Espansione diadica degli stati di coscienza e processo di cambiamento terapeutico
Cercheremo di capire perché l’uomo ha un’innata tendenza a ricercare la connessione emotiva o intersoggettività e perché la sua assenza ha un impatto così forte sullo sviluppo del bambino. La risposta è per Tronick da ricercare nella sua “ipotesi dell’espansione diadica della coscienza”, fenomeno che spiegheremo gradualmente.
Il modello di regolazione reciproca
Partiamo con il dire che ogni individuo è un sistema autorganizzante che crea stati di coscienza propri, che poi possono espandersi in stati più coerenti e complessi grazie all’aiuto di un altro sistema autorganizzante. Questo è il principio del modello di regolazione reciproca, Mutual Regulation Model (MRM) di Tronick, modello che sta alla base della relazione bambino-adulto. Il MRM è un processo socio-emotivo di microregolazione della comunicazione che va da fasi di avanzamento, ai “momenti ora” fino ai “momenti di incontro” che generano gli stati diadici di coscienza.
Per capire quanto è importante la connessione emotiva tra gli individui bisogna partire dall’osservare cosa succede quando questa viene a mancare. Tronik crea il paradigma sperimentale dello Still Face, ossia del volto immobile, chiedendo alla madre di non interagire normalmente con il bambino ma di rimanere impassibile e non rispondere ad ogni forma di richiesta, stimolazione o comunicazione del bambino. Ciò che si osserva è che il bambino comincia a guardare la madre, si accorge della sua assenza di risposta, allora sposta la sua attenzione altrove per poi ritornare a guardare il volto della madre. Dopo vari tentativi si osserva il disagio, che si manifesta con il ritiro, la perdita del controllo posturale e tentativi di autoconsolazione. Il volto immobile è il modello di trascuratezza emotiva e diniego dell’intersoggettività che Modell chiama “sindrome della madre morta”.
Il meccanismo di regolazione affettiva
Per comprendere come agisce il meccanismo di regolazione affettiva, è utile creare una metafora con i meccanismi di regolazione omeostatica degli stati del bambino, così come descritti da Bernard. Secondo tale teoria, il compito principale dell’organismo è mantenere l’equilibrio nel mondo interno. Quindi, se è presente un disequilibrio, per esempio un abbassamento della temperatura corporea, l’organismo deve attivarsi per ripristinare l’equilibrio omeostatico. Ciò che Bernard non aveva considerato, però, è il fatto che i meccanismi di riequilibrio non devono per forza essere interni, ma possono anche provenire dall’esterno, soprattutto se stiamo parlando di un bambino che dipende dalle cure materne, quindi dall’ambiente esterno.
Il bambino cercherà attraverso la postura o una maggiore attivazione di rialzare la temperatura corporea, ma probabilmente sarà più funzionale una madre che abbraccia il bambino e lo avvicina al suo ventre. Vediamo quindi l’instaurarsi di un processo diadico in cui è presente anche una comunicazione, sebbene implicita: la madre risponde a un bisogno del figlio ma a sua volta si adegua, per esempio nei movimenti e nel contatto, ad eventuali segnali rimandati dal bambino (pianto, cambiamenti di colorito, ecc.). Lo stesso meccanismo avviene sul piano emotivo. I componenti di questo sistema regolatorio sono il SNC del bambino, che guida i suoi comportamenti, e l’input regolatorio della figura di accudimento.
Per comprenderne il meccanismo ci rifacciamo a un esempio. Un bambino di 6 mesi gioca con la madre; quest’ultima avvicina e poi allontana il suo volto a quello del bambino fino a toccarsi il naso. Il bambino divertito le afferra i capelli per non farla allontanare, la madre sente dolore e cambia la sua espressione del volto. Il bambino legge un segnale di pericolo/alterazione, lascia la presa e porta le mani al volto per coprirsi. La madre fa una pausa e poi riprende l’interazione. Sebbene non ci sia una comunicazione verbale, si osserva comunque uno scambio tra i due: il bambino capisce che l’espressione della madre segnala la necessità di cambiare l’interazione e la presenza di un elemento di disturbo, la reazione del bambino viene letta dalla madre che capisce che il bambino ha intuito la sua reazione emotiva, quindi fa una pausa e poi riprende l’interazione giocosa con il bambino rassicurandolo su quanto accaduto.
