PSICOPATOLOGIA
DELL’ADULTO
Anno 2020
PROF. PERALDO
SCHIZOFRENIA
Una delle patologie con impatto più devastante sulla personalità
1883: in Germania Emil Kraepelin conia il termine di “demenza precoce”;
1911: Zurigo, Eugen Bleuler conia il termine di schizofrenia deriva dal greco σχίζω
(schízō, 'io divido') e φρήν (phrḗn, 'cervello')
demenza praecox
Il merito di Kraepelin è quello di separare da psicosi maniaco-
depressiva (oggi chiamata disturbo bipolare). L’opera di Bleuler è più moderna,
introduce concetto psicodinamico che è quello di scissione, mente scissa.
precocità
Kraepelin introduce anche la : la schizofrenia è una malattia che si sviluppa
intorno ai 20/30 anni, dopo i 30 molto difficile che si sviluppi. Malattia della giovinezza,
che insorge precocemente, destinata a protrarsi cronicamente per tutta la vita. La
demenza
cronicità ha creato molti problemi (assistenziali, terapeutici…). Il termine
(perdita della mente) è stato fruttuosamente abbandonato (il fatto che una persona
perde la mente è troppo generico e fuorviante. Attualmente termine circoscritto alla
perdita di capacità intellettive e affettive dovuta a perdite encefaliche che insorgono in
terza età.)
Comunque, la mente dello schizofrenico perde le sue capacità di relazionarsi agli altri.
La prima sensazione che trasmette la schizofrenia è l’incomprensibilità, l’impossibilità
di capire logicamente ed emotivamente ciò che la persona dice.
Il concetto di Bleuler dà l’idea che la mente può essere qualcosa che conserva la sua
andare in pezzi
coesione oppure che può (che non stanno più assieme); ovviamente
non sempre siamo del tutto coesi (sentimenti opposti dentro di noi, odi et amo) però
c’è una coscienza che contiene, che tiene assieme le emozioni contrastanti; nella
schizofrenia le emozioni contrastanti vanno per la propria strada e non si incontrano.
Difficoltà relazionali della persona con schizofrenia (chi sono, cosa voglio), nella
capacità di farsi comprendere dagli altri e quindi di relazionarsi.
Quanti sono gli schizofrenici? 0,1% della popolazione, in media una persona su mille.
Il pz deve essere seguito per tutta la vita. Questo non significa che la persona stia
sempre male, ci sono momenti di remissione dei sintomi, la persona gode di una certa
quiete interna, e altri momenti in cui i sintomi si esacerbano e richiedono ricoveri,
assistenza ecc.
Quanto pesa la predisposizione genetica? Gli studi più rilevanti sono quelli sui gemelli
monozigoti che dicono che il 30/40% di questi condivide la diagnosi di schizofrenia,
quindi se uno dei due ha schizofrenia, l’altro ha probabilità di svilupparla del 30/40%.
Quindi non c’è una determinanza genetica assoluta, del 100%, però una percentuale
comunque molto alta. I genetisti e gli psichiatri dicono dunque che la predisposizione
verso la schizofrenia esiste, ma la predisposizione, per manifestarsi e diventare
effettivamente malattia, deve trovare certe condizioni ambientali.
Racamier, “Gli schizofrenici”: ogni persona affetta da questa malattia è diversa
dall’altra, anche se c’è elemento comune che è l’estremo grado di sofferenza che
provano queste persone.
Ovviamente c’è una parte sana e una malata, a volte prevale l’una, a volte l’altra.
Esempio della ragazza gravemente malata che riusciva ad esprimersi e a stare bene
disegnando.
Quando una malattia è grave come questa, è possibile che ci sia atteggiamento di
allontanamento emotivo dato che ci sono poche speranze di vedere la guarigione
frustrazione, ferita narcisistica.
Le emozioni che spesso trasmette una persona con schizofrenia sono quelle che
la paura e la noia
Zapparoli ha definito “ ” paura legata all’incomprensibilità e
imprevedibilità, la persona da uno stato di quiete può passare improvvisamente a uno
stato di forte agitazione, tentare il suicidio o magari diventare aggressivo verso gli
altri; paura dunque relativa alla difficoltà di prevedere comportamento della persona.
L’altra emozione che i curanti provano è spesso la noia, per Zapparoli, sensazione che
la persona con schizofrenia non migliori, non evolva, senso di trovarsi di fronte sempre
agli stessi problemi, impossibilità di affrontare il cambiamento facile che la nostra
attenzione si riduca, bisogno di successo terapeutico frustrato inevitabili
conseguenze nel lavoro con queste persone.
