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2 Psicobiologia e Psicopatologia dello sviluppo

La psicobiologia focalizza il suo interesse sui processi psicologici e neurobiologici dello sviluppo sia tipico, sia

atipico.

Si possono individuare dei temi fondamentali che aiutano a comprendere tali tipi di sviluppo:

Plasticità e stabilità nell’apprendimento evolutivo

Fra questi tempi va sottolineata l’importanza della plasticità e della stabilità nello sviluppo dei sistemi

comportamentali e neurali. Lo sviluppo e la maturazione costituiscono un equilibrio tra stabilità e plasticità,

infatti una plasticità troppo grande può ostacolare forme di apprendimento a lungo termine, mentre una eccessiva

stabilità può essere negativa per il normale funzionamento dell’organismo.

Gli studi sull’attaccamento sono un buon esempio dell’interazione tra plasticità e stabilità.

L’attaccamento si sviluppa fin dal periodo fetale in cui si verificherebbe un primo apprendimento, come emerge

dagli studi sul riconoscimento precoce, addirittura poche ore dopo la nascita, da parte del neonato della voce

materna.

Studi in campo animale hanno fornito alcune risposte al perché il piccolo umano presenti una predisposizione a

mantenere uno stretto contatto col suo care­giver. Si spiega perché l’interruzione di questo stretto contatto

determini forti risposte biologiche e comportamentali nella prole. Anche la complessa risposta alla separazione è

stata interpretata come una risposta emozionale e anche gli effetti a lungo termine, che fanno seguito alla

differente qualità della relazione madre­bambino, probabilmente riflettono differenze persistenti nella regolazione

emozionale nell’ambito del sistema di attaccamento,

Durante la separazione dal care­giver il piccolo umano risponde alla perdita dei regolatori materni con emozioni

complesse di amore, tristezza, rabbia e lutto. Crescendo i piccoli umani possono rispondere al livello simbolico, oltre

al livello fisiologico e comportamentale.

Negli organismi immaturi, come quelli infantili, si verifica un apprendimento evolutivo che è particolarmente

intenso in quanto le esperienze in questa fase hanno un’ influenza notevole e duratura nel tempo. Periodi critici e

sensibili sono una forma di apprendimento evolutivo che differisce dall’apprendimento maturo. Un periodo

sensibile può essere definito come uno stadio dello sviluppo in cui il cervello è disposto alle modificazioni attraverso

le esperienze. E’ l’ apprendimento nei periodi sensibili differisce dall’apprendimento nei periodi critici, in cui le

esperienze sono essenziali per lo sviluppo normale del cervello, per cui senza di queste i sistemi cognitivi e neurali

non si sviluppano adeguatamente. Nei periodi critici si verifica un cambiamento irreversibile e permanente, mentre

nei periodi sensibili è presente una maggiore flessibilità nel sistema con la possibilità di reversibilità.

(neuroni specchio = imitazione, empatia)

Esper ienze e sviluppo cerebrale

Nel cervello le esperienze possono avere un impatto diverso.

L’archiviazione delle esperienze può avvenire secondo due modalità diverse:

experience expectant , modificazioni cerebrali suscitate da esperienze che sono comuni a tutti i membri

• della specie. Esiste una predisposizione genetica verso certi tipi di esperienza che si realizzano nei periodi

sensibili, nei quali i neuroni sono più attivi e più pronti a recepire determinati stimoli;

experience dependent , legata all’ambiente ed è strettamente personale con una diversificazione da

• persona a persona. Sul piano cerebrale queste esperienze comporterebbero nuove sinapsi anche in età

adulta. Questa predisposizione del sistema nervoso avrebbe a che fare con la plasticità di incorporare le

informazioni che scaturiscono dall’esperienze e che non seguono un ordine prestabilito, ma che dipendono

dalle caratteristiche dell’ambiente in cui si vive.

Il cervello è costituito da un sistema neuronale complesso in cui si stabiliscono interconnessioni che si plasmano

sulla base delle pressioni ambientali piuttosto che su uno schema predeterminato. Il cervello opera in modo plastico,

dinamico e autorganizzante non legato a schemi rigidamente predeterminati.

Come l’espressione genica influisce sul comportamento, così le esperienze sociali influenzano il funzionamento

cerebrale, la sua struttura e la sua organizzazione,

Non solo eventi esterni ma anche eventi psicologici legati alla psicopatologia, ai traumi, agli abusi si ripercuotono

sul funzionamento cerebrale.

Sviluppo cerebrale nell’infanzia

Alla nascita il cervello del bambino contiene circa 100 miliardi di neuroni e durante il primo anno di vita va

incontro a cambiamenti eccezionali.

In primo luogo si creano circa 1000 miliardi di connessioni. Ogni cellula ha collegamenti diretti con circa altri

diecimila neuroni.

Il cervello elimina connessioni, o sinapsi, che vengono utilizzate raramente oppure non utilizzate. L’eccesso di

sinapsi va incontro a una drastica potatura (pruning) per lo più con l’inizio dell’adolescenza e si costruisce

un’organizzazione cerebrale unica e specifica in ogni persona.

Nel cervello si attivano una molteplicità di circuiti, che entrano in funzione sulla base delle esperienze personali

soprattutto nei primi anni di vita.

Su un altro versante, la mancanza di stimolazioni e la deprivazione provocano un meccanismo di potatura dei

circuiti non stimolati.

Nei primissimi anni di vita le relazioni interpersonali costituiscono la fonte primaria delle esperienze che modulano

l’espressione genica a livello cerebrale.

Le esperienze precoci hanno un’influenza decisiva nell’indirizzare le connessioni tra neuroni e nel formare circuiti

specifici che intervengono nei processi mentali ( il cervello è aperto alle influenze ambientali).

I geni contengono le informazioni che promuovono la crescita, la morte e il collegamento tra neuroni che conducono

a specifici circuiti cerebrali.

I geni hanno in primo luogo la funzione di trasmettere le informazioni iscritte nel DNA alle generazioni successive

e di determinare quali proteine siano sintetizzate a livello cellulare.

Con Feldman si afferma che: “ al momento del concepimento e forse anche prima l’ambiente inizia ad intervenire

sul cervello in via di sviluppo”.

I cambiamenti chimici anche di lieve entità provocati dalla madre possono avere un notevole rilievo anche sulle

caratteristiche temperamentali del bambino alla nascita, come anche sui comportamenti successivi.

Sviluppo cerebrale in adolescenza

Le ricerche scientifiche degli ultimi dieci anni hanno messo in luce notevoli trasformazioni strutturali e funzionali

che coinvolgono il cervello durante l’adolescenza, negando la convinzione precedente secondo la quale lo sviluppo

cerebrale può essere considerato terminato all’ingresso nella pubertà.

Negli stadi precoci dello sviluppo cerebrale è possibile osservare la presenza di un numero molto elevato di cellule

nervose e di connessioni cerebrali; a questa sinaptogenesi segue un’ eliminazione/ pruning.

Nella specie umana, una seconda ondata di iperproduzione di connessioni avviene poco prima della pubertà,

seguita ancora una volta da un processo di pruning del tipo use it or lose it ( usalo altrimenti lo perdi).

Il risultato di questo processo è che molte nuove connessioni emergono mentre altre scompaiono, culminando in una

ridefinizione della struttura architettonica cerebrale che può ritenersi conclusa all’ingresso nell’età adulta.

L’espressione genica aumenta in maniera considerevole durante l’adolescenza e sembra essere legata alla

riorganizzazione delle strutture corticali ( coinvolgimento ad es. degli ormoni sessuali e dei circuiti della dopamina:

questo neurotrasmettitore svolge un ruolo critico nel focalizzare l’attenzione in presenza di stimoli ambientali

quando si manifesta la necessità di scegliere tra opzioni conflittuali, in particolare quando l’obiettivo può non

essere ovvio e la scelta deve basarsi su tracce mnestiche piuttosto che su impulsi; questo meccanismo neuronale

rispecchia l’aumentata capacità decisionale e il maggiore controllo degli impulsi in tarda adolescenza. Alcune

sostanze psicotrope, cocaina, possono colpire i neuroni della dopamina e danneggiare lo sviluppo cerebrale).

L’applicazione di tecniche di neuroimaging, quali MRI ( risonanza magnetica) permette di osservare in vivo alcuni

processi maturativi cerebrali in adolescenza.

Tali eventi riguardano in particolare la corteccia prefrontale che riveste un ruolo fondamentale in alcune funzioni

comportamentali e cognitive, quali controllo degli impulsi, inibizione e attivazione comportamentale,

pianificazione del comportamento.

Alcuni circuiti cerebrali, in particolare quelli coinvolti nella valutazione del rischio, nella pianificazione di attività

a lungo termine e nel controllo degli impulsi, sono lontani dall’essere del tutto sviluppati.

Il cervello degli adolescenti si differenzia da quello dell’adulto, questi processano le stesse informazioni ma, nel

farlo, utilizzano circuiti neuronali diversi e ottengono diversi risultati: mentre gli adulti tendono a porre domande

prima di esprimere la propria valutazione, fornendo risposte maggiormente adeguate, i più giovani sembrano

giungere in maniera più veloce a una conclusione intuitiva, mostrando una particolare difficoltà a riconoscere, ad

es., la paura nelle espressioni facciali e una specifica problematicità nell’attribuzione di significato a immagini non

familiari o lontane nel tempo.

