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5. Cura

Ma la relazione assistenziale, ovviamente, non si ferma al solo utente, ma raggiunge anche i

caso in cui l’assistito non presenti familiari (un anziano senza figli, alcolisti,

familiari. Nel

tossicodipendenti, ecc.), i familiari chi potrebbero essere? I protagonisti della rete territoriale, come

gli assistenti sociali. Esiste, infatti, la cosiddetta rete invisibile della relazione, che parte dalla

famiglia e raggiunge gli amici, il lavoro e la cultura (usi e costumi, religione, socializzazione).

La relazione assistenziale, quindi, include il paziente, la famiglia e l’operatore. Ma cosa ha di

diverso il professionista, rispetto alla persona? Possiede un sapere tecnico, una cultura specifica,

una pratica specialistica. La persona, invece, ha una cultura generica, ansie, paure, magari conflitti

(in famiglia, amici, ecc.), potrebbe possedere aspettative particolari, che ormai non sono più

raggiungibili (e, dunque, deve fare i conti con le sofferenze e i sentimenti che ne deriveranno). Tutti

modificare e determinare l’andamento della relazione

questi sono fattori influenzanti, che vanno a

assistenziale.

Oggi la medicina è una cosiddetta medicina difensiva (per esempio, invece di far fare un RX,

richiedo una TAC, così da andare sul sicuro) e di massa, che toglie tempo alla relazione

assistenziale vera e propria.

La relazione d’aiuto è la dell’efficacia

conditio sine qua non della comunicazione, al centro della

quale sta sempre la persona: non è la relazione al centro, ma la persona al centro della relazione.

Fondamentale è adattare sempre il proprio intervento alla persona che si ha di fronte: non posso

parlare con lo stesso tono ad una persona anziana, ad un bambino o a un malato di cancro.

Ciò che distingue un tecnico da un professionista, è proprio la capacità di giocare il proprio ruolo in

termini relazionali, di uscire da schemi prefissati per adattare il proprio intervento alla persona che

si ha di fronte, di lasciarsi coinvolgere nella giusta misura in questa relazione con l’assistito, in

modo che questi possa sentirsi veramente al centro della sua attenzione e del suo impegno

professionale.

Concludendo, in una relazione assistenziale è fondamentale osservare, ascoltare, immedesimarsi

(empatia) ed identificarsi, comunicare, pensare, negoziare, pazientare e collaborare. Bisogna

saper restare in contatto con i sentimenti della persona, ma anche con i propri sentimenti.

Il vissuto di malattia

è qualcosa di personale: è ciò che la vita offre all’individuo nell’esperienza quotidiana,

Il vissuto

ossia la somma delle esperienze passate ma ancora vive nella coscienza individuale o collettiva (è

un bagaglio affettivo, sentimentale).

L’esperienza del soffrire si esprime, quasi sempre, in un circolarità tra danno (ciò si è subito) e

senso.

Ogni età della vita è, infatti, caratterizzata da un conflitto centrale e da una meta psicologica

specifica da raggiungere.

Nella linea della vita, ad un certo punto arriva una variabile, che prende il nome di malattia, che

rappresenta un evento traumatico, un attacco all’integrità personale, una frustrazione.

Dunque, le reazioni della persona alla malattia possono essere diverse:

E’ possibile percepire

1. la malattia come una minaccia esistenziale

2. Possono esserci conseguenze psicosociali (perdita del lavoro e di alcune relazioni sociali)

3. Si possono avere, ovviamente, problemi fisici (come dolore, debolezza), ma anche

psicologiche (depressione, debolezza mentale, stress)

La malattia raggiunge, quindi, la persona in tutti i suoi aspetti, non solo in quelli fisici: le alterazioni

vanno a coprire ogni piccola parte della personalità di un individuo, con conseguenze variabili da

soggetto a soggetto.

Fra le principali reazioni, tuttavia, troviamo:

1. Ansia

2. Depressione

Il vissuto di malattia cambia in funzione dell’età. “Lo sviluppo umano, infatti, non termina con

l’adolescenza, ma si svolge lungo tutto l’arco dell’esistenza” (Erik Erikson).