Distinzione fra sintomi positivi e sintomi negativi: i positivi sono quelli con cui il pz
cerca di agire sull’ambiente e di produrre risposte nell’ambiente. I sintomi negativi
sono invece soprattutto espressione di una forma di ritiro (dal mondo, dalle persone,
dai compiti sociali.)
SINTOMI POSITIVI
Disturbi del pensiero, disturbi della percezione, e disturbi del comportamento.
-Disturbi del pensiero: Deliri delirio cioè pensiero che non corrisponde a nessuna
realtà verificabile. Il problema è che è un pensiero non criticabile, nessuno può
convincermi del contrario, il delirio non può essere smentito, smontato con prove
logiche. Pensiero che si impone come verità che gli altri possono accettare o rifiutare.
“dis-percezioni”
-Disturbi della percezione: Allucinazioni o percezione senza
oggetto vedere, sentire, odorare, gustare qualcosa che non c’è. Tutti i sensi possono
partecipare al processo allucinatorio.
-Disturbi del comportamento: disturbi dell’assetto psico-motorio che vanno da due
estremi, dall’agitazione (persona che si muove in modo afinalistico, scomposto, che
compie movimenti senza senso ma con grande energia e violenza) e all’estremo
opposto la catatonia, cioè arresto psicomotorio in cui la persona rimane immobile,
riducendo persino la propria mimica che diventa paragonabile alla fissità di una statua.
Questi sintomi possono agitare l’ambiente circostante, generare reazioni nel prossimo
che non può rimanere indifferente.
SINTOMI NEGATIVI
-Affettività coartata: sembra che non abbiano più emozioni, che anche il pensiero si
impoverisca, ridotta capacità di costruire pensieri logici e sembra che ci sia apatia,
mancanza di risposta emotiva a stimoli esterni o anedonia, impossibilità di provare
piacere per qualsiasi attività. perdita:
Questi sintomi riassumono la di capacità di pensiero, capacità di trovare
emozioni, capacità empatica, capacità di provare piacere.
Sintomi positivi e negativi possono coesistere, in momenti diversi, non sono
mutuamente escludentisi.
I sintomi positivi fanno venire in mente le teorie di Bion sull’attacco al legame:
quell’attitudine emotiva per cui qualsiasi legame con gli altri esseri umani viene
distrutto nel momento stesso in cui nasce; come se la persona, avvicinandosi all’altro
oggetto, dovesse immediatamente distruggere il legame che si sta costruendo.
Nell’attacco al legame vi è andirivieni doloroso di avvicinamento all’altro e fuga
precipitosa dato che il mondo con cui entrano in contatto va immediatamente in
pezzi, c’è bisogno di creare un altro mondo parallelo che è quello del delirio e
allucinazione un modo compatibile con i miei bisogni e le mie esigenze per entrare
in contatto con il mondo (no man is an island, John Donne). L’attacco al legame
può dunque spiegare come mai si producono i sintomi positivi nella schizofrenia
questi mondi fatti di deliri e allucinazioni hanno forte capacità seduttiva sulla mente
del pz perché devono sostituire una serie di oggetti che hanno perduto.
I sintomi negativi rimandano invece al concetto Freudiano di ritiro narcisistico: Freud
aveva teorizzato un narcisismo primario delle primissime fasi dello sviluppo
(totalmente concentrato su se stesso, non ancora capace di relazionarsi con nessun
oggetto, nemmeno con la madre) a questo narcisismo primario si può tornare
narcisismo secondario: quando nel corso della vita subiamo gravi frustrazioni o
dobbiamo affrontare compiti emotivi che non riusciamo a sostenere; il narcisismo
secondario sarebbe anche quindi quello della persona schizofrenica che non riuscendo
a mettersi in contatto con il mondo esterno si ritira in contatto a lungo o
definitivamente.
Quindi sintomi positivi producono mondi alternativi, i sintomi negativi producono un
ritiro, si smette di investire sul mondo esterno e ci si concentra unicamente su sé
stessi; qualcuno ne parla in termini di “catastrofe relazionale” che produce
disperata solitudine spesso si risolve con il mantenimento di una dipendenza
patologica estrema dalle figure genitoriali o da altre figure familiari. Quindi dipendenza
da genitori o altri caregivers o istituzioni che si prestano a offrire dipendenza al pz che
non può raggiungere autonomia. dipendenza che genera sofferenza, sia nella
persona che non riesce a emanciparsi, sia in chi se ne prende cura.
