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Riassunto esame Ragioneria generale, prof. Poli, libro consigliato Bilancio di esercizio e libri contabili, Maurini (seconda parte) Appunti scolastici Premium

Riassunto per l'esame di Ragioneria generale, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Bilancio di esercizio e libri contabili di Maurini. Come la precedente parte, l'elaborato è a mio parere completamente sostitutivo del libro di testo e delle lezioni; voto conseguito 30.Gli argomenti trattati sono i seguenti: prospetti di bilancio d'esercizio, stato di... Vedi di più

Esame di Ragioneria generale dal corso del docente Prof. S. Poli

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ESTRATTO DOCUMENTO

• Costanza di applicazione degli aspetti formali, cioè adozione della stessa modalità di

esposizione delle voci: se annualmente cambio il modo di collocare i conti negli schemi,

automaticamente le due voci non sono comparabili (non posso mettere l’ammortamento macchinari

un anno nella voce 14 e un altro nella voce 17). Sono ammesse deroghe.

• Segnalazione delle operazioni straordinarie avvenute che modifichino sensibilmente la

struttura aziendale;

- Competenza: i ricavi sono di competenza quando sono realizzati, cioè quando il processo produttivo

è stato completato e lo scambio con terze economie è avvenuto, con passaggio sostanziale della

proprietà. I costi sono di competenza se correlativi ai ricavi.

come si valutano i costi correlativi?

• Per i beni e i servizi a fecondità semplice, associazione causale diretta con i ricavi.

• Per i beni e i servizi a fecondità ripetuta, ripartizione in quote su base razionale e sistematica

in mancanza di una correlazione più diretta.

• Perdita di utilità futura

- Significatività e rilevanza: sono principi dibattuti, dal limitato valore operativo; la significatività attiene

all'aspetto qualitativo e la rilevanza a quello quantitativo dell'informazione offerta. Nella sostanza la

loro interpretazione e applicazione è lasciata al redattore del bilancio.

Altri rilevanti principi contabili e postulati sono:

- Comprensibilità (chiarezza);

- Periodicità della misurazione del risultato economico e del patrimonio aziendale;

- Omogeneità: si fa riferimento all’unità di misura, per cui tutti gli elementi devono essere espressi ad

es. in euro; seppur potendo risultare scontato, si pensi a quelle medie o grandi imprese che hanno

frequentemente rapporti economici con operatori esteri che potrebbero non utilizzare la valuta

europea;

- Conformità del complessivo procedimento di formazione del bilancio ai principi contabili;

- Funzione informativa e completezza della nota integrativa e delle altre informazioni necessarie;

- Verificabilità dell'informazione: non è facile verificarlo in realtà. Se ad es. affermiamo di aver utilizzato

per le rimanenze un certo metodo (al valore di mercato), se non spieghiamo come realmente

abbiamo proceduto, nulla potrà assicurare che quel valore iscritto sia corretto.

Costo come criterio base delle valutazioni:

Il costo esprime, almeno nel momento iniziale dell'acquisizione di un fattore, il valore minimo funzionale che

l'azienda attribuisce al fattore stesso; altrimenti non sarebbe stato acquisito.

Il criterio del costo limita la discrezionalità dei redattori del bilancio: l’esistenza di un correlato documento che

attesti l’entità dei vari costi limita di molto l’uso di discrezionalità (il documento è certo e appunto

documentato), inoltre è di facile applicazione e verificabilità.

CREDITI

Argomenti trattati:

Problematiche di valutazione e rappresentazione dei crediti nel bilancio di esercizio.

Definizione di credito:

Il credito rappresenta il diritto a esigere a una data scadenza determinati ammontari (sia beni che servizi;

quindi non solo denaro) da determinati soggetti.

Possiamo operare diverse distinzioni di crediti:

Origine:

- Crediti sorti in relazione ai ricavi (c.d. crediti di funzionamento);

- Crediti sorti per finanziamenti concessi (c.d. crediti di finanziamento);

- Crediti sorti per altre ragioni.

Natura del debitore:

- Crediti verso clienti;

- Crediti verso consociate: sono altre società controllate , collegate, controllanti (nelle quali noi abbiamo

partecipazioni, oppure loro hanno partecipazioni nel nostro capitale, si condivide proprietà

dell’azienda).

- Controllanti (hanno partecipazioni nel nostro capitale).

- Crediti verso altri.

Scadenza: secondo una classificazione convenzionale, quindi non imposta dalla legge, si definisce:

- Crediti a breve scadenza: crediti esigibili entro i 23 mesi (< 12 MESI);

- Crediti a media o lunga scadenza (> 12 MESI).

Momento di iscrivibilità in bilancio dei crediti:

Varia a seconda che i crediti siano:

- Crediti derivanti da ricavi di vendita, quindi i origine commerciale: sono iscrivibili se sono maturati i

relativi ricavi, cioè i ricavi sono di competenza (quindi il processo produttivo è stato completato e lo

scambio avvenuto);

- Crediti non derivanti da ricavi di vendita, quindi non di origine commerciale: sono iscrivibili se

sussiste/sorge "titolo" al credito, cioè quando effettivamente sorgono le obbligazioni di terzi. Non

conoscendo il preciso momento del sorgere di questi crediti, ci si rivolge per la regolamentazione al

codice civile.

Classificazione in bilancio dei crediti:

Nello schema di SP i crediti sono inclusi sia nell’attivo circolante che tra le immobilizzazione ed entro ciascun

gruppo è prevista una classificazione per soggetto debitore.

Nota bene: la voce “imposte anticipate” non esprime acconti per le imposte, in quanto se lo fossero queste

andrebbero nei crediti tributari. La voce è bensì relativa ad altri problemi che per semplicità non trattiamo.

Altro aspetto rilevante è che il credito verso le imprese controllate e collegate, presente sia nella macroclasse

B che C, non implica che la impresa in questione sia o controllante o collegata.

Sempre in tema di classificazione nel bilancio dei crediti, in riferimento ai crediti immobilizzati, va indicata la

parte esigibile entro l'esercizio successivo; in riferimento ai crediti del circolante, va indicata la parte esigibile

oltre l'esercizio successivo. Inoltre:

• I crediti verso altre consociate vanno indicati distintamente se di importo rilevante.

• Nelle immobilizzazioni vanno iscritti i crediti di finanziamento; nel circolante vanno iscritti i crediti di

funzionamento. Quando un credito va iscritto nell’attivo immobilizzato e quando nell’attivo circolante? I crediti

corrispondenti ad immobilizzazioni finanziarie rappresentano crediti di finanziamento e vanno nell’attivo

immobilizzato; mentre crediti v. clienti, dilazione, credito di funzionamento nell’attivo circolante.

Valutazione nel bilancio dei crediti:

Ai sensi dell’art. 2426, il codice impone come criterio di valutazione per i crediti quello della presumibile

realizzazione (c.d. criterio del presunto valore di realizzo), in base al quale in sede di redazione del bilancio si

devono valutare i rischi di inesigibilità relativi ai crediti già contabilizzati, quindi fare la differenza tra il valore

nominale del titolo ed eventuali rettifiche per minori realizzi: Perdite per inesigibilità (serie di cause diverse, la

più importante è la perdita per inesigibilità: valutiamo la possibilità che il nostro cliente non avendo soldi non

ci paga, non è che non ci paga a scadenza, non ci paga proprio, non ci sarà mai un incasso, credito vuoto),

Resi e rettifiche di fatturazione , Sconti e abbuoni e Altre cause.

Nota bene: le poste rettificative del valore degli elementi dell'attivo sono portate a diretta riduzione del valore

degli stessi.

L’azienda, qualora ritenga che dei crediti siano non completamente o parzialmente esigibili, quindi da

iscrivere per il totale valore nel bilancio, è chiamata a stanziare per queste ipotesi un “Fondo svalutazione

crediti” da portare a diretta rettifica dei valori crediti a cui si riferisce (non devo mettere sotto il valore

nominale del credito la rettifica in segno negativo nel bilancio), il quale costituisce un fondo rettificativo

(contabilmente, metterò in avere una componente negativa finanziaria pari al valore del credito da rettificare

e in dare il valore di rettifica al fondo, quale componente negativa di reddito).

