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Psicopedagogia del linguaggio e della comunicazione – Sviluppo linguaggio Appunti scolastici Premium

Appunti di Psicopedagogia del linguaggio e della comunicazioneSviluppo linguaggio. Nello specifico gli argomenti trattati sono i seguenti: Lo sviluppo del linguaggio,La produzione della prima parola , Il linguaggio parlato, sviluppi prelinguistici cominciati alla nascita con il pianto, ecc.

Esame di Psicologia del linguaggio e della comunicazione docente Prof. A. Caratozzolo

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Lo sviluppo del linguaggio

La produzione della prima parola è una tappa molto importante nello sviluppo del bambino: viene attesa con

trepidazione ed è accolta con gioia e soddisfazione da parte dei genitori. La prima parola che un bambino pronuncia è "

speciale" poiché rappresenta il biglietto d'ingresso nella società parlante. Per questo, il momento della sua comparsa è

emozionante e va giustamente sottolineato. In realtà, l'articolazione della prima parola non segna l'inizio

dell'apprendimento linguistico, bensì è il punto culminante di una complessa serie di sviluppi prelinguistici cominciati

alla nascita con il pianto. Il linguaggio parlato è certamente la forma più evoluta di comunicazione, ma non è

l'unica,infatti, per poter vivere con gli altri, crescere, giocare, lavorare con loro è necessario poter trasmettere e ricevere

informazioni, esperienze e sentimenti per cui, qualsiasi mezzo che ci consente di mettersi in contatto con altre persone,

mandando messaggi e ricevendone, è una forma di comunicazione. Per poter comunicare con qualcuno, usando la

lingua parlata, sono necessarie alcune abilità: quella di poter produrre i suoni vocali e consonanti e di unirli variamente

insieme per formare le parole (abilità neuromotoria-articolatoria). Quella di ascoltare e percepire i suoni e di

comprendere le parole dette dagli altri (abilità uditivo - percettiva e cognitivo - linguistica). Infine, ma non da ultimo,

quella di interagire con le altre persone perché si ha la voglia di farlo (motivazione comunicativa), ma anche perché c'è

qualcuno che ci ascolta e che ci parla (esperienza linguistica). L'uomo comunica essenzialmente mediante due sistemi:

quello verbale, che è rappresentato dalle parole e dai suoni onomatopeici, tipiche espressioni dei bambini piccoli che

corrispondono ai versi degli animali (bau, miao, etc.) o al rumore degli oggetti (bruum, tic-tac, etc.). Quello non

verbale, che può essere vocalico come il pianto, le grida, le variazioni di intonazione della voce o mimico-gestuale,

come gli sguardi, i sorrisi, i gesti, le posture, gli atteggiamenti del corpo. I due sistemi non si escludono a vicenda ma, a

seconda dell'età del bambino, possono avere un peso più o meno grande nella comunicazione. Da 0 a 3 anni il bambino

passa progressivamente da una comunicazione non verbale ad una di tipo verbale, sebbene la forma non verbale

permanga a lungo nel linguaggio infantile e non scompaia mai, nemmeno in età adulta. Da grandi, il linguaggio non

verbale viene utilizzato in maniera più o meno esplicita sia in sostituzione della parola (ad es. all'estero, se non si

conosce la lingua), sia in situazioni di emergenza (ad es. fare l'autostop) che nei momenti di massima emozione (il

rossore, la sudorazione, le lacrime, etc.). I canali attraverso i quali si può comunicare sono quindi molti: la voce e le

parole che gli altri possono ascoltare; i disegni e gli scritti che gli altri possono leggere; la mimica, i gesti e le posizioni

del corpo che gli altri possono vedere. Tutte le informazioni che raggiungono l'udito, la vista, il tatto, il gusto, l'olfatto

sono dei segnali comunicativi ma, fra le centinaia di miliardi di stimoli che arrivano continuamente agli organi di senso,

