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Il termine mente

Il termine mente viene utilizzato come sinonimo di pensiero inteso come un’attività cognitiva strutturante; tale attività può consistere:

  • Nel produrre delle strutture cognitive che ancora non esistevano per l’individuo in cui si vengono formando (per esempio, la produzione di una piccola fiaba che inventiamo per un bambino);
  • Nel collegare fra loro strutture già presenti in modo da formarne altre più complesse (per esempio, l’operazione mediante la quale riuniamo due classi di oggetti, come sedie e tavoli, formandone una terza che le comprenda, come mobili);
  • Nel trasformare strutture già esistenti rendendole più articolate e più soddisfacenti in rapporto a certe esigenze (per esempio, la trasformazione che operiamo nella nostra rappresentazione globale di un dato ambiente che ci è sommariamente noto, come un museo, quando lo articoliamo in varie parti corrispondenti alle diverse sale di cui esso si compone).

Il pensiero è, inoltre, la riattivazione di strutture cognitive già costruite nel passato e affidate alla memoria a lungo termine (per esempio, quando ricordiamo la regola per calcolare l’area del triangolo).

Modalità del pensiero

Il pensiero può manifestarsi secondo due modalità, come attività razionale o come attività fantastica; esse presentano sia differenze, sia compresenza e complementarietà:

Differenze tra pensiero razionale e fantastico

  • La prima differenza riguarda la natura dei dati sui quali si compie l’attività strutturante del pensiero:
    • Nel caso dell’attività razionale, i dati sono considerati come esterni e indipendenti da noi, collocati in un punto ben definito dello spazio e del tempo reali (ad esempio, la presa della Bastiglia si è svolta a Parigi nel 1789), oppure sono vissuti come una realtà che possiamo solo accettare senza modificare (per esempio, il teorema di Pitagora).
    • Nel caso dell’attività fantastica, invece, è possibile immaginare luoghi o personaggi che non esistono o che non sono mai esistiti, o eventi che pur collocati in luoghi e tempi reali non sono mai avvenuti e non sarebbero testimoniabili da alcun documento (per esempio, le vicende di Renzo e Lucia nei Promessi Sposi del Manzoni).
  • La seconda differenza riguarda il grado di rigore con cui vengono utilizzati i rapporti spaziali, temporali, numerici, logici o causali, mediante i quali i vari dati vengono collegati fra loro nella formazione o trasformazione di una struttura cognitiva:
    • Nel caso dell’attività razionale, questi rapporti vengono utilizzati in modo rigoroso;
    • Nel caso dell’attività fantastica, invece, questi rapporti vengono utilizzati in modo libero.
  • La terza differenza riguarda le modalità con le quali il processo di pensiero si svolge:
    • Nel caso dell’attività razionale, l’atteggiamento di colui che pensa è prevalentemente direttivo (per esempio, la persona decide di affrontare un certo compito e cerca di non perderlo di vista; inoltre decide quali rapporti utilizzare e come utilizzarli);
    • Nel caso dell’attività fantastica, invece, la direttività è meno presente, e nella fantasticheria manca del tutto.

La compresenza si ha, per esempio, quando dei personaggi che sono esistiti realmente sono inseriti in un romanzo e vengono fatte loro pronunciare frasi che sono il prodotto della fantasia dell’autore.

La complementarietà si ha quando razionalità e fantasia convivono, sia nel senso che si alternano, sia nel senso che l'una interviene in aiuto dell’altra.

Pensiero paradigmatico e narrativo

Bruner distingue tra pensiero paradigmatico e pensiero narrativo:

  • Il pensiero paradigmatico è proprio della logica, della matematica, delle scienze ed utilizza in modo rigoroso i rapporti logici, temporali, spaziali e causali: tale pensiero può essere fatto coincidere con la razionalità.
  • Il pensiero narrativo utilizza rapporti temporali e causali e si ricollega alla razionalità quando la narrazione è relativa ad eventi storici o fatti realmente accaduti, mentre si ricollega alla fantasia quando gli eventi narrati non hanno un marchio di realtà (come nel caso del romanzo).