I casi in cui deve essere utilizzato tale fondo sono:

- Nei casi in cui si siano già manifestate perdite per inesigibilità (fallimento dei debitori, debitorie

irreperibili, ecc.);

- Nei casi in cui si tema che in futuro si verifichino insolvenze sia per i crediti in portafoglio che per

quelli ceduti per i quali sussiste ancora possibilità di azione di regresso nei nostri confronti (devo

sempre fare quindi attenzione a che la cessione sia pro solvendo o pro soluto).

Esempio contabile:

La stima della inesigibilità di un credito, quindi anche il relativo accantonamento al fondo svalutazione, può

essere:

- Stima analitica: se ne deve ricorrere nell’eventualità che l’evento temuto o latente si sia manifestato e

quindi la perdita di liquidità sia certa. Prevede in particolare l’analisi per ogni credito di importo

rilevante, della situazione del debitore (finanziaria, giudiziale, ecc.).

- Stima forfettaria: pur non avendo oggettive/certe notizie sulla perdita di liquidità, nel timore che

avverrà comunque in futuro, si accantona una quota del credito. Annualmente l’azienda, con

l’osservazione di certi fenomeni più o meno ricorrenti, può stimare ad es., qualora annualmente il 5%

del fatturato non riesca ad incassarlo per mancato pagamento, per il 5% la perdita per inesigibilità.

Ma questa è una stima forfettaria, 5% sul valore dei ricavi. Oppure 2x100 crediti iscritti in bilancio,

stima che approssima le perdite, criterio forfettario.

Es.1:

Es.2:

La parte rimanente dopo lo stralcio è un errore di valutazione fatto l’anno prima, e quest’anno ne pago le

conseguenze. Costo che attribuiamo a quest’anno, che quando lo andiamo a collocare ha natura

straordinaria (tra oneri e proventi straordinari). Se il fondo fosse stato eccessivo abbiamo una

sopravvenienza attiva, perché avevo stanziato troppo l’anno prima.

Es.3:

Nota bene: il credito che stralciamo è nato quest’anno, non l’anno prima, quindi devo chiudere la perdita

(voce di costo rappresentata da “perdite su crediti” senza riferimento come prima quindi a “ad es.

precedenti”).

Inoltre le perdite su crediti sorti nell’anno costituiscono costo ordinario e vanno nel costo della produzione:

non dobbiamo utilizzare fondo svalutazione presente nel bilancio, perché è stato stanziato nel 31/12 con

riferimento a crediti anno prima.

Attualizzazione dei crediti:

Innanzitutto si fa riferimento di crediti commerciali (derivanti dalla cessione di beni e servizi) che hanno in

senso sostanziale scadenza nel medio o lungo periodo (potrebbe formalmente anche essere fissato il breve

termine, ma sappiamo sostanzialmente che sarà nel medio - lungo); altra condizione e che non siano previsti

interessi di dilazione (o sono previsti per un ammontare più basso rispetto a quello che è l’interesse

normalmente applicato a quelle operazioni: se l’interesse ad es. è del 6%, sarà dell’1%).

Da ciò possiamo affermare che una parte dei ricavi sottostanti il credito costituisca interessi impliciti di

dilazione: se ricorrono le prime due condizioni, non tutto il ricavo è relativo alla vendita di prodotti e servizi,

ma all’interno vi è una parte di ricavi che deve essere riclassificata perché comprendente interessi impliciti; si

pensi ad es.: se ad es. il prezzo è 100.000 e se pago subito mi fa 98.000. quei 2.000 in realtà sono interessi

per la dilazione del pagamento anche se contabilmente non li rilevo.

Es.:

Osservazione: abbiamo esplicitato l’interesse, essendo stato il ricavo contabilizzato una parte di interesse di

implicito, riduco prodotti c/vendite in dare, con cui abbiamo contabilizzato il ricavo, e rettifico al conto di

riferimento “interessi attivi di dilazione” in avere. Abbiamo poi rettificato gli interessi attivi per la parte non di

competenza al conto di ricavo sospeso “Risconti passivi”.

Nota bene:

- L'attualizzazione non va fatta sempre: ci sono casi in cui la problematica della attualizzazione non

genera contabilizzazione; in particolare

• il basso tasso di interesse è giustificato dall'esenzione fiscale degli interessi stessi o

dall'esistenza di una garanzia di terzi tale da assicurare l'incasso;

• i crediti sono rappresentati da acconti (a fornitori) che non prevedono restituzione o da

garanzie o cauzioni concesse a terzi.

- L’attualizzazione interessa il valore dei ricavi, non quello dei crediti: non movimento il conto crediti ma

solo quello dei ricavi, sebbene il nome della procedura si tratti di una attualizzazione dei crediti.

DEBITI

Argomenti trattati:

Problematiche di valutazione e rappresentazione dei debiti nel bilancio di esercizio.

Definizione di debito:

Il debito rappresenta una obbligazione a pagare un ammontare determinato ad una data prestabilita.

Abbiamo diversi tipi di classificazioni:

Origine:

- Debiti sorti in relazione a costi;

- Debiti sorti per finanziamenti ricevuti;

- Debiti sorti per altre ragioni;

Natura del soggetto creditore:

- Debiti verso soci per finanziamenti;

- Debiti verso altri finanziatori;

- Debiti verso fornitori;

- Debiti verso consociate;

- Debiti verso altri..

Scadenza: è sempre convenzionale, quindi

- Debiti a breve scadenza: la data di pagamento è entro i 12 mesi successivi alla origine del titolo di

debito;

- Debiti a media o lunga scadenza: la data di pagamento è oltre i 12 mesi successivi alla origine del

titolo di debito.

Momento della iscrivibilità nel bilancio dei debiti:

- Debiti di origine commerciale: se relativi ad acquisizioni di beni, quando rischi, oneri e benefici

significativi connessi alla proprietà sono stati trasferiti (c’è stato il passaggio di proprietà del bene o il

reso del servizio e il costo relativo diventa di competenza, sì che il debito può essere iscritto in

bilancio); se relativi ad acquisizioni di servizi, quando i servizi sono stati resi (le prestazioni sono state

effettuate); sono tendenzialmente i debiti di funzionamento

- Debiti di origine diversa da quella commerciale: vanno rilevati quando sorge giuridicamente

l’obbligazione verso la controparte, cioè se rappresentano effettivamente obbligazioni verso terzi

secondo la legge; sono tendenzialmente i debiti di finanziamento.

Collocazione nella classe D dello schema di stato patrimoniale:

Si può dedurne una classificazione prevalentemente per natura, cioè basata sul soggetto creditore.

Stranamente non è presente invece una classificazione per scadenza del debito, molto importante ai fini

dell’analisi finanziaria, a meno che non la si compia avvalendosi del 2424, secondo cui per ogni voce di

debito deve essere separatamente indicata la parte esigibile oltre la fine dell’esercizio successivo.

Nota bene:

Circa i debiti per acconti, si intendono gli acconti ricevuti dai clienti e non acconti a fornitori: gli acconti a

fornitori prevedono la corresponsione di una somma di denaro al fornitore per una successiva fornitore, in tal

caso sorge per forza un credito (che non va inserito qui); differentemente il debito acconti da clienti.

Circa i debiti rappresentati da titolo di credito, si intende più che altro le cambiali passive; circa i debiti

tributari, ne sono diverse le voci inseribili. I debiti che non possono essere collocati in una apposita voce,

bisogna inserirli nella voce “altri debiti”.

Valutazione dei debiti:

Avviene generalmente secondo il valore nominale: il debito va iscritto sempre per il valore nominale e non ci

sono normalmente rettifiche di debito. Per alcune e specifiche voci di debito il trattamento è leggermente

diverso.

