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Capitolo 1 – Scenarii

I movimenti Nimby sono quelle opposizioni che vengono organizzate e messe in atto da comunità locali contro la costruzione, all’interno del loro territorio, di infrastrutture considerate utili per la collettività, da cui il nome stesso di queste opposizioni, ove l’acronimo “Nimby” sta per “Not In My Back Yard” (“Non nel mio giardino”); si tratta, comunque, di una definizione che ha una valenza in qualche modo dispregiativa, dal momento che offre una visione di queste mobilitazioni come incentrate su valori di puro opportunismo e disinteresse per il bene comune, finalizzate non tanto ad impedire l’edificazione in programma, quanto a non farla realizzare sul proprio spazio di vita.

In Italia sono molto conosciuti, a causa del clamore che hanno suscitato, i seguenti:

  • No Tav si è creato nella Val di Susa, per contrastare la costruzione di una linea ferroviaria ad alte velocità e capacità, che sia di collegamento tra Torino e Lione;
  • No Dal Molin si è originato in Veneto, nella città di Vicenza, in opposizione all’ampliamento di una base militare statunitense ivi localizzata;
  • No Ponte è nato in Sicilia ed in Calabria, contro la realizzazione del ponte di collegamento tra le due Regioni.

È opinione comune e diffusa che questo tipo di movimenti siano un’esclusiva dei Paesi più industrializzati e che siano nati soltanto negli ultimi 20-30 anni, ma, in verità, non è così, dal momento che la loro presenza è stata riscontrata, anche, nei Paesi in via di sviluppo, oltre che nei secoli passati; in questo ultimo caso si trattava, inoltre, di conflitti molto più violenti di quelli attuali, che, a differenza di questi, si concentravano specialmente nelle zone rurali ed andavano più spesso incontro a successo.

Allo stesso modo, si sta superando solo di recente la tendenza a considerare “la sindrome Nimby” come un problema di ordine pubblico, che Piller ha addirittura equiparato ad una “malattia mentale ricorrente che continua a infettare il pubblico” [Piller 1991, 4]. A partire dagli anni ’80 del secolo scorso, però, presso la comunità scientifica è iniziata la svolta, dato che gli studiosi hanno cominciato ad interessarsi maggiormente a quelle che possono essere le motivazioni sottese alle opposizioni locali, con l’obiettivo, anche, di comprendere come farvi fronte in modo adeguato, soprattutto nel momento in cui esse finiscono per creare un certo sconvolgimento.

Si è così arrivati alla conclusione, grazie a ricerche empiriche, che sia, in realtà, errato considerare i movimenti Nimby come mossi da interessi particolaristici, ignoranza e conservatorismo; si tratta, infatti, di opposizioni messe in atto da persone che vogliono partecipare, a pieno titolo, alla discussione circa se e dove costruire determinate infrastrutture. Del resto, gli studi condotti dalla comunità scientifica hanno evidenziato, anche, delle coincidenze abbastanza strane, tra cui il fatto che le opere sgradite, in particolare negli USA, vengano pensate per essere edificate, in linea di massima, proprio laddove vivono le fasce più svantaggiate della popolazione o, comunque, le minoranze etniche.

A questo si aggiunge il fatto che viviamo, ormai, in un’epoca in cui il termine “infrastruttura” non assume, necessariamente, una connotazione ad esclusivo appannaggio positivo, dal momento che esso non si associa solo al concetto di crescita economica, ma richiama anche temi meno incoraggianti, inerenti, soprattutto, problemi di inquinamento ambientale e di tutela della salute dei residenti. Alla luce di tutto questo, i movimenti Nimby possono e vengono talora chiamati, in modo più rispettoso, attraverso l’uso dell’acronimo “Lulu”, il cui significato è “Locally Unwanted Land Uses” (“Usi localmente indesiderati del territorio”).

