L'approccio di Siegal
L’approccio di Siegal è centrato sugli aspetti comunicativi per comprendere il funzionamento mentale, in quanto le pratiche comunicative rappresentano la culla del pensiero. In particolare, egli avanza l’ipotesi che le prestazioni apparentemente scarse dei bambini possano essere spiegate in termini di scontro tra gli universi conversazionali degli adulti e dei bambini, che sono differenti.
Siegal in questo testo prende le distanze dal pensiero di Piaget: nonostante gli riconosca un interesse per l’effetto della ripetizione delle domande e della lunghezza del colloquio con il bambino (ma ritiene che i suoi tentativi di affrontare concretamente la questione sono stati piuttosto casuali), Siegal sostiene che il bambino fallisce in un compito o sbaglia per un limite situazionale, per difficoltà contestuali e non per un limite cognitivo come sosteneva Piaget.
Dal testo di Siegal emerge un modello evolutivo che attribuisce ai bambini piccoli una competenza maggiore di quanto sia stato fatto in precedenza (per ex. Piaget). L’attenzione all’esperienza conversazionale dei bambini piccoli è un mezzo efficace per illustrare ciò che essi sanno nei contesti relativi alla salute e in quelli giuridici ed educativi.
Capitolo 1: La conoscenza nei bambini in età preverbalE
La permanenza dell’oggetto
Piaget colloca i bambini piccoli (che va dalla nascita ai 2 anni circa) nel periodo sensomotorio, in cui il bambino comprende il mondo limitatamente alle azioni fisiche che egli esercita direttamente su di esso; attraverso una serie di fasi, egli si muove dall’uso di semplici riflessi ad un insieme di schemi organizzati. Inoltre, Piaget sostiene che essi non comprendono gli oggetti come entità permanenti che continuano ad esistere anche quando non sono visibili, per cui l’incapacità di ritrovare un oggetto in un posto suggerisce che i bambini sono privi dell’idea della permanenza dell’oggetto.
Secondo Piaget, i bambini in età pre-scolare non sono capaci di operare logicamente con il pensiero, la loro conoscenza del mondo è limitata alle apparenze percettive e il loro pensiero è ancora limitato: infatti, il periodo pre-operazionale è caratterizzato da rigidità del pensiero, ragionamento semi-logico e cognizione sociale limitata.
Queste idee hanno esercitato una notevole influenza sui programmi educativi, in quanto molti hanno condiviso l’idea che i bambini piccoli non sono pronti per l’istruzione (in particolare per la matematica o le scienze). Invece Siegal, nel suo lavoro, sostiene che i bambini piccoli possiedono notevoli conoscenze dei concetti astratti (per ex. sulla causalità e sull’identità di persone e oggetti) e cerca di dare una spiegazione di ciò centrata sul linguaggio, focalizzando l’attenzione sulle differenze tra il mondo conversazionale degli adulti e dei bambini.
Inoltre, egli sostiene che i bambini abbiano una competenza concettuale implicita, osservabile nelle sorprendenti prestazioni che fanno negli esperimenti. Per ex. da alcuni studi risulta che i bambini di 5 mesi sembrano capire che gli oggetti esistono anche quando sono nascosti e che, inoltre, possiedono delle rudimentali abilità aritmetiche: tuttavia, l’attenzione dei piccoli per una scena piuttosto che per un’altra non significa che percepiscano la relazione tra le due scene (che hanno subito una variazione) per cui una valutazione migliore della comprensione da parte dei piccoli richiede un approccio qualitativo, nel quale le espressioni facciali dei bambini siano registrate come indicatori di sorpresa.
L’imitazione delle espressioni facciali
La comprensione delle relazioni tra gli oggetti può emergere dalla capacità dei neonati di apprendere tramite l’imitazione. Piaget aveva affermato che l’imitazione delle espressioni facciali avvenisse a circa 8-12 mesi: invece, risulta da una serie di esperimenti che già i neonati di 12-21 giorni di vita e fino a 6 mesi riescono ad imitare la gestualità del viso e delle mani, le espressioni di felicità, di tristezza e di rabbia quindi hanno una capacità imitativa molto precoce.