Attualizzazione dei debiti:

Davanti ad un debito di natura commerciale che presenta scadenza nel medio/lungo periodo (in senso

sostanziale) e qualora non siano previsti interessi o siano previsti in misura irragionevolmente bassa rispetto

a un appropriato tasso di mercato, necessita una permutazione economica, andando a rettificare il valore di

acquisto dei beni o dei servizi che hanno generato il debito commerciale,in quanto una parte dei costi

sottostanti il debito costituisce interessi impliciti di dilazione.

Nota bene: la attualizzazione non va sempre fatta, qualora:

- il basso tasso di interesse è giustificato dall'esenzione fiscale degli interessi stessi o dall'esistenza di

una garanzia di terzi tale da assicurare l'incasso;

- i debiti sono rappresentati da acconti (da clienti) che non prevedono restituzione o da garanzie o

cauzioni concesse da terzi. RIMANENZE DÌ MAGAZZINO

Argomenti trattati:

Problematiche di valutazione e rappresentazione delle rimanenze di magazzino nel bilancio di esercizio.

Classificazione nel bilancio di esercizio:

Le scritture relative alle rimanenze sono sostanzialmente due: a fine anno per la inventariazione colloco il

costo sospeso nello SP sotto la voce “Materie prime” o altra, e nel CE la voce di ricavo “Materie prima

c/rimanenze finali” o altra; a inizio anno invece, dopo le scritture di apertura si fa lo storno dei conti transitori;

quindi “merci c/rimanenze iniziali” a “merci”, ecc., rispettivamente voce di costo nel conto economico a costo

sospeso.

Stato patrimoniale:

Quindi nello SP vanno collocati i costi sospesi e ripresi. La classe delle rimanenze previste al numero “I”

della lettera “C: attivo circolante” dello SP, prevede le seguenti voci.

Nota bene:

La voce “Acconti” in questo caso si riferisce agli anticipi corrisposti ai fornitori di tali beni, con riguardo

all’aspetto economico della transazione (quota di costo pagata in anticipo) rispetto che a quello strettamente

finanziario (credito verso il fornitore). In sostanza a seconda del motivo per cui abbiamo versato l’acconto,

collocheremo il relativo conto in un diverso posto nello SP.

Conto economico:

Nel Conto Economico appaiono invece le voci riferite alle variazioni delle rimanenze dei vari elementi di

magazzino, derivanti dalla differenza tra la rimanenza finale e quella iniziale dei beni.

Nel valore della produzione (A2 o A3) colloco i conti relativi delle rimanenze di prodotti in corso, semilavorati

e finiti (in particolare rimanenze finali meno rimanenze iniziali); con la specifica che le rimanenze iniziali

vanno iscritti col segno negativo “-“ e finali col segno positivo “+”.

Nei costi della produzione (B11) i restanti indicati (in particolare le rimanenze iniziali meno le rimanenze

finali) e vanno in segno positivo “+” le rimanenze iniziali e negativo “-“ quelle finali.

Criterio generale di valutazione:

Poniamo innanzitutto quello che frequentemente è un errore didattico: spesso e volentieri per la valutazione

delle rimanenze si fa riferimento ai metodi convenzionali di stima di costo, quali il LIFO, FIFO o costo medio

ponderato, fatto che oltre ad essere concettualmente errato dà l’idea che ci siano più criteri di valutazione.

Ai sensi dell’art. 2426 del codice civile, la regola generale di valutazione è una sola:

“Le rimanenze (nonché i titoli e le attività finanziarie che non costituiscono immobilizzazioni) vanno valutate

al minor valore tra il costo di acquisto o di produzione (primo parametro: utilizzo il costo di acquisto per

valutare le materie prime, sussidiarie, di consumo, semilavorati e le merci; mentre valuto al costo di

produzione per valutare i prodotti in corso di lavorazione, semilavorati di produzione e prodotti finiti) e il

valore di realizzazione desumibile dall’andamento del mercato (valore di mercato).”

Il problema è che i parametri non sono sempre uguale e variano secondo la tipologia di beni in rimanenza.

L’OIC prevede inoltre che la valutazione venga compiuta voce per voce, per evitare compensazioni di partite:

all’interno di ciascuna voce, ogni tipologia specifica di rimanenza deve essere quindi valutata separatamente

(date rimanenze di tipo A e B, se le valutassi complessivamente, la perdita di un elementi si va a compensare

alla sopravvenienza dell’altro, il che è inammissibile, in quanto compenso una perdita con un utile sperato).

Le rimanenze, e le successive valutazioni, possono come detto riguardare:

• Materie prime, sussidiarie e di consumo

• Semilavorati di acquisto

• Merci

• Prodotti

• Prodotti in corso di lavorazione

• Semilavorati di produzione

Materie prime, sussidiarie e di consumo, e semilavorati di acquisto:

Se parliamo di Materie prime, sussidiarie e di consumo, e semilavorati di acquisto (per fare un certo prodotto

acquisto materie, merci da altre aziende), valuto al minore tra

- Costo di acquisto (non costo di produzione come primo: per quegli elementi di rimanenza, il costo di

acquisto comprende il complesso dei costi sostenuti per avere la disponibilità delle giacenze nel

luogo e nella condizione in cui si trovano al momento della valutazione (oneri accessori): sommo al

costo di acquisto del bene, i costi accessori che ho sostenuto per mantenere i costi in quel

magazzino, quali magazzinaggio, trasporto, ecc.)

- Valore di mercato (o valore di realizzazione desumibile dall’andamento di mercato: è il "costo di

sostituzione", cioè il costo con il quale, in normali condizioni di gestione, determinati beni possono

essere riacquistati alla data di chiusura dell'esercizio (va valutato anche l'andamento tendenziale dei

costi; non bisogna tenere conto solo del valore al 31.12 ma anche nel periodo successivo): se ho 10

unità in magazzino e devo individuare il prezzo di mercato, penso se oggi acquistando 10 unità di

bene quando le pagherei; il valore di mercato non è quello dei vendita delle materie prime, essendo

queste destinati solo alla produzione, ma il valore che io pagherei per riacquistare queste merci oggi).

Il minor valore di questo sarà iscritto con “Materie prime” a “materie prime c/rimanenze finali”, in virtù questo

del principio di bilancio della prudenza: solo il minor valore tra i due io mi attendo di recuperare l’anno

successivo.

Merci:

Chiaramente destinate ad essere vendute; scelgo il minor valore tra

- Costo di acquisto: analogo al caso precedente: il costo sostenuto per le merci più gli oneri accessori

- Valore di mercato: il valore di riferimento è il "valore netto di realizzo", cioè il prezzo di vendita al netto

di costi di completamento e distribuzione ancora da sostenere nella misura in cui sono prevedibili: se

ho un prodotto il cui valore di vendita sia 10 euro ma il cui costo di imballaggio ad es. sia di 0.50 euro

e quindi per ricavare quei 10 euro sosterrò un costo per realizzare la vendita, quindi il parametro che

prendo è il valore netto di realizzo (e non lordo) che è 9.50 euro; mi devo chiedere quanto mi aspetto

di ricavare vendendo quelle merci (anche qui va valutato anche l'andamento tendenziale dei prezzi e

non solo a fine esercizio).

Prodotti finiti:

Scelgo il minor valore tra:

- Costo di produzione: primo parametro non il costo di acquisto ma il costo di produzione, inteso

quest’ultimo nella eccezione di "costo industriale", dato dalla somma dei costi diretti e dei costi

indiretti riguardanti esclusivamente la funzione tecnico-manifatturiera.

- Valore di mercato: come prima, al valore netto di realizzo.

