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Intersoggettività e regolazione emotiva nella relazione genitore-bambino

Ci occuperemo del bambino nei primi mesi e anni di vita in base alla nuova prospettiva che lo vede come soggetto attivo e pieno di risorse. Ci focalizzeremo sulla doppia prospettiva di interazione ed espressione di emozioni, partendo dal presupposto che oggi riteniamo che le competenze sociointerattive, comunicative ed emotive siano oggi collegate tra di loro, cosicché le prime interazioni diventano luogo di espressione e comunicazione di emozioni e possibilità di ricevere e poi apprendere la capacità regolatoria.

Intersoggettività primaria

Le interazioni

Alla fine degli anni ’70, Trevarthen afferma che il bambino fin dalle prime settimane di vita nasce pronto, in modo innato, a interagire e comunicare con i suoi partner, avendo quindi una qualche iniziale consapevolezza dell’altro e di sé con l’altro. Ecco che Trevarthen differenzia l’intersoggettività primaria da quella secondaria. Le nuove scoperte sull’intersoggettività primaria nascono anche grazie agli strumenti sempre più sofisticati come le tecniche audiovisive e le nuove analisi dei dati.

Per soggettività primaria Trevarthen intende tutte quelle forme di interazione che emergono dal secondo mese di vita, fino circa al 5o mese, e che si manifestano come veri e propri dialoghi sociali fatti di sguardi, sorrisi e vocalizzi che rispettano quelle regole di alternanza dei turni tipici di una conversazione. Si ritiene quindi che esista un’innata tendenza a comunicare, o meglio, a ingaggiare relazioni (companionship). Questo implica che non sia semplicemente la madre, come sostenuto da Schaffer, ad attribuire significati e intenzionalità ai primi segnali comunicativi del bambino, ma che sia effettivamente il bambino a mostrare una competenza comunicativa gestendo anche l’inizio o la fine delle conversazioni, orientandosi e richiamando l’attenzione della madre.

Nelle prime interazioni la madre, o altro caregiver, tende ad imitare l’espressione emotiva del bambino, soprattutto se positiva, instaurando un tipo di conversazione che potremmo definire “fatica”, ossia basata sull’alternanza di turni e scambio emotivo centrato sull’imitazione reciproca. Trevarthen spiega inoltre come la forma comunicativa intesa come intersoggettività primaria, ossia quella che avviene nel periodo di veglia, debba essere differenziata dalle forme di comunicazione che il bambino mette in atto quando è affamato o ha bisogno di qualcosa; quest’ultima forma di comunicazione e di relazione sottende alla formazione della relazione di attaccamento.

Se nel primo caso parleremo di “comunicazione giocosa”, in cui il bambino mostra un’apertura percettiva nei confronti degli stimoli ambientali e materni, la comunicazione relativa al bisogno di attaccamento implica invece una chiusura verso ogni stimolo che sia diverso rispetto a quello che permette di ricevere conforto o contenimento. Recuperando le teorie di Beebe, Trevarthen sottolinea l’importanza della qualità regolatoria delle prime interazioni madre-bambino. Esse sono caratterizzate da pattern comunicativi ripetitivi e prevedibili che permettono di predire e anticipare il comportamento dell’altro e quindi regolare i propri stati e a relazione stessa. Le prime interazioni del bambino nei primi mesi sono caratterizzate da breve durata e cicli regolari e prevedibili.

Il linguaggio delle emozioni

Nella fase dell’intersoggettività primaria il bambino è in grado di esprimere emozioni in modo appropriato rispetto al contesto. Nei primi due mesi troviamo delle emozioni come risposte innate all’ambiente, quindi risposte ai sapori amari, ai rumori forti, all’interesse verso nuovi stimoli. Dal 2o fino al 12o mese osserviamo la comparsa di emozioni primarie che il bambino riesce ad esprimere e comunicare anche all’interno delle interazioni. Tali emozioni si manifestano sin da subito come configurazioni complesse e multicomponenziali, dove accanto all’espressione del volto si associa anche un insieme di gesti, posture, sguardi e vocalizzi. Ecco che il bambino mostra un linguaggio di base basato sulle emozioni.

L’uso di questa comunicazione emotiva è molto importante anche per la formazione della personalità del bambino. Quest’ultimo, infatti, con la comunicazione di emozioni, soprattutto se positive, aiuta il caregiver a costruire con lui un coinvolgimento attivo e positivo. Questo porterà alla creazione di una relazione basata su uno scambio soprattutto di carattere positivo, porterà la madre a rispondere alle emozioni positive, cosicché il bambino creerà le prime rappresentazioni mentali delle sue relazioni, alla base della formazione della sua personalità, che saranno caratterizzate da una qualità positiva.