- Il bambino non imita soltanto le risposte materne ma capisce il significato delle manifestazioni affettive e reagisce in modo adeguato in base a una comprensione implicita.
- Le emozioni del bambino non sono affatto disorganizzate ma implicano configurazioni raffinate di volto, voce, sguardo, postura e gesti.
- Sia la madre che il bambino partecipano attivamente alla regolazione reciproca di stati emotivi.
La reazione emotiva del bambino è la conseguenza della manifestazione emotiva della madre. Ora, una relazione passa ciclicamente da stati coordinati a stati non coordinati, e la rottura della coordinazione, che nasce da un “errore di comunicazione”, è qualcosa di assolutamente normale in tutte le interazioni. La transizione da uno stato non coordinato a uno coordinato è costituita dalla riparazione interattiva, che è la manifestazione della regolazione reciproca. Ogni partner, in risposta ai segnali dell’altro, adegua i propri comportamenti per mantenere uno stato che sia il più possibile coordinato: la madre mostra rabbia, il bambino difesa, la madre fa una pausa e aspetta che il bambino abbassi le mani dal volto. Questo processo può essere identificato come “processo di avanzamento” in terapia. Bisogna sottolineare che gli stati di coordinazione e le riparazioni riuscite provocano stati affettivi positivi, mentre gli stati non coordinati provocano stati emotivi negativi. Quindi l’esperienza emotiva del bambino si determina grazie al rapporto diadico con la madre.
L'ipotesi dell'espansione diadica della coscienza
Affinché la regolazione possa funzionare, e vi sia una riparazione funzionale, è necessario che ciascun partner prenda consapevolezza dello stato attuale dell’altro. Ritornando all’omeostasi, è necessario che la madre capisca che i comportamenti di disagio del bambino siano dovuti al suo sentire freddo e non a una sua temporanea indisposizione a cui si potrebbe rispondere lasciando un po’ da solo il bambino. Se la madre sbaglia interpretazione, lascerà solo il bambino che sentirà ancora più freddo, sperimentando una rottura ancora più profonda. Stessa cosa accade nel momento in cui la madre capisce che il bambino si è spaventato per la sua rabbia e che quindi ha bisogno di un momento prima di riprendere a giocare, altrimenti si spaventerebbe ancora di più.
Il motivo per cui il raggiungimento di questi stati affettivi diadici è così decisivo dipende dalla possibilità di poter espandere gli stati di coscienza del singolo. L’ipotesi dell’espansione diadica della coscienza è tratta dalla teoria dei sistemi che afferma che l’uomo, in quanto sistema aperto, è in grado di incorporare quante più informazioni in stati sempre più coerenti; più informazioni vengono aggiunte, più il sistema diventa complesso ma coerente, e l’accresciuta coerenza porta a uno stato più organizzato.
Abbiamo già detto come i sistemi aperti siano autorganizzanti, ma come il bambino possa organizzarsi sia endogenamente che in base all’aiuto esterno. L’organizzazione massima che il bambino può raggiungere nei suoi stati di coscienza dipenderà dai limiti fisiologici del suo SNC, per esempio in termini di velocità di elaborazione, controllo motorio, ecc. Ma poiché l’uomo è un sistema aperto, è aperto all’interazione con i fattori esogeni che possono permettere l’espandersi della complessità del suo stato oltre i limiti endogeni.
In questo caso si individuerà nella madre la funzione di scaffolding individuata da Bruner, solo che qui l’impalcatura è di tipo emotivo e non cognitivo, e permette di espandere lo stato di organizzazione cerebrale del bambino. La madre comprende gli stati di coscienza del bambino, per esempio le sue intenzioni o i suoi affetti, e lo aiuta a trovare un modo di raggiungere i suoi obiettivi, quindi un livello più complesso di organizzazione. Per fare un esempio banale, la comunicazione gestuale è un’azione complessa che va oltre le capacità di un bambino piccolo che non sa ancora stare seduto poiché non ha il controllo posturale. La madre, semplicemente sostenendolo nella posizione seduta, gli permetterà di avere accesso alla comunicazione gestuale prima che le sue capacità endogene glielo permettano.
Si viene quindi a creare uno stato diadico di organizzazione unico composto da due componenti, la madre e il bambino, che condividono informazioni più complesse e coerenti appartenenti anche allo stato di coscienza dell’altro. Diventano elementi unici di un sistema, vanno a soddisfare il primo principio della teoria dei sistemi, ossia l’acquisizione di maggiore complessità e coerenza.
