RELAZIONE ASSISTENZIALE
LA CURA
In latino significa “pensiero per qualcosa, sollecitudine, interessarsi ma anche
inquietudine, affanno, allevamento e coltivazione”. Cura è esserci e stabilire un
valore, un rapporto etico con il nostro tempo. Esserci con sollecitudine, per
esempio per garantire la continuità e la conservazione della vita. È una
responsabilità in cui ci si occupa di sé stessi ma anche dell’altro (portando così
anche ad affanno ed inquietudine). La cura è quindi, una pratica, ovvero un
agire in cui prendono forma pensieri ed emozioni, che implica precise
disposizioni, richiede tempo ed energia e ha determinate finalità: soddisfare i
bisogni degli altri. L’intenzione di procurare beneficio all’altro è un’azione, una
parola o anche un silenzio, che può variare dal comprendere cose materiali o
semplicemente un gesto, un esserci, un far sentire alla persona che sta
soffrendo che le sono accanto. È dunque dedizione e devozione, non nel
contesto di “persone missionarie” perché dobbiamo volere il bene dell’altro non
volergli bene. È una pratica di cura da parte di un professionista, ed è per
questo asimmetrica, in quanto l’infermiere non è un parente ma quella persona
che attraverso la sua presenza ed il suo agire professionale vuole IL BENE del
paziente. Si deve avere rispetto, dedizione e comprensione qualsiasi volto
abbia la persona che ha bisogno di cure e sostegno. Competenza relazionale
che viene richiamata anche all’interno del profilo professionale dell’infermiere e
in alcuni articoli del codice deontologico. La cura necessita che chi-ha-cura e
chi-riceve-cura comunichino ed interagiscano l’uno con l’altro e che in tale
relazione diadica (relativo a una coppia), chi-ha-cura eserciti le qualità
distintive dell’essere umano: linguaggio, pensiero ed emozioni che consentono
di empatizzare e comprendere i reali bisogni dell’altra persona. La cura è
finalizzata, nella sua prospettiva ideale, a promuovere il pieno benessere
intellettuale, emozionale, spirituale e fisico di chi-riceve-cura; essa ha luogo in
un contesto di strutture sociali che incoraggiano lo sviluppo delle capacità di
dare e di ricevere cura. Promuovere benessere, protezione e crescita. “Quando
mi confronto con il volto dell’altro la sua nudità e la sua vulnerabilità mi
chiamano ad una infinita responsabilità” (Lévinas).
L’UOMO ESSERE IN RELAZIONE
Vi sono molti modi per affrontare la realtà e la persona sofferente, per riflettere
su un’autentica relazione di aiuto, un contributo è stato dato dal pensiero di
Martin Buber: ricomprensione dell’agire professionale infermieristico che si
avvicina e si occupa dell’altro da me. Il primo problema a cui l’infermiere deve
trovare una risposta: “Chi è l’uomo? Chi è la persona che mi sta di fronte?”
L’uomo di Buber può essere compreso:
Essere in relazione, io a contatto con un tu, che prende coscienza di sé
stesso solo in rapporto con l’altro, mettendo in gioco la totalità del suo
essere;
L’essenza dell’io, quindi dell’uomo è apertura, dialogo, incontro e
relazione;
Martin utilizza un verbo particolare: INTUIRE una persona (sta alla base
della relazione autentica);
Una relazione verticale basata sulla presenza di un Dio di qualsiasi entità
e forma che ha rilievo nella vita della persona;
L’uomo/ ciò che costituisce l’essere umano per lui è: il dialogo, intuire la
persona, vivere insieme agli altri, non sottomettere e considerare la
persona come un soggetto, senza imporre la propria idea-decisione, ma
mettere al centro la persona;
L’azione infermieristica si fonda sulla rilevanza esistenziale dell’altro, sul
vedere il soggetto-persona in continua relazione con il proprio mondo
vitale, ovvero la famiglia ed il contesto in cui è (unicità e irripetibilità
della persona che si ha di fronte);
La funzione infermieristica, si esplica attraverso una relazione
intersoggettiva fondata su una logica di partnership, di co-relazione con
la persona malata ed è tesa alla valorizzazione delle capacità di
autonomia residue e delle potenzialità di salute che il soggetto presenta
(co-attuato, co-gestito e co-costruito);
AMBIENTE MONDO DELLA VITA DELLA PERSONA:
CONTESTO →SERVIZI →ORGANIZZAZIONE→ VITA POLITICA-SOCIALE
→SPAZI FISICI
Necessità di un dialogo, secondo Martin ci sono tre tipologie di esso:
quello autentico nel quale vi è reciprocità (comunicazione verbale e non),
quello tecnico per l’intesa oggettiva (non è legato ad un aiuto soggettivo
alla persona ma è più un approccio fisico) e il monologo, che consiste nel
parlare a sé stessi con altri e sentirsi sottratti alla pena di contare solo su
di sé (non essere soli con sé stessi), fondamentale è avere un
ATTEGGIAMENTO DIALOGICO (emittente-ricevente);
NURSING SCIENZA UMANA
La teoria di Parse (elaborata nel 1981), teoria del nursing chiamata Man-Living-
Health, trae spunto dalla fenomenologia esistenziale e getta le basi per un
nursing con radici nelle scienze umane in alternativa a quelle naturali. Per
spiegare tale concetto utilizza due modelli:
1. Modello della TOTALITA’: riconosce che l’uomo è un essere totale,
riassuntivo, la cui natura è una combinazione di aspetti biologici,
psicologici, sociali e spirituali. Ciò si ricollega ai modelli di Gordon, nei
quali anche le convinzioni, i concetti di sé, i ruoli della persona vengono
raccolti e presi in considerazione durante la fase di pianificazione
dell’assistenza.