I movimenti Lulu costituiscono un fenomeno in forte espansione, come dimostrato da ricerche empiriche che sono state condotte nei diversi continenti. Essi si muovono, in particolar modo, contro opere di natura fisica (di cui può essere esempio la costruzione di discariche, miniere a cielo aperto ed impianti per la produzione di energia) e sociale (come l’edificazione di casinò e centri commerciali). In particolare, in Italia, più della metà riguardano impianti del comparto elettrico, circa un terzo la gestione dei rifiuti e solo il 4,5% la costruzione di mezzi di trasporto ed industrie; gran parte di essi (più del 50%) coinvolge le regioni del Nord, mentre, per quanto riguarda le variazioni nel tempo, non hanno seguito un trend stabile: è stato riscontrato, infatti, un aumento delle opposizioni verso interventi nel settore elettrico, accompagnato, però, da un calo di quelle rivolte all’ambito dello smaltimento dei rifiuti.

Questo fenomeno non è in crescita solo per quanto riguarda la diffusione e la numerosità delle persone che vi afferiscono, bensì anche in termini di complessità dal punto di vista organizzativo: diversi movimenti Lulu, infatti, si sono uniti, in Italia, nel Patto nazionale di solidarietà e mutuo soccorso, con cui si sono impegnati in un aiuto reciproco, oltre che nella difesa del territorio, considerato come un bene comune. Un assunto di base del Patto vuole, poi, che ci si renda promotori di una partecipazione attiva dei cittadini nelle prese di decisione inerenti la collettività, ispirandosi ai principi di una democrazia che sia partecipativa.

Per quanto riguarda le motivazioni alla base dell’azione dei movimenti Lulu, è stato possibile sondarle attraverso delle interviste, che hanno fatto emergere come ce ne siano di costanti ed indipendenti dall’oggetto di opposizione; tra queste, le più citate riguardano:

  • Il timore di problemi ambientali;
  • I dubbi circa le modalità con cui l’opera programmata potrebbe impattare sulla qualità di vita dei residenti in zona;
  • L’insoddisfazione per le modalità di decision making adottate da coloro che hanno proposto la costruzione dell’infrastruttura.

Non si deve, comunque, dimenticare che, come dimostrato dalla ricerca psicologica, non sempre si è possibile una piena consapevolezza circa le ragioni che spingono a comportarsi in un certo modo, così come non è detto che si sia sempre pronti a dire la verità in proposito: di conseguenza, i risultati raccolti non devono essere generalizzati a tutte le situazioni indistintamente.

Nel nostro Paese, i primi studi sui conflitti Lulu sono stati condotti tra la fine degli anni ’90 e l’inizio del XXI secolo e, in tempi più recenti, sono stati dati dei contributi monografici sull’argomento, che hanno preso in considerazione, soprattutto, i casi dei No Tav, dei No Molin e dei No Ponte. Al di fuori della comunità scientifica, però, permane ancora una certa arretratezza nell’approccio al fenomeno, soprattutto per quanto riguarda le modalità che vengono offerte alla popolazione per crearsi un’idea in proposito e le strategie di ordine politico-gestionale che vengono adottate. Nel Vocabolario della lingua italiana Zingarelli (ed. 2011), al lemma “Nimby” si associa una definizione decisamente negativa, che lo descrive come “l’atteggiamento di chi, pur essendo favorevole alla realizzazione di opere pubbliche […], o di strutture come centri per gli immigrati o per i rom, ne contesta l’installazione vicino alla propria abitazione”. Si tratta, del resto, della stessa idea che viene veicolata, anche, dai mezzi di comunicazione di massa, che descrivono le opposizioni locali come caratterizzate da ignoranza, particolarismo ed irrazionalità o che, in ogni caso, affrontano il tema con imbarazzante superficialità. Tutto questo non contribuisce affatto ad una presa di coscienza ed ad una riflessione più profonda, da parte dei cittadini, circa la reale valenza dei movimenti Lulu, ma, al contrario, finisce per consolidare preconcetti negativi.

Secondo quanto evidenziato dalla ricerca, l’opinione pubblica sarebbe, di per sé, ostile alla costruzione di certi tipi di infrastrutture, quale è il caso delle centrali nucleari, ma questa criticità verrebbe fuori in modo decisamente più evidente quando si propone di erigere l’infrastruttura in questione nel territorio di residenza delle persone. A questo punto, la reazione dipende da tre fattori:

  • La natura dell’opera che si intende inserire;
  • I possibili rischi e costi;
  • I possibili benefici.

