria; tale difficoltà e ritardo, fu

parzialmente rimediato con norme omnibus, spesso sottoforma di decreti legislativi, che

trasponevano contestualmente più direttive.

Al fine di rimediare a tale situazione, nel 1989 il Parlamento approvò la cd. “Legge La

Pergola”, con la quale fu introdotto un particolare sistema per procedere all’attuazione delle

direttive comunitarie: ogni anno, il Ministro per il coordinamento delle politiche comunitarie

sottoponeva al Consiglio dei Ministri un disegno di legge, la cd. legge comunitaria,

contenente l’indicazione delle direttive che richiedevano interventi di attuazione o di

adattamento nell’ordinamento nazionale nel corso dell’anno. Il disegno di legge comunitaria

doveva poi essere presentato alle Camere per l’approvazione.

La legge La Pergola è stata recentemente abrogata e sostituita dalla legge 4 febbraio 2005;

questa nuova legge, oltre a confermare il ruolo fondamentale della legge comunitaria

annuale, si preoccupa di ridisegnare dettagliatamente la partecipazione delle regioni e delle

province autonome alle decisioni relative alla formazione degli atti normativi comunitari.

Il ruolo delle regioni nei confronti del diritto comunitario

La recente riforma del titolo V della Costituzione italiana, del 2001, affida alle regioni un

ruolo attivo tanto nella formazione, quanto nell’attuazione del diritto comunitario. Tale

riconoscimento giunge al termine di un processo, durato molti anni, che ha visto il

progressivo affermarsi dei poteri internazionali e comunitari delle regioni.

È possibile distinguere tre fasi di questo processo:

(2° dopoguerra, metà anni ’70): si caratterizza per il disconoscimento di

PRIMA FASE

qualsiasi potere delle regioni sul fronte dei rapporti internazionali.

(metà anni ’70, fine anni ’90): segna il progressivo affermarsi del potere

SECONDA FASE

delle regioni di dare immediata attuazione alle direttive comunitarie nelle materie di loro

competenza, senza attendere necessariamente una previa legge statale di recepimento.

(riforme costituzionali del 2001, giorni nostri): è una fase intensa che vede

TERZA FASE

affermarsi nella Costituzione italiana il diritto delle regioni e delle province autonome, nelle

materie di loro competenza, sia di partecipare alle decisioni diretta alla formazione degli atti

normativi comunitari (cd. fase ascendente), sia di provvedere direttamente all’attuazione e

all’esecuzione degli atti dell’ Unione europea (cd. fase discendente).

Sul versante internazionale, la nuova Costituzione europea rafforza ulteriormente la

partecipazione delle regioni nel processo legislativo comunitario, soprattutto nella fase

ascendente.

Ma quali sono le responsabilità delle regioni qualora esse non adempiano ai propri obblighi

comunitari?

A questo riguardo la giurisprudenza consolidata della Corte di giustizia ritiene che i soli

responsabili nei confronti della Comunità europea per il mancato rispetto degli obblighi

derivanti dal diritto comunitario sono gli Stati membri, anche se l'inadempimento risulta

dall'azione o dall'inerzia di uno Stato federato, di una Regione o di una Comunità autonoma;

la violazione di tali obblighi può anzi comportare la condanna dello Stato italiano da parte

della Corte di giustizia, con conseguente applicazione di sanzioni pecuniarie. Tale

circostanza comporta, conseguentemente, l’attivazione del Governo nei confronti degli enti

responsabili.

QUINTO CAPITOLO – I RICORSI ALLA CORTE DI GIUSTIZIA

La Corte di giustizia ha assunto nel corso del tempo un ruolo sempre più importante nella

costruzione dell’ordinamento giuridico comunitario. Il suo funzionamento si concretizza

attraverso diverse procedure, le cui principali, sono avviate con i seguenti ricorsi:

Il ricorso contro l’inadempimento degli Stati

Il ricorso per l’annullamento di atti illegittimi

Il ricorso in carenza

Il ricorso in via pregiudiziale

L’azione per risarcimento dei danni

Ciascuno di questi ricorsi si differenzia per i soggetti legittimati ad agire di fronte alla

Corte, per i soggetti contro i quali la procedura è esperita e per gli effetti che hanno le

pronunce emanate dalla Corte.

