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Tacito

Metodo storico-scientifico e sensibilità artistica

Quando si legge un’opera di Tacito, non si sa se lodare in lui soprattutto il possesso di uno straordinario metodo storiografico, fondato sia su un uso “scientifico” delle fonti sia su una capacità di giudizio corretto e privo di “pregiudizi”, o se, invece, puntare sulle sue doti letterarie, in grado di costruire personaggi che possiedono in maniera inconfondibile una cifra caratteriale senz’altro “tragica”.

In realtà poi, a ben guardare, il dilemma non ha alcun motivo di porsi, in quanto Tacito, da un lato, è uno storiografo di straordinaria efficacia, senz’altro il migliore di tutto il panorama romano, dall’altro, egli è anche un grandissimo artista, capace di costruire personaggi in grado di uscire dall’asettica pagina storiografica e di assurgere al ruolo di grandi figure “tragiche”.

Questa doppia grandezza di Tacito, come storiografo e come artista, è sicuramente la causa più grande della stima di cui egli ha sempre goduto fin dall’antichità. Infatti, già a partire dal IV sec. d.C., nel clima di reviviscenza pagana che permeò tutti quegli anni, la stima per Tacito si accrebbe continuamente finché egli diventò un vero e proprio punto di riferimento sia per gli storici che, come Ammiano Marcellino, tentarono di seguirne le orme sia per coloro che, come Eutropio, si limitarono a proporre brevi sunti della storia romana da consegnare alla posterità.

Dopo il lungo silenzio medievale ed umanistico, già a partire dal Cinquecento si ebbe un grande “ritorno” a Tacito e alla sua opera tanto che nacque il fenomeno del “tacitismo”, di cui si tratterà a suo tempo. Dopo il Cinquecento l’opera di Tacito non conosce più momenti di oblio ed intellettuali del calibro di Alfieri, di Foscolo e di Mazzini inseriscono lo storiografo fra le letture più amate.

Anche ai giorni nostri Tacito sembra godere di grande considerazione; anzi, negli ultimi anni si è registrato un notevole fervore di ricerche attorno a lui e alla sua opera e ciò ha favorito un’analisi filologicamente più attenta, una più puntuale collocazione di Tacito all’interno della società del suo tempo, una più acuta e approfondita disamina di certi meccanismi stilistici, indagati non più da un punto di vista meramente retorico, bensì come segni inequivocabili della sua psicologia e della sua complessa ideologia.

Pertanto non è improprio sostenere che Tacito è una figura di primissimo piano nella letteratura latina e, per ciò stesso, “un grande” di tutti i tempi, meritevole di stare insieme con quei giganti che hanno la capacità di parlare ai lettori di tutti i tempi.

La vita

Le notizie in nostro possesso sulla vita di Publio Cornelio Tacito non sono molte. Sappiamo che egli fu amico di Plinio il Giovane, il quale ci informa in maniera abbastanza ampia dei suoi rapporti con lo storico. Intanto egli ci fornisce notizie sulla sua nascita, dato che ci informa che lo storiografo fu più anziano di lui di alcuni anni, sicché è probabile che Tacito sia nato intorno al 55 d.C.

Dubbi, inoltre, ci sono circa il praenomen (secondo alcuni sarebbe Publius, secondo altri, invece, Gaius) e circa il luogo della sua nascita. Per quanto concerne la città d’origine, alcuni ritengono che possa essere Terni, giacché nel terzo secolo l’imperatore Tacito, originario di questa città, si vantava di avere fra i suoi antenati l’illustre storico; altri, invece, pensano che la città di nascita possa essere stata Roma, basandosi su una indicazione generica presente nel libro IV degli Annales; infine c’è chi pensa che Tacito fosse originario della Gallia Narbonese sia perché è attestata in quella regione la presenza della gens Cornelia e del cognomen Tacitus, sia perché proprio della Gallia Narbonese era originario il suocero Giulio Agricola.

Per quanto riguarda la famiglia di origine, occorre dire che dovette essere sicuramente abbastanza agiata se gli poté consentire un curriculum di studi di tutto rispetto, anche se non sappiamo se fosse di tradizione aristocratica o se appartenesse a quel ceto burocratico, per dir così, “borghese”, che ormai nella società romana del tempo si era ritagliato una posizione di tutto rilievo.

La formazione culturale di Tacito seguì i canoni tipici dell’età dei Flavi: studi di retorica, forse sotto la guida di Quintiliano in persona, in primo luogo, e poi studi giuridici, per intraprendere la carriera forense, nella quale ottenne risultati ragguardevoli.

Il 78 d.C. fu per Tacito un anno cruciale, in quanto, sposando la figlia di Giulio Agricola, personaggio di primo piano della burocrazia flavia, ricevette una notevole spinta verso la definitiva affermazione professionale, politica e sociale. Così, rapidamente Tacito percorse tutti i gradini del cursus honorum: tribuno militare sotto Vespasiano, questore sotto Tito, tribuno della plebe e pretore sotto Domiziano, nell’88 d.C.