Questi elementi possono essere, a loro volta, influenzati dalla fiducia che le popolazioni locali nutrono verso le istituzioni e da una serie di processi sociocognitivi, i quali sono alla base della conoscenza di noi stessi e del mondo che ci circonda.

È quindi importante il tipo di relazione che i proponenti riescono ad instaurare con i residenti e, chiaramente, il fatto di trattarli come degli ignoranti irrazionali ed egoisti non aiuta a far andare in porto il progetto, indipendentemente da che cosa si tratti. È perciò fondamentale riuscire a creare un dialogo, in cui si prenda anche in considerazione l’eventualità nella così detta “opzione zero”, che consiste nel non concretizzare la proposta. Da questo punto di vista, l’Italia è ancora molto poco evoluta rispetto ad altri Stati europei, dal momento che la tendenza del legislatore è stata, negli ultimi anni, quella di risolvere questo tipo di questioni in modo “muscolare”, se non addirittura aggirandole o nascondendo le evidenze. Indicativa è, in proposito, la l. 443/2001, nota come “Legge Obiettivo” ed atta a regolamentare i finanziamenti da devolvere per la costruzione delle infrastrutture negli anni compresi tra il 2002 ed il 2013; i principali cambiamenti introdotti con questa norma possono essere sintetizzati nei punti seguenti:

  • Presenza di una lista di opere la cui costruzione può essere considerata prioritaria e, di conseguenza, avviata attraverso l’uso di “corsie accelerate”;
  • Introduzione dell’istituto del general contractor (GC), il quale si occupa di decidere a chi affidare il compito della progettazione e delle consulenze specialistiche senza poi seguire il futuro funzionamento dell’opera;
  • Project financing, che consiste nel finanziamento delle opere ad enti privati e che conduce ad una situazione in cui si ha a che fare con rischi pubblici a fronte di interessi privati.

Capitolo 2 – Apocalittici e integrati, ossia tecnocrati e politici

Un approccio abbastanza radicato descrive i movimenti Lulu come formati da individui interessati solamente al loro particolare (il che significa che si oppongono alla costruzione di un’opera solo se questa viene progettata entro i confini del loro territorio), ignoranti in materia, irrazionali ed assoggettati alla “cultura del veto”, che li rende sospettosi ed avversi nei confronti di un qualsiasi tipo di cambiamento. In quest’ottica, le opposizioni vengono definite Nimby, Noos (“Not On Our Street”, cioè “Non sulla nostra via”), Banana (“Build Absolutely Nothing Anywhere Near Anyone”, che significa “Non costruite assolutamente nulla da nessuna parte vicino a nessuno”) e Cave (“Citizens Against Virtually Everything”, in italiano “Cittadini contrari praticamente a tutto”).

Una valutazione negativa può estendersi, anche, agli amministratori locali che si mostrano più sensibili ed aperti al dialogo e che vengono, in conseguenza di ciò, accusati di offrire il loro supporto alle opposizioni con l’unico scopo di accrescere il proprio potere politico ed etichettati come portatori delle sindromi Nimey (“Not In My Electoral Yard”, che sta per “Non nel mio collegio elettorale”) e Nimtoo (“Not In My Term Of Office”, traducibile in italiano come “Non finché governo”). Questa è la chiave di lettura “apocalittica” o “tecnocratica”, secondo cui i rapporti tra proponenti e locali possono essere gestiti solo con interventi “muscolari”, in quanto, per natura, conflittuali.

