Appunti di psicologia sociale
La psicologia sociale
Che cos'è la psicologia sociale?
Sono state date diverse definizioni di psicologia sociale, che viene considerata:
- "Lo studio sistematico dei fenomeni sociali centrato sul comportamento dell’uomo in quanto componente di una collettività organizzata" (Boca, Bocchiari, Scaffidi Abbate);
- "Lo studio scientifico di come i pensieri delle persone, i sentimenti ed i comportamenti sono influenzati dall’attualità, l’immaginazione, o la presenza implicita di altri" (Allport, 1985);
- "Lo studio scientifico dell'esperienza e del comportamento di individui in relazione a situazioni di stimolo sociale" (M. Sherif).
Da tutte queste definizioni, risulta evidente come l’esperienza quotidiana dell’interazione caratterizzi la nostra vita e se ne possa parlare in termini scientifici se si usa un modello teorico di riferimento che sia in grado di fare previsioni e di spiegare gli eventi che si verificano, in termini di conseguenze e cause antecedenti.
Che cosa studia la psicologia sociale?
L’area di interesse della psicologia sociale è costituita dal campo dell’articolazione tra i processi psicologici (dalla rappresentazione mentale dei processi sociali alle invarianti dei processi mentali, cognitivi ed affettivi) e quelli sociali (dalle modalità di relazione interpersonale agli aspetti strutturali delle situazioni sociali).
Un elemento importante è dato dalle variabili contestuali, sia in termini di hic et nunc sia in termini di rappresentazione del sistema, ovvero di influenza sociale. Tutti questi aspetti rientrano in una spiegazione psicosociale del comportamento.
Si sceglie il vertice su cui focalizzarsi in funzione di risorse disponibili, obiettivi e risultati che si intenda ottenere. Vertici diversi portano, necessariamente, alla formulazione di risposte diverse: per esempio, la scelta di un vertice centrato sull’individuo e sui processi mentali è rischiosa, perché può portare a sottostimare i fattori contestuali (infatti, è diverso giocare il ruolo di studente e quello di figlio). Non è, quindi, facile decidere a che vertice osservativo fare riferimento.
Talora, può essere utile scegliere più aspetti di analisi, anziché un vertice solo: recenti e sempre più diffuse sono, non per niente, le analisi multilevel dal punto di vista statistico, in cui si integrano informazioni e variabili provenienti dai diversi vertici osservativi. Oggi, è possibile creare delle sinergie tra i vertici osservativi, anche grazie alle nuove tecnologie, informatiche e non, di cui ci si può avvalere.
Doise ha individuato quattro diversi livelli in cui lo studio della psicologia si colloca, a seconda della natura delle variabili coinvolte nella ricerca:
- Il livello interindividuale studia le modalità con cui l’individuo analizza e costruisce un’immagine del mondo sociale che lo circonda. Vi rientrano gli studi realizzati dalle scienze cognitive;
- Il livello intragruppo analizza le dinamiche interpersonali tra più soggetti che fanno parte di un medesimo gruppo (per esempio, la relazione madre-figlio o tra due funzionari di una stessa organizzazione). Vi si collocano gli studi che hanno affrontato il tema del conformismo, della devianza, del conflitto, del confronto, della leadership e così via dicendo;
- Il livello intergruppo studia le relazioni esistenti tra gruppi sociali differenti e le dinamiche dei piccoli gruppi. Vi si affrontano, per esempio, i temi del pregiudizio, della discriminazione e dello stigma sociale;
- Il livello collettivo prende in considerazione i processi sociali ed i macrofenomeni legati al contesto culturale e storico in cui gli individui si trovano ad operare. In questo caso, si studia, per esempio, la religiosità, così come altri processi che ricadano sulla vita del singolo.
Con quali modalità procede la psicologia sociale?
La psicologia sociale si avvale del metodo scientifico, che si articola nelle seguenti tappe:
- Formulazione della teoria;
- Esplicitazione delle ipotesi, che nascono dall’osservazione dei fenomeni di interesse o dalla deduzione di alcuni possibili esiti attraverso il ragionamento;
- Raccolta dei dati empirici, sperimentali o derivanti da interviste e questionari, per esempio. I dati vanno anche considerati, naturalmente, alla luce dei codici etici e deontologici della ricerca;
- Analisi dei dati attraverso tecniche che possono essere sia qualitative sia quantitative;
- Confronto di tipo qualitativo tra risultati ottenuti e teoria.