Forse subito dopo dovette ricoprire importanti incarichi fuori Roma per circa un quadriennio, ma già nel 93 d.C., dopo l’improvvisa e misteriosa morte del suocero, fece ritorno a Roma. Sulla morte di Agricola esiste un vero e proprio “giallo”, alimentato, per altro, dallo stesso Tacito. Infatti, Giulio Agricola, dopo il matrimonio della figlia era corso in Britannia per sottomettere l’isola ed aveva fatto ritorno a Roma da trionfatore. Corse voce che l’imperatore Domiziano, invidioso dei suoi successi, dei quali per altro Agricola non si era vantato più di tanto, lo avesse addirittura fatto avvelenare.

Comunque, morto Agricola, è certo che la carriera politica di Tacito subì un innegabile rallentamento e probabilmente ciò fu dovuto al fatto che venne meno improvvisamente quel tratto d’unione, assai potente, che per anni aveva collegato Tacito alla corte e alla sua politica.

In questo quadro probabilmente si spiega il “ritardo” con il quale egli divenne console, per di più supplente (97 d.C.), dopo l’avvento di Nerva. Infine, nel 112-113 d.C. Tacito ricevette da Traiano l’incarico di recarsi in Oriente insieme con l’amico Plinio il Giovane, per assumere il proconsolato d’Asia, come ci attesta un’epigrafe di Mylasa nella Caria.

Da questo momento in poi si perde qualsiasi traccia relativa alla vita dello storico. È probabile, comunque, che egli si sia ritirato a vita privata, dedicandosi interamente alla composizione delle sue maggiori opere storiografiche fino alla morte, avvenuta forse negli ultimi anni del principato di Traiano o all’inizio di quello di Adriano.

Il corpus tacitiano

Tacito ci ha lasciato un’ampia produzione letteraria, che, però, purtroppo non ci è pervenuta per intero. È probabile che egli abbia fatto il suo esordio come scrittore componendo il Dialogus de oratoribus, che ha come argomento la crisi dell’eloquenza, argomento tipico, come si ricorderà, della cultura dell’età dei Flavi, che era stato affrontato addirittura dallo stesso Quintiliano con il De causis corruptae eloquentiae. Il trattato probabilmente è da mettere in rapporto con la formazione retorica di Tacito e con i suoi studi all’interno della scuola di Quintiliano, anche se le sue soluzioni appaiono abbastanza lontane, come vedremo, da quelle del suo illustre maestro.

Per dovere di informazione è da sottolineare che alcuni hanno negato l’autenticità tacitiana di quest’opera, ma in realtà non ci sembra che ci siano argomentazioni sufficientemente forti per negarne la paternità a Tacito.

Subito dopo la morte di Domiziano (96 d.C.) si colloca, invece, la composizione dell’Agricola, una appassionata biografia apologetica dell’illustre suocero. Infine, egli si dedicò alla composizione di un’agile operetta fra storiografia ed etnologia sulla Germania e iniziò la stesura delle sue maggiori opere storiche, le Historiae e gli Annales, che, insieme, analizzavano tutti gli avvenimenti del I sec. d.C., dalla morte di Augusto a quella di Domiziano.

Se le Historiae e gli Annales ci fossero pervenuti per intero, avremmo avuto il privilegio di avere dalla stessa mano l’interpretazione di tutti gli eventi dell’età dei Giulio-Claudi e di quella dei Flavi. Purtroppo, però, di esse non tutto ci è pervenuto, così come non ci è pervenuta l’ampia produzione oratoria di Tacito, assai lodata dai contemporanei.

La riflessione sul principato e il pensiero politico

Tacito ebbe la possibilità di vivere quel lungo e tempestoso periodo dell’impero che va dalla crisi segnata dalla morte di Nerone fino all’avvento di Adriano. Infatti, se riteniamo che egli sia nato intorno al 55 d.C., arriviamo alla conclusione che nel 69 d.C., l’anno contrassegnato tragicamente dall’avvicendarsi di ben quattro imperatori, egli era un giovinetto, ancora non pronto ad intraprendere il cursus honorum (che iniziò alla fine del regno di Vespasiano), ma, comunque, sicuramente in grado di comprendere quanto stava accadendo. Inoltre egli visse molto da vicino gli anni del principato domizianeo e la sua drammatica conclusione. Infine, fu protagonista del periodo che segnò l’avvento al potere del vecchio, ma saggio, Cocceio Nerva e l’adozione di Traiano, che rappresentò una svolta di notevoli proporzioni in direzione antitirannica.

Così, osservando questo panorama, egli maturò il suo pensiero politico che per la sua complessità ha dato adito a molte interpretazioni, alcune davvero non troppo attendibili. Ma procediamo per gradi.