Questo, però, non significa che gli adolescenti non sono in grado di controllare gli impulsi, ma che questa funzione

risulta più complessa per un adulto.

L’immaturità dei lobi frontali rende gli adolescenti meno competenti in quei comportamenti che richiedono una

decisione legata a incertezza rispetto l’esito.

In particolare sembra che gli adolescenti trovino maggiore difficoltà nel valutare la probabilità che un evento

accada o si ripeta ( es. i giovani che guidano, rispetto agli adulti, sembrano sottostimare la probabilità di rischi

specifici in alcune situazioni di traffico e sovrastimare la loro abilità nel fronteggiare questi rischi).

3 Dinamiche e competenze genitoriali nello sviluppo teorico e a

r ischio

Il tema delle competenze genitoriali indaga principalmente le modalità di un genitore di soddisfare i bisogni

fondamentali del proprio figlio da un punto di vista fisico e psicologico.

Il concetto di funzione genitoriale, ha riscontrato interesse nella psicologia dinamica, e le sue origini vanno

rintracciate nell’interiorizzazione dei comportamenti messi in atto dalle proprie figure di accadimento.

La genitorialità è oggetto di studio della psicodinamica, infant research, attaccamento e neuroscienze ed è

determinata da:

il contesto sociale in cui la relazione genitore/bambino è inserita;

a. la personalità dei genitori;

b. le caratteristiche individuali del bambino.

c.

Le radici della genitorialit à nei contr ibuti psicodinamici

Lo studio della funzione genitoriale ha riguardato l’analisi delle rappresentazioni individuali e dei processi mentali

inconsci del genitore sul bambino.

Nei modelli dinamici la genitorialità è intesa come:

fase evolutiva che permette di acquisire il ruolo di genitore come occasione di rielaborazione di conflitti

a. rimasti sospesi nella propria storia personale;

crisi, si pone l’accento sui cambiamenti e sulle oscillazioni che l’individuo deve affrontare per costruire

b. un’immagine stabile del proprio Sé genitoriale, necessaria allo strutturarsi di uno spazio interno di

relazione con il bambino. C’è la possibilità di rielaborare i propri vissuti legati alle identificazione

infantili che vengono confrontati con i sentimenti nei confronti del proprio figlio;

articolato processo di fattori intrapsichici e interpersonali che coinvolge l’insieme delle

c. rappresentazioni che emergono dalla storia personale dei genitori, della loro vita attuale e dalla loro

relazione di coppia. La genitorialità implica sia una ridefinizione interna, processi intrapsichici, che

esterna, processi interattivi, dei legami familiari in cui sono iscritti maternità e paternità.

La genitorialità viene pertanto considerata un processo trasformativo che implica una rivisitazione delle

rappresentazioni interne del genitore, con un passaggio dall’investimento su di sé a quello sul bambino, processo

cruciale dello sviluppo dell’individuo, a cui fa riferimento l’acquisizione di una integrazione personale più matura,

caratterizzata dall’elaborazione e dalla risoluzione dei precedenti conflitti infantili.

Lebovici ritiene che nel corso della gravidanza la madre inizi a costruire un rapporto con il bambino che nascerà,

attraverso fantasie e rappresentazioni che le permettono di creare un legame con lui.

Nella mente della madre si crea una rappresentazione del “bambino fantasmatico ”, che corrisponde alle

fantasie edipiche. La madre, insieme al padre, fantastica intorno a un “bambino immaginario ” corrispondente

alle loro aspettative attuali, coscienti, relative al bambino. La comparsa sulla scena, dopo la nascita, del

“bambino reale” comporterà da parte di entrambi i genitori un complesso processo di confronto e di elaborazione

tra il bambino immaginato e rappresentato prima della nascita e le caratteristiche reali che il bambino presenta.

La prima relazione tra il genitore e il bambino sarà dunque improntata non solo dalla competenza parentale

fondata biologicamente che si incontra con le caratteristiche del bambino stesso, ma anche dalle rappresentazioni e

dalle fantasie che il genitore ha sviluppato intorno a un futuro bambino.

Nello sviluppo tipico del legame genitore­bambino le rappresentazioni a carattere prevalentemente positivo,

appaiono flessibili e in grado di modificarsi a seconda dell’individualità del bambino che, a sua volta, le

interiorizza con i propri aspetti individuali. In questi casi il genitore avrebbe la tendenza a vedere i rapporti con il

figlio in termini di contenuti mentali coerenti, ben organizzati, di facile accesso alla coscienza e le rappresentazioni

avrebbero una funzione organizzativa che permette di “ordinare” in un insieme stabile significati, sensazioni,

affetti ed esperienze del Sé genitoriale.

In altri casi, invece, le rappresentazioni dei genitori rischiano di mettere in pericolo la costruzione dell’identità del

bambino, costringendolo a identificarsi con qualità e oggetti del mondo intrapsichico genitoriali che possono

soffocare i suoi aspetti più originari e individuali.

Per es. un bambino fragile e vulnerabile diventa l’espressione inadeguati del genitore. In questo modo a fronte di un

bambino inadeguato e fragile, il genitore potrà diventare eccessivamente soccorrevole trascurando chi è veramente

il bambino e quali sono i suoi aspetti peculiari. In questi prospettiva la valutazione delle rappresentazioni assume

un valore predittivo del comportamento interattivo genitore/bambino già a partire dalla gravidanza, dal momento

che l’organizzazione interna della relazione è più stabile di quanto non siano i comportamenti manifesti.

Durante la gravidanza si verificano sostanziali modificazioni del mondo rappresentazionale della donna

impegnata a costruirsi una immagine mentale del bambino, di se stessa nel ruolo di madre e della loro relazione,

attraverso un processo che implica una revisione delle rappresentazioni del proprio Sé costruite durante l’infanzia e

l’adolescenza.

L’assetto mentale genitoriale che emerge a partire dalla gravidanza conduce alla formazione di una nuova

organizzazione cognitiva e affettiva che Stern definisce “ costellazione materna”, che sta a segnalare la nascita

psicologica di una nuova identità, il “senso di essere madre”.

Diverse ricerche ( interviste IRMAG e IRMAN somministrate al 7° mese di gravidanza e al 4° mese dopo la

nascita) si sono rivolte allo studio della gravidanza allo scopo di esplorare una continuità/discontinuità tra lo stile

materno rappresentazionale e lo stile maternage che verrà fornito dal bambino dopo la nascita. Le interviste

cliniche hanno messo in luce che nelle ultime fasi della gravidanza la donna si costruisce un’immagine stabile e

definita di sé come madre e del proprio bambino e tale immagine influenza la qualità della relazione precoce con il

bambino.

Tali studi si basano sul presupposto che le rappresentazioni possono dare informazioni specifiche sul modo in cui

la donna affronta l’esperienza della maternità e consentono di fare delle previsioni sul funzionamento mentale in

termini di fattori di protezione o di rischio nella relazione con il bambino.

Le aree di indagine sono:

desiderio di maternità ( personale e della coppia);

 emozioni alla notizia;

 emozioni e cambiamenti durante la gravidanza;

 emozioni, percezioni e fantasie relative al bambino;

 aspettative future;

 prospettive storiche.

Le rappresentazioni materne si suddividono in:

integrate/ equilibrate , la gravidanza è vissuta come esperienza di completamento della propria

1) identità femminile; c’è un investimento affettivo e la capacità di assecondare i ritmi della gravidanza, un

forte senso della propria identità e della presenza affettiva del figlio;

ristrette/disinvestite , la gravidanza è vissuta come condizione necessaria per una conferma sociale;

2) c’è un controllo su se stessa per non farsi condizionare dalla gravidanza e dal futuro del bambino, un

limitato investimento affettivo con sottolineatura della propria indipendenza e del proprio autocontrollo,

piattezza emotiva, controllo e razionalizzazione;

non integrante/ ambivalenti , ambivalenza verso la gravidanza ( paura, rifiuto), modulazione

3) affettiva alternata, ansie e fobie.

Il contributo dell’Infant Research

L’Infant Research ha come oggetto di studio lo sviluppo nella prima infanzia e ha una visione interamente

bidirezionale del contributo di ciascun partecipante all’organizzazione della diade genitore­bambino. I bambini,

come ogni altro sistema vivente, sono capaci di autoregolarsi e auto – organizzarsi e sono attivamente impegnati

nella ricerca di stimoli.

La partecipazione attiva all’interazione reciproca, secondo Stern, è resa possibile dal bagaglio comportamentale che

madre e bambino mettono in gioco per costruire la loro particolare relazione, a partire dal repertorio di

comportamenti comunicativi di cui entrambi dispongono. All’interno delle “danze interattive” che madre e bambino

costruiscono insieme, si producono comportamenti complessi che seguono un modello in cui linguaggio, espressioni

del viso, movimenti del corpo sono tutti eseguiti con una certa ripetitività di costanti e che tendono a

caratterizzate e moderare le deviazioni dall’esperienza passata.

L’insieme delle costanti viene integrato progressivamente nella creazione di strutture di rappresentazione che

garantiscono, anche in assenza di una assoluta carenza dell’esperienza esterna, almeno una stabilità della

relazione affettiva sulla quale il bambino possa basare la crescita della nascente coerenza del Sé.

Il contributo della teoria dell’attaccamento alla genitor ialit à

L’attaccamento che unisce il piccolo alla madre è un bisogno primario, una predisposizione innata alla continuità e

alla stabilità di un rapporto interpersonale che si costituisce come sistema motivazionale finalizzato allo sviluppo.