In genere quando esplode la malattia si interviene anzitutto con terapia farmacologica,
farmaci neurolettici, e con un ricovero quasi mai gradito dal pz (spesso si è costretti a
ricorrere a TSO). Il pz e i genitori costituiscono una sorta di unità, alle volte non ci si
riesce a render conto di dove comincia il pz e dove finiscono i genitori e delle invasioni
di campo nell’identità del pz da parte delle persone che si prendono cura di lui.
Nel caso citato dal Gabbard si può ben comprendere il senso del “ritirarsi nel
proprio corpo” quando il pz è stato portato in ospedale dai genitori, ha lamentato
tutta una serie di sintomi di ordine fisiologico, legati a tutte le aree anatomiche del suo
corpo, ma non ha lamentato alcun disordine psicologico; si mette in contatto con
l’altro solo attraverso il malessere fisico, il corpo parla al posto del pz e spesso il pz è
riluttante all’idea di codificarlo massiccia regressione: Freud spiega che certe
caratteristiche della mente infantile si riacquistano in seguito a traumi o eventi che ci
disturbano profondamente; la centralità del corpo può essere segno del bisogno di
tornare alla vita infantile in cui il corpo è centrale, il b. comunica attraverso il corpo,
non attraverso le parole. Sembra dunque che la persona comunichi come un b., forse
anche per questo vacilla il confine fra lui e i genitori. Il pz di Gabbard accetta il
ricovero solo quando gli si dice “siamo psichiatri ma ci occuperemo prevalentemente
del tuo corpo” non è una bugia, è giusto come approccio terapeutico dato che il
corpo è lo strumento comunicativo del pz, quindi dobbiamo sintonizzarci con questo.
Spesso sembra infatti di aver a che fare con un delirio ipocondriaco: convinzione
delirante che il proprio corpo sia malato, meglio però non usare questo termine perché
porta ad oggettivare il pz. Se dico che una persona sta delirando mi metto all’esterno,
devo pensare di essere invece di fronte a un corpo che soffre. I pensieri e le emozioni
della persona sono stati scissi dal resto, rinchiusi –incistati- in qualche angolo della
mente oppure proiettati all’esterno (i due possibili esiti della scissione: li chiudo in
una cassaforte, che sta nella mia mente ma è separata da me, non la apro mai,
oppure proiezione, pensiero non tenuto nella mente ma espulso al di fuori e proiettato
su persone e oggetti). Senso di essere dentro a un corpo che sento come
totalmente malato. terapia neurolettica utile per affrontare l’estrema angoscia
che ne deriva.
-NEVROSI E PSICOSI: Nella teorizzazione Freudiana, nevrosi significa conflitto fra
l’Io e l’Es, cioè fra soggetto cosciente e le sue pulsioni sessuali e aggressive, mentre
psicosi: conflitto fra Io e realtà esterna. Dopo altri autori, come Federn e Sullivan,
propongono il loro pensiero.
-Secondo Federn i pz schizofrenici sono privi di una barriera tra quello che c’è dentro
la loro mente e quello che c’è fuori, quindi i confini dell’io sono labili, incerti fluttuanti;
significa che il pz “invade” la realtà esterna con le sue proiezioni e nello stesso tempo
si sente invaso da contenuti che provengono dalla realtà esterna quindi la stabilità dei
confini dell’Io è notevolmente compromessa.
-Dal Gabbard: La nozione freudiana relativa al fatto che i pz schizofrenici non
svilupperebbero legami di transfert è strettamente legata al fatto che Freud non fece
troppi sforzi terapeutici con tali pz. Una certa avversione di Freud per il mondo
psicotico (lo ha indagato poco) non gli ha permesso di indagare l’affettività di tali pz;
Sullivan, al contrario, dedicò la sua vita al trattamento della schizofrenia, giungendo
a conclusioni molto diverse: riteneva innanzitutto che l’eziologia fosse da rintracciare
in precoci difficoltà interpersonali (quindi trattamento orientato a individuare e trattare
tali difficoltà) relative a inadeguate cure materne che determinano nel neonato un sé
carico di angoscia, impedendo al b. di ricevere soddisfazioni ai suoi bisogni. Quindi
con Sullivan cambio di prospettiva, non si parla quindi più di rimozione di un trauma
infantile o legato alla sessualità infantile ora si pensa a persone non accompagnate
adeguatamente nel loro sviluppo emotivo. intervento da parte del terapeuta che
possa sopperire alle mancanze e ai danni che si sono verificati nel corso dello sviluppo,
essendo però carenze che si sono verificate precocemente, la possibilità di rimediare è
comunque limitata.