Molto spesso, specialmente nel bambino, la fiducia di base, una volta che sopraggiunge una

malattia, viene ad alterarsi, trasformandosi in paura e confusione.

Nell’adolescente, invece, nel momento in cui sopraggiunge una malattia, molto spesso è possibile

notare una reazione paradossale: l’adolescente rifiuta le cure, poiché vuole sentirsi indipendente. I

trattamenti medici, considerati come una pressione verso la propria indipendenza e tendente ad una

regressione (rifiuto delle cure come affermazione di propria indipendenza).

In un soggetto di mezza età, lo stato di malattia ostacola le attività importanti della vita, provocando

un senso di precarietà e vulnerabilità della condizione umana (una persona con una famiglia, una

vede quest’ultima una minaccia per sé e per tutti i suoi cari).

volta che una malattia subentra,

una patologia provoca un grande senso di fragilità, di invalidità. L’anziano

In una persona anziana,

si comincia a sentirsi un peso per gli altri, si carica di insoddisfazioni e timori, comincia a guardare

alla malattia come un evento intrinseco e strutturato della persona, che preannuncia solo sofferenze,

In questi casi, è necessario che l’infermiere punti e faccia

terminando inevitabilmente con la fine.

pressione sui determinanti di forza che la persona ancora presenta, al fine di mostrare a questa come

esistano ancora delle qualità su cui puntare e per cui continuare a vivere.

Il vissuto della morte

Cosa dice il Codice Deontologico, in proposito?

Nell’articolo 35, questo viene detto: “L’infermiere presta assistenza qualunque sia la condizione

clinica e fino al termine della vita all’assistito, riconoscendo l’importanza della palliazione e del

conforto ambientale, fisico, psicologico, relazione e spirituale”.

aiuto nel caso di morte? Lo scopo della relazione d’aiuto, in questa fase,

Qual è, quindi, lo scopo di

è quello di aiutare i familiare ad affrontare la morte e a riemergere dallo shock della perdita del

congiunto. Inoltre, soltanto quando sarà realmente stato compreso che il loro caro è morto, sarà

possibile richiedere la donazione degli organi.

Esistono alcune fasi di un lutto:

1. Negazione, in cui si ha uno shock e uno stordimento per la morte del proprio caro

2. Patteggiamento, in cui si prova una speranza nel ritorno del proprio caro, facendo promesse

affinché ciò possa accadere

3. Rabbia, in cui si ha una ricaduta, con rabbia nei confronti del destino, il mondo e gli altri

4. Depressione, in cui si prova una profonda tristezza e un dolore enorme per la realtà e

l’irrimediabilità della morte.

in cui finalmente, passato un po’ di tempo, si comincia

5. Accettazione, ad accettare la

situazione, fino ad arrivare a serenità e pace ritrovata.

Può capitare, tuttavia, che a volte ci siano delle ricadute, che possono riportare alcune tappe ad

anche successivamente all’accettazione.

essere ripercorse,

Molte persone, in tutto il momento del processo di malattia, sono portare a negare del tutto che la

“non è possibile, non sono io, deve esserci un errore,

malattia possa portarle alla morte (negazione):

analisi saranno state scambiate”.

le

E’ importante, invece, che la speranza venga mantenuta in ogni fase del percorso di adattamento.

“Allora è proprio vero, sta succedendo

Successivamente, a questa negazione, succede la collera:

non lui, che è cattivo?”.

proprio a me, ma perché io e

Contemporaneamente, tuttavia, si ha la fase del patteggiamento, in cui la persona comincia ad

“accettare” la situazione, cercando di trovare speranza in Dio.

Successivamente, però, si ha la fase della depressione, che è la principale conseguenza

all’accettazione piena della realtà. Si hanno due depressioni:

1. Reattiva, in cui si ha un senso di invulnerabilità, benessere, integrità e valore


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in infermieristica (BORGO SAN LORENZO, EMPOLI, FIGLINE VALDARNO, FIRENZE, PISTOIA, PRATO)
SSD:
Docente: Gigli Lucia
Università: Firenze - Unifi
A.A.: 2016-2017

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Riassuntiinfermieristica di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Relazione Assistenziale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Firenze - Unifi o del prof Gigli Lucia.

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