Efficienza del pensiero

Il termine efficiente (o efficace) viene utilizzato come caratteristica del pensiero: infatti, il pensiero è detto efficiente quando giunge rapidamente e con una certa facilità a costruire strutture cognitive significative nuove o a modificare quelle esistenti (significative perché presentano una piena corrispondenza con la realtà, come nel caso di un resoconto storico, di una spiegazione scientifica, o perché costituiscono la soluzione di un problema, o perché presentano un’architettura armoniosa e originale, come nell’invenzione di una fiaba).

Questa efficienza può manifestarsi in due diverse situazioni:

  • La situazione del pensiero guidato, che giunge a costruire strutture significative (di carattere razionale o fantastico) potendo contare su un aiuto e una guida costanti. Chi capisce immediatamente una storia o una spiegazione che ascolta o legge (quindi fornita da altri, come da un libro, da un’insegnante, da un esperto) possiede un pensiero efficiente che gli garantisce una rapida e completa acquisizione di strutture cognitive nel momento stesso in cui gli si vengono presentate.
  • La situazione del pensiero autonomo, che giunge a costruire strutture significative (di carattere razionale o fantastico) senza utilizzare aiuti e procedendo con intraprendenza, contando solo sulle proprie risorse.

Vi è anche un terzo modo in cui si può manifestare l’efficienza, ed è quello del pensiero terziario che riguarda soprattutto la produzione di narrazioni (fiaba, racconto, romanzo) e di strutture visive o musicali, in cui si ha la compresenza sia della fantasia che della razionalità (quest’ultima intesa come coerenza e originalità della struttura).

Il pensiero, inoltre, è efficiente anche quando le sue produzioni non contengono errori che possano diminuirne o aumentarne la validità.

Prima parte: il pensiero guidato

Capitolo 1: Capire una storia

Capire una storia significa:

  • Cogliere tutti gli elementi rilevanti che il narratore di volta in volta introduce, nonché i rapporti tra loro esistenti, senza trascurare i passaggi essenziali;
  • Cogliere la struttura d’insieme che ne risulta e che può essere portatrice di un significato complessivo.

Inoltre, capire vuol dire costruire delle strutture cognitive già presenti, o arricchirle, rendendole pienamente significative.

Tuttavia, vi sono sia difficoltà oggettive (che riguardano gli aspetti oggettivi che la storia da capire presenta) sia difficoltà soggettive (che riguardano l’atteggiamento assunto da chi si accinge a capire una storia, la sua competenza linguistica, la sua competenza culturale, il suo livello di sviluppo psicologico).

Difficoltà oggettive

Le difficoltà oggettive sono due:

  • Il grado di intuibilità dei dati con cui si ha a che fare, nel senso che la difficoltà cresce man mano che ci si allontana dall’esperienza percettiva: per cui il grado di intuibilità è alto quando si è a conoscenza dei dati, perché si sono incontrati nella vita reale o si sono visti nelle immagini di un libro, perché i dati fanno riferimento a un carattere esteriore, fisico oppure indicano concetti astratti (per esempio, parentela) o azioni mentali (per esempio, progettare). Quindi, le illustrazioni in molti libri di narrativa sono molto utili in quanto offrono una base visiva per la comprensione di situazioni e azioni che nel testo sono descritte solo a parole.
  • Il grado di complessità della struttura che viene verbalmente presentata e che chi ascolta o legge deve cogliere e ricostruire nella sua mente. Tale complessità non dipende solo dal numero degli elementi, ma anche dalla forma di insieme che essi presentano, cioè dalla pregnanza della totalità che essi formano (e cioè dal grado di equilibrio fra le parti). Nel caso di una storia, quindi, il grado di complessità è legato oltre che al numero dei personaggi e degli episodi, anche al modo in cui questi vengono presentati (cioè raggruppati o no in sequenze). Il grado di complessità può dipendere anche dalla modalità di svolgimento del racconto: la vicenda raccontata si può svolgere in modo lineare (prima un evento, poi un altro e poi un altro ancora) e in questo caso il grado di complessità è basso; vi possono essere vicende che si svolgono in modo parzialmente parallelo (gli eventi succedono contemporaneamente), oppure in modo ricorsivo (prima un evento e poi un altro evento uguale al primo), oppure alcune storie sono ad andata e ritorno e altre a scatole cinesi (in cui si parte da una storia in cui se ne racconta un’altra che a sua volta ne racconta un’altra ancora); naturalmente in queste ultime modalità di svolgimento il grado di complessità è alto.