L’attaccamento e il sistema dei comportamenti di attaccamento vengono a costituire un “modello del mondo” in cui

vengono rappresentati il Sé, gli altri significativi e le loro interrelazioni. Si definiscono così gli internal

working models, i modelli operativi interni (MOI) costruiti dal bambino nel corso del primo anno di vita sulla

base di modelli ripetuti di esperienze interattive. Questi formerebbero dei modelli di rappresentazioni che il

bambino userebbe come strumenti per predire il mondo e mettersi in relazione con esso.

Gli internal working models possono essere suddivisi in:

modelli operativi adeguati , ben organizzati, il sistema rappresentazionale è multi stratificato,

− flessibile e rivedibile. I ricordi sono facilmente accessibili alla coscienza, facilmente traducibili in termini

narrativi;

modelli operativi inadeguati , non organizzati, comunicazione difficile, non coerente con la

− narrazione.

La qualità dell’attaccamento è correlata in maniera sorprendente al tipo di modello operativo del genitore

classificato secondo la Adult Attachament Interviw (AAI).

L’idea che i modelli di attaccamento possono essere trasmessi da una generazione all’altra ha aperto un ampio

dibattito su come ciò possa avvenire.

Ainsoworth mette in evidenza il concetto di “sensibilità materna”, definita come la capacità e la volontà della

madre di percepire la comunicazione del bambino, di vederle e interpretarle dal punto di vista del bambino,

rispondendovi adeguatamente e prontamente secondo i suoi bisogni evolutivi. La capacità si rispondere con

sensibilità empatica ai propri figli lungo tutto il primo anno di vita rappresenta l’indice più idoneo a predire la

sicurezza dell’attaccamento del bambino alla fine del primo anno.

La possibilità del genitore di rispondere adeguatamente al bambino dipenderebbe dal tipo di organizzazione

interna del suo pattern di attaccamento. Il genitore possiede, prima della nascita del figlio, un modello operativo di

se stesso come genitore e del bambino non ancora nato, che alla nascita del figlio deve mettere in sintonia con le

caratteristiche del nuovo nato.

Il contributo delle neuroscienze

Durante la gravidanza e nel corso del primo anno di vita del bambino il cervello della madre viene rimodellato dalle

fluttuazioni ormonali che determinano delle vere e proprie modificazioni strutturali di alcune arre atte a favorire

la regolazione del comportamento materno per la messa in atto delle condotte di accadimento.

Un’interazione sociale sana può dipendere dall’equilibrato funzionamento dell’attività neurobiologica delle aree

coinvolte e, viceversa, possono presentarsi effetti clinici e psicologici quando in quel circuito si verificano

interruzioni, danni o lesioni per problematiche collegate all’eredità o a pratiche di accadimento.

4 Psicopatologia genitor iale e implicazioni per lo sviluppo

La capacità di individuare tempestivamente, a partire dalla gravidanza e nei primi mesi di vita del bambino, la

presenza di rischi psicosociali e di rischi emotivi permette di migliorare e di favorire lo sviluppo delle capacità

genitoriali e di prevenire il disadattamento infantile.

I fattori di rischio tendono a presentarsi spesso in modo associato, per cui tra le gravidanze a rischio psicosociale

alcune sono correlate alla mancanza di supporto sociale e alla presenza di eventi stressanti ma, non

infrequentemente, in tali condizioni sono presenti anche fatto di rischio depressivo della madre.

Rischio depressivo

La depressione materna, sia in gravidanza che nel corso del primo anno di vita del figlio, ha stimolato ricerche e

studi dal momento che rappresenta un importante fattore di rischio peri i figli, che possono presentare anomalie

psicopatologiche rispetto ai bambini nati da madri normali.

La trasmissione intergenerazionale del rischio psicopatologico ha configurato modelli interpretativi diversi, che

sottolineano il ruolo dei meccanismi genetici oppure delle caratteristiche temperamentali e fisiologiche del bambino

alla nascita o , ancora, fatto mediati dall’ambiente, come difficoltà materne a prendersi cura del figlio, contrasti

coniugali, violenza familiare oppure stress economico.

Il comportamento della madri depresse è piuttosto eterogeneo per cui è possibile osservare madri che manifestano

col figlio comportamenti ed emozioni normali mentre in altre situazioni il comportamento è fortemente

compromesso.

Nella depressione post – partum individuiamo una serie di disturbi dell’umore, tra cui:

Maternity blues, (si sviluppa 3 – 4 giorno dopo il parto. Dura qualche ora/un giorno, non più di due

a. settimane) .

Sintomi: pianto facile, ansia, paura, preoccupazione, disordine nell’alimentazione/sonno.

Fattori eziologici: fluttuazioni ormonali successive al parto, fattori ambientali.

Depressione post­partum, (si sviluppa entro i primi 6 mese dopo il parto. Dura per settimane/mesi).

b. Sintomi: sentimenti di inadeguatezza, ipersensibilità, ansia, vergogna, odio, trascuratezza verso se stessa e

il bambino, calo del desiderio sessuale, pensieri ossessivi riguardo al bambino, preoccupazione nei suoi

confronti e esclusione del partner dalla relazione con il piccolo.

Psicosi puerperale , (si sviluppa nell’arco delle due settimane successive al parto. Dura per

c. settimane/mesi).

Sintomi: perdita di contatto con la realtà, disturbi della memoria e del pensiero, episodi deliranti e

allucinazioni, rifiuto del bambino, umore eccessivamente elevato, negazione dei cambiamenti causati dalla

gravidanza.

La madre depressa presenta più affetti negativi e appare più disimpegnata di quella non depressa. Si coinvolge

meno nel gioco, ricorre meno a un linguaggio infantile quando parla con il figlio.

Dalla letteratura sulla depressione emergono due modelli che spiegano il rapporto tra rischio depressivo e capacità

di accadimento materno:

“modello a soglia degli effetti della depressione ”, in cui la depressione è considerata come

− un’alternanza di stati d’animo che sembrano influenzare molte aree del funzionamento personale;

“modello correlato” , in cui la depressione è considerata come uno dei possibili aspetti correlati ai

− fattori di stress familiari presenti o passati associati al comportamento negativo.

Nell’approccio con il bambino individuiamo differenti stili materni, abbiamo:

madri intrusive, che interagiscono con i figli in modo brusco, hanno condotte iper – stimolanti,

1. caratterizzate da ostilità e incoerenza e da espressioni facciali esageratamente forzate e hanno

l’esigenza di controllare le azioni del bambino;

madri distaccate , non coinvolte, piatte affettivamente;

2. madri “positive” ;

3. madri intrusive e distaccate , condotte evitanti e ipostimolanti, scarso contatto fisico. Il

4. bambino presenta scarsa imitazione, poche espressioni facciali, livello di affettività piatto, basso

livello di reattività. Le madri sono poco responsive e poco sensibili, hanno poca attenzione per il

bambino.

Nei casi di depressione materna spesso il comportamento delle madri impedisce la riparazione dell’interazione

poiché queste interrompono costantemente le attività del bambino. I bambini finiscono con lo sviluppare un nucleo

affettivo negativo, una rappresentazione della madre come un individuo non affidabile e non responsivo.

I bambini di madri depresse mostrano interazioni più negative e meno interattive con uno sconosciuto amichevole

di quanto non facciano i bambini di madri normali.

La depressione rappresenta la condizione psicopatologica che più di ogni altra mette a rischio il figlio; nel corso del

suo sviluppo potrà manifestare un disturbo psicopatologico.

Il rischio che il bambino, con almeno un genitore con disturbo depressivo, sviluppi una depressione è triplicato

rispetto al bambino con genitori normali e raddoppiato rispetto al bambino con genitori con psicopatologie non

depressive.

Bambini di madri con depressione e caratteristiche antisociali di personalità presentavano un rischio più elevato di

condizioni socioeconomiche familiari svantaggiate, di essere esposti a violenza domestica e di avere una madre con

dipendenza da alcolici e a più alto rischio di suicidio rispetto ai figli di madri con depressione. Allo stesso tempo,

questi bambini ricevevano minore calore materno e più alti livelli di ostilità materna: tale situazione di comorbilità

materna, infatti, determina una maggiore permanenza nel tempo dei sintomi depressivi, con una conseguente

prolungata esposizione del bambino a modalità di interazione segnate da scarso coinvolgimento da parte della

madre.

Nello studio della depressione bisogna prendere in considerazione anche un eventuale quadro depressivo

paterno che, rispetto alla depressione materna che ha un impatto sull’autostima e sul benessere emotivo, incide

sulle competenze sociali ed è associata a problemi comportamentali nei figli, soprattutto i maschi.

Precoci quadri depressivi, ansiosi nei figli di genitori bipolari possono mostrarsi indicatori di un successivo rischio

di sviluppare un disturbo bipolare nel corso del tempo.

Gravidanza e mater nit à in adolescenza

Le ricerche condotte sulla genitorialità in adolescenza indicano una significativa presenza di traiettorie negative

nelle interazioni precoci tra madri e bambini. Le madri adolescenti sono molto più frequentemente soggette a

sintomi depressi, abuso di sostanze ed episodi di maltrattamento nei confronti dei figli rispetto alle madri adulte.

Inoltre i figli di madri adolescenti mostrano un maggior numero di deficit cognitivi e socio emotivi nel corso dello

sviluppo.