L’identificazione di voci e suoni
I ricercatori, usando la tecnica della suzione, hanno dimostrato che i neonati riescono a distinguere la voce della mamma già all’interno dell’utero; inoltre, bambini tra i 2 e i 4 mesi riescono a distinguere tra suoni differenti, per ex. sanno discriminare le consonanti occlusive (b) e le semivocali (w).
Inoltre, i neonati sono anche in grado di stabilire collegamenti tra suoni e visione: per ex. neonati tra 1 e 4 giorni sono in grado di girare la testa e guardare in direzione della provenienza del suono, dimostrando in tal modo la capacità di usare il suono per guidare l’esplorazione visiva.
Collegamento tra tatto e vista
Da una serie di esperimenti risulta che bambini piccoli di 25-30 giorni sono in grado di usare il tatto per il riconoscimento visivo (percezione intermodale): per ex. se viene dato un succhiotto in gomma dura da tenere in bocca e questo stimolo viene poi eliminato, il bambino alla presentazione di due forme di polistirolo, di cui una di forma simile al succhiotto, preferirà osservare l’oggetto che aveva esplorato in precedenza con la bocca.
Percezione del numero e relazioni casuali
Una serie di esperimenti ha dimostrato l’abilità di scoprire i cambiamenti nei piccoli numeri e di identificare la relazione tra la visione dei numeri e l’ascolto di una sequenza di suoni (conoscenza aritmetica): un esperimento ha dimostrato che bambini di circa 6 mesi riescono a distinguere file di punti diverse da quelle presentate precedentemente; inoltre, preferiscono guardare file di oggetti il cui numero corrisponde a sequenze di suoni: per ex. in un esperimento, veniva fatto osservare a bambini di 7 mesi coppie di diapositive di 2-3 oggetti diversi e prestavano maggiore attenzione agli oggetti accompagnati da 2 colpi di tamburo se 2 era il numero degli oggetti, da 3 colpi di tamburo se 3 era il numero degli oggetti, ecc.
Inoltre, da un altro esperimento risulta che bambini di 6 mesi possiedono già la capacità di percepire relazioni di causa-effetto, riuscendo a distinguerle dalle relazioni spazio-temporali. Quindi, per analizzare fenomeni come i numeri o le relazioni tra oggetti è possibile che i bambini dispongano di una serie di funzioni innate che vengono riorganizzate con prontezza nei primi anni di vita.
Capitolo 2: La comunicazione con i bambini sui numeri e sulle misure
La conservazione come base strutturale teorica
Secondo Piaget, i bambini al di sotto dei 7 anni (del periodo pre-operazionale) sono incapaci di conservare: essi hanno la tendenza a prestare o a pensare a una sola caratteristica di un oggetto o di un evento, trascurando le altre (per ex. se si presentano a dei bambini due file di 6 bottoni disposti a due a due e si chiede loro se sono uguali, la risposta sarà affermativa; ma se una fila viene modificata divenendo più corta e più fitta dell’altra, i bambini risponderanno che sono diverse): quindi questi bambini determinano la quantità focalizzando l’attenzione su una sola dimensione (cioè la lunghezza), invece di compensare l’informazione con un’altra dimensione (cioè la quantità).
A tal proposito, Piaget ha concluso che i bambini sono egocentrici, nel senso che non sono in grado di prendere in considerazione più di una dimensione o di un punto di vista nel valutare le quantità fisiche. Alcuni studiosi hanno esaminato l’ipotesi che l’incapacità di conservare dipenda dal linguaggio usato nell’esperimento, in particolare che la ripetizione della domanda (per ex. c’è lo stesso numero di bottoni nelle file o l’altra ne ha di più?) risulti fuorviante per i bambini e li induca a cambiare risposta, formulandone una sbagliata.
Questo può ricordare l’effetto che si riscontra nelle conversazioni tra adulti dove le domande ripetute inducono a cambiare la risposta o provocano il fastidio di doversi ripetere (per ex. Domanda→“come stai?”. Risposta→“bene”. Domanda ripetuta→“come stai?”). Infatti, spesso i bambini sono in grado di formulare risposte corrette negli esperimenti standard sulla conservazione del numero e della lunghezza, ma possono cambiare risposta perché indotti a farlo dall’interrogazione ripetuta. Quindi, con l’interrogazione ripetuta gli adulti possono indurre i bambini a formulare risposte incoerenti; a loro volta, queste risposte inducono gli adulti ad accettare una teoria dello sviluppo cognitivo che non riflette fedelmente la profondità della comprensione infantile.