Prodotti in corso di lavorazione e semilavorati di produzione (elemento che unito ad altri determinerà il

prodotto finito):

Scelgo il minor valore tra:

- Costo di produzione: sempre costo industriale, quindi sommo il costo dei fattori della produzione fino

a quello stato di realizzazione

- Valore di mercato: sempre il valore netto di realizzo-

Modelli di determinazione del costo (si dovrà poi confrontare il costo determinato con il valore di

mercato):

Sempre l’art. 2426, impone che il costo dei beni fungibili (il bene non può comunque essere distinto da altri

che sono uguali a lui ;solo di questi), non possa essere determinato dal costo specifico, ma deve essere

calcolato secondo uno dei seguenti criteri valutativi:

• Costo specifico (quando possibile)

• Costo medio ponderato

• FIFO

• LIFO

Per i beni infungibili (può essere distinto da altre tipologie di beni, es. rimanenze di autovetture, le quali

possono ognuna essere individuate, per es. tramite matricola e quindi possono a ciascuna attribuire il valore

di costo quindi non posso attribuire un costo specifico):

• Costo specifico

Costo medio ponderato per periodo

Prevede il calcolo di una media dei prezzi di acquisto dei beni ponderata per le quantità acquistate:

Osserviamo la seguente successione di carichi e scarichi di magazzino, con indicazione di vari valori.

Dopo aver osservato le quantità caricate o scaricate, faccio la sommatoria tra le quantità caricate in

magazzino per il costo di ogni carico diviso l’ammontare dei carichi: 3.33 è il costo medio ponderato del

periodo che attribuisco alle rimanenze. Poi farò il prodotto tra le rimanenze 4.000 è il costo medio ponderato

per determinare il costo delle rimanenze che poi confronterò con il valore di mercato.

Costo medio ponderato continuo:

Prevede la determinazione di un nuovo costo ponderato ogni volta che si verifica un nuovo acquisto, sì che il

costo medio ponderato ottenuto sarà utilizzato per valorizzare gli scarichi immediatamente successivi.

Prima dello scarico faccio la somma dei carichi in quantità e valore e faccio la media (costo medio) con la

quale valorizzo in seguito gli scarichi (in termini negativi), il saldo tra la sommatoria dei carichi e lo scarico

sarà sempre valorizzato al costo medio. Successivamente faccio un carico di merci e determino sempre il

costo medio, in quanto il periodo successivo ho uno scarico da valorizzare sempre al costo medio prima

determinato; rifaccio la situazione/riepilogo valutato sempre al costo medio. In fine il valore residuale di

quantità e valore al 31/12 sarà il valore delle rimanenze valutate al costo medio ponderato.

FIFO (first in first out)

Metodo che presuppone una movimentazione delle rimanenze razionale e concreta, in quanto si utilizzano o

si vendono/scaricano le rimanenze che da più tempo sono disponibili e restano quindi in magazzino le

quantità relativamente più recenti.

Faccio riferire il primo scarico di 800 interamente alle rimanenze del primo gennaio (le prime ad entrare) e il

secondo scarico in parte (per 200) alle restanti rimanenze del primo gennaio e in parte a quelle del secondo

di aprile: alla fine del periodo considerato noto che le prime rimanenze sono state tutte scaricate e in parte le

seconde, sì che mi rimangono materie da valutare per 1000 riferite al secondo di aprile e 3000 al 4 di giugno

(che non avevo toccato) e che devo rispettivamente valutare per il costo unitario quindi 3 e 4: il valore

ottenuto sarà poi confrontato con il valore di mercato.

LIFO (last in first out) continuo:

Si ipotizza che I beni in uscita dal magazzino siano quelli acquistati più recentemente e che dunque nel

magazzino rimarranno i beni entrati nei primi periodi.

A differenza del metodo FIFO, lo scarico di 800 è riferito all’acquisto immediatamente precedente, quindi allo

scarico del 2 aprile; invece il secondo scarico sarà analogamente riferito al carico del 4 di giugno: ne

consegue che la rimanenza di 400 risulterà formata da quelle 1000 unità di merce acquistate al primo

gennaio e valutate al loro costo di acquisto di 2, da le unità di merci rimanenti alle 2000, dopo aver sottratto

lo scarico, che sarà valutate per 3 e le analogamente rimanenti merci a seguito dello scarico riferite al 4 di

giugno e valutate a 4.

Effetti metodi convenzionali, nota bene:

Riflettere su cosa accade, a livello di stato patrimoniale e di conto economico, nelle situazioni di prezzi

crescenti: se i prezzi dei carichi sono crescenti, con il FIFO mi rimane l’ultimo e quindi valorizzo le rimanenze

ai prezzi che vengono praticati in quel momento (con prezzi maggiormente in linea con il mercato); se

applico il LIFO valorizzo con un valore di carico più basso rispetto al valore attuale delle rimanenze, sì che

applico un valore più basso rispetto al valore corrente, quindi nel primo caso è un valore più vicino a quello di

mercato, mentre nel secondo le sto sottostimando rispetto al valore di mercato.

Differenza tra valore convenzionale e conto corrente:

In base all'art. 2426, comma 1, punto 10:

"Se il valore così ottenuto (applicando i metodi convenzionali, LIFO, FIFO, ecc.) differisce in misura

apprezzabile dai costi correnti al momento della chiusura dell'esercizio (se il valore che viene fuori

dall’applicazione di mercato è molto più basso rispetto del valore di mercato), la differenza deve essere

indicata, per categoria di beni, nella Nota Integrativa", cioè nel trattare le rimanenze devo indicare la:

"RISERVA LIFO": riserva che non esiste nel bilancio, ma è una informazione che va data in nota integrativa,

ma costituisce una RISERVA OCCULTA, derivante dalla sottovalutazione delle rimanenze nello stato

patrimoniale, in situazioni di prezzi crescenti.

SVALUTAZIONE RIMANENZE IN MAGAZZINO

La svalutazione delle rimanenze, nel caso il cui costo di queste sia valutato maggiore di quello di mercato,

implica una valutazione al valore di mercato che può procedere per due metodi alternativi, ma comunque

ampiamente utilizzati rispettivamente solitamente dalle grande imprese e dalle piccole e medie.

1° Modalità:

Utilizzo “Fondo Svalutazione “beni”: anche se il costo è maggiore del valore di mercato, nel momento della

rilevazione delle rimanenze rilevo al costo, per poi costituire il fondo svalutazione beni per la differenza tra

costo e valore di mercato, che costituisce allora un fondo distinto di rettifica da portare a detrazione delle

rimanenze esposte nell’attivo patrimoniale;il costo per la svalutazione operata andrà invece nella voce B11

del CE.

Se al termine dell’esercizio successivo gli stessi beni presentano un valore di mercato superiore al costo

allora la svalutazione deve essere eliminata, ripristinando in bilancio il costo originario: storno il fondo

svalutazione in dare per poi rilevare in contropartita un componente positivo di reddito nel CE (B11).

Rilevazione e costituzione fondo svalutazione beni:

E’ opportuno differenziare la denominazione dei conti di costo e dei fondi secondo la classificazione in

bilancio dei beni. Il fondo svalutazione beni è iscritto nello stato patrimoniale con segno "-" nella stessa voce

che accoglie il valore dei beni oggetto della svalutazione, in quanto va a rettificare un costo sospeso.

i conti di costo vanno collocati in A.2. ovvero B.11., secondo la tipologia di beni oggetto di valutazione:

2° Modalità:

Alternativa alla rilevazione precedente, può essere ridotto il costo sospeso in fase di rilevazione delle

rimanenze finali, utilizzando direttamente il valore di mercato.

Esempio:

Materie prime:

1 - Utilizzando la prima modalità, devo contabilizzare le rimanenze finali di materie prime al valore di costo,

per poi rettificare la differenza con il valore di mercato, istituendo un fondo svalutazione materie prime in cui

iscrivere la eccedenza determinata:

Vediamo i riflessi nello Stato patrimoniale e nel Conto economico:

- Stato patrimoniale: dovendo scegliere il valore minore tra il costo e il valore di mercato ed

essendo il primo maggiore, indipendentemente dalle scritture in PD (dove si era valutate

inizialmente al valore di costo), iscrivo nel prospetto del capitale il valore delle rimanenze a quello

di mercato, quindi implicitamente valutate al costo e al netto del fondo svalutazione materie prime.

- Conto economico: nella voce B11, alla variazione delle rimanenze di materie prime (-10.000)

aggiunto la svalutazione delle materie prime, quale componente negativa che diminuisce l’importo

della variazione negativa (quindi rappresentante nella sezione dei costi della produzione, un

ricavo).