Se da un lato la gravidanza può rispondere al desiderio tipicamente adolescenziale di dimostrare che il proprio

corpo è in grado di funzionare come quello materno, allo stesso tempo può rappresentare un modo di sfuggire alle

complesse dinamiche di separazione e di individuazione nei confronti dei propri genitori, ma più specificatamente

verso la propria madre. Al desiderio inconscio di potersi liberare dalla dipendenza nei confronti dei propri genitori,

ma più specificatamente verso la propria madre. Al desiderio inconscio di potersi liberare dalla dipendenza nei

confronti della propria madre, fa seguito un evitabile riavvicinamento a questa, che giocherà un ruolo importante

nella maternità della figlia.

La gravidanza in adolescenza interagisce in misura considerevole nel processo di costruzione della propria identità

femminile, in quanto la ragazza si sente confusa, essendo ancora coinvolta nei suoi conflitti di figlia e allo stesso

tempo costretta ad assumente dei compiti materni, quando ancora non si è identificata con la propria figura

materna. L’intrecciarsi delle complesse dinamiche della gravidanza con i cambiamenti tipici dell’adolescenza rende

particolarmente difficile la costruzione dell’identità materna, che va a sovrapporsi a quell’immagine di sé come

donna anziché essere la naturale continuazione. In queste ragazze i conflitti tipici dell’adolescenza si ripercuotono

inevitabilmente sulle loro competenze genitoriali, impedendo l’emergere di un senso del Sé genitoriale funzionale e

adeguato.

Aborti e perdita perinatale

Le donne che subiscono una interruzione di gravidanza oltre a esperire stati emotivi tipici del lutto, sentono di

aver fallito nel loro ruolo di moglie e di madre e percepiscono questa perdita come un inadempimento delle attese del

partner e della famiglia; la donna può anche avvertire l’evento come un tradimento del suo corpo e pensare che ci

sia qualcosa di sbagliato nella sua femminilità. Tuttavia,non di rado una delle reazioni alla perdita della

gravidanza è quella di desiderare un altro bambino, il prima possibile, nonostante la paura di perderlo nuovamente.

L’attesa di un altro bambino riduce il dolore del lutto precedente; ma una ulteriore gravidanza subito dopo

l’insuccesso della precedente può riaccendere i vissuti della perdita e ciò può avere conseguenze negative sia sul

corso della gestazione stessa sia sulla futura relazione genitori­bambino.

La gravidanza successiva riattiva in molte donne la ferita della perdita subita, ma la nascita di un bambino sano

può avere un effetto riparatore; esiste comunque una vulnerabilità significativa a sviluppare sintomi del PTSD

(disturbo post­traumatico da stress).

Il lutto per la perdita di un bambino atteso può lasciare le sue tracce per anni e può necessitare di una lunga

elaborazione. In assenza di ciò il dolore per la perdita non solo non viene risolto dall’arrivo di un altro bambino,

ma rischia di rendere difficile la costruzione di una nuova relazione. Si finisce con l’essere più diligenti e

iperprotettivi con il figlio nato dopo la perdita e si può arrivare a considerare il nuovo figlio come una

reincarnazione di quello morto, un vero e proprio elemento di sostituzione o una copia del bambino perso.

Psicosi

La schizofrenia è una forma grave di psicopatologia caratterizzata da notevole familiarità. Il rischio di sviluppare

una schizofrenia se si è figli di un genitore schizofrenico equivale all’10%, al 40% se entrambi i genitori ne sono

affetti.

Fattori ambientali, relazionali intervenenti nel contesto di vita del figlio di un genitore schizofrenico (esperienze

psicosociali precoci altamente stressanti) e fattori genetici modulano la schizofrenia.

Il Finnish Adoptive Family Study ha il merito di aver studiato un campione di 185 bambini con le

conseguenti caratteristiche: figli di madri schizofreniche che erano stati adottati entro il quarto anno di età da

famiglie che non avevano rapporti di parentela con le madri biologiche.

I dati maggiormente significativi di questo studio sono così riassumibili:

i bambini adottati all’interno di famiglie “sane” mostrano livelli di psicopatologia trascurabili;

− i bambini adottati in famiglie “disturbate” mostravano una maggiore percentuale di psicopatologia;

I bambini adottati che erano ad alto rischio di trasmissione genetica della schizofrenia trovavano nella famiglia

“sana” un forte fattore di protezione circa l’insorgenza della condizione schizofrenica.

I figli delle madri schizofreniche mostravano traiettorie di sviluppo non particolarmente a rischio. Diversamente,

le difficoltà di sviluppo più consistenti sono state evidenziate nei bambini delle madri depresse. L’impatto della

madre schizofrenica diminuisce nel corso del tempo con la crescita del bambino, quello della depressione materna

rimane pressoché costante nell’arco dei primi quattro anni di vita.

I dati raccolti hanno dimostrato come il comportamento disadattivo e/o psicopatologico dei bambini è correlato non

tanto al tipo di psicopatologia materna, quanto all’intensità e alla cronicità di questa condizione.

Altro riscontro molto significativo è stato quello relativo all’impatto dello status socioeconomico materno sulle

condizioni di sviluppo disadattive del bambino: indipendentemente dal proprio livello psicopatologico, le madri con

condizioni socioeconomiche svantaggiate mostrano i più bassi livelli di capacità materne, e i rispettivi bambini i

comportamenti meno adattivi. Lo status sociale materno e familiare è più potente dello status relativo alla

variabile salute mentale materna.

Abuso di sostanze (alcol e stupefacenti)

Bambini che nascono da madri che fanno uso di sostanze durante la gravidanza possono essere affetti da sindrome

alcolico fetale (FAS) o da sindrome fetale da abuso di sostanze (FDS).

Circa gli effetti dell’abuso di sostanze materno durante la gravidanza, nonché dei comportamenti materni correlati

all’abuso di sostanze è noto come siano riscontrabili nel bambino deficit neuro comportamentali che incidono sul

livello di attivazione, sulla regolazione emotiva e sulla capacità di focalizzare e mantenere l’attenzione. I bambini

esposti in gravidanza all’abuso di sostanze materno tendono a manifestare nell’arco dello sviluppo adolescenziale

difficoltà nell’ambito dell’interazione sociale e dell’apprendimento ( + difficoltà dei ritmi sonno­veglia, alimentari,

iperattività).

Benché le madri dipendenti abbiano e dimostrino consapevolezza circa l’impatto del loro abuso di sostanze sui

propri figli, e per questo tendano ad affermare di avere bisogno di un trattamento, generalmente nei fatti lo evitano

questo perché si ha la percezione che le sostanze sostengono il ruolo genitoriale piuttosto che danneggiarlo e perché

si evita di confrontarsi con i propri sensi di colpa.

Abuso e maltrattamento

Il maltrattamento infantile ha un impatto negativo che tende a persistere e a essere riscontrabile anche in età

adulta.

Tali implicazioni sono principalmente riferite a modificazioni sostanziali sul piano neurobiologico, ritardi

cognitivi, comportamenti disfunzionali quali aggressività, disturbi della condotta e abuso di sostanze, nonché

associazioni riscontrate con lo sviluppo di quadri psicopatologici e disturbi di personalità in età adulta.

Variazioni nelle tipologie e nella severità dell’abuso subito sono fortemente associate a migliori o peggiori esiti in

età adulta.

I soggetti abusati dimostrano come sia possibile avere difese psicologiche immature, sintomi psichiatrici di ansia e

depressione da lievi a moderati, difficoltà nel funzionamento di personalità e modelli operativi interni della

sicurezza emotiva

problematici pur riuscendo a cavarsela nella vita e traendone delle soddisfazioni. L’aspetto interessante dei dati,

perciò, sta nell’indicare come non debbano essere ritenuti necessariamente alternativi la presenza di sintomatologia

e difficoltà psicologiche da una parte, e un buon adattamento dall’altra.

Nel corso dello sviluppo il soggetto che ha subito un trauma potrà trovarsi in condizioni di relativamente maggiore

o minore resilienza. La resilienza (la capacità dell'uomo di affrontare e superare le avversità della vita, di superarle

e di uscirne rinforzato e addirittura trasformato positivamente) può non essere raggiunta e acquisita una volta per

tutte.

L’abuso intra­familiare come trauma cumulativo nella prospettiva

intergenerazionale

La risposta del bambino al trauma non potrà non prescindere dalla fase evolutiva in cui si trova e dalla specifica

dinamica intrapsichica che funziona da elemento organizzante del suo psichismo attuale.

In una visione a livello intergenerazionale si ritiene che l’abusante sia stato nella propria infanzia vittima di

abuso. I dati in letteratura forniscono una debole conferma a questa ipotesi. Per alcuni individui l’esposizione ad

un abuso sessuale nell’infanzia può aumentare la probabilità che essi divengano in seguito autori di abusi sessuali

su bambini. Questo perché ci sono fattori correlati con l’abuso sessuale: la devianza sessuale, disturbi psicologici e

l’esposizione a situazioni familiari disfunzionali.

8 Disturbi comportamentali

Disturbo da def icit di Attenzione/ Iperattivit à

Il controllo del comportamento è strettamente legato al sistema regolativo delle emozioni, dell’attenzione, delle

funzioni esecutive, del controllo degli impulsi.

I processi regolatori infatti sono basati sulle capacità di regolare i propri stati emotivi e di organizzare l’esperienza

e le risposte comportamentali adeguate ma sono fortemente influenzati sia dalle qualità delle interazioni

all’interno della diade madre – bambino sia dalle variazioni costituzionali e maturative che definiscono le

caratteristiche temperamentali del singolo bambino.