ne vengono trasmessi al cervello, lungo le vie sensoriali centrali, solo qualche centinaio al secondo. La scelta degli

stimoli (percezione o gnosia) rappresenta quella abilità con cui si impara a riconoscere ciò che è significativo e che

serve, in quel preciso momento, in mezzo a tutto il resto. Tale capacità selettiva è il risultato dell'educazione che si

riceve prima a casa, poi a scuola e quindi nella vita. Il bambino accresce continuamente la propria abilità di

differenziare i segnali interessanti, che piacciono o sono utili, da quelli privi di significato, e questo è un requisito

indispensabile per lo sviluppo della facoltà comunicativa. Prima ancora di conoscere la lingua della comunità in cui è

nato, il bambino comunica. Fin dalla nascita, infatti, si instaura tra il bambino piccolo, la mamma e le persone che lo

circondano un ciclo comunicativo definito periodo prelinguistico che coincide, parzialmente, con il periodo senso-

motorio. La comunicazione sfrutta prevalentemente la forma non verbale sia vocalica (grido, pianto, intonazione della

voce) sia non vocalica (sorrisi, motricità globale). Nei primi mesi di vita la motivazione alla comunicazione è sollecitata

da bisogni fisiologici primari: essere nutriti, puliti, cullati, coccolati; questo tipo di comunicazione viene sostenuto dagli

scambi emotivi e dai rapporti affettivi con le persone che si prendono cura del bambino. I neonati sono in grado di

esprimere molto presto un comportamento sociale che viene consolidato dalla reazione delle persone care. E' tipico

osservare come il bambino, nei primi mesi di vita, per attirare l'attenzione dell'adulto utilizzi tutti i mezzi a sua

disposizione: cerca il contatto con gli occhi, sgambetta, sorride, fa versi; se non riceve nessuna risposta, spesso piange.

Il pianto genera quasi sempre la risposta immediata dell'adulto cosicché il bambino può continuare quello che è definito

il "corteggiamento" visivo e la produzione di suoni gutturali. Il pianto è il primo veicolo di informazione e le mamme

non hanno, in genere, difficoltà a distinguere quello da fame, da disagio, da dolore o da capriccio. Anche i primissimi

vocalizzi sono universali ed uguali per tutti i bambini del mondo e non sono mirati all'apprendimento della lingua o

delle lingue che il bambino imparerà a parlare. Solo a partire dai 6-7 mesi il bambino comincia a riconoscere le

caratteristiche acustiche dell'ambiente in cui vive e quindi ad uniformare le proprie produzioni a quelle dei genitori.

Iniziano quindi a comparire i primi vocalizzi ed i primi suoni che assomigliano a delle consonanti. Il bambino presta

attenzione ai suoni che produce e che generalmente sono rinforzati e ripetuti dai genitori ed è per lui piacevole auto

ascoltarsi ed imitare. In effetti, questo stadio prelinguistico, definito del "gioco vocalico", è un suo allenamento

articolatorio controllato dall'udito. Queste esperienze articolatorie, oltre ad esercitare l'approccio fonatorio in via di

maturazione, permettono al bambino di imparare, attraverso un adeguato rinforzo da parte dell'ambiente circostante, il

carattere strumentale e comunicativo dei suoni che produce, come avveniva quando il pianto era sollievo alla fame o al

dolore. Contemporaneamente il bambino fa progressi anche in altri campi che sono però importantissimi per la

comunicazione: comincia a controllare il capo, inizia a voler afferrare un oggetto, reagisce in modo diverso ai suoni, ai

rumori, alle voci, alle luci, alle carezze. Inoltre, le dimensioni della testa e del collo cambiano rapidamente e la laringe


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AUTORE

Sara F

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+1 anno fa


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in teorie della comunicazione e dei linguaggi
SSD:
Università: Messina - Unime
A.A.: 2005-2006

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Sara F di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia del linguaggio e della comunicazione e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Messina - Unime o del prof Caratozzolo Amalia.

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