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Introduzione alla psicologia sociale mod 1

La nascita della psicologia sociale viene fatta risalire al 1908, quando vennero pubblicati due volumi: uno di William McDougall e l’altro di Edward Ross, entrambi intitolati “Psicologia sociale”.

La psicologia sociale è lo studio scientifico del modo in cui i pensieri, i sentimenti e i comportamenti delle persone sono influenzati dalla presenza di altre persone (Allport).

La psicologia sociale si occupa quindi di: gruppi, influenza sociale, leadership, persuasione e moltissimi altri costrutti affini.

Citiamo qui l’effetto spettatore, ovvero quando le persone sono più propense ad intervenire in una situazione di aiuto quando sono sole. I “soccorritori” sono una minoranza in cui viene attivata l’empatia.

Questo è dato da due principi fondamentali: l’ignoranza pluralista (ognuno crede che l’altro sia più informato) e la diffusione della responsabilità (si sentono meno responsabili perché sono responsabili anche altri).

È importante sapere che la psicologia sociale condivide alcune istanze con due discipline:

  1. Sociologia, si condivide l’interesse per il modo in cui la situazione sociale influenza il comportamento dell’individuo.
  2. Psicologia dinamica, viene condiviso l’interesse nello studio dei processi cognitivi dell’individuo.

Paradigmi della psicologia sociale

La psicologia sociale è stata influenzata da dei paradigmi, i primi 5 riprendono l’aspetto psicologico e l’ultimo quello sociologico:

  • Teorie adattivo-evoluzioniste: nel 1855 Herbert Spencer ha esteso la teoria evoluzionista di Darwin al contesto sociale.

Il pensiero di Spencer è alla base della teoria degli istinti (l’istinto oggi sarebbe l’atteggiamento) di McDougall, la cui tesi è che gran parte del comportamento umano è istintivamente determinato proprio come lo è per gli animali.

L’idea di queste teorie è che i comportamenti sono determinati dall’evoluzione.

  • Approccio psicodinamico: Freud chiama gli istinti “pulsioni” e identifica: pulsioni sessuali (per la riproduzione), pulsioni aggressive (per allontanare i predatori e acquisire risorse) e pulsioni di morte.

Secondo questo approccio il comportamento è determinato dall’interazione di queste pulsioni con il super io, attraverso un processo di sublimazione.

Freud riteneva anche che la folla avrebbe la capacità di disattivare il super io e di fare esplodere in tutta la sua forza distruttiva l’inconscio.

  • Comportamentismo: secondo i primi comportamentisti come Watson, solo il comportamento manifesto può essere osservato e misurato infatti emozioni, sensazioni, desideri ecc... vengono inizialmente negati.

Secondo questo approccio l’individuo nasce come una tabula rasa e poi subentra l’apprendimento tramite: condizionamento classico, condizionamento operante e modeling.

Con il passare degli anni le visioni comportamentiste si sono ammorbidite, modificate dai “neo-comportamentisti” che hanno riconosciuto il comportamento secondo il modello stimolo-organismo-risposta (S-O-R).

  • Gestalt: studiavano il modo soggettivo in cui un oggetto appare nella mente, piuttosto che la combinazione agli attributi fisici degli oggetti.

Furono in grado di individuare diversi principi (forma, similarità, figura-sfondo...).

Le persone guardano il mondo di fronte ad una serie di stimoli separati, riuscendone a vedere una configurazione dotata di significato.

Uno dei massimi esponenti fu Lewin che con la sua teoria del campo (C=f P,A) rivoluzionò il paradigma, applicando i principi della gestalt alla percezione sociale.

Köhler disse che il funzionamento della mente di fronte ad un problema è quindi un processo “produttivo”.

Viene poi analizzata una ristrutturazione del campo visivo (INSIGHT), ovvero quella sensazione di avere un’”illuminazione” quando apparentemente non troviamo soluzioni.

Bruner introdusse il concetto di NEW LOOK ossia che la percezione e l’attività cognitiva siano influenzate più da fattori costrittivi interni (bisogni, paure...) che da fattori strutturali.

“Il tutto è più della somma delle singole parti”.

  • Interazionismo simbolico: Mead ne fu il fondatore.