Il temperamento ha a che fare con una predisposizione biologica che permette di reagire agli eventi ambientali e

all’esperienza affettiva in maniera unica e, sebbene sia fortemente influenzato dalle esperienze interattive precoci,

caratterizza la reattività individuale e influisce sullo sviluppo di modelli relativamente stabili di comportamento.

Sia lo sviluppo dell’attenzione che il controllo degli impulsi possono essere influenzati dalle risposte riflesse su base

sensoriale e sono moderati dallo “stato energetico” del bambino, cioè dal suo arousal o dalla sua tendenza

all’eccitabilità.

Dal punto di vista neurobiologico, diversi studi hanno messo in luce il ruolo della corteccia prefrontale nello

sviluppo del controllo comportamentale ed emozionale e della regolazione del comportamento. I deficit della

regolazione prefrontale sembrerebbero esse implicati nello sviluppo dei disturbi comportamentali: in particolare

quelli associati all’iperattività si ritiene includano deficit nelle funzioni esecutive di inibizione della risposta

( compromesso quindi il controllo motorio) .

Deficit fondamentale nel controllo inibitorio porterebbe a rotture nei processi esecutivi di regolazione nei bambini

con ADHD che come conseguenza mostrerebbero una particolare reattività emozionale, sarebbero relativamente

incapaci di anticipare eventi carichi emotivamente, avrebbero problemi nel valutare l’impatto delle loro azioni sugli

altri in situazioni emotivamente significative e avrebbero una propensione a mostrare scarse capacità di

regolazione dei loro stati emozionali per raggiungere uno scopo.

Nel caso dei bambini con ADHD, diversi fattori di rischio familiari possono essere legati alla disattenzione e

all’impulsività, sia perché possono compromettere la capacità del caregiver di partecipare pienamente alla dialettica

evolutiva, sia perché varie caratteristiche dell’ambiente di caregiving ( rabbia, scambi ostili tra coniugi) possono

influenzare l’attenzione e il comportamento del bambino.

Lo sviluppo dei sistemi neurali e comportamentali alla base dei processi regolativi è in costante relazione con il

mondo interpersonale del bambino, in particolare con le capacità di sintonizzazione affettiva dei genitori e con la

verbalizzazione degli affetti. Lo sviluppo neurale è plastico all’esperienza e le esperienze sostengono lo sviluppo

cognitivo e linguistico. Sei i processi reattivi sono atipici ( affetti negativi forti), questo sbilanciamento può

interferire con lo sviluppo delle funzioni esecutive e con il controllo volontario, che a sua volta indebolisce le

capacità di regolare gli affetti reattivi.

E’ anche possibile che alcuni tipi di ambienti di accadimento o esperienze traumatiche possano predisporre

l’individuo a disregolazioni attenzionali e inibitorie anche in assenza di vulnerabilità temperamentali.

Il linguaggio in questo contesto assume un significato particolare perché gioca un ruolo determinante

nell’autoregolazione come meccanismo attraverso cui il controllo viene esercitato.

Uno sviluppo del linguaggio carente può ritardare la capacità di regolare il comportamento perché inibisce lo

sviluppo del linguaggio interno che rappresenta una strategia importante nell’autoregolazione.

Un altro aspetto significativo dell’aumento osservabile negli anni prescolari delle funzioni di autoregolazione e

autocontrollo è legato allo sviluppo delle funzioni di autoregolazione del Sé e al monitoraggio meta cognitivo a essa

correlato. La capacità riflessiva del bambino, che si sviluppa all’interno di relazioni di attaccamento sicure,

permette al bambino di comprendere il suo stato interno e quello degli altri e intensifica la sua capacità regolativa

relativamente agli stati emozionali.

Nonostante le crescenti abilità di regolazione del comportamento e delle emozioni osservate nei bambini nel corso

dei primi anni di vita, è indubbiamente facile riscontrare un’elevata frequenza di comportamenti aggressivi

(iperattività, scarsa regolazione degli impulsi, disobbedienza, difficoltà nel modulare la rabbia) tra i 2 e i 4 anni,

che non necessariamente costituiscono un indicatore di future difficoltà comportamentali.

Dishion e Patterson distinguono:

comportamenti aggressivi espliciti (overt);

− comportamenti aggressivi mascherati (co – overt).

E’ interessante notare che mentre si assiste a una diminuzione significativa dai 2 agli 11 anni nei comportamenti

aggressivi espliciti (overt), i comportamenti mascherati

(co – overt) intorno ai 5 – 6 anni, crescono lentamente e subiscono un’ accelerazione durante l’adolescenza.

Nella sequenza overt to covert il presupposto di fondo è che i bambini che dimostrano precoci comportamenti

aggressivi possano apprendere modalità più nascoste di espressione, modalità che evitano la possibilità di essere

sanzionati.

I comportamenti antisociali espliciti sono in evidenzia fin dalla prima infanzia e definiscono gli anni prescolari

come un periodo critico per comprendere l’emergere dell’aggressività.

La problematicità di un dato comportamento è fortemente influenzata dall’impatto che esso ha sul contesto

familiare e sociale.

Disturbo Oppositivo Provocatorio e il Disturbo della Condotta

Il Disturbo Oppositivo Provocatorio può essere descritto come una modalità di comportamento negativi stico, ostile

e provocatorio nei confronti delle figure che si prendono cura del bambino e delle autorità in genere. Si osservano

perdita di controllo, litigi con adulti, opposizione attiva o rifiuto di rispettare le richieste o le regole, azioni

deliberate che causano fastidio ad altri, essere collerici, dispettosi o vendicativi.

Nel Disturbo della Condotta si osserva una modalità di comportamento ripetitiva e persistente di condotta

antisociale in cui i diritti fondamentali degli altri o le principali norme o regole societarie appropriate per l’età

vengono violate. I comportamenti specifici possono essere: condotta aggressiva che causa o minaccia danni fisici ad

altre persone o ad animali, una condotta non aggressiva che causa perdita o danneggiamento della proprietà, scarsa

empatia, mancanza di senso di colpa, esordio precoce di comportamenti sessuali a rischio, abuso di alcol e droghe e

rischio di suicidio.

Una serie complessa di fattori pre e perinatali possono compromettere il funzionamento neurobiologico e

rappresentare dei fattori di rischio per i successivi problemi attentivi e comportamentali: tra questi possiamo

trovare esposizione a neurotossici (avvelenamento da piombo), infezioni, esposizione a farmaci, tabacco e alcol

durante la gravidanza ma anche stress materno durante la gravidanza. Tutti questi fattori possono compromettere

il funzionamento del tronco encefalico e influire sulla regolazione del comportamento e delle emozioni.

Una problematica perinatale può costruire un fattore di rischio per i disturbi comportamentali dell’adolescenza

solo se a essa si associano nel corso dello sviluppo altri indici di rischio.

Dal punto di vista della genitorialità è stato rilevato da diversi studi che:

uno stile educativo coercitivo da parte dei genitori crea circoli viziosi che contribuiscono ai disturbi

− comportamentali;

uno stile punitivo e maltrattante è un fattore di rischio significativo;

− la presenza di comportamenti genitoriali positivi riduce il rischio di sviluppare un disturbo della condotta

− anche in situazioni psicosociali di rischio.

La sintomatologia dell’ADHD e dei comportamenti aggressivi è legata alla qualità della genitorialità e alle

esperienze familiari: un basso supporto emozionale e una bassa stimolazione intellettuale da parte dei genitori

nella prima infanzia predicono la traiettoria di disattenzione più problematica, anche quando la traiettoria

aggressiva è costante; il conflitto e la mancanza di coesione nell’ambiente familiare predicono la traiettoria di

comportamento aggressivo peggiore quando la variabile disattenzione è tenuta costante.

Altro fattore di rischio significativo per lo sviluppo di disturbi della condotta è la qualità delle relazioni di

attaccamento tra bambino e genitore. I disturbi della condotta possono essere intesi come l’esito della reciproca

influenza tra le caratteristiche temperamentali difficili del bambino e le difficoltà della madre a sintonizzarsi con

lui a causa di uno stato mentale dell’attaccamento insicuro che rende il suo comportamento di caregiving intrusivo,

spaventante o non responsivo.

I fattori di rischio per i disturbi della condotta, l’aggressività, la delinquenza e i comportamenti antisociali

dell’adolescenza si collocano a diversi livelli del più ampio contesto ecologico:

livello individuale : temperamento, funzionamento cognitivo, basso quoziente intellettivo, scarso

1. rendimento scolastico;

livello della genitorialit à: stile di parenting inadeguato, caratterizzato da comportamenti ostili o

2. coercitivi;

livello relazionale e familiare : attaccamenti insicuri, disorganizzati, basso livello socioeconomico,

3. depressione materna, conflitto genitoriale e violenza coniugale, maltrattamento infantile;

livello sociale/contestuale : pari, scuola, comunità.

4.

Le diverse linee evolutive vanno considerate come possibili traiettorie in grado di subire importanti trasformazioni,

in senso positivo o negativo, nei diversi momenti dello sviluppo a partire dall’influenza di fattori protettivi in

gioco.