La Corte di giustizia, inoltre, è competente a risolvere controversie insorte tra Stati membri,

tra la Comunità e i suoi agenti e nelle questioni relative ai rapporti tra gli Stati membri e la

BEI o la BCE.

1.Il ricorso contro l’inadempimento degli Stati

Quando la Commissione (che come abbiamo già detto detiene il potere di controllo e di

vigilanza, nonchè sanzionatorio, sulla corretta applicazione del diritto comunitario da parte

degli Stati membri) reputa che uno Stato membro abbia violato uno degli obblighi previsti

dal Trattato (ma anche previsti dai regolamenti, dalle direttive, dalle decisioni, oltre che dai

principi generali del diritto comunitario), può chiaramente agire contro di esso.

La procedura di infrazione può essere divisa in due fasi:

: inizia con la richiesta da parte della Commissione di

FASE PRECONTENZIOSA

informazioni, dati e documenti che gli Stati sono tenuti a fornire; se l’esito di questo primo

esame evidenzia un’infrazione, la Commissione invia allo Stato una lettera di messa in

mora, con cui gli offre la possibilità di presentare le proprie osservazioni.

Qualora lo Stato non intenda conformarsi alle indicazioni contenute nella lettera di

messa in mora, la Commissione emette un parere motivato, in cui esprime

definitivamente la propria posizione sulla violazione contestata; con questo atto termina

la fase precontenziosa.

: prende il via nel momento in cui la Commissione presenta ricorso

FASE CONTENZIOSA

alla Corte di giustizia a causa del mancato adeguamento dello Stato al parere motivato.

A questo punto, la Corte emetterà una sentenza vincolante per tutte le autorità dello

Stato implicando l’obbligo per quest’ultimo di adottare le misure idonee per garantire

l’adeguamento del diritto nazionale all’ordinamento comunitario; qualora lo Stato

membro rifiuti di adeguarsi anche alla decisione della Corte, la Commissione dovrà

intervenire nuovamente e, dopo aver dato allo Stato la possibilità di presentare le proprie

osservazioni, emettere un secondo parere motivato, in cui precisa i punti sui quali lo

Stato membro in questione non si è adeguato alla decisione e fissa un termine per

l’adempimento.

Se entro tale termine lo Stato non si adegua alla decisione, la Commissione può

nuovamente presentare ricorso alla Corte, indicando la somma di denaro che lo Stato

inadempiente dovrebbe essere chiamato a versare a titolo di penalità.

La Corte, nel caso in cui accerti l’effettivo inadempimento, emetterà una seconda

sentenza di condanna nella quale però potrà comminare il pagamento di una somma

forfettaria o di una penalità, seguendo le indicazioni della Commissione, o stabilendo la

somma in modo autonomo.

2. Il ricorso per l'annullamento di atti illegittimi

Affinchè possa essere messa in atto un’azione di annullamento, sono necessarie 4

condizioni:

l’atto deve essere : la Corte ha più volte riconosciuto che è impugnabile

IMPUGNABILE

qualunque atto che produca effetti giuridici nei confronti di terzi.

il deve avere : bisogna innanzi tutto dire che i

RICORRENTE DIRITTO DI AGIRE

ricorrenti possono essere classificati in due categorie:

ricorrenti istituzionali: costituiti dal Consiglio, dal Parlamento, dalla Commissione e dagli

Stati membri, possono ricorrere di fronte alla Corte di giustizia senza dover provare di avere

un interesse ad agire.

ricorrenti individuali: costituiti da qualunque persona fisica o giuridica, possono agire solo

contro alcuni atti e soltanto di fronte al Tribunale di primo grado; devono dimostrare, in

primo luogo, di avere un interesse ad agire, devono cioè dimostrare di essere titolari di un

interesse giuridicamente tutelabile ed attuale.