Le spiegazioni che portano a formulare ipotesi sulle risposte dei bambini alle domande che violano le regole conversazionali sono 5:
- Prima spiegazione: cambiare risposta per insicurezza→ i bambini che sono incerti della loro prima risposta possono essere indotti a modificare ciò che hanno appena detto: infatti, con l’interrogazione ripetuta (che ha buone probabilità di violare la regola della quantità, essi possono essere facilmente indotti ad accettare l’idea che la loro prima risposta fosse sbagliata. Alcuni ricercatori hanno sostenuto che i bambini di 3 anni e mezzo sono in grado di conservare la lunghezza, se gli esaminatori si preoccupano di evitare la confusione linguistica; inoltre, può anche darsi che i bambini sospettino una sorta di trucco o un’altra motivazione che indebolisce la loro sicurezza circa la risposta corretta alla domanda del ricercatore.
- Seconda spiegazione: insincerità→ a volte i piccoli sono sicuri e fiduciosi delle risposte ma non esprimono le loro convinzioni a causa di una percezione negativa delle domande del ricercatore o del compito stesso: quindi, è possibile che modifichino la loro risposta a causa dell’insincerità che percepiscono nel ricercatore oppure a causa della natura poco interessante del compito; tuttavia i bambini più grandi, dal momento che sanno che il ricercatore conosce già le risposte, essi considerano insincere le domande standard relative alla conservazione, per cui conservano la risposta perché sono capaci di capire l’intenzione del ricercatore (e cioè il fatto che egli vuole sapere se i bambini sanno).
- Terza spiegazione: compito troppo stimolante→ i bambini possono essere sicuri delle risposte che danno: tuttavia, in contrasto con le regole della quantità e della pertinenza, essi possono percepire le domande come sciocche oppure come domande che implicano risposte ovvie e quindi richiedono risposte sagaci (furbe) anziché risposte corrette.
- Quarta spiegazione: fiducia nel ricercatore→ i bambini possono cambiare risposta perché hanno fiducia nel ricercatore e sono molto inclini alle direttive e ai giudizi degli adulti, soprattutto nelle questioni legate alla salute.
- Quinta spiegazione: uso delle parole nei diversi ambiti della conoscenza→ i bambini spesso non condividono l’uso che gli adulti fanno di certe parole o di forme linguistiche che infrangono la regola della modalità, secondo la quale occorre evitare l’ambiguità. Infatti, gli insuccessi dei bambini possono dipendere da quei casi in cui gli adulti impiegano le parole in diversi ambiti della conoscenza, per cui ai bambini viene difficile interpretare parole con più di un significato come se avessero un solo significato (per ex. ai bambini viene difficile interpretare la domanda “Quale fila è più grande? Perché può significare “Quale fila è più lunga?” invece di “Quale fila contiene più bottoni?”).
Quindi, le domande formulate rispettando le regole conversazionali consentono di evitare queste difficoltà e riusciranno a sollecitare risposte corrette con maggiore probabilità. Infatti, dai risultati di alcuni esperimenti sulla conservazione, risulta che gli adulti e i bambini possono avere una logica e delle nozioni simili, ma essere diversi per quanto riguarda la natura del linguaggio usato nell’esperimento.
Una spiegazione alternativa: la consapevolezza conversazionale nei bambini piccoli
Nel periodo dell’acquisizione linguistica, i parlanti adulti si adeguano all’inesperienza conversazionale dei bambini: sono chiari, pertinenti e informativi nel riferirsi a oggetti o avvenimenti e sono interessati più al valore di verità del discorso piuttosto che agli errori di sintassi del bambino. Di conseguenza, i bambini credono che i messaggi di un parlante siano motivati dalla cooperazione, dalla non-ridondanza, dalla verità, dalla rilevanza e dalla chiarezza.
Tali principi conversazionali sono menzionati anche da alcuni filosofi: per ex. il filosofo inglese Grice sostiene che i principi conversazionali si dividono in un super principio detto principio di “cooperazione”, e in 4 massime conversazionali: della “quantità”, della “qualità”, della “relazione” e della “modalità”.