C’è continuità omo­tipica ed etero­tipica tra condizioni psicopatologiche dell’infanzia e esiti in adolescenza e in età

adulta. Ad esempio un grave disturbo della condotta può rendere i maschi particolarmente inclini a sviluppare

comportamenti delinquenziali e antisociali in adolescenza e ad avere maggiori problemi con la giustizia

(continuità omotipica), mentre può rendere le femmine vulnerabili a sviluppare gravi patologie psichiatriche,

compresi disturbi di personalità e depressione maggiore con tentativi di suicidio ( continuità eterotipica).

9 Disturbi della relazione e dell’attaccamento

Il Disturbo della relazione e dell’attaccamento si verifica in un contesto di deprivazione o di maltrattamento,

inclusa la trascuratezza genitoriale o un abuso fisico e/o psicologico.

Il bambino ha limitate possibilità di stabilire attaccamenti selettivi a causa di cambiamenti frequenti dei caregiver

o dell’indisponibilità si una figura di attaccamento, ha comportamenti di attaccamento disturbati e inappropriati

al livello di sviluppo raramente si rivolgono ad una figura per la ricerca di conforto, sostegno, protezioni e

nutrimento.

Pattern inibito o emotivamente ritirato , presenti almeno 3 dei seguenti comportamenti:

1) paura o minima ricerca di conforto per alleviare l’angoscia;

a) minima risposta di conforto all’angoscia;

b) limitati affetti positivi ed eccessiva i irritabilità, tristezza o paura;

c) ridotta o assente reciprocità sociale ed emotiva.

d)

Pattern indiscriminato o disinibito , presenti almeno 2 delle seguenti caratteristiche:

2) comportamento iper­familiare, ridotta reticenza nei confronti di adulti non familiari;

a) difetto del controllo all’indietro con il caregiver dopo essersi allontanati;

b) propensione a uscire con un adulto non familiare senza esitazione.

c)

Pattern misto, include due o più criteri del Pattern indiscriminato e inibito.

3) Può essere associato a disturbi della crescita (ASSE III), deve essere arricchito delle informazioni sull’ ASSE

II (classificazione della relazione).

I contesti di accudimento caratterizzati da forte deprivazione possono comportare alterazioni molto gravi per lo

sviluppo del bambino e portare ai cosiddetti disturbi dell’attaccamento. E’ possibile osservare modalità relazionali

talmente alterate da costituirsi come veri e propri disturbi psichiatrici anche nell’infanzia.

Le conseguenze a lungo termine di queste relazioni sono: mancanza di regolazione affettiva, scarso controllo degli

impulsi, scarsa autoregolazione, iperattività, bassa tolleranza alla frustrazione, comportamenti violenti, mancanza

di empatia, disturbi di personalità e difficoltà scolastiche. Tali risultati variano in funzione della gravità e della

durata della deprivazione e in funzione dei fattori individuali.

Le relazioni affettive permeano e determinano la vita degli individui costituendo la base su cui verrà costruita la

personalità. Fin dalla nascita il bambino è predisposto a entrare in relazione con le figure che si occupano di lui.

I sistemi comportamentali selezionati hanno la funzione di assicurare la sopravvivenza dell’individuo e con la

crescita si organizzano in sistemi comportamentali complessi. Tra di essi individuiamo:

sistema di attaccamento (sicurezza/vicinanza);

o sistema esplorativo (conoscere/esplorare);

o sistema aff iliativo (predisposizione all’interazione sociale);

o sistema paura/attenzione (monitoraggio della sicurezza e del pericolo).

o

Un equilibrio dinamico tra questi sistemi ha come risultato nel bambino lo sviluppo di una capacità adattiva

all’interno di un legame protettivo che lo unisce alla figura d’attaccamento.

Il sistema comportamentale dell’attaccamento è organizzato per mantenere una vicinanza fisica e implica

un’organizzazione interna radicata in processi neurofisologici, che è soggetta a trasformazioni evolutive.

L’attaccamento viene a costituirsi come un’organizzazione psicologica interna che comprende sentimenti, ricordi,

desideri, aspettative e intenzioni che hanno particolare rilevanza per lo stabilirsi e il perdurare di un legame

profondo; tale organizzazione interna costituirà anche la base per la costruzione di nuovi rapporti interpersonali.

I legami affettivi hanno una serie di caratteristiche: sono persistenti e non transitori, riguardano persone specifiche

e non sono interscambiabili, la relazione è significativa dal punto di vista emotivo, l’individuo desidera mantenere

la vicinanza o il contatto con la persona con cui ha il legame affettivo e prova angoscia in seguito alla separazione

involontaria da essa. Il legame di attaccamento ha un’ulteriore caratteristica oltre a quelle descritte: l’individuo

cerca sicurezza e conforto nella relazione con la persona con cui ha stabilito un attaccamento preferenziale. Si

cerca di raggiungere un sentimenti di sicurezza interno (scopo intrinseco dell’attaccamento).

E’ quindi all’interno delle relazioni di attaccamento che il bambino apprende specifici stili di regolazione della

propria tensione emotiva. Le emozioni sono inizialmente regolare dall’esterno ma poi diventano progressivamente

parte dell’autoregolazione individuale.

L’importanza della vicinanza con il caregiver va oltre la ricerca di protezione (Hofer). E’ importante che la madre

favorisca la regolazione degli stati emozionali del bambino permettendogli di organizzare i suoi processi cerebrali e

sottolineando il significativo impatto dell’esperienza relazionale sui processi di maturazione del cervello.

Diversi e specifici aspetti dell’esperienza di vicinanza o di distanza dal caregiver influenzano diversi e specifici

aspetti della risposta fisiologica e comportamentale alla separazione ( i meccanismi regolatori nascosti

dell’attaccamento).

Esperienze ripetute di sintonizzazione tra madre e bambino, che favoriscono attraverso risposte interattive

adeguate la regolazione e il controllo degli stati emozionali negativi e l’amplificazione di quelli positivi

costituiscono la base di relazioni di attaccamento sicure. I comportamenti di segnalazione presenti fin dalla

nascita, come pianto, sorriso, vocalizzi hanno lo scopo di assicurare la vicinanza reciproca tra madre e bambino.

I comportamenti di segnalazione:

dopo i 3 mesi vengono orientati verso una o più figure;

− dopo i 6 mesi, con le nuove capacità cognitive emerge l’immagine interna della figura d’attaccamento;

− dopo gli 8 mesi si sviluppa la paura dell’estraneo.

Il bambino forma, quindi, un modello operativo della f igura di attaccamento , che riassume la storia

delle risposte affettive e della disponibilità del genitore nei confronti delle sue richieste, e un modello del Sé che

tiene conto delle abilità e delle potenzialità comportamentali che egli è in grado di utilizzare per raggiungere un

sentimento di sicurezza.

Questi modelli risultano fondamentali ai fini della costruzione della realtà affettiva del bambino, perché sono in

grado di guidare la sua valutazione dell’esperienza, il suo comportamento, e la sua capacità di fare previsioni

sull’esperienza affettiva nelle relazioni significative. Un bambino che ha ricevuto risposte sensibili e tempestive ai

suoi segnali di ricerca di vicinanza e rassicurazione svilupperà un modello operativo della madre come figura

disponibile e di sé come degno di cure ed efficace nell’ottenere un sostegno emotivo (modello di attaccamento

sicuro).

Esperienze di rifiuto, di insensibilità, di incoerenza delle risposte porteranno alla costruzione di modelli operativi

della madre come di una figura non disponibile e di sé come non degno di protezione e cura ( modello di

attaccamento insicuro), mentre esperienza spaventanti, come quelle di maltrattamento, potranno portare a modelli

operativi multipli e contraddittori tipici dell’attaccamento disorganizzato.

Le relazioni di attaccamento sono determinanti per lo stabilirsi di altre relazioni intime e per la capacità di

percepire un supporto sociale soprattutto negli anni dell’adolescenza. Sono precursori fondamentali anche per altre

relazioni significative che possono avere motivazioni diverse, come il gioco, l’apprendimento ecc.

La psicopatologia dello sviluppo ha contribuito da questo punto di vista ad affermare una visione dei disturbi

infantili in senso relazionale, considerando la relazione come il parametro fondamentale per comprendere i problemi

che possono insorgere durante lo sviluppo e determinare disturbi individuali a breve o a lungo termine.

In generale potremmo dire che la valutazione del parametro relazionale aiuta a collocare lungo un continuum le

alterazioni significative delle relazioni primarie:

da situazioni di perturbazioni o turbe passeggere (sintomatologia transitoria);

 alle situazioni in cui i pattern di interazione genitore – bambino sono disfunzionali, come può avvenire

 per i modelli di attaccamento insicuro o per i veri e propri disturbi relazionali (pattern di interazione

madre­bambino problematici o stabilmente disfunzionali);

fino alle situazioni in cui le alterazioni del contesto di caregiving sono a tal punto problematiche o carenti

 da determinare una impossibilità per il bambino di stabilire una relazione significativa, come nei veri e

propri disturbi

dell’attaccamento.

Attaccamento insicuro e disorganizzato come fattor i di rischio per la

psicopatologia

La prospettiva della psicopatologia dello sviluppo nel considerare le deviazioni disadattative come l’esito del

complesso intreccio tra fattori di rischio e fattori protettivi, ha posto particolare attenzione alla qualità delle

relazioni di attaccamento.