2 – In alternativa come detto decido di valorizzare le rimanenze di materie prime direttamente al valore di

mercato (come detto, inferiore rispetto al costo). Iscriverò in dare il valore del costo sospeso da inserire nel

prospetto del SP e in contropartita il valore da inserire nella sezione B11 del CE.

Prodotti finiti:

1 – Dopo aver rilevato le rimanenze finali di prodotti finiti secondo il costo di produzione (maggiore di quello

di mercato), andrò successivamente a rilevare il fondo svalutazione prodotti finiti con il quale rettificare per la

differenza tra costo e valore di mercato, il costo sospeso:

Rappresentando come prima i riflessi nei prospetti di bilancio:

- SP: colloco nella voce C4 il valore del costo sospeso dei prodotti finiti valorizzati al costo ma

svalutati per l’importo del fondo svalutazione prodotti finiti.

- CE: colloco nella voce A2 il risultato della differenza tra rimanenze iniziali di prodotti finiti (costo) e

finali (ricavo) a cui ho sottratto il valore della svalutazione dei prodotti finiti (costo).

2 – Alternativamente posso rilevare le rimanenze finali direttamente al valore di mercato:

RIPRISTINO DEI VALORI

Costituisce un’altra regola rilevante dopo quella della svalutazione delle rimanenze: in particolare se vengono

meno i motivi della svalutazione, cioè se non ci sia più ragione affinché si mantenga la svalutazione fatta alla

fine del periodo precedente (quindi ad es. il valore di mercato ha superato quello del costo), non è possibile

mantenere il fondo svalutazione beni e si deve obbligatoriamente ripristinare il valore per obbligo, entro i limiti

di quello originario; è quindi opportuno rivalutare le rimanenze nei limiti di quello che era il loro valore di

costo.

Nel caso in cui abbia utilizzato la prima metodologia per la svalutazione, non potendo mantenere il fondo

svalutazione beni dovrò contabilmente stornare il fondo svalutazione mettendolo per il relativo importo

risultante in dare e in contropartita accenderò il conto “rivalutazione beni”.

È ancora una volta opportuno differenziare la denominazione dei conti di ricavo secondo la classificazione in

bilancio dei beni; i conti di ricavo vanno collocati in A.2. ovvero B.11., secondo la tipologia di beni oggetto di

valutazione.

Nel caso in cui non avessi utilizzato il fondo svalutazione beni, dovrò aumentare il costo sospeso in fase di

rilevazione delle rimanenze finali. LAVORI IN CORSO SU ORDINAZIONE

Argomenti trattati:

Problematiche di valutazione e rappresentazione dei lavori in corso su ordinazione.

Definizione:

I lavori in corso di lavorazione si riferiscono a contratti di durata normalmente pluriennale per la realizzazione

di un'opera o di un complesso di opere o la fornitura di beni o servizi non di serie che insieme formino un

unico progetto, eseguite su ordinazione del committente, secondo le specifiche tecniche da questi richieste.

Si tratta prevalentemente di appalti (es. un’azienda che costruisce navi, richiedenti più anni).

Classificazione in bilancio:

Vanno collocate nell’attivo dello Stato Patrimoniale al numero “I” della lettera “C: attivo circolante” ed entro la

classe delle rimanenze.

La variazione delle rimanenze di tali elementi appare invece nella voce A.3 del CE.

Criterio di contabilizzazione

I criteri adottati e alternativi sono due, i quelli comportano ognuno rilevanti e differenti effetti sul bilancio:

1. CRITERIO DELLA COMMESSA COMPLETATA O DEL CONTRATTO COMPLETATO:

Si riconoscono i ricavi e il margine di commessa (differenza tra i ricavi pattuiti e i costo complessivamente

sostenuti) solo quando il contratto (quindi l’opera) è completato, quando cioè le opere sono ultimate e

consegnate. Con questo criterio il margine negli anni precedenti alla conclusione dell’opera deve risultare

assente.

2. CRITERIO DELLA PERCENTUALE DI COMPLETAMENTO O DELLO STATO DI’ AVANZAMENTO:

Si riconoscono i costi, i ricavi e il margine di commessa in funzione/durante l'avanzamento dell'attività

produttiva e quindi attribuiti agli esercizi in cui tale attività si esplica.

Mentre prima il margine risultava nel CE solo a fine opera, con tale criterio esso risulterà anno per anno in

proporzione alla parte realizzata dell’opera (se alla fine del primo anno l’opera è realizzata al 50%, il 50% del

margine sarà evidenziato nel CE).

Per la sua applicazione devono ricorrere alcune condizioni, tra le quali l’attendibilità degli elementi di stima

adottati.

Criterio da preferire:

Il criterio della commessa completata sembra ispirarsi maggiormente al postulato della prudenza nella

redazione del bilancio; il criterio della percentuale di completamento invece al postulato della competenza

economica.

Posto che il redattore del bilancio ha una notevole capacità di arbitrio, qualora si verificano i presupposti/le

condizioni (tutti i dati sono disponibili), andrebbe applicato il secondo criterio.

Nel caso in cui si decida di applicare il primo criterio, in nota integrativa vanno indicati gli effetti che la

contabilizzazione secondo il 2° criterio avrebbe prodotto sul risultato economico e sul patrimonio aziendale.

In questa logica però sembrerebbe allora ancor una vota preferibile il secondo (perché in ogni caso devo

comunque dare notazione in nota integrativa).

Esempio:

In data 01.02.05, l'azienda sottoscrive contratto di appalto per la realizzazione di un edificio. La consegna è

convenuta per il 31.01.07. Il corrispettivo complessivo pattuito è fissato in € 100.000; il costo complessivo di

realizzazione è stimato in € 80.000. Per semplicità, si supponga che l'azienda sostenga solo costi relativi alla

realizzazione della commessa (non ci sono costi diversi).

1 – Metodo della commessa applicata

Al 31.12 rilevo contabilmente in dare il valore del costo sospeso da iscrivere nello SP e in contropartita

accendo il conto di componente positiva destinata al CE.

Riflessi nei valori di bilancio al 31.12.05:

Nota bene:

- SP: troviamo iscritto con segno positivo il costo sospeso relativo ai “Lavori in corso su

ordinazione” di valore pari ai costi rilevati al 31.12.05;

- CE: come detto il valore del margine è nullo, in quanto il valore delle variazione delle rimanenze

(rimanenze finali meno quelle iniziali) è pari al costo che è stato sostenuto nell’esercizio per

l’opera.

Esempio:

Contabilmente come si è visto, ho ad inizio esercizio riaperto il costo sospeso nello SP relativo ai “Lavori in

corso su ordinazione” in avere e in contropartita in dare rilevato rimanenze iniziali che andranno invece nel

CE.

A fine esercizio ho rilevato in dare l’ammontare del costo sospeso, pari si noti al costo rilevato nel 2005 più il

costo sostenuto nel 2006 pari a 64.000, per un totale di costo sospeso da riportare nello SP di 72.000; come

sempre in contropartita rilevo le rimanenze finali di pari importo da iscrivere nel CE.

Nota bene: nella rilevazione delle rimanenze finali dei lavori con il primo metodo, devo iscrivere il valore fino

a quel momento sostenuto per il lavoro.

Nel CE ancora una volta il valore del margine è nullo, in quanto il valore della voce A3, dato dalla differenza

tra le variazioni finali e iniziali dell’esercizio, coincide con il costo della produzione sostenuto nel perido 2006.

Ho contabilizzato ad inizio esercizio lo storno delle rimanenze finali del 2006 (iniziali quindi nel 2007) e a fine

mese la fattura per la realizzazione dell’opera e i corrispondenti ricavi.

Nota bene:

- SP: non avendo sostenuto costi sospesi nell’esercizio ed essendo stati ad inizio dello stesso il

precedente chiuso, la voce C.I.3 risulta nulla.

- CE: nella voce A1 trovo iscritto il ricavo per l’opera realizzata per 100.000, nella voce A3

variazione di lavori.. per “-72.000” essendo nel 2007 le rimanenze finali nulle e quelle iniziali pari

proprio a “72.000”; infine dati costi sostenuti per 8.000 nella voce B (ma non sospesi e quindi

riscontrati nello SP in quanto la opera realizzata), il margine risultante è pari a 20.000, rilevato

come si voleva a fine dell’opera.

