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Psicopatologia dello sviluppo – Prima parte

Modelli e definizioni della psicopatologia dello sviluppo

Per quanto riguarda le cause alla base della psicopatologia viene riconosciuta la reciproca influenza di vari fattori: genetici, ambientali e psicologici che si possono evidenziare in contesti diversi come per esempio la famiglia, la scuola e il gruppo dei pari. Relativamente a questo ambito si possono identificare tre modelli evolutivi diversi: il modello del tratto, il modello ambientale e il modello internazionale che hanno il compito di dare prospettive teoriche e di indagine diverse per spiegare la genesi della psicopatologia.

Per quanto riguarda il modello del tratto esso fa riferimento al fatto che un tratto di personalità che si evidenzia durante l’infanzia e si caratterizza per uno specifico modo di percepire, organizzare i propri pensieri e rapportarsi agli altri, permette di prevedere lo sviluppo successivo come per esempio nell’adolescenza. Con tratto si intende quindi per esempio dei fattori innati come le caratteristiche temperamentali o una specifica eredità genetica.

Psicopatologia dello sviluppo – Seconda parte

Sindromi disregolative

Uno tra gli obiettivi centrali della ricerca evolutiva è stato quello di dimostrare che nel bambino, sin dalla nascita, è presente una forte spinta verso l’autoregolazione e l’organizzazione della propria esperienza percettivo-esperienziale, dimostrando quindi che pattern di regolazione di stato e di organizzazione delle risposte comportamentali si interconnettono reciprocamente all’esperienza di interazioni ripetute che il bambino fa insieme ai suoi caregiver. Secondo vari autori infatti il neonato si trova inserito in un ambiente di cure primarie in cui i suoi ritmi biologici, tra cui fame-sazietà o sonno-veglia, verranno regolati in senso diadico attraverso il ruolo dei caregiver.

Esistono poi varie sindromi disregolative legate sia al sonno che all’alimentazione infantile che anche alla percezione sensoriale. Per quanto riguarda il sonno infantile sono presenti una grande varietà di fattori interconnessi che contribuiscono alla regolazione e all’organizzazione temporale del sonno, ma in generale il ritmo di sonno-veglia si inserisce in un lungo processo di maturazione che ha inizio dal periodo gestazionale fino alla pubertà in cui il ragazzo inizia ad avere caratteristiche neurofisiologiche sempre più simili a quelle dell’adulto.

I maggiori cambiamenti nei ritmi di sonno-veglia si hanno in generale nel periodo tra la nascita e l’età prescolare in cui emerge la ritmicità diurna e si hanno cambiamenti relativi alle porzioni di tempo che i bambini passano dormendo o in stato vigile. La causa di questi cambiamenti può essere associata sia a una base maturativa biologica, ma anche a fattori ambientali come lo stato psicologico materno, i fattori culturali e le abitudini familiari. Questo percorso di maturazione, che passa dal sonno polifasico al sonno regolato dai ritmi circadiani, si connette inevitabilmente ad una stimolazione cognitiva, sociale e di interazioni affettive, collegando quindi lo sviluppo del ciclo sonno-veglia infantile al sistema affettivo di caregiving, al contesto culturale che lo caratterizza e all’adattamento psicosociale del bambino.

La presenza di caregiver sensibili e responsivi infatti sembrerebbe facilitare lo sviluppo dell’autoregolazione e anche il consolidamento di una relazione di attaccamento sicuro. Il DSM-IV definisce le dissonnie come disturbi caratterizzati dalle difficoltà nell’avvio e nel mantenimento del sonno. Questi disturbi del sonno precoci vengono spesso associati alla difficoltà nella regolazione emotiva che può trovare le sue cause in una relazione di attaccamento insicuro e in un disturbo della relazione bambino-caregiver.

Il disturbo della regolazione che si associa al disturbo del sonno è il tipo I, che viene chiamato nella Classificazione Diagnostica 0-3 ipersensibile: il bambino risulta iper-reattivo, ipersensibile e presenta difficoltà a modulare gli affetti, difficoltà davanti ai cambiamenti dei propri stati interni, nell’addormentamento, ma anche problemi nel risveglio.

Con il termine protodissonnie (inserito da Anders e collaboratori per migliorare la classificazione dei disturbi del sonno) si vuole indicare le difficoltà nell’avvio del sonno e nei risvegli notturni presenti nei bambini nel periodo infantile. Nel primo anno di età, però, più che identificare un vero e proprio disturbo, è giusto focalizzare maggiormente l’attenzione su fattori di contesto e relazionali più che sul problema individuale del sonno del bambino (escluse cause mediche o organiche).