Secondo questa prospettiva:

Attaccamento sicuro

il caregiver è una base sicura, condivisione affettiva del gioco;

1. il bambino ha un comportamento affiliativo verso gli estranei in presenza del caregiver;

2. il bambino è facilmente confortabile quando è angosciato ed è a disagio se si separa dall’adulto;

3. il bambino è attivo nel ricercare il contatto e l’interazione , il contatto è efficace nel risolvere un

4. disagio e se non è angosciato assume comportamenti attivi di accoglienza.

C’è una buona qualità della regolazione affettiva, un buon adattamento sociale e relazionale. Il bambino ha

fiducia in se stesso, ha una buona capacità di mantenere relazioni intime significative senza perdere la propria

autonomia sia nell’infanzia che nell’adolescenza.

L’attaccamento sicuro non è indice di salute mentale ma rappresenta un fattore protettivo nel momento in cui si

presentano fattori di rischio.

Per quanto riguarda le relazioni di attaccamento insicuro nella prima infanzia queste possono essere considerate

sia l’esito di fattori di rischio specificamente relazionali come la genitorialità singola o la depressione materna, sia

come specifici e significativi fattori di rischio per uno sviluppo psicologico problematico nelle età successive. Non

esiste una casualità lineare che lega l’attaccamento insicuro a specifici quadri psicopatologici ma è possibile

considerare questo fattore come una strategia di regolazione emozionale e di relazione interpersonale con un minor

grado di adattamento che rende vulnerabile il bambino a possibili deviazioni nelle traiettorie evolutive.

Attaccamento insicuro – evitante

prevalente interesse per l’ambiente a discapito della relazione, il comportamento d’attaccamento

1. sembra disattivato.;

il bambino si separa facilmente dall’adulto per esplorare;

2. è presente una scarsa condivisione affettiva, presenza di comportamenti affiliativi verso

3. l’estraneo anche in assenza del caregiver;

non è presente il disagio durante la separazione;

4. c’è un evitamento durante gli episodi di riunione, le madri presentano un’avversione nei confronti

5. del contatto fisico, una rigidità nella postura e mancanza di espressione emozionale;

il distacco viene utilizzato come forma di mascheramento di sentimenti di rabbia non espressi o di

6. comportamento di minaccia.

Il bambino evita lo sguardo, non ricerca il contatto, evita le espressioni di angoscia e rabbia ( anche se si verifica

aumento del battito cardiaco), nega l’importanza delle relazioni e i bisogni affettivi. L’evitamento può essere

considerato come una strategia che permette di mantenere la maggiore vicinanza possibile senza andare incontro al

rifiuto diretto e che aiuta a escludere il dolore mentale associato con la percezione della madre rifiutante.

Questa strategia si consolida nel tempo in una qualità disfunzionale di regolazione affettiva individuale dove

l’espressione emozionale e i comportamenti di attaccamento sono ridotti, repressi o falsificati.

Il distanziamento affettivo, la pseudo – auto efficienza, la negazione dell’importanza delle relazioni o

l’idealizzazione del sé e dei genitori, come anche la negazione dei bisogni e degli affetti negativi possono

caratterizzare l’esperienza affettiva dei bambini e degli adolescenti che hanno un attaccamento insicuro –

evitante. Le difficoltà nella regolazione affettiva possono comportare : disturbi esternalizzanti, cioè aggressività,

disturbo della condotta, disturbo di personalità antisociale.

Attaccamento insicuro – ambivalente ( o resistente)

il bambino assume un prevalente interesse per la relazione, è incapace di utilizzare il caregiver come base

1. sicura per l’esplorazione;

il bambino mette in atto una strategia organizzata, seppur disfunzionale, che massimizza i segnali di

2. attaccamento. Ha una povertà d’esplorazione, ha difficoltà nel separarsi dal genitore, è allaramato di

fronte a nuove persone e situazioni. Prova una profonda angoscia negli episodi di separazione, ricerca

attivamente il contatto, mostra preoccupazione elevata nei confronti della figura d’attaccamento, non è

rassicurato dalle risposte della madre;

il bambino mostra una forte ambivalenza e mette in atto contemporaneamente comportamenti di ricerca

3. del contatto e resistenza al contatto;

le madri rispondono in modo inconsistente e imprevedibile alle richieste dei bambini o mostrano ansia e

4. insicurezza nella cura:

L’attaccamento insicuro evitante o quello resistente possono rappresentare modalità disfunzionali, ma non

necessariamente patologiche, di regolazione affettiva e interpersonale.

Nell’attaccamento insicuro c’è una scarsa fiducia in se stessi e l’individuo è predisposto a disturbi internalizzanti

( ritiro sociale, ansia, depressione, disturbo borderline).

Attaccamento disorganizzato

il bambino presenta una serie di comportamenti contraddittori e atipici che sembrano

1. indicare la mancanza di una strategia coerente capace di fra fronte all’attivazione del

sistema di attaccamento;

presenza di espressioni o movimenti incompleti, posture anomale, immobilità, paura o

2. preoccupazione nei confronti del genitore;

il bambino non riesce a trovare una soluzione al suo bisogno di rassicurazione e di

3. conforto.

I fattori di rischio predisponenti per l’attaccamento disorganizzato si rintracciano in due diverse tipologie di

caregiving:

nei campioni a basso rischio si osserva la presenza nelle madri di lutti o traumi non risolti;

− nei campioni ad alto rischi sono presenti forme di maltrattamento e abuso.

Queste diverse modalità genitoriali hanno in comune lo stato di paura che inducono nel bambino, il genitore può

mostrare una serie di comportamenti spaventanti come esibire toni di voce o espressioni terrorizzanti, parlare in

modo intimidatorio, abbracciare il bambino come fosse un oggetto inanimato, usare toni amichevoli quando

contemporaneamente la sua espressione facciale è minacciosa, non prestare soccorso al bambino quando cade.

La paura che il bambino sperimenta attiva il suo comportamento di attaccamento verso il genitore, il quale però e

anche la fonde del suo stesso terrore: questo porta a un conflitto irrisolvibile in cui la tendenza ad avvicinarsi e

quella ad allontanarsi configgono e travolgono la capacità del bambino di organizzare un comportamento coerente.

I bambini disorganizzati vanno incontro con maggiore frequenza a disregolazione affettiva prolungata,

disfunzionale sul piano interpersonale e intrapsichico. La disregolazione può essere osservata a livello affettivo,

somatico (alti livelli di cortisolo, che ha un ruolo importante nella risposta dell’organismo allo stress. Il cortisolo

non si riduce dopo che è stato superato lo stato di pericolo = minore competenza sociale maggiore comportamento

esternalizzante), comportamentale, cognitivo e relazionale.

Le rappresentazioni di sé e dell’altro nel bambino descrivono adulti e bambini spaventati, spaventanti,caotici,

abusanti, assenti, impotenti o abbandonati. C’è un alternarsi di momenti di paura, in cui il genitore è spaventato

e/o spaventante e il bambino percepisce se stesso come la possibile causa di ostilità o di ritiro da parte del genitore;

di momenti di sicurezza e conforto, in cui il genitore funziona adeguatamente nel consolare e rassicurare il

bambino; dei momenti di aggressione, in cui il comportamento aggressivo del genitore è la causa dei sentimenti di

paura estrema sperimentata dal bambino.

Le esperienze contraddittorie rendono difficile la costruzione di una sintesi significativa e coerente delle esperienze

di attaccamento e producono un fallimento delle funzioni integrative della memoria, responsabile della costruzione

di modelli multipli e incoerenti.

E’ interessante notare che i comportamenti disorganizzati della prima infanzia subiscono una trasformazione

importante nell’età scolare: i bambini assumono un comportamento che viene definito “controllante”, dove

sembrano cercare di controllare attivamente il genitore assumendo un comportamento che viene di solito considerato

più appropriato per un genitore. Possono così utilizzare delle strategie controllanti – punitive, in cui il bambino

tende a umiliare, mettere in imbarazzo o rifiutare il genitore, oppure controllanti – caregiver , in cui il bambino si

mostra premuroso e protettivo verso il genitore con una evidente inversione di ruolo

( inversione di ruolo ­> il bambino controlla la relazione al posto del genitore).

I bambini disorganizzati sembrano sviluppare più frequentemente comportamenti di esternalizzazione nel periodo

prescolare, così come condotte oppositive o comportamenti ostili – aggressivi all’età di 7 anni e difficoltà nelle

relazioni con i pari.

L’attaccamento disorganizzato sembra avere una specificità predittiva soprattutto rispetto all’emergere della

sintomatologia dissociativa in età adolescenziale e adulta, solo nel caso in cui si verifichino ulteriori esperienze

traumatiche nel corso dello sviluppo, come lutti, separazioni o maltrattamenti ( anche disturbo borderline, in cui si

verificano oscillazioni tra invischia mento e rifiuto, tra idealizzazione e svalutazione, disturbi di personalità

dipendente e istrionico).

Le distorsioni della base sicura vengono distinte in 4 quadri:

comportamenti che mettono in pericolo il bambino, sia in presenza che in assenza del caregiver;

1. aggressività verso se stesso o verso il caregiver [famiglie violente];

Esplorazione inibita, ricorso eccessivo della vicinanza; la base sicura non premette l’esplorazione;

2. l’inibizione non è generalizzata ma si verifica in presenza della figura d’attaccamento;

disturbo dell’attaccamento con vigilanza o compiacenza eccessiva [ il bambino si preoccupa di non far

3. dispiacere il caregiver] ­> contesto di accadimento abusante;

disturbo dell’attaccamento con inversione di ruolo, eccessiva preoccupazione per lo stato emotivo del

4. genitore e accadimento inappropriato [ = attaccamento disorganizzato].