deve essere contestato un tra quelli espressamente previsti dal

VIZIO DI LEGITTIMITÀ

Trattato: i vizi di legittimità contestati sono:

incompetenza: quando la singola istituzione non ha il potere di adottare l’atto, oppure

quando l'atto non è di competenza comunitaria, è possibile rivolgersi alla Corte per far

constatare tale violazione e chiedere l’annullamento dell'atto.

violazione delle forme sostanziali: si tratta per lo più di violazioni di norme che regolano le

procedure di adozione degli atti comunitari e che ledono i diritti di soggetti coinvolti nella

loro elaborazione (es. violazione delle regole relative alle modalità di voto in sede di

approvazione dell’atto).

violazione del Trattato o di altre norme relative alla sua applicazione: riguarda la

violazione, da parte dell’atto impugnato, di qualsiasi norma di natura gerarchicamente

superiore.

sviamento di potere: il vizio riguarda l'esercizio del potere, da parte di una istituzione

comunitaria, per raggiungere un fine diverso da quello per cui il potere le era stato attribuito.

è necessario agire entro il termine di che decorrono dalla pubblicazione dell’atto

DUE MESI

impugnabile, vale a dire dal giorno in cui il ricorrente ne ha avuto conoscenza.

Nel caso di accoglimento del ricorso, la Corte dichiara l’atto impugnato “nullo e non

avvenuto”; la sentenza ha pertanto valore retroattivo, ma per il rispetto dei principi di

certezza del diritto e di tutela dell’affidamento, la Corte può stabilire, in caso di

annullamento di un regolamento, quali fra gli effetti che sono stati prodotti dal regolamento

debbano essere considerati come definitivi.

3.Il ricorso in carenza

Nei casi in cui, in violazione del trattato CE, il Parlamento, il Consiglio o la Commissione si

astengano dall'adottare un atto, gli Stati membri, le altre istituzioni della Comunità e i privati

possono adire la Corte per far constatare tale carenza. Nel caso in cui la Corte constati la

violazione del Trattato per carenza di azione da parte dell’istituzione interessata, questa è

tenuta a prendere i provvedimenti che l’esecuzione della sentenza comporta.

I ricorsi in carenza possono essere esperiti esclusivamente nei casi in cui le istituzioni

abbiano un obbligo di agire, mentre ciò non avviene quando queste godano di un potere

discrezionale.

Prima di rivolgersi alla Corte, pertanto, è necessario che al Parlamento, al Consiglio o alla

Commissione sia stato preventivamente richiesto di agire; se allo scadere del termine di due

mesi dalla richiesta l’istituzione non si pronuncia, la parte interessata ha a propria

disposizione due mesi per proporre il ricorso in carenza, dando cosi’ inizio alla fase

contenziosa (nel caso di rifiuto esplicito ad agire da parte dell’istituzione o di adozione di

un atto diverso da quello richiesto, invece, la parte interessata ha a sua disposizione il

ricorso per annullamento).

4.Il rinvio pregiudiziale

Dato che i giudici nazionali sono chiamati ad interpretare ed applicare il diritto comunitario

prima ancora della Corte di giustizia, si è reso necessario creare un meccanismo volto ad

assicurare l’uniformità di interpretazione ed applicazione del diritto comunitario da

parte delle corti di tutti gli Stati membri. Il sistema, che è conosciuto con il nome di rinvio

pregiudiziale, si basa su una cooperazione giudiziale tra le corti nazionali e la Corte di

giustizia.

In pratica, con il rinvio pregiudiziale si richiede o di conoscere la di un atto

VALIDITÀ

compiuto dalle istituzioni comunitarie, o di fornire l' corretta di una

INTERPRETAZIONE

norma comunitaria; successivamente, il giudice del procedimento principale applicherà alla

fattispecie la norma comunitaria interpretata secondo il giudizio della Corte. Proprio per

queste caratteristiche, si tratta di un procedimento di rinvio dal giudice nazionale al giudice

comunitario, in cui spetta al primo decidere se sia necessario (o quanto meno opportuno)

effettuare il rinvio in questione.