L’approccio tecnocratico ha fatto la sua comparsa negli anni ’70 ed è responsabile del paragone tra i movimenti Lulu e malattie mentali che, se non “curate”, si renderanno responsabili del decadimento dell’Occidente in ambito sia sociale sia economico. Alla base di questa visione, vi sono due idee fondamentali:

  • La convinzione che le infrastrutture vadano costruite sempre e comunque. Questa concezione nasce in nome di un bene comune, da perseguire ad ogni costo, contrastando aspramente l’ignoranza, la “cultura del veto”, l’irrazionalità e l’egoismo degli oppositori. In realtà, il postulato di ignoranza non ha trovato alcun riscontro nelle ricerche empiriche, che hanno, al contrario, dimostrato l’esistenza di una relazione di interdipendenza tra l’esattezza delle conoscenze di cui dispongono i cittadini locali e la loro opposizione verso l’intervento sgradito. Anche la “cultura del veto” non sembra trovare un riscontro effettivo, dal momento che le opinioni dei cittadini non risultano essere legate alla loro zona di residenza ma appaiono, al contrario, eterogenee. Lo stesso si può dire per quanto riguarda le accuse di irrazionalità ed egoismo, poiché risulta difficile trovare delle persone di per sé favorevoli a certi tipi di opere fintanto che queste non vengono costruite sul loro territorio e poiché, chi vi si oppone, lo fa in quanto contrario tout court. Il fatto stesso di opporsi ha, del resto, dei costi personali che possono essere anche molto importanti, in termini di stress, tempo, fatica e stigmatizzazione, il che deve far pensare ad una maggiore complessità per quanto riguarda il bilancio costi/benefici preso in considerazione. Non bisogna, inoltre, dimenticare che, in diversi casi, la ricerca ha messo in luce come decise opposizioni locali siano riuscite a bloccare la costruzione di infrastrutture in realtà pericolose o non sostenibili in termini economici. L’approccio tecnocratico è, poi, debole già in partenza, per il semplice fatto che ha un’opinione ambivalente circa i fenomeni Lulu, che considera da un lato irrazionali e, dall’altro, abbastanza utilitaristi e razionali da poter reclamare la soluzione per loro più conveniente. A questo si aggiunge l’accusa di “razzismo ambientale” che viene, implicitamente, rivolta agli oppositori locali, a cui si rimprovera il fatto di non voler avere nella loro zona, per esempio, delle opere di natura sociale atte ad offrire dei servizi alle fasce deboli e maggiormente stigmatizzate della popolazione;
  • La convinzione che gli esperti “ufficiali” non possano che avere ragione. Secondo questa logica, tali esperti non sono passibili di fallimento per quanto riguarda la valutazione dei rischi oggettiva che, in quanto tale, viene considerata l’unica corretta e degna di attenzione. Questo paradigma oggettivista si contrappone a quello costruttivista dei locali, che si basano, nei loro ragionamenti, sulla valutazione della relazione instaurata con i proponenti e dei rischi che si corrono in termini di qualità di vita se non, addirittura, di sopravvivenza. È da dire che anche gli esperti non possono costituire un riferimento oggettivo, da un lato poiché, come dimostrato dagli studi cognitivisti, tendono, analogamente a tutte le altre persone, a valutare la realtà attraverso dei processi di semplificazione, più economici in termini cognitivi ma che portano a risultati meno obiettivi ed affidabili, dall’altro perché possono essere di parte. In Italia, infatti, non è infrequente che gli esperti “ufficiali” vengano scelti facendo ricorso a criteri più politici che scientifici, così che si può arrivare a designare come esperto di un determinato ambito una figura che, in vero, non ha nulla a che vedere o quasi con la questione, ma che gode di una certa autorità derivatagli dalla notorietà. Questo è quello che è successo, per esempio, quando è stato chiamato il Dott. Umberto Veronesi, oncologo, a ricoprire il ruolo di Presidente dell’Agenzia per la sicurezza nucleare, al posto di chi ne avrebbe avuto più diritto, come un fisico od un ingegnere nucleare. Tale situazione si inserisce, a pieno titolo, nel confermare il “principio di Peter”, secondo il quale, in meritocrazia, si finisce per far carriera nel proprio settore in modo progressivo, fino anche ad arrivare ad occupare una posizione per cui, in realtà, non si è adeguati: in altre parole, in ogni gerarchia c’è chi riesce ad avanzare al punto da raggiungere il propri
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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PED/01 Pedagogia generale e sociale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher JennyJenny di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia sociale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi di Torino o del prof Mosso Cristina.
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