2 – Metodo della percentuale di completamento

La differenza con il precedente metodo si sostanzia nel valore che attribuisco alla rimanenza finale e quindi

nella determinazione dello stato di avanzamento dei lavori.

La determinazione dello stato di avanzamento è affrontata con il Metodo del Costo (Quanto costo ho

sostenuto o previsto di sostenere?): ipotizzando di aver sostenuto nell’esercizio costi per 100 su 1000

100 =0.1=10

complessivi ipotizzati, la mia percentuale di avanzamento sarà .

1000

Esempio:

Una volta determinata la percentuale di avanzamento, data dal rapporto tra i costi sostenuti nel periodo e i

costi complessivamente previsti, si è applicata quella percentuale al corrispettivo pattuito, determinando in

dare il valore del costo sospeso da iscrivere a nello SP e in avere il valore delle rimanenze finali da collocare

nel CE.

Con questo metodo risulta un margine pari a 2000, dato dalla differenza tra la variazione dei “lavori in corso

su ordinazione” (data dalla differenza tra le rimanenze finali, 10000, ed iniziali,0) e i costi sostenuti

nell’esercizio, 8000.

Dopo aver stornato il costo sospeso e collocato nello SP dell’esercizio precedente, nonché rilevato in dare il

valore delle rimanenze iniziali dei lavori, ho calcolato ancora una volta lo stato di avanzamento (

72000 =90 ), che risulta pari al 90% del costo complessivamente da sostenere; tale percentuale una

80000

volta applicata al corrispettivo mi determina il valore dei lavori da sospendere e collocare nello SP e il valore

delle rimanenze finali a cui saranno detratte le rimanenze iniziali prima determinate (quindi 90000-10000) e

da portare nel CE come variazione dei lavori.

Il margine corrisponde all’80% del corrispettivo, in quanto in questo esercizio ho completato la commessa

per l’80%.

Dopo aver stornato ad inizio esercizio il valore delle rimanenze iniziali e il costo sospeso nell’es. precedente,

ho rilevato la fattura e i relativi ricavi per la realizzazione dell’opera.

In questo caso il margine corrisponde al 10% del corrispettivo (nel 2005 era del 10% e nel 2006 dell’80%).

TITOLI E PARTECIPAZIONI

Argomenti trattati:

Problematiche di valutazione e rappresentazione dei titoli e delle partecipazioni nel bilancio di esercizio

Definizione:

Per attività finanziarie vanno in questo tema considerati i titoli mobiliari posseduti dalla impresa (obbligazioni,

titoli di stato, titoli azionari, qualora i titoli siano destinati ad essere venduti, e partecipazioni, qualora i titoli

siano destinati ad influenzare la gestione di un’altra azienda).

Classificazione

Il Codice Civile prevede due possibili collocazioni in bilancio di questi elementi, sotto il criterio funzionale o di

destinazione economica; in particolare a seconda del criterio utilizzato parleremo di:

TITOLI E PARTECIPAZIONI IMMOBILIZZATI (classe B.III): gli amministratori hanno deciso di mantenere le

attività finanziarie nel patrimonio aziendale fino alla loro naturale scadenza al fine di un investimento duraturo

o all’esercizio di una influenza dominante o notevole o allo scopo di percepire sia vantaggi diretti come

dividendi che indiretti come collaborazioni di vario genere. Tuttavia piuttosto che fino alla loro naturale

scadenza, si può far riferimento al “tempo”: se si ha intenzione di detenere i titoli per un lungo periodo allora

vanno inseriti nelle immobilizzazioni finanziarie, altrimenti nell’attivo circolante.

TITOLI E PARTECIPAZIONI DEL CIRCOLANTE (classe C.III): gli amministratori hanno deciso di destinare le

attività finanziarie alla negoziazione di mercato (quindi per scopi speculativi), a prescindere che per

classificazione per natura la sua scadenza sia pluriennale.

Il codice civile presume che le partecipazioni in misura non inferiore al 20% (10% se la partecipata è quotata

in mercati regolamentati) siano immobilizzate; se ad es. al 19% si presume vadano tra le attivo circolante;

tuttavia ciò non esclude che una azienda con partecipazione maggiore al 20% non possa andare tra l’attivo

circolante, qualora questo sia per la stessa un investimento di tipo speculativo.

Vediamo analiticamente la collocazione nelle due classi di riferimento dei titoli e partecipazioni

rispettivamente immobilizzati e del circolante:

Nota bene: per azioni proprie significa che la s.p.a. in alcuni casi può acquistare proprie azioni

Distinzione fondamentale:

Sono considerate società controllate quelle in cui ricorrono le seguenti condizioni:

- quando si dispone della maggioranza dei voti esercitabili nell'assemblea ordinaria (50% +1 dei voti

che possono essere espressi nell’assemblea degli azionisti e dei soci);

- quando si dispone dei voti sufficienti per esercitare un'influenza dominante nell'assemblea ordinaria

(non il 50% +1 ma quota minore che comunque permette di dominare l’assemblea); evidentemente la

restante parte di capitale sociale è frammentato e/o non coeso e quindi in grado di contrastare la

propria quota posseduta;

- sotto influenza dominante in virtù di particolari vincoli contrattuali con essa; non osserviamo la

partecipazione al capitale sociale dell’azienda, ma in virtù di qualche accordo riusciamo comunque a

decidere/dominare l’azienda sottostante.

Si definiscono società collegate quelle in cui ricorrono le seguenti condizioni:

- su cui si esercita un'influenza notevole (non dominante quindi), presunta quando nell'assemblea

ordinaria può essere esercitato almeno un quinto dei voti (20%) ovvero un decimo (10%) se la società

ha azioni quotate in mercati regolamentati.

Frutti dei titoli obbligazionari:

Secondo i principali principi contabili, i proventi dell’investimento in obbligazioni o titoli di Stato (costituiti da

interessi) devono essere rilevati secondo il criterio della competenza, indipendentemente dalla

manifestazione finanziaria (determinando l’accensione di ratei o risconti).

Vediamo le principali poste interessate nel CE:

Va dunque osservata la macroclasse C e D:

- C15: vanno i dividendi che ci vengono assegnate da società controllate e collegate;

- C16: sostanzialmente interessi attivi da titoli posseduti;

- D18/19: svalutazioni e rivalutazioni di titoli e partecipazioni.

Cambiare la destinazione delle poste:

Qualora l’amministratore in un certo periodo decide che i titoli saranno mantenuti fino a scadenza e li colloca

tra l’attivo immobilizzato ma cambia l’esercizio successivo idea e gli cambia destinazione verso l’attivo

circolante, può farlo, ma con "cautela", perché comporta il cambiamento del criterio di valutazione. Inoltre in

nota integrativa, bisogna dare informazioni adeguate (motivazione ed effetto sul risultato economico e sul

patrimonio dell'azienda).

VALUTAZIONE TITOLI E PARTECIPAZIONI

Innanzitutto nel momento della loro iscrizione in contabilità, sia per i titoli immobilizzati che nel circolante, nel

valore di carico (costo storico) devono essere inclusi gli oneri accessori direttamente imputabili all’acquisto

(intermediazioni, bolli, ecc.) ad esclusione di interessi passivi eventualmente sostenuti per la fruizione di un

pagamento dilazionato.

TITOLI E PARTECIPAZIONI DEL CIRCOLANTE

In sede di valutazione si deve determinare per ogni tipo di titolo il minor valore tra (è lo stesso criterio valido

per le rimanenze di magazzino):

- COSTO DI’ ACQUISTO, COMPRENSIVO DEGLI ONERI ACCESSORI: si fa riferimento

tendenzialmente al costo specifico (costo effettivamente sostenuto per quei titoli che abbiamo nel

portafoglio); se però l’azienda facesse nel corso dell’esercizio diverse azioni di compravendita di titoli, si

rendere difficile la individuazione del costo specifico, quando risultasse particolarmente oneroso, si può

adottare il costo medio ponderato, il FIFO o il LIFO. Il costo specifico comprende anche gli oneri

accessori.