Circoscrivere la schizofrenia rispetto ad altri disturbi: una diagnosi di
schizofrenia ovviamente deve essere emessa solo se si ha la certezza, indispensabile
una osservazione di almeno 6 mesi, un’osservazione breve permette al massimo di
dire che un pz è psicotico, ma psicosi non è sinonimo di schizofrenia.
Nella SF (schizofrenia) ci sono caratteristiche che possono renderla “parente”
dell’autismo infantile ma sono ovviamente due malattie completamente diverse.
L’autismo infantile è un ritiro totale dal mondo esterno mentre l’autismo della persona
con SF è un “autismo di ritorno” ritornare a modalità autistiche ogni volta che le sue
relazioni oggettuali falliscono o sono pregnate di dolore eccessivo. Quindi ci sono tratti
autistici nella SF ma non si può parlare di autismo in senso stretto.
Poi ci sono deliri e allucinazioni. Le allucinazioni non vanno confuse con le illusioni
(percezioni di qualcosa che, caricato affettivamente, può sembrare qualcos’altro
credo di vedere un mio vecchio amico per la strada ma poi mi rendo conto che non è
lui, forse avevo avuto la sensazione di vederlo perché lo desideravo fortemente) quindi
l’illusione è uno stato transitorio, criticabile, mentre l’allucinazione è una percezione
che si impone alla mente del pz e che ha le caratteristiche di verità che non possono
essere smontate con alcun ragionamento logico.
I deliri, convinzioni erronee riguardo alla realtà, sono disturbi del pensiero. Idee che
non possono essere modificate da alcuna rassicurazione medica. ≠ “idea
prevalente” es. idea ipocondriaca, che è sempre un disturbo del pensiero ma può
essere modificata.
Altra distinzione: sintomi motori comportamenti a volte presenti in momenti di
scompenso, sono la catatonia (pz immobile come una statua) e l’agitazione psico-
motoria (si muove in modo a-finalistico, scomposto e a volte aggressivo). La catatonia
può somigliare al rallentamento psico-motorio della depressione (pz parla
lentamente, si muove lentamente, lunghi tempi di latenza nelle risposte, quindi
mancanza di vitalità interessa anche la motilità però questa non arriva mai a essere
immobilità catatonica); analogamente, l’agitazione/iperattività del pz con SF può
ricordare l’agitazione psicomotoria del pz maniacale, ma la persona maniacale fa
molte cose in rapida successione con grande carica vitale con un senso comprensibile,
invece l’agitazione psico-motoria del pz schizofrenico è sconclusionata, non orientata a
progetto sensato.
Questo per segnalare ancora l’importanza di definire bene che cos’è la schizofrenia e
quali i sintomi che sono simili ma non sono riconducibili a questa malattia.
Ancora, rispetto al ritardo mentale/demenza: il pz SF NON HA ALCUN DEFICIT DI
INTELLIGENZA. L’antico termine di Kraepelin, la demenza precoce, per molto tempo
ha generato confusione, sembrava che il deficit intellettivo fosse caratteristica della
SF, non è così. Ovviamente una persona con SF può avere un deficit di intelligenza o
sviluppare demenza a una certa età, però la riduzione di intelligenza non fa parte dei
criteri per fare diagnosi di SF.
Altro disturbo che potrebbe essere scambiato per SF è il disturbo affettivo o
bipolare: ci sono stati di mania o depressione in cui la persona perde il contatto con
la realtà esterna (generando incomprensibilità) però in questo disturbo ci sono solo dei
periodi (stagionalità del disturbo bipolare, es. in autunno il pz cade in depressione)
intervallati a periodi di assoluta “normalità”; la persona con disturbo bipolare può
dunque condurre la propria vita relazionale, lavorativa ecc.
Pazienti borderline: anche loro (come disturbo bipolare) possono entrare e uscire da
stati psicotici. Borderline: patologia di confine (tra nevrosi e psicosi). Il pz border può
diventare simile a pz SF quando attraversa uno stato psicotico, normalmente legato a
eventi affettivi impor
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