Difficoltà soggettive

Le difficoltà soggettive sono quattro:

  • Il grado di iniziativa richiesta all’ascoltatore o al lettore sia per l’individuazione degli elementi presenti nella storia, sia per la scoperta dei rapporti che li collegano e che costituiscono la base di una struttura d’insieme significativa:
    • Vi è chi si limita ad ascoltare semplicemente la storia, aspettando che il narratore aggiunga man mano altri elementi;
    • Vi è chi tenta delle anticipazioni, formulando mentalmente delle ipotesi sul futuro svolgimento;
    • Vi è chi, di fronte ad una parola sconosciuta, si limita a prendere nota di non conoscerla; oppure si limita a chiedere il significato o a cercarlo nel vocabolario; oppure tenta di utilizzare il contesto per arrivare autonomamente a scoprirne il significato; oppure si limita a saltarla; oppure la assimila ad un’altra parola foneticamente simile con conseguenti distorsioni del contenuto della storia;
    • Vi è chi tiene conto solo degli elementi che vengono esplicitamente presentati oppure chi compie delle inferenze, introducendo altri elementi che il testo dà implicitamente come presenti (ad esempio, “È estate” dunque gli alberi hanno le foglie, fa caldo);
    • Vi è chi si accontenta di quanto ha capito oppure chi cerca di verificare i punti non compresi, cercando di chiarirli attraverso una o più riletture dell’intera storia o di alcune sue parti.
  • Il grado di competenza linguistica riguarda la conoscenza o meno del significato di tutte le parole che vengono utilizzate per narrare una storia.
    • Il primo livello di comprensione riguarda la corretta identificazione del significato delle singole parole e dei rapporti sintattici e semantici che le collegano (questo livello si ha già negli ultimi anni della scuola elementare).
    • Il secondo livello di comprensione riguarda il fatto di riconoscere che alcune parole possono avere un ricco alone semantico cioè hanno il potere di evocare, oltre all’idea centrale, altre idee più o meno collegate ad essa, insieme con gli elementi emotivi che le connotano (per esempio, il termine “grotta” potrebbe avere un alone semantico che comprende impressioni di mistero, paura, curiosità, buio, umidità, tesori nascosti). Un fattore importante che fa sì che le parole di un brano abbiano un ricco alone semantico è la molteplicità e la varietà delle letture compiute, dei racconti ascoltati, delle esperienze fatte.
    • Il terzo livello di comprensione riguarda il fatto di cogliere l’appartenenza di una certa parola a una famiglia che ne comprende altre aventi significati più o meno simili grazie ad una radice comune (per esempio, la parola “grotta”, che in greco era cripta, ha una sua parentela con la parola italiana cripta che sta ad indicare un locale privo di finestre, spesso collocato nella parte sotterranea di una chiesa).
  • Il grado di competenza culturale riguarda la maggiore o minore ricchezza del patrimonio di conoscenze che un ascoltatore o un lettore ha acquisito sia attraverso la diretta esperienza della realtà, sia con la lettura e lo studio. Gli script o rappresentazioni schematiche di certe situazioni ricorrenti che si sono formate in seguito all’esperienza personale, possono venire richiamate da certe parole che vengono incontrate durante l’ascolto o la lettura della storia (per esempio, l’espressione verbale “andare al mercato” può richiamare nel bambino lo script dell’esperienza che ha avuto di andare al mercato). Inoltre, alcune delle parole che formano la storia, permettono anche di richiamare alla mente elementi che riguardano modi di vivere, oppure aspetti o eventi del passato. Inoltre, la comprensione di una storia è condizionata dalla conoscenza del contesto storico e culturale entro il quale essa si colloca: tale contesto storico e culturale diventa ancora più importante se la storia che viene letta è parte di un racconto più ampio (come accade nelle antologie scolastiche, per esempio, l’episodio di Ulisse e Polifemo si colloca nel grande contesto dell’Odissea).
  • Il livello di sviluppo psicologico, e in particolare cognitivo, che l’ascoltatore e il lettore ha raggiunto. La Levorato osserva che un bambino solo verso i 3 anni giunge a cogliere in un libro illustrato la permanenza, nelle varie immagini, di uno stesso personaggio; solo verso i 4-5 anni giunge a comprendere che le varie immagini costituiscono un’unica sequenza, in cui ogni scena viene dopo un’altra; solo più tardi vengono compresi i rapporti di causa-conseguenza (per esempio, si è fatto male perché è caduto dall’albero) e i rapporti che collegano le intenzioni con le azioni (è salito sull’albero perché voleva prendere una mela); verso i 6-7 anni può comprendere eventi complessi in quanto il suo pensiero assume un carattere reversibile e operatorio, che gli permette di mettere in rapporto una parola ignota con il contenuto linguistico e semantico in cui essa è collegata, per formulare ipotesi sul suo significato e cercare poi di verificarle: inoltre, la presenza di tale tipo di pensiero gli garantisce una corretta comprensione sia dei termini astratti, sia certe espressioni verbali come i modi di dire, i proverbi o le varie figure retoriche in modo da cogliere anche il significato simbolico; infine, verso i 12 anni il pensiero diventa ipotetico-deduttivo (o complesso) consentendo quindi al bambino di immaginare più situazioni ipotetiche e di coordinarle tra loro cogliendone l’interdipendenza.