- VALORE DI’ REALIZZAZIONE DESUMIBILE DALL'ANDAMENTO DEL MERCATO (valore che

otterrei andando a vendere i titoli nel mercato). Se i titoli sono quotati si fa riferimento alle quotazioni

espresse dal mercato, prendendo la media delle quotazioni dell'ultimo mese dell'esercizio; per i titoli non

quotati, si fa riferimento alla quotazione di titoli similari (per emittente, durata e cedola) ovvero valore

nominale "rettificato", dato il riferimento al valore di mercato di titoli con caratteristiche simili.

Nota bene: si fa per i titoli e partecipazioni del circolante il minore tra il costo di acquisto e valore di

realizzazione, perché se il valore di mercato è inferiore al valore di costo non posso iscriverlo nel bilancio al

valore di costo, proprio perché ho intenzione di destinarli alla vendita.

TITOLI E PARTECIPAZIONI IMMOBILIZZATI

I titoli immobilizzati vanno valutati titolo per titolo, attribuendo come criterio il costo specifico d’acquisto,

comprensivo degli oneri accessori (chiaramente non faccio il minore rispetto al valore di mercato perché i

titoli non sono destinati ad essere venduti, bensì ad essere tenuti stabilmente nell’attivo immobilizzato

dell’azienda ); tale costo rappresenta il tetto massimo della valutazione in bilancio.

Tuttavia il costo non può essere mantenuto, quindi deve essere svalutato, in caso di previsione di perdite

durevoli di valori (di difficile valutazione).

Due sono i casi nei titoli immobilizzati per meglio comprendere quest’ultimo aspetto:

- Circa i titoli pubblici, il momento in cui si dovrebbe svalutare un titolo pubblico è solo quando lo stato

non sia stato capace di onorare il suo debito, quindi sostanzialmente in caso di default.

- Obbligazioni: i presupposti per la svalutazione delle obbligazioni è già più frequente e possibile: basta

pensare al fallimento della Parmalat, in cui gli obbligazionisti hanno ricevuto solo una parte del debito

concesso.

Perdita durevole di valore:

Per i titoli quotati, le condizioni per rilevare la perdita durevole, si tiene conto del ribasso di mercato:

• di dimensione rilevante: l’abbassamento di valore di mercato deve essere consistente (non il 2/3%

sotto il valore ma del 20% ad es.)

• temporalmente persistente: questa abbassamento deve essere visibile per una certa durata

temporale e non temporanea legata ad un dato evento;

• non ci sono elementi che lascino fondatamente ritenere che sia probabile una inversione di tendenza:

non riusciamo a trovare un motivo per pensare che le quotazioni di mercato torneranno a salire.

I principi contabili ci suggeriscono di tenere conto delle quotazioni di un periodo congruo (6 mesi) e di quello

successivo, fino alla data di redazione del bilancio di esercizio.

Per i titoli non quotati:

• vanno analizzate le società o lo stato che hanno emesso quei titoli e in particolare le condizioni

economico-patrimoniali dell'emittente, tali che compromettano la capacità di corrispondere gli interessi

pattuiti e/o il rimborso.

I principi contabili suggeriscono di tenere conto delle quotazioni di titoli similari e degli andamenti negativi

dell'emittente.

Per le partecipazioni, si tiene conto di:

• perdita di esercizio strutturale della partecipata: cioè la perdita di esercizio non è legata a qualche

evento particolare ma dipende dal modo in cui l’azienda opera (ad es. potrebbe operare in un settore in

declino, per contenziosi giudiziari es.), non quindi per un fatto avvenuto in quell’esercizio.

• non è dimostrabile che nel breve periodo la partecipata possa sovvertirla con risultati economici

positivi.

I principi contabili suggeriscono di tener conto dell'eventuale riduzione dei corsi azionari va considerata con

cautela

Quando ricorrono i presupposti della perdita durevole di valore, va rilevata la svalutazione utilizzando un

Fondo svalutazione titoli, quale rettifica di un costo sospeso o meglio posta rettificativa di elementi dell’attivo

e va collocato dove collochiamo l’elemento oggetto della svalutazione (nello SP); in dare rilevo il costo di

competenza dell’esercizio.

Nota bene: il fondo è iscritto con segno "-" nella stessa voce che accoglie i titoli oggetto della svalutazione (è

opportuno differenziare i fondi secondo la classificazione in bilancio dei titoli). E’ opportuno differenziare la

denominazione del conto di costo secondo la classificazione in bilancio dei titoli

Esempio:

Nel corso dell'esercizio, l'azienda acquista BTP per nominali € 10.000. Il corso secco di acquisto (aumentato

delle commissioni bancarie) è 97. Alla fine dell'esercizio, la quotazione di mercato dei titoli è 95 e si stima che

rimarrà tale per il periodo successivo.

Non ipotizzando una ripresa del valore di mercato dei titoli, se i titoli sono immobilizzati non si fa alcuna

rilevazione in quanto non sono destinati alla vendita, in quanto li tengo fino a scadenza e non ritengo tra

l’altro che lo stato non mi rimborsi il valore.

Se i titoli appartengono al circolante quindi titoli per il quale il criterio di valutazione impone di fare il minore

tra costo e valore di mercato, quindi faccio una rilevazione della svalutazione (ritengo quindi nell’es., che

venderò al 95 e non al 97).

Nel corso dell'esercizio, l'azienda acquista BTP per nominali € 10.000. Il corso secco di acquisto (aumentato

delle commissioni bancarie) è 97. Alla fine dell'esercizio, la quotazione di mercato dei titoli è 98 e si stima che

rimarrà tale per il periodo successivo.

Qualunque sia la destinazione dei titoli non faccio alcuna rilevazione: se sono titoli immobilizzati, non avendo

una perdita di valore non devo fare niente. Se sono titoli dell’attivo circolante, dovendo fare il minore tra il

costo e valore di mercato, essendo il costo 97 e valore di mercato 98 non devo rilevare niente.

Se vengono meno i motivi della svalutazione devo ripristinare il valore dei titoli entro quello originario,

annullando la svalutazione e incrementare il valore dei titoli facendo attenzione rispetto a quello che era il

valore originario.

Rivalutazione titoli è un ricavo dell’esercizio, quindi nel CE; il conto Fondo svalutazione titoli andrà nello SP.

Esempio:

Nel corso dell'esercizio, l'azienda acquista BTP per nominali € 10.000. Il corso secco di acquisto (aumentato

delle commissioni bancarie) è 97. Alla fine dell'esercizio, la quotazione di mercato dei titoli è

95 e si stima che rimarrà tale per il periodo successivo. Alla fine dell'esercizio successivo, la quotazione di

mercato dei titoli è 98 e si stima che rimarrà tale per il periodo successivo.

Sei titoli sono immobilizzati il criterio di valutazione è quello del costo, quindi devo svalutare solo se ricorrono

i presupposti di una perdita durevole di valutatore: nell’es. proposto non si fa alcuna rilevazione. Se i titoli

appartengo lo al circolante essendo il criterio di valutazione il minore tra osto e valore di mercato essendo

venuti meno i motivi della svalutazione, devo ripristinare i valore i nei limiti dei valore originario, che è 97.

Se ad es. il valore fosse stato 96 dovrei comunque rivalutare fino a 96: dovendo valutare al minore tra costo

e valore di mercato ed essendo il valore originario maggiore di 96 devo valutare a 96 e non 97 (solo se

appunto era 98 rivalutavo a 97).

Attenzione:

Se i titoli che andiamo a vendere sono del circolante le plusvalenze/minusvalenze da alienazioni di titoli sono

componenti ordinari di reddito (quindi collocati tra i proventi e oneri ordinari) quando i titoli sono collocati nel

circolante; altrimenti, se i titoli venduti erano dell’immobilizzazioni, sono componenti straordinari di reddito

(collocati tra oneri e proventi straordinari nel CE), perché derivano da un cambiamento di destinazione

economica.