  • Turba evolutiva transitoria (breve durata, < un mese per una notte a settimana)
  • Perturbazione (durata di 1/3 mesi per due-quattro notti a settimana)
  • Disturbo (persiste per più di 3 mesi con cinque-sette notti a settimana)

In relazione ai disturbi del sonno andrebbero indagati anche gli stili interattivi materni e paterni che potrebbero indubbiamente influenzare i pattern disfunzionali del sonno infantile. Un motivo frequente che è stato individuato come possibile causa di condotte disregolative del sonno sono stati i problemi della madre come la presenza di ansia da separazione e la depressione materna: madri emotivamente meno disponibili e tendono a utilizzare strategie interattive con il figlio poco flessibili, incoerenti, intrusive o rifiutanti in risposta a cui il bambino aumenta il suo grado di dipendenza emotiva dal caregiver e tende a organizzare in modo meno ottimale la stabilizzazione dei cicli sonno/veglia.

Oltre ai ritmi relativi al sonno è presente anche un altro tipo di pattern che deve essere acquisito nei primi tre anni di vita dal bambino in modo autonomo e internamente regolato, ovvero l’alimentazione. Il bambino infatti nel corso dello sviluppo diventa gradualmente consapevole dei suoi segnali interni di fame e sazietà e risponderà quindi ad essi in modo sintonico, comunicando il suo interesse per il cibo quando ha fame e cessando di accettare cibo quando è sazio. Centrale in questo tipo di pattern quindi risulta ancora essere il legame di comunicazione affettiva madre-bambino nel fornire supporto e capacità autoregolative che preparino il bambino all’alimentazione autonoma internamente autoregolata.

I ritmi psicologici madre-bambino nell’alimentazione cambiano nel corso del tempo: si passa infatti dalla fase di allattamento a quella di svezzamento in cui vengono amplificate le interazioni in cui il bambino risulta più attivo, prende iniziative, fa valere il suo punto di vista ed è in grado di sputare il cibo, tenerlo in bocca o anche serrare le labbra. In questa fase quindi oltre a segnali mimici, vengono anche mandati segnali verbali. Risulta quindi essere fondamentale la sensibilità e disponibilità emotiva della madre, in questo periodo evolutivo del bambino, nel riconoscere e facilitare la naturale spinta verso l’autonomia del bambino e il bambino a sua volta deve farsi guidare dai segnali sociali del caregiver, dal suo sguardo, dai gesti e dalle parole.

Nei primi tre anni le esperienze socioaffettive legate all’alimentazione costituiscono un organizzatore centrale non solo dei ritmi biologici di fame e sazietà ma anche dello sviluppo del Sè, poiché il bambino non solo impara a riconoscere i diversi stati fisiologici di fame/sazietà ma anche a differenziare queste sensazioni somatiche dalle esperienze emotive come il bisogno di conforto, affetto o emozioni di rabbia e frustrazione. Il genitore deve quindi sostenere questo percorso evolutivo per esempio offrendo cibo solo quando il segnale di fame nel bambino è chiaro e non quando per esempio ha bisogno di conforto o terminando il pasto quando il bambino è sazio.

I disturbi legati all’alimentazione sono spesso attribuibili all’inclusione di difficoltà alimentari lievi che si presentano come espressione di una turba o perturbazione evolutiva temporanea in alcuni momenti critici dello sviluppo che possono però essere rapidamente risolte. Tra questi problemi lievi e relativamente comuni sono compresi preferenze alimentari restrittive come i bambini descritti come spiluccatori o le avversioni sensoriali dei bambini “selettivi” che rifiutano solo alcuni tipi di cibo.

I disturbi dell’alimentazione in età precoce vengono definiti nel DSM-IV come disturbi della nutrizione e dell’alimentazione dell’infanzia o della prima adolescenza e includono diversi criteri: la persistente incapacità di alimentarsi adeguatamente, di aumentare peso e la significativa perdita di peso durante un periodo di almeno un mese, un disturbo non associato a una condizione medica o non attribuibile a un altro disturbo mentale o a mancata disponibilità di cibo e ha esordio prima dei 6 anni. Questo tipo di categorizzazione diagnostica è stato rivisto con la Classificazione Diagnostica 0-3 che divide diverse tipologie di difficoltà in base al periodo dello sviluppo in cui il bambino si trova:

  • Disturbo alimentare di regolazione di stato (omeostasi)
  • Disturbo alimentare di reciprocità nella relazione caregiver-bambino
  • Anoressia infantile

Per quanto riguarda il disturbo alimentare di regolazione di stato si presenta nel periodo neonatale in cui ha inizio il primo sviluppo dei cicli sonno/veglia e dei ritmi psicobiologici dell’alimentazione. In questo tipo di disturbo si parla del...

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/04 Psicologia dello sviluppo e psicologia dell'educazione

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