Riformulando, quindi, l’ipotesi della coscienza diadica, possiamo dire che ciascun individuo è autorganizzante, crea stati di coscienza di organizzazione cerebrale, ma essi si possono espandere grazie all’aiuto di un altro sistema autorganizzante. Tronick ritiene che la creazione della connessione emotiva sia così importante poiché l’uomo è inconsciamente e non intenzionalmente portato al coinvolgimento sociale, ma soprattutto all’espansione dei propri stati, proprio perché dall’intrinseca condivisione con l’altro di raggiunge un grande livello di soddisfacimento legato all’“essere più grandi” di se stessi.
Recuperando il paradigma dello still face, è stato condotto un esperimento in cui la situazione di volto immobile veniva proposta dopo un’iniziale relazione di gioco normale e con una bambina di 30 mesi. Si è osservato come il comportamento e l’atteggiamento della bambina sia esattamente lo stesso del bambino a 6 mesi, confermando come anche dopo il secondo anno di vita la condivisione emotiva mantenga un grande potenziale. L’ipotesi dell’espansione della coscienza potrebbe anche aiutarci a comprendere come l’angoscia e la paura di separazione che emergono nel secondo anno altro non sono che la paura di perdere la possibilità di diventare più coerenti e organizzati in assenza della madre. Se il coinvolgimento emotivo viene poi cronicamente negato, lo sviluppo subisce un arresto o una distorsione.
Facciamo l’esempio della madre depressa che ostacola la formazione del sistema diadico e non permette la riparazione emotiva. Il bambino, per sua naturale tendenza da sistema autoregolantesi, tenderà ad espandere la propria coscienza e per farlo cercherà di attingere agli stati di coscienza della madre. Egli, però, troverà solo stati negativi, elementi che verranno poi assunti su di sé, formando uno stato di coscienza diadico con un nucleo negativo. Il bambino diventa sì più complesso e coerente ma in modo negativo e con elementi depressivi che riporterà anche nelle relazioni future, anche con altri individui; il dolore degli elementi depressivi non prende il sopravvento sul bisogno di espansione. Tutto questo porterà alla creazione di un attaccamento debilitante e a relazioni future negative. Quindi, ciò che si ritiene è che alla base dello sviluppo sano del bambino ci debba essere una buona regolazione diadica basata sulla possibilità dell’espansione degli stati di coscienza, e diventa la base per i processi di cambiamento futuri.
Il cambiamento terapeutico
Lo studio sulla regolazione reciproca e sull’ipotesi dell’espansione nasce per Tronick dalla volontà di comprendere come avviene il cambiamento terapeutico e quali possono essere gli strumenti adeguati per favorirlo. Egli ritiene che la regolazione tra madre e bambino getta le basi per il processo di cambiamento terapeutico proprio perché le due situazioni diadiche hanno vari elementi in comune. È vero che il soggetto non possiede più le forze maturazionali ma c’è comunque una possibilità di cambiamento basato sullo scambio sociale tra terapeuta e paziente. Poiché la relazione madre-bambino è basata su una comunicazione non verbale di tipo non implicito, Tronick sottolinea come il cambiamento terapeutico debba essere cercato con un qualcosa in più che vada oltre la semplice interpretazione, poiché essa si basa su un livello di analisi dell’informazione e della comunicazione verbale troppo avanzato e non presente nella relazione infantile madre-bambino, quindi non sta alla base del cambiamento in sé. Quel cambiamento nasce allora all’interno di una relazione asimmetrica tra madre-bambino e terapeuta-paziente in cui è possibile uno scambio emotivo tale da espandere il proprio stato di coscienza.
Una volta raggiunto lo stato diadico, si attua una ristrutturazione dell’organizzazione mentale, creando quel “avanzamento nella terapia” di cui si parlava all’inizio. Il paziente acquisisce la capacità di intrattenere una relazione unica con il terapeuta, creare quell’ottica intersoggettiva che dà quel “qualcosa in più” alla terapia. Poiché parliamo di un processo diadico, anche nel terapeuta avvengono questi cambiamenti. Questi ultimi, poi, possono anche generalizzarsi nel paziente e anche a modificare il modo in cui il paziente si relaziona agli altri, modificare gli scambi futuri non solo con il terapeuta. Lo stato diadico provoca infatti una riorganizzazione degli aspetti della coscienza del paziente rispetto alle relazioni. In base alla teoria dei sistemi, infatti, ogni volta che si raggiunge un nuovo livello di complessità bisogna riorganizzare gli elementi della vecchia coscienza.