METODO DEL PATRIMONIO NETTO

È il criterio di valutazione, alternativo al criterio costo ma solo relativamente che può/deve essere applicato

solo in riferimento alle partecipazioni (non i titoli azionari); oltre quindi il criterio del costo (costo di acquisto o

di carico comprensivo degli oneri accessori diretti) presentano il criterio del patrimonio netto.

Requisiti di applicazione del metodo:

• partecipazioni in imprese controllate o collegate immobilizzate;

• per la applicazione del criterio vi deve essere intenzione di esercitare un'influenza effettiva e durevole

sulla gestione (requisito richiesto espressamente dai principi contabili, non dal codice civile) dell’impresa

controllata.

Per il codice civile il criterio del costo e del patrimonio netto sono alternativi, a libera discrezione del redattore

del bilancio; per i principi contabili il criterio del patrimonio netto è l'unico ammissibile, se ne ricorrono i

presupposti, perché il metodo del patrimonio netto è l’unico che consentirebbe al valore della partecipazione

di seguire l’andamento gestionale della partecipata: in presenza di influenza effettiva notevole o dominante

della partecipante sulla partecipata deve essere appunto scelto il metodo del patrimonio netto. Tra le ragioni

di disuso del criterio del patrimonio netto è il fatto che lo stesso è molto complicato da mettere in atto, quindi

si preferisce spesso quello del costo.

Anche adottando il criterio del costo, a norma di legge deve comunque essere effettuato un confronto in sede

di bilancio con il valore derivante dall’applicazione del metodo del patrimonio netto.

Principio ispiratore del metodo del patrimonio netto:

Il valore che si assegna alla partecipazione che abbiamo in portafoglio riflette il valore del patrimonio netto

della partecipata, il che comporta rivalutare la partecipazione se la partecipata aumenta il proprio patrimonio

netto in quanto consegue degli utili e svalutarla se invece consegue delle perdite: se il valore del patrimonio

netto della partecipata diminuisce, diminuisce il valore della partecipazione e viceversa se il primo aumenta.

Quando compro una quota di quella azienda acquisto una parte del suo patrimonio netto, quindi se

quest’ultimo aumenta deve aumentare anche la partecipazione. Chiaramente se io ho un partecipazione del

100% del capitale sociale di un’altra sociale tendenzialmente il valore della partecipazione corrisponde al

100% del patrimonio di quella società.

Nota bene: partecipata è il soggetto nel quale il soggetto ha la partecipazione.

L’abbandono del metodo del patrimonio netto ed il conseguente passaggio al metodo del costo qualora

l’investimento permanga tra le immobilizzazioni e metodo del minore tra costo e valore di mercato se

influisce nell’attivo circolante, può essere causato da diverse circostanze:

- Perdita dell’influenza notevole;

- Insussistenza della destinazione durevole dell’investimento e quindi dell’appartenenza alla classe

delle immobilizzazioni con prospettiva di cessione a breve della partecipazione;

- Mutamento dello scopo dell’investimento da coinvolgimento nella gestione a puro investimento

finanziario.

L’art. 2426 impone che quando la partecipazione è iscritta per la prima volta in base al metodo del patrimonio

netto, il costo di acquisto superiore al valore corrispondente del patrimonio netto.

Il primo momento rilevante è proprio quello della prima iscrizione della partecipazione nel sistema contabile:

Possiamo avere due differenti situazioni:

1 - Il costo di acquisto della partecipazione è maggiore della corrispondente quota del patrimonio

netto della partecipata

Si ponga ad es. di sostenere un costo per 100.000 euro per una partecipazione relativa ad una quota di

capitale sociale della partecipata di 80.000:

Le ragioni della differenza possono essere:

o Il patrimonio netto della partecipata derivante dalla valutazione a valori correnti degli elementi

patrimoniali in attivo e passivo è maggiore del valore del patrimonio netto contabile. Se ad es.

l’azienda partecipata ha nel proprio attivo un fabbricato valutato chiaramente al costo di

acquisto (storico) al netto del fondo ammortamento (valore netto contabile) è possibile che in

sede di valutazione a valori corrente, questo risulti maggiore del primo.

o Avviamento della partecipata: quale riconoscimento alla partecipata di capacità di

“sovrarredditi futuri”, che giustifichi il maggior valore corrente rispetto a quello contabile, dato

invece questo dalla mera somma tra gli elementi attivi e passivi.

o “Cattivo affare”: qualora pago di più ma in realtà la differenza non ha una reale ragione

economica; posso aver fatto male le mie valutazioni ma il di più che pago non è supportato.

Esempio:

Come si vede, ci si è procurati innanzitutto di riesprimere gli elementi del patrimonio della futura partecipata

da valori contabili a valori correnti (circa i fabbricati ad es. il valore corrente è 150.000 è invece contabilmente

iscritto a 100.000 quindi ha un maggior valore corrente di 50.000): si nota come il patrimonio netto a valori

correnti sia superiore rispetto a quello valutato a valori contabili per 40.000.

Riesaminando i fattori che potrebbe giustificare un sostenimento di un costo maggiore rispetto alla correlata

quota di p.n. garantita dalla partecipazione, avremo:

Nel caso in cui ciò fosse dovuto ad un differenziale tra patrimonio netto espresso in valori correnti o contabili

o al caso di presenza di avviamento positivo, si dovrà procedere come segue:

- la partecipazione è iscritta al costo di acquisto;

- il maggior valore sostenuto riferibile a beni ammortizzabili e ad avviamento della partecipata è

ammortizzato nel corso del tempo extra contabilmente: non rilevo contabilmente un ammortamento,

bensì darà luogo ad una svalutazione del valore della partecipazione.

Nel caso dell’avviamento in particolare, la differenza sarà in seguito inglobata nel valore della

partecipazione (non ho un conto “avviamento”).

Nel caso in cui fosse dovuto ad un cattivo affare:

- la partecipazione è svalutata per l'importo riconducibile al "cattivo affare"; rilevo dunque una

svalutazione della partecipazione pari al maggior valore pagato non riconducibile al primo o secondo

caso.

Continuiamo l’esempio:

All'inizio dell'esercizio, si acquista una partecipazione del 60% in una s.r.l. al prezzo complessivo di 120.000

(sto pagando il 60% di 100.000; sto pagando 120.000 per il 60% di 100.000). Alla data di acquisto, il

patrimonio netto della partecipata ammonta a 100.000: il maggior valore pagato è giustificato solo per 40.000

e, per tale importo, è imputabile all'avviamento della partecipata (vita utile di 5 anni).

Nota bene: di questo 60 mila che pago in più per 40 mila ha una giustificazione economica data

dall’avviamento e 20 mila non ce l’ha dunque è cattivo affare. Inoltre l’avviamento sarà ammortizzato extra -

contabilmente come si nota per 5 anni.

La differenza tra quanto pagato e il valore contabile corrispondente è 60.000 che è giustificato unicamente

per avviamento per una parte di 40 mila e una parte riconducibile al cattivo affare.

Al momento dell’acquisto rilevo il costo sospeso per partecipazioni in controllate e in contropartita l’esborso

in banca; in seguito sapendo che la parte di maggior prezzo rispetto alla frazione di patrimonio netto è dovuta

al cattivo affare devo svalutare le partecipazione prima iscritte per 20 mila:

2 - Il costo di acquisto della partecipazione è minore della corrispondente quota del patrimonio netto

della partecipata

Le ragioni della differenza sono speculare alle precedenti:


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Riassunto per l'esame di Ragioneria generale, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Bilancio di esercizio e libri contabili di Maurini. Come la precedente parte, l'elaborato è a mio parere completamente sostitutivo del libro di testo e delle lezioni; voto conseguito 30.Gli argomenti trattati sono i seguenti: prospetti di bilancio d'esercizio, stato di bilancio.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in economia e commercio
SSD:
Docente: Poli Simone
A.A.: 2014-2015

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Giuseppe Di palma di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Ragioneria generale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Politecnico delle Marche - Univpm o del prof Poli Simone.

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