Questo paradigma ha affrontato un paradosso: da un lato è vero che solo gli individui agiscono e quindi società, gruppi e istituzioni dipendono dall’azione individuale, dall’altro lato gli individui sono in grado di agire solo perché nascono in una società che già esiste e dalla quale traggono gli strumenti necessari per la loro condotta.

Questo paradosso è alla base di due tesi opposte: da un lato c’è il nominalismo sociale (Tarde, 1890) secondo il quale esistono solo gli individui e le loro azioni e la società è solo il nome dato alla somma di questi, dall’altro lato troviamo il realismo sociale (Durkheim, 1889) secondo il quale l’individuo sarebbe un ricettacolo passivo delle forze sociali.

Mead cercherà di mettere insieme questi concetti criticando il comportamentismo poiché riteneva che la condotta umana fosse troppo complicata per essere spiegata dagli istinti e che dovevano essere integrati anche gli eventi mentali.

Secondo Mead l’azione significativa di un organismo sorge come reazione all’azione di un altro organismo. Solo nell’uomo ha la possibilità di diventare cosciente e quindi assumerà un significato simbolico e tramite la simbolizzazione (soprattutto grazie al linguaggio) si costruiranno degli oggetti dotati di “senso comune”.

È il linguaggio che ci permetterà di interiorizzare l’interazione sociale e di avere una mente.

Un’altra cosa molto importante è che i significati hanno un preciso significato culturale quindi differiranno nelle diverse culture.

Dopo la seconda guerra mondiale e social cognition

Dopo la seconda guerra mondiale c’è il desiderio di capire come sia potuto accadere che le persone di una società possano aver voluto e cercato di annientare una parte della popolazione.

La ricerca in psicologia sociale inizia a consolidarsi negli anni ‘50 e ‘60 e proprio in questi anni iniziò ad affermarsi l’orientamento cognitivista con il nome di social cognition.

Vi è un abbandono dello studio dei fattori motivazionali e dinamici e un’introduzione di modelli logico-razionali (descrivono come qualcuno dovrebbe elaborare un’info piuttosto che descrivere come realmente le persone si comportano quotidianamente).

Il focus è sui processi cognitivi freddi (cold cognitions) che vengono distinti dagli hot cognitions che invece prendono in considerazione i fattori motivazionali.

Tutte le deviazioni da questi modelli sono definiti bias.

Il cognitivismo si differenzia dal comportamentismo e può essere sinteticamente rappresentato dalla formula O-S-O-R (organismo-stimolo-organismo-risposta) per indicare che gli stati interni dell’organismo non hanno solo un ruolo di mediazione tra stimoli e risposte ma un ruolo attivo, che da un lato seleziona gli stimoli a cui prestare attenzione e quelli da ignorare e dall’altro di selezione delle risposte che vengono fornite.

I teorici della social cognition si focalizzano quasi esclusivamente sui processi psichici intra-individuali.

Razionalità limitata e costruttivismo: gli individui trattengono solo una parte limitata dagli stimoli e sono delle correnti di informazioni (utilizzano degli schemi e altre strategie di semplificazione).

Secondo i cognitivisti la mente umana è dotata di una capacità di costruzione (costruttivismo) ovvero una raccolta di info + l’elaborazione di dati in entrata (combinandoli con dati di cui si dispone).

Concezione cibernetica: i cognitivisti condividono la metafora dell’uomo come elaboratore di informazioni (formatasi con l’avvento dei computer) per ipotizzare l’esistenza di processi di elaborazione delle info di tipo logico-razionale, visti come una serie di operazioni che si succedono in maniera lineare e possono essere rappresentati tramite un diagramma di flusso (flowchart), come si fa per i programmi del calcolatore.

La percezione interpersonale

Riguarda il modo in cui creiamo impressioni e formuliamo giudizi.

È un processo primario di selezione dei dati riguardanti un’altra persona.

Questi dati poi verranno organizzati attraverso delle interpretazioni e delle inferenze che servono a colmare i vuoti conoscitivi e di costruire un’immagine dell’altro.

Come si formano le impressioni?

Uno dei primi studiosi a occuparsi di ciò fu Asch (1946). Lui sosteneva che le nostre impressioni sarebbero più influenzate da alcune informazioni piuttosto che da altre.

Alcuni attributi nella nostra mente sono correlati a molti altri, infatti secondo Asch, dal momento in cui una persona ha uno di questi attributi (tratti centrali) permette di formare un’impressione più integrata. Gli attributi meno distintivi sono i tratti periferici.