È importante dire che se nel corso di un procedimento dovesse sorgere un problema di

validità di un atto comunitario, la Corte di giustizia ha stabilito che le giurisdizioni nazionali

non potranno mai pronunciare l’invalidità di un atto comunitario, poiché tale compito spetta

unicamente alla Corte di giustizia, mentre potranno concludere per la validità dell’atto senza

dover necessariamente rivolgersi alla Corte.

Le decisioni sul rinvio pregiudiziale (risolte dalla Corte con sentenza), non solo sono

obbligatorie nei confronti del giudice nazionale che le ha sollevate, ma hanno effetti anche

nei confronti di tutti i giudici nazionali di qualunque altro Stato membro che si trovino a

dover decidere una fattispecie analoga.

Tali decisioni hanno effetti retroattivo; ciò comporta che l’atto cosi’ come interpretato (o

annullato) dalla Corte di giustizia, deve essere applicato (o disapplicato) anche a rapporti

sorti prima della decisione della Corte.

Cosi’ come avviene per le sentenze relative ai ricorsi per l’annullamento di atti illegittimi, gli

effetti retroattivi delle decisioni sul rinvio pregiudiziale possono essere, in circostanze

particolari, limitati.

5.Il ricorso per risarcimento dei danni

La Comunità ha l’obbligo di risarcire i danni causati dalle sue istituzioni o dal suo personale

nell’esercizio delle loro funzioni, nell’ambito della responsabilità extracontrattuale. Per

quanto riguarda la responsabilità contrattuale, dunque, saranno competenti le giurisdizioni

nazionali.

Il ricorso deve essere presentato dal danneggiato entro 5 anni dal fatto che ha generato il

danno.

Normalmente, la responsabilità della Comunità è dovuta all’adozione di un atto illegittimo o

alla mancata adozione di un atto dovuto; a tutto ciò seguono gli eventuali ricorsi per

inadempimento o in carenza, i quali, comunque, non comportano automaticamente la

risarcibilità del danno subito che richiede valutazioni diverse ed accurate da parte del

giudice.

Spesso il diritto comunitario viene applicato attraverso le autorità nazionali; in questi casi il

compito del giudice è particolarmente arduo perché non è sempre agevole distinguere la

responsabilità delle istituzioni comunitarie da quella delle autorità nazionali. Talvolta si può

anche verificare un cumulo di responsabilità che può far capo sia alle Comunità che allo

Stato; in tal caso la Corte ha ritenuto che sia necessario, prima, esaurire le vie di ricorso

nazionali per valutare la quota di responsabilità a carico dello Stato membro in questione;

solo successivamente ci si potrà rivolgere alla Corte perché sia riconosciuta la responsabilità

della Comunità.

La Corte di giustizia e l’elaborazione di principi generali

La maggior parte degli ordinamenti giuridici, siano essi nazionali, internazionali o

sovranazionali, sono dotati di principi generali di diritto; fu soprattutto la Corte ad

individuare e formulare, fin dagli anni ’60, numerosi di questi principi caratterizzanti

l’ordinamento giuridico comunitario, fino ad esercitare una vera e propria attività cd. di

costituzionalizzazione del diritto comunitario, garantendone la massima ed uniforme

applicazione ed efficacia.

La formulazione da parte della Corte di giustizia di un principio generale di diritto può

discendere:

dalla constatazione che si tratta di un principio comune agli Stati membri

dalla applicazione di Convenzioni internazionali

Per quanto riguarda la prima ipotesi, è il caso, ad esempio, del diritto alla riservatezza,

formulato dalla Corte in relazione al segreto epistolare nei rapporti tra avvocato e cliente,

oppure dei limiti di interesse generale alla proprietà privata in relazione all’esercizio del

diritto di proprietà. È il caso anche dei principi di pubblicità, di irretroattività della legge, di

buona fede e di tanti altri formulati nel corso di questi ultimi 40 anni, come l’uguaglianza

tra cittadini, o la proporzionalità tra la violazione commessa e la sanzione.