Conclusasi la fase dell’intersoggettività primaria, verso i 6 mesi, secondo Trevarthen compare un nuovo tipo di interazione giocosa basata su elementi di scherzo e il “mettersi in mostra”. Il bambino comincia ad essere sensibile alla reazione che i suoi comportamenti provocano negli altri e cerca di attivare l’attenzione su di sé piuttosto che sulle sue emozioni. Questo implica che ci sia una maggiore consapevolezza di sé, dell’altro e del principio della relazione. Bisogna sottolineare, però, che nella teoria di Trevarthen, a dispetto della maggior parte degli altri autori, si ritiene che una certa consapevolezza di sé sia presente sin dalla nascita in modo innato, ma che ovviamente essa si vada sempre più sviluppando.

In questo nuovo periodo si osserva anche un’evoluzione delle manifestazioni emotive. Esse diventano più complesse, vanno sempre più verso la direzione delle mozioni secondarie. Facciamo riferimento al piacere di una conquista, all’aggressione scherzosa, alla costernazione espressa tramite un broncio. Parliamo di emozioni che hanno una valenza relazionale, e che per questo possono essere chiamate “dinamiche”. Anche Stern individuava, nel primo anno di vita, degli affetti “vitali”, accanto a quelli categoriali, identificabili con particolari forme di sentire, profilazioni di attivazione. Tali affetti sono alla base della sintonizzazione affettiva madre-bambino, ossia la possibilità per la madre di recuperare in una qualche forma imitativa la qualità emotiva del bambino ma esprimendola in modo diverso sebbene sintonizzato con esso.

Contributi recenti hanno anche dimostrato come già dal 3o mese il bambino sia in grado di esprimere emozioni e comunicare in modo triadico, orientandosi alternativamente ai due partner.

Imitazione e intersoggettività

Le recenti scoperte hanno collegato lo sviluppo dell’intersoggettività primaria all’emergente capacità di imitazione, come primo ponte comunicativo che lega bambino e caregiver. È Meltzoff che si occuperà dagli anni ’80 di osservare le capacità imitative del bambino, e soprattutto del neonato. Quest’ultimo già nei primissimi giorni di vita mostra di saper imitare movimenti del volto come il protundere la lingua, nel primo mese impara ad imitare modelli percettivamente assenti sulla base di una precoce codifica. In un esperimento i neonati osservano i movimenti di apertura della bocca di un adulto.

Durante l’osservazione avevano il ciuccio e non imitavano, ma quando il ciuccio gli veniva tolto, i bambini mostravano dei comportamenti imitativi anche in assenza del modello. A 12 settimane si imitano i vocalizzi grazie alla ordinazione sovra modale del sistema, visivo-uditivo-motorio. Tra i 6 e i 9 mesi si imitano comportamenti osservati anche 24 ore prima. A 18 mesi si imitano movimenti complessi parziali mostrando la capacità di comprendere le intenzioni dell’altro. Alla fine del secondo anno compare la modalità del “far finta” e il bambino dimostra di saper riprodurre intenzioni nella prospettiva della madre, dando un sempre maggiore input per quello che è il gioco simbolico.

Riassumendo, Meltzoff ritiene che il sistema di coordinazione visuo-motorio permette di far corrispondere i movimenti altrui osservati a quelli messi in atto dal bambino stesso, riconducendoli ai propri stati interni di tipo propriocettivo. Questo meccanismo si basa su una mappa innata intermodale che spiegherebbe, per esempio, come i bambini riescano ad imitare movimenti del volto pur non avendo ancora sperimentato la consapevolezza visiva del proprio volto. Questo sistema sovra modale permette a bambino di sperimentare una equivalenza tra sé e l’altro, una sensazione “like me” che permette di percepire l’altro come entità simile a me. Proprio in base alla possibilità di sperimentare questa corrispondenza, la capacità di imitare sembra essere profondamente collegata all’intersoggettività primaria, dove l’imitare implica una prima forma di comunicare.