Il modello configurazionale (Asch), che ha un approccio olistico, prevede che gli individui si formino un’impressione globale degli altri e durante il processo entrano in gioco forze unificanti, che agiscono sui singoli elementi di info per dar alla luce un’impressione generale.

Esperimento: i partecipanti dovevano formare una loro opinione su una persona X che era stata descritta a loro attraverso una serie di caratteristiche.

Nel primo gruppo le parole erano: intelligente, abile, industriosa, calda, determinata, pratica e cauta.

Nel secondo gruppo invece: intelligente, abile, industriosa, fredda, determinata, pratica e cauta.

Successivamente venne chiesto ai partecipanti di formarsi un’opinione su questa persona in base alle caratteristiche lette.

L’obiettivo di Asch era quello di dimostrare come il cambiamento di un tratto centrale fosse sufficiente a far sì che la percezione di quella persona possa cambiare.

Risultato: quelli che avevano ricevuto la prima lista di caratteristiche attribuivano maggiori caratteristiche positive a quella persona piuttosto che l’altro gruppo, il quale attribuiva più caratteristiche negative.

Dall’altra parte si pone il modello algebrico (Anderson, 1981) che ha un approccio elementaristico, dove si ipotizza che la formazione delle impressioni sull’altro si formi attraverso un processo che prevede una prima valutazione delle informazioni che abbiamo a disposizione e una successiva combinazione, quindi l’andamento procede dal basso verso l’alto e l’impressione che ne deriva è frutto di un processo guidato dai dati in entrata.

Più di recente, si è supposto che entrambi i modelli hanno una validità in base alle circostanze in cui le informazioni vengono fornite.

Distorsioni (biases) nella formazione delle espressioni

Effetti “primacy” e “recency”.

3. In questo caso l’ordine di presentazione delle info gioca un ruolo cruciale.

Per effetto primacy si intende che i valori che influenzano di più l’impressione sono quelli che vengono presentati per primi e che quindi hanno funzionato da ancoraggi cognitivi.

L’effetto recency è molto più raro e emerge quando sono le informazioni più recenti ad avere un maggiore impatto. Questo può verificarsi quando si è distratti o scarsamente motivati.

Questo dipende anche da un fattore mnestico: a volte si ricordano meglio le prime parole e altre le ultime.

Positività e negatività.

4. Quando c’è un’info negativa questa tende ad attirare di più la nostra attenzione e assumerà un significato spropositato nella successiva impressione.

Siamo quindi sbilanciati verso la negatività e questo accade per due motivi: 1) le info negative implicano un potenziale pericoloso quindi il riconoscimento ha un valore adattivo 2) l’info negativa è più distintiva.

Teorie implicite di personalità.

  • Sono dei “principi generali” relativi a quali caratteristiche si combinano per formare certi tipi di personalità.

Si sviluppano lungo un arco di tempo e in base alle nostre esperienze ed hanno una forte componente culturale.

Per esempio quando una persona è fisicamente bella viene considerata anche ricca di belle qualità.

Apparenza fisica.

È studiato che nel formare le prime impressioni le prime informazioni di cui disponiamo riguardano l’aspetto fisico, che esercita un effetto primacy.

Esperimento: Heilman e Stopeck (1985) hanno riscontrato che i dirigenti maschi considerati attraenti sono considerati più capaci di quelli meno attraenti.

Per le femmine il trend è opposto: le dirigenti donne più attraenti erano considerate meno capaci, questo perché si pensava che fossero state promosse a causa del loro aspetto.

Effetto cheerleader: è quel fenomeno per cui visti in gruppo sembriamo più attraenti.

Stereotipi

Lo stereotipo è una generalizzazione su un gruppo di persone in cui caratteristiche identiche vengono attribuite a tutti i membri del gruppo.

Gli stereotipi influenzano la formazione dell’impressione in due modi: influenzando il significato che viene dato all’info disponibile e inducendo una scarsa o nulla considerazione dell’info relativa al caso specifico.

Esperimento: Cohen (1981). Ai partecipanti veniva presentato un video raffigurante una donna: a metà di loro che la donna era una bibliotecaria, all’altra metà si diceva che fosse una cameriera.

Nel video, metà dei comportamenti erano coerenti con lo stereotipo della bibliotecaria e l’altra metà con quello della cameriera.

