Rapporti Italia-USA sul nucleare
Introduzione
Mi è sembrato opportuno, nell'ambito di una tesina che analizza il rapporto dell'Italia con lo sviluppo del nucleare nel contesto post-bellico, tentare di soffermarmi più nello specifico sulle posizioni tenute dai diversi governi che si sono succeduti nel nostro paese con gli Stati Uniti, per cercare di capire, almeno in minima parte, quanta autonomia decisionale abbia potuto effettivamente esercitare il nostro paese nel tentativo di diventare una potenza nucleare militare.
Rispetto alle letture esaminate, appare chiaro che dotarsi di impianti e strutture volte alla creazione di tale capacità richiedesse uno sforzo economico che l'Italia non poteva assolutamente permettersi di compiere in quel contesto storico, così come appare chiaro che un paese uscito sconfitto dalla Seconda Guerra Mondiale non potesse assolutamente limitarsi ad assumere il ruolo di spettatore dinanzi alla diffusione di una tipologia così innovativa e all'avanguardia di armamenti, che consentivano in un certo qual modo di ottenere un determinato status di privilegio e considerazione nei rapporti internazionali.
In sostanza, Roma deve puntare (ed è praticamente costretta a farlo) sulla condivisione del nucleare americano per contare di più all'interno della Nato. Ma fino a che punto ha il potere di perseguire tale intento, visto che deve forzatamente sottostare alla benevolenza e, soprattutto, alle strategie che Washington intende perseguire?
Vi era quindi la volontà di tornare a rivestire immediatamente un ruolo primario in termini di potenza sia nel contesto europeo che in quello più ampio internazionale; atteggiamento alquanto contraddittorio rispetto a quella condotta improntata su una sorta di timore riverenziale nei confronti degli Stati Uniti, dettata dal fatto che la strategia italiana non poteva prescindere in alcun modo dalla volontà del Paese leader del Blocco Atlantico.
“In linea generale, la sconfitta dell'Italia nella Seconda Guerra Mondiale ed il suo riposizionamento all'interno del sistema occidentale a guida USA ha impedito l'elaborazione di una propria dottrina geopolitica. A tale subalternità rispetto alle linee di condotta di Washington bisogna indubbiamente aggiungere una profonda crisi di identità nazionale. Ciò ha comportato una sostanziale mancanza di sovranità nei principali settori di intervento (militare- politica estera- economico)” www.eurasia-rivista.org
In tale contesto, quali mai potranno essere i possibili margini di manovra (specie in politica estera) per l'Italia?
Origine interesse per il nucleare e ruolo Amm. Eisenhower
Comunque, l'interesse italiano per le possibili applicazioni militari dell'energia nucleare risale al momento delle esplosioni di Hiroshima e Nagasaki, le quali suscitarono numerose riflessioni all'interno degli ambienti militari. La questione nucleare divenne un pilastro della strategia Nato con l'Amministrazione Eisenhower, che con la teoria della “Rappresaglia Massiccia” fece delle armi atomiche il centro della capacità dissuasiva del blocco occidentale.
Così, al governo e ai diplomatici italiani sembrò opportuno il tentativo di definire una qualche forma di controllo sulle nuove armi per poter partecipare attivamente alle decisioni cruciali per il futuro dell'Alleanza. A tale scopo si rivelava necessaria una stretta cooperazione bilaterale con gli Stati Uniti. Il Nuclear Sharing veniva visto come una concreta risposta alle problematiche inerenti la politica estera di un paese che doveva faticosamente guadagnare prestigio e rispetto dopo la sconfitta in guerra. La rivoluzione dell'approccio di Eisenhower ebbe un profondo impatto sulla politica estera e di sicurezza italiana.
“La domanda che sembrava esser più frequente in diversi ambienti sia interni che esterni era: in che modo l'Italia avrebbe potuto partecipare alla formulazione della nuova strategia dell'alleanza se non fosse stata in grado di apportarvi un suo contributo?” NutiCAMEN
Il timore di esser relegati in una posizione secondaria all'interno del Blocco Occidentale era diffuso. Altra problematica era dettata da delle tensioni interne sorte all'interno della comunità degli studiosi civili e tra questi e gli ambienti militari. Sembrava quasi esserci la volontà di complicarsi la vita da soli, in una fase in cui la coesione interna di intenti si sarebbe comunque rivelata essenziale. La nascita del CAMEN (Centro applicazioni militari energia nucleare) ad opera dello Stato Maggiore della Difesa costituì una prima risposta alla nuclearizzazione della strategia occidentale, ma aveva poca libertà d'azione. Tentò l'acquisizione di un reattore negli USA tramite il CNRN (Consiglio Nazionale delle Ricerche Nucleari), ma fu una richiesta che venne ampiamente criticata.
SETAF
Ciò che spinse all'ingresso effettivo dei primi ordigni nucleari nel nostro paese per scopi militari fu la fine del regime di occupazione alleato in Austria. Difatti, questo comportò il ritiro delle truppe americane dalla regione e, di conseguenza, la fine della garanzia di immediato sostegno in caso di aggressione (altra sintomatica questione che rivela l'incapacità italiana di provvedere autonomamente alla sicurezza del proprio territorio).
Le insistenti richieste italiane (specialmente ad opera del ministro della Difesa Taviani) per lo schieramento di forze americane sul territorio, dovute anche ai tentativi fallimentari fatti nello stabilire una cooperazione militare con la Jugoslavia, portarono alla costituzione della SETAF (Southern European Task Force) alla fine del 1955; si decise di rimanere vaghi rispetto alla natura nucleare del nuovo reparto, per non incontrare problemi rispetto alle sollevazioni critiche che l'opinione pubblica avrebbe avanzato.
“Nel comunicato stampa del 27 luglio non si faceva perciò nessun accenno alla possibilità che la futura SETAF fosse dotata di armi nucleari - cercando così di far passare sotto silenzio il primo accordo formale stabilito dal governo italiano per ospitare sul territorio nazionale reparti stranieri con capacità atomiche” Nuti.
Inoltre, la SETAF non doveva in alcun modo apparire come una forza di occupazione, bensì di tutela all'integrità territoriale.
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