Già nell’Agricola lo storiografo afferma testualmente: “Nerva ha unito due cose prima inconciliabili, il principato e la libertà; Traiano accresce giorno per giorno la felicità dei tempi”. Queste parole sembrano, a parer nostro, costituire un punto fermo nella riflessione politica di Tacito dopo gli anni bui della tirannide domizianea, che egli avversò nel suo intimo, senza cioè venire allo scoperto con prese di posizioni dichiarate. Anzi, egli, nel corso degli anni segnati dalla dinastia flavia, come afferma all’inizio delle Historiae, aveva percorso le tappe più significative della sua carriera politica (“la mia carriera politica è iniziata con Vespasiano, è continuata con Tito, è stata ancor più promossa, non lo nego, con Domiziano”).

Leggendo queste affermazioni, molti hanno giudicato sostanzialmente opportunistico l’atteggiamento di Tacito: più chiaramente, durante la dominazione dei Flavi egli avrebbe taciuto sui loro misfatti e così avrebbe fatto carriera politica; poi, invece, dopo la loro morte, al riparo quindi da ogni possibile rappresaglia imperiale, avrebbe denunciato la crudeltà di questi “tiranni” ed in particolar modo di Domiziano.

A ben guardare, però, le cose non sembrano stare in questo modo e, a parer nostro, la chiave interpretativa del suo atteggiamento è rintracciabile nell’Agricola, in cui, come vedremo in appresso, viene esaltata la figura del suocero, nobile generale e leale servitore dello Stato. Infatti questa figura rispecchia, a nostro modo di vedere, l’idea che Tacito ha del rapporto fra cittadini e Stato: Giulio Agricola è quello che oggi si direbbe “un umile servitore dello Stato”, che nell’esercizio della sua funzione si qualifica per onestà e per rettitudine. Il suo obiettivo primario resta il conseguimento della virtus e, soprattutto, il progresso e la salvezza dell’impero, nella persuasione che il principato non è una struttura che in qualche modo possa essere posta in discussione. Sicché la virtus di Agricola appare assai diversa rispetto a quella di coloro che si erano sacrificati per difendere un ideale politico ancora nostalgicamente repubblicano.

Infatti, la virtù di costoro (pensiamo, ad esempio, a tanti intellettuali filosenatori dell’età dei Giulio-Claudi) nel momento in cui mette in mora il regime imperiale, viene a trovarsi oggettivamente “al di fuori del sistema”, tanto che a volte arriva a produrre veri e propri tentativi di colpi di stato. La virtus di Agricola, invece, opera, per dir così, all’interno del sistema, non ne contesta i princìpi fondanti, in quanto il principato le appare una necessità storica che è utopistico cercare di abbattere; se mai, occorre migliorarlo dall’interno, operando nella direzione del “buon governo”.

L’impero ormai per Tacito ha una funzione insostituibile, dato che l’aristocrazia, decimata dalle continue esecuzioni e da anni di servilismo, non sembra essere più capace di assumere il ruolo di classe dirigente, come, invece, era avvenuto in età repubblicana. Il problema, se mai, è un altro: alla luce delle trasformazioni irreversibili verificatesi nella società romana del I sec. d.C., è necessario, a detta di Tacito, riuscire a conciliare l’impero con la libertas. E ciò allo storiografo sembra possibile a condizione che a dirigere lo stato romano ci sia “un principe illuminato”, che faccia uso della moderazione: Nerva e più ancora Traiano gli sembrano l’incarnazione di questo ideale dell’optimus princeps. E questa, a ben guardare, è l’ottica con la quale Tacito compose le Historiae, nelle quali un passato fatto di sangue, di violenza, di crudeltà e di lutti viene letto ed interpretato alla luce di un presente (quello di Traiano) che appare senz’altro migliore.

Portata a termine la composizione delle Historiae, Tacito, come sostiene nel proemio, si dedicherà, negli anni della vecchiaia, alla descrizione della rara felicitas dei tempi di Nerva e di Traiano. Ma durante la stesura di quest’opera andò maturando in Tacito un convincimento ed un chiarimento politico che a poco a poco fece mutare il suo progetto iniziale. Infatti, dopo i primi anni caratterizzati da un grande entusiasmo per l’avvento di Traiano al principato, lo storiografo, e forse non soltanto lui, cominciò probabilmente a rendersi conto che l’ideale del principato illuminato era una contraddizione in termini e che la libertas garantita dal princeps altro non era che una semplice formalità, in quanto calata dall’alto e perché privata di ogni potere decisionale. I cittadini romani in sostanza continuavano a non contar nulla, come in passato, solo che adesso nemmeno se ne rendevano conto, in quanto in apparenza, ma solo in apparenza, la loro libertà di scelta sembrava essere garantita.

Questa conclusione dovette amareggiare non poco l’animo dello storiografo tanto da impedirgli di scrivere un’opera sul principato di N...

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/04 Lingua e letteratura latina

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