Se le tappe di cui sopra vengono rispettate, allora lo studio ha un’evidenza scientifica, se no ci si ferma al livello dell’esperienza e dell’osservazione generica. Il metodo scientifico, in sintesi, richiede che lo studioso si occupi di individuare, misurare, analizzare e confrontare delle misurazioni critiche con una realtà di riferimento (per esempio, un gruppo di controllo), allo scopo di avvalorare le ipotesi di partenza.
Una disciplina di confine
La psicologia sociale si configura come una disciplina di confine. Il suo ambito di interesse, infatti, è lo stesso condiviso, anche, da altre scienze sociali, da cui riprende alcune nozioni; tra queste discipline, importanti sono le seguenti:
- Psicologia cognitiva;
- Psicologia dell’individuo;
- Antropologia sociale;
- Sociologia;
- Sociolinguistica (si occupa di linguaggio e comunicazione, ovvero di quei mezzi che le persone utilizzano per scambiarsi parole e pensieri).
Questo suo essere una disciplina "borderline" complica un po’ l’ambito della ricerca, perché può essere difficile isolare il contesto dall’assetto personale e viceversa. Sono stati, però, sviluppati degli strumenti che consentono analisi multilivello, che permettono di integrare fattori macrosociali ed altri più soggettivi. A seconda del livello di analisi, si operazionalizzano certe dimensioni in un determinato modo: a livello individuale, per esempio, si usano misure soggettive, mentre a livello macrosociale o collettivo si lavora sul livello dei valori, delle istituzioni condivise.
Con le altre scienze sociali, la psicologia sociale si confronta e condivide alcune teorie. Anche la psicologia dinamica e la psicologia clinica, sottolineando l’importanza del contesto sociale e gruppale nel costituire un punto di riferimento per l’individuo, hanno avuto un ruolo importante al momento della nascita della psicologia sociale; esse sono fondamentali, soprattutto, quando si considerano temi con il Sé e l’identità od i conflitti intergruppi.
Con le discipline affini, la psicologia sociale condivide degli interrogativi di fondo, per esempio riguardanti come il contesto influisca sull’individuo, come mai le persone possano aderire a fenomeni polarizzanti ed estremi (per esempio, un movimento politico o minoritario) e come certi elementi caratterizzanti di una persona restino o meno stabili a seconda del contesto.
Storia della psicologia generale
Uno studioso molto noto nell’ambito della psicologia sociale è Solomon Asch, che, nel 1956, ha realizzato un esperimento volto a dimostrare come l’essere parte di un gruppo sia una condizione sufficiente a subire delle influenze circa le proprie azioni e, in parte, persino i propri giudizi e percezioni visive. Egli si è servito di un campione costituito da 8 persone, di cui 7 confederate e complici dello sperimentatore ed uno no. A tutti sono stati presentati degli stimoli rappresentati da tre linee che differivano tra loro per lunghezza ed un’altra, riportata su un foglio diverso, che si doveva stabilire a quale delle tre fosse uguale. I complici, istruiti a rispondere in modo errato dopo una serie di prestazioni "normali", hanno ricevuto la parola per primi, contrariamente al soggetto ingenuo che ha sempre risposto per ultimo o penultimo. È stato riscontrato come l’ottavo soggetto, in più casi, possa iniziare a rispondere anch’egli in modo errato, in modo tale da conformarsi agli altri e questo nonostante fosse consapevole di non essere in errore. Soltanto una piccola percentuale di persone, trovandosi nella posizione del soggetto ingenuo, persiste nel rispondere in modo corretto senza cedere alla pressione esercitata dal gruppo. In particolare, nell’esperimento di Asch, solo il 25% degli individui non ha cominciato a rispondere in modo uguale a quello della maggioranza, contro il 75% di coloro che l’hanno fatto almeno una volta ed il 5% che l’ha fatto a fronte di tutte le domande.