Comprendere il contenuto emotivo di una storia

Capire una storia significa anche coglierne il contenuto emotivo, in due sensi:

  • Da un lato, il lettore, seguendo le vicende che vengono narrate, può vivere diverse emozioni che sono legate alle situazioni che di volta in volta si profilano: queste emozioni sono collegate a quelli che Levorato chiama gli scenari degli eventi (per esempio, la sorpresa di fronte a novità inattese e improvvise);
  • Dall’altro, al lettore possono venire presentate anche le emozioni che i personaggi provano di volta in volta e che potrebbero essere diverse da quelle che una certa situazione è in grado di suscitare direttamente in lui: queste emozioni sono collegate a quelli che Levorato chiama gli scenari della mente (per esempio, la situazione è pericolosa, come nel caso del lupo che ha divorato la nonna di Cappuccetto Rosso e poi si è messo nel letto di questa ad aspettare la bambina, ma Cappuccetto Rosso arriva tranquilla a casa della nonna e solo dopo inizia a provare stupore).

Tuttavia, anche nella comprensione del contenuto emotivo di una storia, vi sono sia difficoltà oggettive (che riguardano il modo in cui la storia è scritta o raccontata da qualcuno) sia difficoltà soggettive (che riguardano l’atteggiamento assunto da chi si accinge a capire una storia, la sua competenza linguistica, la sua competenza culturale, il suo livello di sviluppo psicologico).

Difficoltà oggettive nella comprensione emotiva

Le difficoltà oggettive sono tre:

  • La maggiore o minore abilità con cui l’autore della storia ha delineato con le parole sia gli scenari degli eventi, sia gli scenari della mente, descrivendo gli stati d’animo e il loro graduale modificarsi fino al punto in cui un’emozione raggiunge la massima intensità;
  • La capacità del lettore di accompagnare con il tono della voce, il ritmo, le pause, la descrizione degli ambienti e degli eventi, cioè di ricreare l’atmosfera che li caratterizza;
  • La capacità del lettore di presentare in modo vivido, come se fosse egli stesso il personaggio della storia, le situazioni psicologiche dei protagonisti (per esempio, la loro ansia, la loro paura, la loro gioia).

Difficoltà soggettive nella comprensione emotiva

Le difficoltà soggettive sono quattro:

  • L’atteggiamento assunto da chi si accinge a capire una storia;
  • Il grado di competenza linguistica riguarda la conoscenza o meno del significato di tutte le parole che vengono utilizzate per narrare una storia, ma anche il fatto di riconoscere che alcune parole possono avere un ricco alone semantico;
  • Il grado di competenza culturale riguarda la maggiore o minore ricchezza del patrimonio di conoscenze che un ascoltatore o un lettore ha acquisito sia attraverso la diretta esperienza della realtà, sia con la lettura e lo studio;
  • Il livello di sviluppo psicologico, in particolare cognitivo ed emotivo, che l’ascoltatore e il lettore ha raggiunto: una condizione importante per una piena comprensione delle situazioni emotive vissute dal protagonista.
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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/04 Psicologia dello sviluppo e psicologia dell'educazione

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher marilu1312 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia dello sviluppo e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Palermo o del prof Alesi Maltese Pepi.
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