Risultati: i partecipanti ricordavano meglio le informazioni coerenti con lo stereotipo che era stato loro comunicato.

Il pensiero automatico e gli schemi

Di solito le persone si formano rapidamente impressioni sugli altri grazie ad un’analisi automatica sull’ambiente (pensiero automatico).

Il pensiero automatico presenta le seguenti caratteristiche: non è conscio, non è intenzionale, è involontario e non richiede sforzi.

Il pensiero automatico ci consente di collegare le situazioni alle esperienze preesistenti.

Di solito riusciamo a categorizzare una persona perché abbiamo una sorta di “copione” che ci dice automaticamente cosa si fa davanti ad una determinata situazione.

Di solito gli individui adottano degli schemi ossia delle strutture mentali in grado di organizzare la conoscenza del mondo sociale.

Gli schemi sono soggetti a modifiche, influenzando molto le informazioni che rileviamo e che poi ricordiamo.

Questi sono indispensabili per dare un senso ai molti stimoli che percepiamo.

Funzioni degli schemi:

  • Classificazione: la percezione di un oggetto consiste nel vedere un insieme di stimoli come un esemplare di una categoria (vediamo l’arancia e non un oggetto sferico, arancione e ruvido).
  • Riduzione dell’ambiguità: le persone impiegano gli schemi per completare le loro lacune informative quando non sono del tutto sicure di ciò che stanno osservando. Esperimento di Kelley (1950).
  • Comunicazione: rende condivisibile cosa abbiamo visto e fatto senza molti sforzi.

La memoria umana è attivamente ricostruttiva (ACQUISIZIONE ossia la percezione, RITENZIONE ossia l’immagazzinamento e RECUPERO ossia il ricordo che può essere soggetto a inferenze).

È ricostruttiva perché gli individui riempiono gli spazi vuoti con informazioni dei propri schemi.

Tenderemo a ricordare soltanto alcune informazioni presenti nel momento in cui è avvenuta la percezione dell’evento, perché dei particolari non li noteremo.

Gli schemi influenzano i processi mnestici sia durante l’archiviazione che durante il recupero.

Guidano la nostra interpretazione.

Esperimento: Loftus e Palmer (1974) hanno mostrato un filmato di un incidente automobilistico e poi hanno chiesto ai partecipanti di indicare la velocità dei veicoli.

Venne posto il quesito in maniera diversa ai due gruppi: al primo venne chiesto “A quale velocità procedevano i veicoli quando sono andati a sbattere?” mentre al secondo “A quale velocità procedevano i veicoli quando sono venuti a contatto?”.

Nel primo caso la media delle risposte fu 66 Km/h mentre nel secondo 50 Km/h.

Risultato: gli schemi attivati in modo consapevole al momento della rievocazione possono portare alla costruzione di false memorie.

Come usiamo gli schemi?

Tendiamo ad usare categorie di base (né troppo esclusive né troppo inclusive) e dei sottotipi di queste categorie.

Questi schemi sono attivati automaticamente e sono funzionali per l’interazione quotidiana perché hanno un livello ottimale di precisione (accuratezza circoscritta).

Ci sono anche casi in cui le persone hanno necessità di usare schemi più accurati che corrispondono meglio ai dati che abbiamo: in questi casi assisteremo ad uno spostamento ad una cognizione theory driven (basata su teorie con alto livello di astrazione) ad una cognizione data driven (basata su fatti).

Quando le persone si trovano di fronte a queste situazioni faranno più attenzione ai dati incoerenti con gli schemi preesistenti e presteranno più attenzione alle info provenienti da persone significative.

Nei casi in cui i costi legati all’indecisione sono alti le persone tendono a prendere la decisione più rapida.

In questi casi la decisione anche se imprecisa è preferibile alla mancanza di decisione o impressione.

Le differenze individuali che influenzano il grado e il tipo di utilizzo dello schema sono:

  • Complessità attribuzionale, numero e complessità delle spiegazioni che le persone danno agli altri.
  • Orientamento all’incertezza, differenza delle persone ad essere interessate ad acquisire info rispetto al restare disinformati ma ancorate ai propri schemi.
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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/05 Psicologia sociale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher mariachiaraa99 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia sociale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università telematica Niccolò Cusano di Roma o del prof Lo Destro Calogero.
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