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Diritto penale - i reati associativi e le figure di confine Appunti scolastici Premium

Appunti di Diritto penale per l'esame del professor Melchionda sui seguenti argomenti: il concorso di persone nel reato, l'associazione delinquere, la differenza tra il delitto di associazione per delinquere ed il concorso di più persone nel reato.

Esame di Istituzioni di diritto penale docente Prof. A. Melchionda

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Reati associativi e le figure di confine (concorso di reati, concorso di persone nel reato, reato

continuato)

Molte sono le fattispecie associative previste nel nostro ordinamento: da quelle collocate nel Titolo I, Libro

II del codice penale (dedicato ai delitti contro la personalità dello Stato), come la cospirazione e la banda

armata, a quella del T.U. 309/1990 sugli stupefacenti (art. 74), fino alle più studiate associazione a

delinquere (art. 416 c.p.) e associazione a delinquere di stampo mafioso (art. 416 bis). Si vogliono qui

analizzare i rapporti tra i reati associativi (che trovano il loro paradigma nell’art. 416 c.p.) e i singoli reati-

scopo commessi dall’associazione. In particolare, si rileveranno le differenze tra il reato associativo e il

concorso formale di reati, il concorso di persone e il reato continuato. Sotto il primo aspetto, è necessario

ricordare che elemento fondamentale dell’associazione (termine che ha lo stesso significato in tutti i reati

associativi) è l’organizzazione di mezzi, anche rudimentale, al fine di commettere delitti. Questo è infatti ciò

che giustifica la maggior severità sanzionatoria che caratterizza i reati associativi rispetto ai reati-scopo in

concorso formale tra loro. D’altro canto, anche se nella pratica l’esistenza di un’associazione viene desunta

dalla commissione di reati da parte degli associati, è costantemente affermato che, per la sussistenza del

reato di associazione, non è richiesta l’esecuzione dei reati-scopo. La Corte di Cassazione ha puntualizzato

inoltre che la prova del reato associativo non può desumersi dalla circostanza che tre o più persone abbiano

commesso, insieme, una serie di fatti criminosi, in quanto l’accordo va provato in sé. Per inciso, riportiamo

che è ravvisabile il concorso formale tra più reati associativi, (art. 416 bis c.p. e art. 74 d.p.r. 309/1990, per

esempio), in quanto le rispettive norme tutelano interessi diversi. Per quanto riguarda le differenze con il

semplice concorso di persone, a parte il fatto che viene richiesto un numero minimo di almeno tre persone

per dar vita all’associazione, nel concorso l’accordo è occasionale e accidentale, cioè limitato alla

realizzazione di uno o più reati, e si esaurisce con la consumazione di questi. Nel reato associativo, invece,

l’accordo criminoso rimane per l’ulteriore attuazione del programma delinquenziale (si parla di carattere di

permanenza dell’associazione). Persiste quindi il pericolo per la collettività, che giustifica la grave sanzione

penale. Analogamente a quanto vale a proposito del concorso di reati, la responsabilità del singolo associato

può essere affermata anche qualora egli non abbia preso parte ad alcuna delle imprese criminose

dell’associazione. Allo stesso tempo, gli associati non possono ritenersi, solo per questo, concorrenti nel

singolo reato-scopo: la loro specifica responsabilità va provata, per non incorrere nella violazione dell’art. 27,

comma 1, Cost. (personalità della responsabilità penale). Rispetto al concorso di persone nel reato

continuato, è poi nell’associazione configurabile, secondo la giurisprudenza, la consapevolezza dei soggetti

di essere associati per l’attuazione del programma criminoso. E’ la cosiddetta affectio societatis scelerum,

che rappresenta il dolo generico del reato associativo. Secondo alcune sentenze, è punibile come

concorrente nel reato associativo colui che, estraneo alla struttura organica dell’associazione, si sia limitato

ad occasionali partecipazioni in singoli reati-scopo. La questione è però piuttosto delicata, soprattutto in

relazione alla figura del concorso esterno in associazione mafiosa (ormai ammesso dalla Cassazione), che

esula dalla nostra trattazione. La Cassazione nel 1996, in un caso di associazione finalizzata al traffico di

stupefacenti, ha affermato che, "in caso di contributo duraturo del concorrente eventuale, la prova negativa

del suo vincolo proviene dall’esclusione, secondo regole interne, anche consuetudinarie, dell’associazione,

circa l’affiliazione e il comportamento dei membri. In assenza di queste, se si dimostra che i membri

dell’associazione fanno preventivo affidamento sul contributo di taluno, la sua condotta duratura non può

essere distinta da quella permanente di qualsiasi partecipe, perché non può essere ritenuta svincolata dallo

scopo sociale". La stessa sentenza precisa che, nel caso in cui non sussista il preventivo affidamento

suddetto, per ritenere a carico del soggetto il concorso formale del reato-scopo con quello di concorso

eventuale in reato associativo, è necessario dimostrare che egli non si determinerebbe a commettere il

primo, se la persona con lui concorrente non fosse un partecipe di quell’associazione. La questione più

complessa è quella riguardante il reato continuato. Per anni la giurisprudenza ha ritenuto che non vi fosse

compatibilità logica tra continuazione (tra i singoli reati commessi e tra questi e il reato associativo) e

associazione. Si riconosce infatti come elemento costitutivo del reato associativo l’indeterminatezza del

programma criminoso, che cozzerebbe contro quello del "medesimo disegno criminoso", richiesto dall’art. 81

c.p. quale elemento della continuazione. Per aversi reato continuato, cioè, non è sufficiente un generico

programma di attività delinquenziale, ma occorre che tutte le diverse condotte criminose realizzate siano

comprese fin dal primo momento e nei loro momenti essenziali, nell’originario proposito criminoso. In realtà,

spesso, l’orientamento era giustificato da preoccupazioni di ordine pratico, in ordine agli effetti della

continuazione, laddove essa venisse ravvisata partendo da un reato-scopo punito assai gravemente. In

seguito, la giurisprudenza ha elaborato posizioni più articolate. Innanzitutto, le fattispecie associative non

richiedono, per la sussistenza dell’associazione, la volontà di commettere un numero indeterminato di delitti,

ma solo "più delitti" (art. 416 c.p., art. 74 d.p.r. 309/1990 etc.), "uno dei delitti indicati" (artt. 305 e 306 c.p.). Il

numero dei delitti, perciò, può essere definito. Inoltre, in giurisprudenza, si ritiene ammissibile configurare il

vincolo della continuazione nei casi in cui vi sia la contemporaneità ideativa e attuativa del reato associativo

e dei reati-scopo: uno stesso soggetto costituisce un’associazione criminosa, vi aderisce, e materialmente

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summerit

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
Università: Trento - Unitn
A.A.: 2012-2013

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher summerit di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Istituzioni di diritto penale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Trento - Unitn o del prof Melchionda Alessandro.

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