Per quanto riguarda la seconda ipotesi, invece, è il caso, ad esempio, dei diritti dell’uomo

che la Convenzione europea sui diritti dell’uomo e sulle libertà fondamentali del 1950

tutela nelle sue diverse espressioni come la libertà religiosa, la libertà sindacale, la libertà

di domicilio e cosi via, e che la Corte ha più volte affermato di voler garantire direttamente.

Gli esempi potrebbero continuare a lungo….

SESTO CAPITOLO - LIBERTÀ FONDAMENTALI E MERCATO INTERNO

Il concetto di mercato interno, che sostitui' quello di mercato comune, venne introdotto nel

1986 attraverso l’Atto Unico Europeo; parlare di mercato interno voleva dire sottolineare la

necessità di creare un'area commerciale e di scambio dotata di regole uniche, senza privilegi

od ostacoli per nessuno, esattamente come avviene all’interno dei mercati nazionali.

L’Atto Unico Europeo si prefiggeva, quindi, di dare un definitivo impulso agli obiettivi

della CEE (vedi pag. 1) imponendo sia agli organi comunitari sia agli Stati membri di

adottare entro una data precisa (31/12/1992) i provvedimenti necessari per eliminare tutte le

barriere doganali interne e qualunque altro ostacolo alla realizzazione delle cd. quattro

libertà fondamentali (libera circolazione delle merci, delle persone, dei servizi e dei

capitali).

La libera circolazione delle merci

È stata la Corte di giustizia a dare una definizione di "merce" in senso comunitario,

stabilendo che per quest’ultima s’intende qualsiasi entità materiale o immateriale suscettibile

di una valutazione economica e capace di essere oggetto di scambi commerciali.

Elemento caratterizzante la libertà di circolazione delle merci nella Comunità europea è

l’unione doganale, in base alla quale gli Stati membri si impegnano ed eliminare ogni

barriera doganale e ad adottare una tariffa doganale comune nei rapporti con i Paesi terzi

(vedi pag. 1)

Fondamentale nello sviluppo dell’intera disciplina della libera circolazione delle merci resta

comunque l’apporto della Corte di giustizia, la quale ha svolto un’attività di creazione di

principi e regole a riguardo: innanzi tutto la Corte afferma che le disposizioni sulla libera

circolazione delle merci hanno efficacia sia verticale che orizzontale, nel senso che esse

possono essere invocate e fatte valere direttamente dal cittadino o dalle imprese sia nei

confronti dello Stato o della Pubblica amministrazione, sia nei confronti di altri soggetti

privati, allo scopo di ottenere, rispettivamente, la disapplicazione di un provvedimento

nazionale oppure la cessazione di un comportamento in contrasto con le norme in oggetto.

Le barriere che possono ostacolare la libera circolazione delle merci posso essere inserite

all’interno di due gruppi distinti:

1° GRUPPO, costituito dalle seguenti barriere:

dazi doganali all’importazione o all’esportazione: sono oneri pecuniari che un importatore

deve pagare all’erario di un dato Paese per immettere merci sul territorio di quest’ultimo

tasse di effetto equivalente ai dazi doganali: sono qualunque onere pecuniario diverso da un

dazio doganale che, allo stesso modo, altera il costo e influisce in maniera restrittiva sulla

libera circolazione delle merci.

imposte interne discriminatorie: sono vietate allo scopo di evitare che gli Stati membri

facciano ricorso a strumenti fiscali indiretti per proteggere i propri mercati nazionali.