2. Modello della SIMULTANEITA’: che definisce l’uomo come essere unitario
in continua interrelazione con l’ambiente con il quale contribuisce a
creare la salute.
L’uomo è dunque, un’unità vivente non parcellizzata. Egli partecipa in modo
qualitativo alla propria esperienza di malattia e per questo, la salute diviene
impegno e responsabilità personale, nella quale la persona è l’autrice
principale e responsabile del proprio modo di vivere. L’operatore non può
decidere da solo per l’assistito e quest’ultimo allo stesso modo, non può essere
lasciato da solo nelle sue difficoltà. LA NATURA RELAZIONALE DEL NURSING: i
modelli concettuali fondati sui bisogni della persona, sull’alterazione di questi e
sull’individuazione di adeguati interventi tecnici per risolvere il problema NON
permettono di abbracciare l’esperienza individuale e globale della malattia,
descrivendone componenti, dimensioni e il suo manifestarsi.
HILDEGARDE PEPLAU: sottolinea che ciò che importa non è il bisogno in sé
stesso ma il modo in cui il bisogno è manifestato dalla persona assistita, dalle
sue risposte alla malattia attraverso i suoi comportamenti. Se il professionista
si limitasse a risolvere il bisogno senza prestare attenzione alla causa per la
quale si manifesta sarebbe solo un “tecnico”, e non soddisferebbe la persona
fino in fondo. Un bisogno non soddisfatto crea tensione ed ansia, che si
traducono in comportamenti, che potrebbero essere potenzialmente funzionali
o non funzionali/disfunzionali.
L’essenza dell’assistenza infermieristica sta nella capacità di riconoscere al
bisogno di aiuto della persona assistita attivando un processo che non deve
essere esclusivamente tecnico ma di maturazione ed educazione reciproca.
Saper vedere nella persona assistita il suo contesto culturale, il vissuto, le sue
paure e angosce, sempre tenendo in considerazione l’etica professionale e il C.
Deontologico che ci permettono un approccio e una comunicazione migliore.
Per l’infermiere l’interesse per l’uomo:
Non può riguardare esclusivamente lo studio dei suoi aspetti misurabili e
quantificabili (non solo linee guida e protocolli standard) ma il modo in
cui il suo vissuto esperienziale ci viene offerto (la soggettività della
persona attraverso la relazione che si instaura).
In qualità di unico esperto della propria malattia la persona: deve essere
interpellata e ascoltata.
Deve divenire da oggetto di applicazione di interventi tecnici, un
soggetto protagonista dell’incontro, la persona è la sola a poter
esprimere non solo i segni ed i sintomi della sua patologia ma soprattutto
la sua esperienza propria di malattia.
Si dovrà introdurre la logica di CARE ovvero il farsi carico dei vissuti esistenziali
e dei significati attribuiti alla malattia della persona, aiutare ad elaborare per
portare ad un maggior grado di autonomia.
LA RELAZIONE DI AIUTO
Incontro/rapporto dinamico tra due persone, in cui una è in condizione di
sofferenza, conflitto, confusione, disabilità mentre l’altra è dotata di un grado di
adattamento. L’operatore professionale di aiuto (colui che esplica aiuto) è una
persona che deve porre ripetutamente sé stesso come catalizzatore di questi
processi con grande disponibilità umana, padronanza di abilità pratiche e
comunicativo-relazionali. Tramite la relazione di aiuto si crea un rapporto
professionale che non ha solo l’obiettivo di appagare il bisogno di sicurezza e
attenzione della persona assistita/del suo caregiver ma anche di procurare
appoggio e facilitazione per permettere all’assistito di trovare le risorse per
operare cambiamenti e riadattamenti.