Non è un caso che nei primi mesi di vita il bambino sembra mostrare una preferenza per i giochi imitativi ripetitivi e per gli adulti che imitano i suoi movimenti ed espressione. I giochi imitativi svolgono un ruolo centrale nel consolidamento dell’identità del bambino grazie all’equivalenza con ciò che si sperimenta nell’altro. Meltzoff ritiene che questa iniziale forma di comunicazione porterà al successivo sviluppo dell’empatia e della teoria della mente, entrambe capacità che si basano sull’equivalenza sé/altro: il neonato equipara il comportamento altrui al proprio riconducendo ai propri stati interni i piani motori osservati.

Anche Ekman, che studia le emozioni, afferma che l’osservazione di un’emozione primaria nell’adulto attiva la stessa area cerebrale, e risposta emotiva, nel bambino. Quest’ultimo viene quindi ora inteso come un “mentalista precoce” piuttosto che come un “comportamentista”. Meltzoff, inoltre, ritiene che anche le abilità mnestiche del neonato siano molto più efficienti di quanto non si credeva in passato. La capacità di imitare in modo differito dei movimenti osservati implica che vi sia una memoria non implicita, ossia basato sull’aver fatto esperienza diretta di quel movimento, ma esperienza dichiarativa, ossia basata su una codifica precoce e preverbale.

La stretta connessione tra imitazione e intersoggettività è poi un’ipotesi sostenuta dalle nuove scoperte neuropsicologiche di Rizzolatti e Gallese sui neuroni specchio: le stesse aree cerebrali che si attivano nell’attuazione di una certa azione si attivano anche per la semplice osservazione di quell’azione, questo significa che il soggetto mette in risonanza il proprio comportamento motorio con quello altrui. Si ritiene che quindi che alla base dell’empatia e degli stati intersoggettivi ci sia uno specifico meccanismo neurofisiologico di carattere innato e che si basi sulla consonanza inconscia e preriflessiva di sé con l’altro.

Intersoggettività secondaria: condivisione di affetti e significati

Intorno ai 5 mesi si osserva il passaggio a quella che Trevarthen chiama intersoggettività secondaria. Nasce da una frattura nella relazione diadica madre-bambino dovuta al maggiore interesse che ora il bambino rivolge al mondo esterno, all’esplorazione degli oggetti, ma alla sua incapacità di coordinare questo nuovo interesse con la relazione con la madre. Sarà solo verso i 9 mesi che si osserveranno i primi tentativi di “triangolarizzazione”, ossia la possibilità di condividere con la madre l’interesse per un oggetto o il mondo esterno. Importante sarà l’acquisizione del coorientamento viso, ossia la possibilità di condividere un focus di attenzione con la madre. Il bambino comincerà a compiere dei movimenti e degli sguardi rivolti alternativamente alla madre e all’oggetto di interesse.

È necessario che la madre svolga un ruolo di framing, ossia che abbia sempre sott’occhio ciò che il bambino fa, anche senza interagire continuamente con lui, in modo da accorgersi quando egli le rivolge lo sguardo e ricerca la sua attenzione. In questo modo, grazie alla condivisione dell’attenzione, è possibile creare un universo di significati comuni anche se ancora preverbali. Si svilupperà la capacità comunicativa gestuale richiestiva e dichiarativa, ossia gesti che richiedono alla madre di porgere un oggetto al bambino o di “farlo funzionare” per lui.

Molto importante sarà la capacità di indicare, come abilità sottostante all’intersoggettività secondaria. L’indicare implica la capacità di costituire l’interlocutore come agente intenzionale. Il bambino diventa consapevole dell’attenzione dell’altro nei confronti suoi e dell’attività che si sta svolgendo, e questa consapevolezza sta alla base della nuova intersoggettività.

Emergono i primi giochi di tipo convenzionali, come il dare e il prendere, il nascondere un oggetto, il gioco del cucù. Sono giochi che implicano un format ben preciso, delle regole, dei turni e delle mansioni per ogni partecipante. Sarà grazie alla costanza della madre nel fornire questi modelli ripetitivi che il bambino riuscirà a costruire dei significati ad essi connessi. Una ricerca di Riva Crugnola dimostra come i bambini a 9 mesi utilizzano degli schemi di gioco generici, ossia non collegati alle caratteristiche funzionali degli oggetti.

Grazie alla ripetuta esperienza di gioco con la madre, questi schemi diventano sempre più specifici e collegati ai nucleo funzionale di ogni oggetto. Allo stesso tempo, i bambini di 12-13 mesi che avevano già acquisito e mostrato nell’interazione con la madre degli schemi specifici, tendono a ritornare a schemi generici se lasciati nel gioco solitario, ritornando a regole di autoregolazione e auto stimolazione. Sarà solo verso i 15 mesi che tali schemi si consolideranno anche nel gioco solitario.