2° GRUPPO, costituito dai cd. ostacoli non tariffari che sono:

le restrizioni quantitative (dei contingenti e dei divieti di importazione)

le misure di effetto equivalente alle restrizioni quantitative : la Corte di giustizia le ha

definite come "ogni normativa commerciale degli Stati membri che possa ostacolare

direttamente o indirettamente gli scambi intracomunitari”

Un’ultima norma del trattato CE, che mira ad eliminare gli ostacoli alla libera circolazione

delle merci, è quella relativa ai monopoli nazionali a carattere commerciale. La norma si

applica “ a qualsiasi organismo per mezzo del quale uno Stato membro controlla, dirige o

influenza sensibilmente, direttamente o indirettamente, le importazioni o le esportazioni fra

gli Stati membri"

La libera circolazione delle persone e la cittadinanza dell’Unione

Con l’espressione libera circolazione delle persone, s’intende, oggi, il diritto riconosciuto ai

cittadini dell'Unione europea di circolare e di soggiornare liberamente nel territorio degli

Stati membri, anche indipendentemente dall'esercizio di un'attività lavorativa.

Inizialmente la libertà di circolazione era strettamente collegata allo status di lavoratore; solo

negli anni successivi la nozione si è allargata fino a comprendere tutti i cittadini ai quali

sono stati riconosciuti, progressivamente, una serie di diritti e di prerogative che

costituiscono il contenuto di quello che oggi comunemente viene chiamata “cittadinanza

dell'Unione europea".

L’istituzione della cittadinanza dell’Unione, formalizzata nel Trattato di Maastricht, ha

contribuito a superare almeno in parte l’originaria concezione della Comunità economica

europea, cui si ispirava il Trattato di Roma, finalizzata esclusivamente all’adozione di una

serie di regole per l’edificazione di un mercato unico.

La cittadinanza dell’Unione, chiaramente subordinata al possesso della cittadinanza di uno

Stato membro, garantisce alcuni diritti particolari, tra cui:

il diritto di circolare e di soggiornare liberamente nel territorio dell’Unione

il diritto di voto (cd. diritto di elettorato attivo) e di eleggibilità (cd. diritto di elettorato

passivo) alle elezioni comunali e a quelle del Parlamento europeo, nello Stato di residenza

la tutela diplomatica e consolare da parte delle autorità di qualsiasi Stato membro, quando

lo Stato di cui il soggetto è cittadino non sia rappresentato in un Paese terzo

il diritto di petizione al Parlamento europeo o a qualsiasi organo o istituzione dell'Unione

e di ricevere per iscritto una risposta.

Il diritto di presentare ricorso al mediatore europeo

La libera circolazione dei lavoratori

È stata la Corte di giustizia a stabilire che deve considerarsi lavoratore in senso comunitario

qualunque “persona che svolge, per un certo periodo, a favore di un’altra persona e sotto la

sua direzione, delle prestazioni in cambio delle quali riceve una remunerazione”

Con il tempo, la Corte ha ulteriormente elaborato tale nozione e ne ha gradatamente esteso la

definizione fino a ricomprenderne, ad esempio, i lavoratori a tempo parziale, oppure gli

insegnanti che compiano anche solo un’attività di tirocinio, e perfino soggetti che non

abbiano ancora un rapporto di lavoro, ma siano alla ricerca effettiva di un impiego, o stiano

frequentando dei corsi per reinserirsi nel mercato del lavoro.

L’art. 39 del Trattato CE, nel tutelare la libera circolazione dei lavoratori, garantisce agli

stessi alcuni diritti fondamentali. In particolare:

il divieto per gli Stati membri di porre in essere discriminazioni fondate sulla loro

cittadinanza e che riguardino l’impiego, la retribuzione e le altre condizioni di lavoro


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luca d.

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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunti di Diritto dell' Unione Europea, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato Diritto comunitario dell' Unione Europea, Fragola . dal docente A partire dalla nascita ai giorni nostri con i seguenti argomenti trattati: l'evoluzione storica, i pilastri, il principio di sussidiarietà, le Istituzioni, il Parlamento europeo, il Consiglio, la Commissione, la Corte di giustizia e il Tribunale di primo grado.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
Università: Calabria - Unical
A.A.: 2006-2007

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher luca d. di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto dell'Unione Europea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Calabria - Unical o del prof Fragola Massimo.

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