Un esperimento condotto in ambito psicosociale si differenzia da quello di Asch, che è più simile ad una valutazione delle abilità percettive, per il contesto stesso in cui è collocato e per la mancanza di un gruppo di controllo nella prova di Asch; a questo si aggiunge il fatto che, se si trattasse di un esperimento sulla percezione, si renderebbe però necessario l’uso di unità di misura adeguate. L’esperimento di Asch è stato criticato perché, in realtà, non mostra una maggioranza in grado di influenzare la minoranza, quanto il contrario: il soggetto ingenuo, infatti, esprime il giudizio più fedele ai fatti e sono i complici dello sperimentatore a dover ricoprire una posizione minoritaria, fingendo di vedere una realtà diversa da quella condivisa. Questo esperimento, quindi, ribalta la nozione di influenza sociale e mostra come un gruppo minoritario possa esprimere e far raggiungere il suo obiettivo solo se si comporta in modo coeso e dà una risposta che sia costante nel tempo.
Le differenze tra l’esperimento di Asch e gli studi di natura psicosociale possono essere visti, anche, da un altro punto di vista, vale a dire considerando che la psicologia sociale studia le persone ed il loro comportamento, ma non le caratteristiche sistematiche che compongono il senso di identità individuale: essa si occupa di analizzare il comportamento dei singoli in un dato contesto e non si focalizza sulle caratteristiche di personalità, che si assume agiscano da moderatori, aumentando o riducendo l’effetto sociale. Studiando, invece, gli stessi fenomeni in una prospettiva più interessata alle differenze individuali, si deve prestare maggiore attenzione a tratti particolari, come l’estroversione, il nevroticismo e così via.
I primi studi che hanno accompagnato lo sviluppo della psicologia sociale si sono avvalsi di dati analizzati con tecniche di statistica descrittiva, ovvero si sono basati sul calcolo delle frequenze delle risposte o sul confronto delle medie dei punteggi. Oggi, invece, si usano strumenti più complessi, talora presi in prestito dalle neuroscienze: ne deriva che si faccia ricorso a tecniche di tipo inferenziale e non più solo descrittive, dall’analisi della varianza in avanti. La base di ogni studio scientifico restano, comunque, le teorie, vale a dire un insieme di leggi espresse in una forma sintetica e sistematica che si basano su osservazioni e vengono mantenute vere fino a quando non sono smentite da evidenze contrarie. Esse sono scientifiche poiché possono essere confutate.
Affinché un’ipotesi possa essere sottoposta a verifica empirica, essa deve essere operazionalizzata, ossia trasformata in un’osservazione empiricamente osservabile. L’operazionalizzazione consiste, quindi, nel trasformare dei concetti teorici in variabili, cioè in entità rilevabili e misurabili.
L’esperimento di Asch è importante perché si colloca nel periodo in cui la psicologia sociale stava iniziando a trovare i suoi fondamenti teorici, consolidandosi negli Stati Uniti. La stessa storia di Asch riflette un po’ quella della psicologia sociale. Egli, infatti, era un esule emigrato per sfuggire al Nazismo e la psicologia sociale è nata, anche, per rispondere a fenomeni dittatoriali: molti dei primi psicologi sociali, non a caso, erano ebrei che avevano sperimentato i drammi della separazione e della perdita. Asch, in un certo senso, è la prova di quanto spesso, nel ricercatore, confluiscano anche degli interessi privati: egli ha cercato di capire come gli altri potessero influenzare le opinioni delle persone, anche quando questo giudizio altrui non riflette il vero pensiero delle persone.
La psicologia sociale ha ricevuto un forte impulso dal tentativo di spiegare i fenomeni sociali della Seconda Guerra Mondiale, ma la psicologia sperimentale è nata molto prima, con la fondazione del primo laboratorio a Lipsia ad opera di Wundt. La data di nascita della psicologia sociale è più controversa ed il 1908 viene considerato l’anno di riferimento per segnare l’avvio della psicologia sociale, con la pubblicazione dei due testi, di Ross e McDougall, che riportavano proprio il nome della disciplina nel titolo.
Per alcuni teorici, però, gli inizi della psicologia sociale dovrebbero essere fatti risalire ai primi esperimenti, che hanno avuto luogo verso la fine dell’Ottocento, in particolare facendo riferimento a quelli di Norman Triplett. Egli era un appassionato di ciclismo ed aveva osservato che i ciclisti erano più veloci quando si confrontavano in squadra rispetto a quando prendevano il tempo con l’orologio. Attraverso i suoi esperimenti, in cui ha chiesto a ragazzi e ragazze di riavvolgere un filo il più rapidamente possibile, ha scoperto il fenomeno della facilitazione sociale, che consiste nel fatto che le persone sono agevolate nello svolgimento di un compito se questo viene affrontato con altre persone; tale effetto si ha, però, solo con compiti semplici e non con altri più complessi od in cui l’obiettivo non è chiaro.