Secondo il principio di cooperazione, la conversazione è un processo che richiede un'attiva cooperazione da parte degli utenti della comunicazione, e questa pratica cooperativa si realizza seguendo le dovute massime:
- La massima della quantità riguarda la quantità di informazione da apportare a ogni scambio conversazionale e suggerisce di adeguare il proprio contributo alle necessità dell'occasione.
- La massima della qualità consiglia di dare un contributo che corrisponda a verità, cioè di non dire ciò che si crede falso o di cui non si può provare l'autenticità.
- La massima della modalità propone di essere chiari, ossia evitare ambiguità e, in generale, pesantezze nell'espressione.
- La massima della relazione raccomanda di essere pertinenti (inerenti).
Ovviamente non si tratta di leggi ferree a cui ci si deve necessariamente attenere per potere essere compresi, ma solo di indicazioni che possono agevolare la comprensione. La comunicazione tra chi parla e chi ascolta, per essere efficace, implica una base comune di conoscenza del tempo, dello spazio e dell’appartenenza alla comunità che consente una rappresentazione mentale reciproca del contesto, fondamentale per la comprensione.
A partire dai 3 anni, le abitudini linguistiche dei bambini riflettono una base comune e sono spesso conformi alle massime conversazionali di Grice: i piccoli conversano fluentemente con gli altri e dimostrano di sapere adeguare il discorso alle caratteristiche dell’ascoltatore (come per ex. l’età), per cui parlano in modo semplice con bambini più piccoli e in modo più sofisticato con gli adulti; inoltre, i bambini delle società occidentali, apprendono che devono rispettare i turni nella conversazione e attendere fino a quando l’interlocutore ha terminato il suo messaggio. Quindi, violando tali massime, lo sperimentatore può mettere a repentaglio la comprensione dei bambini non avvezzi a tale complessità.
Capacità di misurazione dei bambini (applicare una strategia)
Solo quando l’obiettivo e il linguaggio dello sperimentatore sono condivisi, è possibile dimostrare quanto i bambini sappiano applicare un’appropriata strategia. Per ex. secondo Piaget i bambini al di sotto dei 7 anni non sono in grado di usare uno strumento di misura per confrontare la lunghezza di oggetti, né sono in grado di capire che un bastone o un’asta possono essere utilizzati come strumento di misura.
Alcuni ricercatori hanno messo in discussione tale tesi: infatti, secondo loro i bambini spesso non riconoscono quando tali strumenti devono essere usati, in quanto per riuscire in un compito di misurazione essi devono sapere che un confronto visivo tra due oggetti da misurare risulterebbe impreciso e che è necessario usare uno strumento di misura→ quindi, può darsi che i bambini possiedano l’abilità necessaria per compiere inferenze ma non sempre comprendano quando occorre usare questa abilità.
Inoltre, affermano che le difficoltà dei piccoli nell’addizione e nella sottrazione di quantità non dipendono dalla mancanza di capacità matematiche, ma nella mancata comprensione del fatto che sono richieste determinate abilità correlate con i numeri: i bambini possono avere bisogno di qualcuno che gli mostri che i concetti relativi ai numeri hanno una funzione nella soluzione dei problemi.
Rivalutazione delle scoperte di Piaget
Negli anni ’80/’90 alcuni ricercatori hanno cercato di rivalutare le scoperte di Piaget sullo sviluppo cognitivo, secondo 2 approcci:
- Primo approccio: si occupa della conoscenza da parte dei bambini della distinzione tra l’apparenza percettiva e la realtà: Flavell sostiene che vi sono due tipi di difficoltà concettuali nella comprensione infantile della distinzione tra l’apparenza e la realtà. Quando si chiede ai bambini di riportare la realtà, essi parlano dell’apparenza: questa difficoltà è chiamata fenomenismo e viene considerata caratteristica dell’assenza della nozione di conservazione nei bambini piccoli. Invece, quando si chiede ai bambini di riportare l’apparenza, essi parlano della realtà: questa difficoltà è chiamata realismo. Queste difficoltà sono spiegate da Flavell in termini di limite metacognitivo generale riguardante le rappresentazioni mentali. Flavell ha dimostrato con i suoi esperimenti che i bambini di 4 anni spesso sono in grado di distinguere l’apparenza percettiva della realtà: questo vale anche per i bambini di 3 anni, con la differenza che questi non sanno ancora come comunicare questa distinzione.
- Secondo approccio: si occupa dell’incapacità dei bambini di conservazione del...
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