Si può quindi ritenere, anche in base alle diverse teorie, che tra i 9 e i 18 mesi la madre svolge un ruolo di mediazione con la realtà, di informatore affettivo soprattutto nel caso di stimoli non conosciuti e ambigui. Il bambino si rivolge alla madre per valutare la pericolosità o qualità emotiva di una situazione. Tutto questo contraddice in parte la teoria di Piaget secondo cui il gioco simbolico nasce originariamente in forma egocentrica e solitaria, ritenendo invece che le prime manifestazioni di gioco simbolico e modalità del far finta nascono grazie all’interazione con la madre e si consolidano come gioco solitario solo in un secondo momento.

La regolazione delle emozioni: autoregolazione e regolazione diadica

Il linguaggio emotivo è la prima forma di comunicazione nella prima infanzia, ed è quello su cui si fonda intersoggettività e i legami di attaccamento. Lo sviluppo emotivo è però a sua volta connesso alla capacità di regolare le proprie emozioni ossia la capacità di gestire l’intensità delle proprie emozioni, positive o negative, mantenendo integra la propria organizzazione comportamentale.

Strategie di autoregolazione

Tronick afferma che sin dai primi mesi di vita il bambino non è del tutto dipendente dai propri genitori, ma mostra già delle precoci forme di autoregolazione motiva nei confronti di eventi nuovi o stressanti di carattere ambientale (rumori) o interattivi (stimolazione). Alcune di queste forme sono il distogliere lo sguardo, tra i 2-3 mesi abbiamo dei comportamenti auto consolatori relativi alla manipolazione o stimolazione di proprie parti del corpo, l’immobilizzazione della propria mimica espressiva e della gestualità, ecc.

Queste manifestazioni vengono lette da Tronick come delle vere e proprie precoci forme difensive, nel caso in cui, in mancanza di un’adeguata responsività della madre, tali condotte vengano utilizzate in modo prolungato e pervasivo. Alcune forme difensive rivolte alla madre sono il distogliere lo sguardo dal suo volto ed evitare ogni forma di contatto ed interazione.

È evidente che queste emergenti capacità autoregolatorie del bambino devono essere sostenute, per svilupparsi in modo sano, da un genitore capace di fornire un adeguato sostegno regolatorio. La madre ha il compito di trasformare le emozioni negative in positive aiutando il bambino a superare situazioni di fastidio e stress. Alcune di queste forme possono essere ridurre l’angoscia per un fallimento avvicinando l’oggetto desiderato.

Tali forme di regolazione vengono messe in atto tramite delle sintonizzazioni affettive o delle situazioni di rottura della sintonizzazione subito poi seguite da una riparazione. In questo modo il bambino potrà creare una rappresentazione di sé come efficace da un punto di vista comunicativo e della madre come accessibile emotivamente e capace di riparare agli errori. La mancata ragione regolatoria della madre porta invece il bambino ad un ricorso prolungato a tecniche precoci di autoregolazione, impedendo lo sviluppo delle capacità relazionali.

Dalla fine del 2o anno, la regolazione diadica lascia spazio a forme più evolute di autoregolazione, come l’oggetto transazionale o il gioco simbolico. Si è osservato come la qualità di queste nuove abilità autoregolatorie dipenda dalla qualità della regolazione diadica precedentemente offerta dalla madre. Allo stesso tempo, lo stile di attaccamento nel 1o anno di vita viene inteso come lo strutturarsi di un certo stile di regolazione delle emozioni. Certo non bisogna dimenticare la dimensione temperamentale del bambino che influirà sia nella relazione con la madre che nello stile di attaccamento che da esso ne deriva.

Inoltre, bisogna sottolineare che le strategie di regolazione si strutturano in modo gerarchico, un sistema in cui le forme precoci non vengono perse ma mantenute nonostante la presenza di forme più nuove e mature. Riassumendo, inizialmente abbiamo una regolazione diadica proveniente dalla madre, dopo i 14 mesi avremo una autoregolazione emotiva guidata dal caregiver per poi arrivare, dopo i 24 mesi, a forme più sofisticate di gestione autonoma delle emozioni.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/04 Psicologia dello sviluppo e psicologia dell'educazione

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia dello sviluppo socio-affettivo e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Milano - Bicocca o del prof Riva Crugnola Cristina.
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