Altri autori considerano come riferimento lo studio di Ringelmann sul carico. Egli era un ingegnere agricolo ed aveva notato che, quando gli operai agricoli erano soli, facevano più sforzo e lavoravano di più rispetto a quando erano da soli: infatti, più contadini che dovevano spingere uno stesso carretto o tirare una stessa corda si impegnavano di meno, dal momento che ognuno di essi si sentiva meno direttamente responsabile del risultato finale. Ringelmann ha scoperto, così, l’inibizione sociale, che spiega come la presenza degli altri determini un minor impegno nello svolgimento dei compiti, a causa di una diffusione di responsabilità.
È da notare come entrambi gli studi (quello di Triplett e quello di Ringelmann) non abbiano avuto luogo in un contesto anomico, bensì nell’ambito sportivo od in quello applicativo della psicologia del lavoro: di conseguenza, la psicologia sociale non può che essere una disciplina pratica, che si adatta in altri contesti. L’individuo, quindi, non viene considerato come un soggetto amorfo, ma come una persona che si muove all’interno di uno specifico contesto sociale.
Fino agli anni ’50, la psicologia sociale è rimasta una disciplina americana, ovvero ha trovato un suo riconoscimento soprattutto negli USA. In realtà, essa affonda le sue radici nella storia del pensiero occidentale. Già Platone (sostenitore della divisione degli individui tra persone libere e schiavi) ed Aristotele (il primo a definire l’uomo come "animale sociale") si ponevano, infatti, questioni analoghe a quelle che interessano questa disciplina. Molti dei temi da essa affrontati, perciò, si basano sulle riflessioni dei massimi esponenti della filosofia antica ed anche moderna.
Un secondo riferimento importante per la psicologia sociale è rappresentato dalla sociologia, i cui primi studi empirici fanno riferimento alla Scuola di Chicago, i cui studiosi di appartenenza cercavano di comprendere fenomeni sociali come l’immigrazione, l’integrazione sociale, le bande giovanili, da diversità e la riduzione del pregiudizio. Queste tematiche sono state affrontate partendo da una base sociologica ma con una prospettiva psicologica. Studi sugli immigrati polacchi negli USA, per esempio, hanno dimostrato come questi si adattassero al nuovo ambiente anche variando le loro abitudini ed i loro giudizi; questo tipo di analisi è molto affine a quella svolta, oggi, dagli psicologi sociali che affrontino i temi dell’immigrazione e del biculturalismo, per esempio.
Importante nell’ambito della storia della psicologia generale è stato anche Wilhelm Wundt, che ha condotto studi focalizzati, principalmente, sullo studio della struttura della mente e su come questa permettesse l’adattamento dell’uomo all’ambiente. Si è occupato, anche, di analizzare i comportamenti delle masse in riferimento al contesto storico e socioculturale in cui queste si trovavano, ponendo la base per la Volkerpsychologie (psicologia dei popoli e psicologia delle folle). Secondo Wundt, il popolo è da intendersi come una "comunità culturale ed associazione basilare, i cui legami sono rinsaldati attraverso il linguaggio". In quest’ottica, assume una grande importanza la relazione esistente tra l’uomo e la società a cui appartiene, relazione su cui influisce grandemente, anche, il periodo storico. La psicologia delle folle è perché sono cambiati i rapporti tra le persone all’interno delle nazioni ed ha rappresentato un primo punto di snodo del cambiamento in corso.
Tarde e Le Bon, in particolare, hanno denunciato i movimenti collettivi come un potenziale pericolo per l’ordine sociale, dal momento che essi rappresentavano una forza sociale mai vista prima nel corso della storia e costituivano una minaccia per il sistema politico esistente e per la coesione sociale. Le persone, quando si riuniscono, infatti, sembrano perdere il controllo della propria razionalità e sembrano cedere ad un istinto "animalesco". Nelle opere dei due autori, si ritrova, del resto, un ritratto delle folle che è molto vivido e, per certi aspetti, ancora valido, anche se basato su motivazioni diverse. Secondo il pensiero di Tarde, ciò che caratterizza il comportamento delle folle è un contagio.
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