7 Sindromi disregolative

Il bambino fin dai primi giorni di vita ha una forte spinta ad autoregolarsi ed ad organizzare la propria esperienze

percettiva, i pattern caratteristici di regolazione di stato e di organizzazione della risposta comportamentale si

interconnettono con influenze reciproche, all’esperienza di ripetute interazioni tra il neonato e i suoi

care­giver.

Sander ha proposto la teoria della regolazione del Sé infantile che mette in luce come i ritmi biologici, tra cui i cicli

di fame – sazietà e di sonno – veglia, siano regolati in senso diadico attraverso il ruolo decisivo dei caregiver.

L’ Infant Research ha messo in luce come gli scambi interattivi, prevedibili e coerenti, tra il caregiver primario e il

bambino, nella sequenza degli eventi quotidiani, costituiscono dei modelli diadici di regolazione biologica e sociale,

che organizzano modelli mentali della relazione, necessari alla stabilizzazione e regolarizzazione dei ritmi

biologici di base e per sviluppare un senso interno di fiducia e di sicurezza.

Il bambino mette in atto dei comportamenti di regolarizzazione affettiva:

comportamenti etero diretti = interruzione dell’interazione, guardare altrove, espressioni di rabbia o

 tristezza, sorriso, pianto;

comportamenti auto diretti = auto stimolazione, succhiare il pollice, sguardo fisso, aumento o

 riduzione dell’attività motoria.

Sindromi disregolative del sonno

Disturbo del comportamento del sonno:

pavor notturno, sonnambulismo, incubi e disturbi del sonno legati alla respirazione ( vanno inseriti poi

− nell’ ASSE I);

Il clinico non deve utilizzare questa diagnosi quando il problema del sonno è dovuto a:

disturbi affettivi;

a) problemi transitori di adattamento, PTSD

b) disturbo della relazione

c)

Nella CD: O­3 R si individuano:

Protodissonnia dell’inizio del sonno, disturbo dell’addormentamento caratterizzato da:

1. eccessivo prolungamento del tempo necessario al bambino per addormentarsi;

­ bisogno di avere un genitore accanto a se finché non si addormenta;

­

Difficoltà di addormentamento per almeno 4 settimane con 5/7 episodi a settimana, il bambino deve avere un età

pari o sopra ai 12 mesi.

Protodissonnia del risveglio notturno , consiste nella richiesta dell’intervento del genitore

2. ( pianto) e/o lo spostamento del bambino nel letto dei genitori.

Fattori ambientali a cui il bambino è esposto, per esempio lo stato psicologico materno, i fattori culturali e le

abitudini familiari hanno un impatto sul contesto del sonno del bambino, sulla sua qualità e sullo sviluppo tipico

di pattern sonno – veglia.

Lo sviluppo del ciclo sonno – veglia infantile p collegato al sistema affettivo di caregiving, al contesto culturale

che lo caratterizza, e all’adattamento psicosociale del bambino.

Le transizioni tra la veglia e il sonno al momento di andare a letto, e nel mezzo della notte, offrono opportunità

per la regolazione omeostatica ( fame, temperatura) e la regolazione emotiva e sociale (riunione, conforto); una

responsività contingente dei caregiver facilita lo sviluppo dell’autoregolazione e contribuisce al consolidamento di

una relazione di attaccamento sicuro.

Sebbene il sonno notturno si incrementi con il crescere dell’età del neonato, la maggior parte dei bambini continua a

svegliarsi durante la notte, anche a 12 mesi di età. In realtà ciò che si sviluppa nel corso del tempo è la capacità del

bambino si “auto calmarsi”, o di riaddormentarsi dopo essersi svegliato, anche senza richiamare la presenza dei

genitori, che possono non accorgersi del risveglio “silenzioso” del bambino che non piange, né invia altri segnali.

I risvegli notturni dei bambini sono differenziati in “risvegli problematici” e “risvegli non problematici”, a seconda

del fatto se il bambino è in grado di riprendere sonno dopo un risveglio; il risveglio diventa un problema se a esso si

associa una risposta di “segnale”, pianto e richiesta di intervento del caregiver, e bisogno di riassicurazione e

consolazione.

Gradualmente il caregiver assume il ruolo di base sicura e l’andare a dormire attiva il sistema diadico di

attaccamento; tale momento rappresenta infatti una separazione per entrambi e i risvegli durante la notte possono

costituire un’occasione di riunione e di rassicurazione ( disturbo del sonno = difficoltà nella regolazione emotiva

che può trovare le sue cause in un attaccamento insicuro e in un disturbo della relazione).

Nei disturbi del sonno distinguiamo tra:

dissonnie, difficoltà nell’avvio e nel mantenimento del sonno, il bambino sembra “ non

­ voglia dormire”;

protodissonnie, difficoltà nell’avvio del sonno e risvegli notturni.

­

Nella maggior parte dei bambini i disturbi del sonno si presentano in associazione a un disturbo della regolazione

(40% dei casi) ­ > ipersensibile. Si tratta di bambini iper­reattivi che hanno difficoltà nel modulare gli affetti e nel

far fronte ai mutamenti dei propri stati interni, o dell’ambiente circostante; questi bambini hanno spesso molte

difficoltà all’addormentamento e, nel momento in cui si svegliano iniziano a piangere, manifestando difficoltà a

tollerare la transizione dal sonno alla veglia.

I problemi del sonno nell’infanzia non vengono classificati prima dei 12 mesi di età, considerando che i pattern dei

cicli sonno­veglia sono in rapido cambiamento ed è difficile diagnosticare un disturbo, mente è fondamentale, nelle

fasi precocissime dello sviluppo, prima dell’anno di età, focalizzare l’attenzione sui fattori di contesto e relazionali

più che sul problema individuale del sonno del bambino, ovviamente dopo aver escluso tutte le cause di tipo medico

e organico.

Un problema del sonno infantile può variare nella durata, frequenza e intensità ed è possibile, rifacendosi alla

classificazione di Anders, distinguere :

la turba evolutiva transitoria del sonno infantile , di breve durata, in genere inferiore a 1 mese

o (1 notte a settimana);

la perturbazione del sonno infantile ­> 1 – 3 mesi per 2/4 notti;

o il disturbo del sonno infantile ­> più di 3 mesi per 5/7 notti.

o

Difficoltà nella regolazione degli stati di sonno possono, quindi, costituire la manifestazione di disarmonie

transitorie collocabili all’interno di un normale percorso evolutivo, che affronta periodi critici e sensibili per lo

sviluppo del bambino, come il processo di “separazione – individuazione, in cui emerge una nuova consapevolezza

di sé e della relazione con altri significativi.

Sintomi depressivi materni sono in grado di predire un incremento significativo della durata dei risvegli notturni

del bambino nella traiettoria evolutiva dei tre anni. La depressione materna può avere un’influenza durevole sul

sonno infantile e sulla regolazione affettiva e comportamentale del bambino.

I bambini di madri depresse sembrano avere maggiori difficoltà nella regolazione biologica di base del ritmo sonno

– veglia e sono maggiormente irritabili ( non riescono ad autoregolarsi).

Il disturbo del sonno può avere una continuità etero tipica che comporta disturbo d’ansia, fobia sociale:

terrore notturno ­> il bambino si risveglia terrorizzato, suda ed è disorientato;

o incubi notturni ­> sogni angoscianti, risveglio con ritorno rapido di vigilanza;

o disturbi da movimenti ritmici ripetitivi ­> auto calmarsi, es. battere la testa.

o

Scambi interattivi positivi madre – figlio forniscono una responsività adeguata in grado di modulare i “ritmi

psicologici”, il bambino organizza i suoi comportamenti, come la regolazione dei cicli sonno – veglia, sulla base

della reciprocità di affetti positivi e della possibilità di negoziare e riparare affetti negativi. Quando i due partner

non riescono a sintonizzasi, come nel caso di madri ce hanno difficoltà a modulare il livello di attivazione e gli

emergenti pattern di autonomia del figlio con affetti connessi alla separazione dal caregiver, possono verificarsi

problemi emotivi nello sviluppo che includono difficoltà nella stabilizzazione dei ritmi veglia – sonno.

Sindromi disregolative dell’alimentazione infantile

Il bambino presenta difficoltà nello stabilire pattern regolari di alimentazione: non è in grado di regolare la propria

alimentazione secondo i propri stati fisiologici di

fame – sazietà.

La diagnosi di disturbo alimentare non deve essere utilizzata quando è dovuta ad:

un disturbo affettivo;

­ un disturbo dell’adattamento;

­ un disturbo da deprivazione/maltrattamento;

­ un disturbo della relazione;

­ PTSD.

­

( ASSE III ­> problemi organici)

Disturbo dell’alimentazione legato allo stato di regolazione di Stato

Il disturbo dell’alimentazione legato allo stato di regolazione richiede che siano presenti i seguenti tre criteri:


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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di Psicopatologia dello sviluppo, basato su rielaborazione di appunti personali e studio del libro adottato dal docente Manuale di psicoiopatologia dello sviluppo di Ammaniti. Gli argomenti trattati sono: Modelli teorici e percorsi a rischio,Strategie di valutazione e interventi preventivi nella psicopatologia dello sviluppo.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in psicologia e salute
SSD:
A.A.: 2014-2015

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher alessiasama di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicopatologia dello svilluppo e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Speranza Annamaria.

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