Conclusioni
In conclusione, la capacità di creare stati diadici di coscienza dipende dalla qualità dell’esperienza originaria vissuta dal soggetto nella condivisione degli stati di coscienza con la madre. Quindi, in terapia, non bisogna basarsi solo sul contenuto di ciò che viene detto e raccontato, su cui poi si possono fare le interpretazioni, ma bisogna innanzitutto riattivare un meccanismo di regolazione reciproca in modo da poter influire terapeuticamente sulla componente emotiva del paziente.
Modello di interpretazione degli stati d’animo del bambino e onde affettive secondo Sander
Tronick si propone ora di studiare come si instaura l’umore, ossia uno stato affettivo persistente, e quali sono i meccanismi ad esso sottesi. La ricerca si è infatti concentrata soprattutto sugli affetti di breve durata intesi come elementi che danno significato ai singoli eventi, non pensando invece che il bambino sviluppa una sua emotività persistente che guida e organizza il suo comportamento. L’ipotesi di Tronick è che il bambino abbia degli stati d’animo persistenti, ossia insiemi di comportamenti affettivi che cambiano dinamicamente, i cui processi di controllo vengono modificati dagli input affettivi provenienti dagli altri. Essi organizzano comportamento e l’esperienza nel tempo avendo anche un effetto anticipatorio. Gli stati d’animo sono co-creati poiché nascono dall’interazione con il caregiver, e in base al fatto che egli sappia leggere tali segnali emotivi dando un’immagine di chi il bambino è nel presente e come sarà nel futuro. Da un lato avremo quindi i processi di controllo bioritmici e autorganizzati, mentre dall’altro avremo l’effetto delle emozioni espresse dagli altri che fungono come regolatori esterni.
Studi sul sonno di Sander
La teoria di Tronick si basa fortemente sugli studi sull’organizzazione dei cicli veglia/sonno nel neonato di Sander, tanto che uno dei processi di controllo dell’umore individuati da Tronick viene chiamato Onda di Attivazione secondo Sander (Sanderian Activation Wave, SAW).
È chiaro che i cicli del sonno non sono esattamente uguali agli stati d’animo, anche perché uno invidia una componente biologica/comportamentale mentre l’altro una componente emotiva, ma Tronick ritiene che il funzionamento dei meccanismi di controllo di entrambi questi dispositivi agiscano in modo simile. Sander studia come si organizzano i cicli del sonno. Egli individua una compresenza della componente biologica legata alla maturazione, e quindi un processo di autorganizzazione, dall’altra l’influenza delle caratteristiche temporali e socio-emotive dell’accudimento. Quindi tali cicli vengono spiegati come il risultato dell’influenza di fattori endogeni ed esogeni.
Nel suo esperimento, Sander sottopone dei bambini al nido all’applicazione di due differenti schemi di accudimento: uno contingente allo stato del bambino (pianto, occhi aperti, ecc.) ed uno fisso a prescindere dallo stato del bambino. Si è osservato come da un lato ogni bambino abbia una propria organizzazione diurna endogena, una fase di sonno REM e una non REM, dimostrando che esistono delle differenze individuali e che ogni bambino ha un suo schema autorganizzativo. Allo stesso tempo, però, si è osservato come la ciclicità diurna acquisiva una maggiore coerenza in modo più veloce nel caso in cui veniva adottato uno schema di accudimento contingente. Tale organizzazione, quindi, proviene da due fattori, il bambino e il suo ambiente, nasce da un processo di regolazione reciproca, quindi da un processo diadico di co-costruzione.
Sander ha inoltre individuato delle differenze di reazione da parte dei maschi rispetto alle femmine, individuando in queste ultime una più rapida instaurazione dei cicli veglia-sonno. Questa osservazione è in linea con i risultati di altre ricerche che individuano differenze tra maschi e femmine in diversi contesti come la capacità di autorganizzazione, ricettività dell’ambiente, ecc. Inoltre, anche nel caso in cui lo schema di accudimento fosse sempre contingente, è stato osservato un miglioramento nella coerenza dei cicli veglia-sonno.
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