L’incontro centrato sulla persona → tale approccio si fonda sul valore
predominante dell’esperienza di ogni essere umano e stimola ogni individuo ad
assumersi la responsabilità delle proprie scelte e dei vissuti. CARL ROGERS, ha
influenzato in maniera profonda e radicale il campo delle scienze umane e a lui
va il merito di aver approfondito la relazione di aiuto, definita come quella
relazione nella quale, uno dei due protagonisti ha il ruolo di produrre nell’altro
la crescita, lo sviluppo e la maturità con un modo di agire più adeguato ed
integrato. Valorizzando le risorse personali del soggetto e aiutandolo ad avere
maggiore possibilità d’espressione. Individua alcune condizioni fondamentali
perché la relazione d’aiuto abbia successo e si crei un clima di fiducia,
indispensabile alla persona per procedere verso una chiarificazione e
accettazione dei suoi vissuti emotivi e della sua esperienza a qualsiasi livello.
Egli individua le caratteristiche di tale relazione:
1. Empatia → è la capacità di sentire il mondo dell’altro e accettarlo come
unico e irripetibile, di sintonizzarsi e di comprendere gli stati emotivi e
cognitivi della persona. Richiede una buona dose di attenzione e sensibilità
nell’accogliere i vissuti dell’interlocutore, anche quando questi possono
divergere profondamente per esperienza, valori e idee dai nostri. È
strettamente connessa alla sospensione del giudizio e di ogni forma di
interpretazione, produce dei cambiamenti e porta a una maggiore auto-
accettazione. Percezione corretta dello schema di riferimento altrui, ovvero
percepire in modo empatico significa sentire la situazione soggettiva di
qualcun’altro come analoga (COME SE), l’operatore deve saper sentire i
sentimenti dell’assistito (confusione, gioia, insicurezza...) come se fossero i
suoi, ma senza mai confondere i propri sentimenti, insicurezze e paure con
quelle di colui che assiste. La comprensione empatica è un atteggiamento
NON una tecnica, nasce dalla condizione positiva incondizionata. Essa si
esercita su ciò che è inespresso e sta dietro alle apparenze. Presuppone
sempre il come se, altrimenti ci sarebbe l’identificazione con il paziente, con
il rischio di non riuscire più a scindere i due aspetti e di conseguenza di non
aiutarlo nel modo adeguato. È sorprendente come solo il fatto di essere
ascoltati da qualcuno, dia la forza alle persone di affrontare e accettare stati
d’animo e sentimenti altrimenti insopportabili. Esistono alcuni aspetti
relazionali della componente affettiva che se esercitati NON favoriscono la
costruzione di un efficace relazione d’aiuto:
L’identificazione/simpatia: chi si immedesima nella situazione
esistenziale dell’assistito, fino a identificarsi con lui, rischia di
trasmettergli certi sentimenti di cui la persona già soffre. È opportuno
che l’operatore si sforzi di percepire il mondo della persona, tenendo
presente la condizione imposta dal “come se” fosse proprio, per evitare il
processo di identificazione.
L’indifferenza/apatia: chi rimane distaccato e freddo di fronte
all’assistito, non partecipa a fondo all’esperienza dell’altro e otterrà un
intervento povero e poco efficace.
Il giudizio: nei confronti dell’altro va escluso, sia che si tratti di
approvazione che di disapprovazione, di accordo o disaccordo con i suoi
sentimenti o pensieri. Il giudizio tende a intrappolare l’altro entro il
quadro di riferimento proprio di colui che lo aiuta e quindi, a diminuire la
libertà, spesso già ridotta, dell’interlocutore.
Direttività: l’operatore diviene direttivo nei confronti dell’assistito,
durante il colloquio, nei casi in cui interviene con domande che orientano
la comunicazione in una certa direzione, quando esprime il suo parere
prevenendo e condizionando quello della persona, quando suggerisce
linee di soluzione partendo dalla propria mentalità, o quando interviene
per deviare o bloccare il racconto perché non lo interessa o lo disturba.
L’empatia è diversa dalla perspicacia diagnostica e dalla simpatia: la prima si
basa sugli aspetti cognitivi (favorisce il distacco), la seconda si basa sulle
emozioni (favorisce il coinvolgimento) mentre l’empatia comprende aspetti
cognitivi ed emotivi in modo da favorire la giusta distanza.
2. Accettazione positiva incondizionata → accettazione dei vissuti e delle
esperienze astenendosi da ogni forma di inte
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