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Appunti di Psicologia sociale per l'esame del professor Castelli sui seguenti argomenti: il gruppo, il processo sociale, la struttura sociale, l'influenza sociale, individui vs gruppi, il conflitto e la solidarietà, i prototipi e gli stereotipi, l'identità sociale e le relazioni intergruppo, l'euristica e la decisione.

Esame di Psicologia docente Prof. C. Castelli

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Riassunti di Psicologia Sociale 15

Capitolo 4. Influenza sociale

L’influenza sociale è un fenomeno che l'individuo subisce in relazione a certi oggetti sociali quali

norme, conformismo, devianza e certi soggetti sociali quali minoranze, maggioranza, folla; tale da

mutare i propri atteggiamenti. Nail indica 4 tipi di influenza: conversione (conformismo pubblico e

privato), acquiescenza (conformismo pubblico), antiaderenza (conformismo privato) e indipendenza

(nessun conformismo).

Effetto autocinetico. Nella 1ª fase Muzafer Sherif fece sedere ciascun individuo da solo in una

stanza buia dove era proiettato un punto luminoso di cui l'individuo doveva descriverne la

traiettoria. La gamma di risposte dei soggetti intervistati differiva secondo una scala da 1 a 20 in

quanto siccome la stanza buia non fornisce alcun sistema di riferimento, un punto luminoso, benché

fisso sembra spostarsi a caso. Un paio di giorni dopo l'esperimento era ripetuto con gruppo di 3

membri, in questo caso però le valutazioni erano pressoché identiche. Sherif dimostrò che la

convergenza verso la stima comune non dipende dalla tendenza a compiacere pubblicamente gli

altri bensì che gli uni usavano gli altri come fonte informativa in situazioni di forte ambiguità.

Questo esperimento pose le basi per la “teoria dell'influenza sociale informativa” (1936) che è

quella influenza che i membri subiscono quando utilizzano i giudizi di altri come fonte informativa

sulla realtà (vedi infra pag. 16). Tre variabili: ambiguità, emergenze e presenza di esperti. Gli

esperimenti di Sherif confermano la teoria gestaltica per cui il gruppo è qualcosa di più della mera

sommatoria delle parti (teoria additiva). L'esperimento sulla percezione visiva di Ash si pose in

antitesi verso quello di Sherif. A gruppi di 8 membri di cui 7 sperimentali, cioè in combutta col

ricercatore, era chiesto di confrontare delle sbarrette colorate di cui 1 blu e le altre rosse e blu ed era

chiesto di chiarire pubblicamente quale di quelle del successivo cartello somigliassero all'unica blu.

I 7 membri sperimentali davano tutte risposte sbagliate asserendo ora quella più bassa, ora quella

più alta e nel 75% dei casi il soggetto di controllo (cd soggetto critico, cioè quello ignaro

dell'esperimento, era d'accordo con gli altri pur essendo consapevole in privato dell'errore. La

spiegazione del comportamento è data dalla teoria dell'influenza sociale normativa (1956) subita dal

gruppo che desidera ottenere conseguenze positive (per es. gratifiche, lodi) ed evitare quelle

negative (per es. biasimo, schermo). Le difficoltà fra le 2 teorie sono palesi: nell'influenza

informativa il soggetto critico è inconsapevole dell'influenza, mentre nell'influenza normativa il

soggetto è consapevole in quanto vive un conflitto ; inoltre l'influenza informatica produce

mutamenti duraturi, mentre quella normativa sono contingenti dettati dagli interessi della

maggioranza. Un'altra teoria recente è l'influenza referente (1987) di John Turner secondo cui i

membri sono influenzati dall'ingroup seguendo un processo di adattamento interno agli script del

gruppo (cd autostereotipo). Leon Festinger, autore della teoria del confronto sociale, considera la

polarizzazione (vedi infra pag. 16) come l'esito di bisogni individuali di autopercezione e

innalzamento innescati dai confronti interpersonali (vedi supra pag. 9).

Devianza. Si tratta di persone che scelgono di non seguire l'influenza sociale. La devianza non

comporta necessariamente illegalità bensì gli stereotipi nei confronti della diversità (vedi supra pag.

8). L'esperimento di Stanley Shacter coinvolgeva gruppi di 8 o 10 membri che avrebbero dovuto

valutare un giovane delinquente e alla fine esprimere una sentenza (punitiva o solutiva). Di questi 8

membri, 3 erano sperimentali di cui il primo (shoulder) doveva sostenere la necessità di dare la

massima punizione, il secondo (slider) doveva inizialmente assumere una posizione personale e poi

aderire alla maggioranza e infine il terzo (modal) doveva sostenere la maggioranza. I risultati

dimostrarono che il flusso maggiore di informazioni era rivolto verso la vittima: il rifiuto sociale è

la manifestazione più estrema dell'influenza della maggioranza; quanto maggiore è la coesione e lo

scambio comunicativo tanto maggiore è il timore di esserne escluso. Nell'ambito della devianza un

altro famoso esperimento di Stanley Milgram nel 1974 è stato quello delle microscariche (vedi

supra pag. 5), anche conosciuto come del falso apprendimento, in cui al membro di controllo era

chiesto di fare delle domande di cultura generale (o insegnare coppie di parole) a un membro di

Riassunti di Psicologia Sociale 16

sperimentale che si trovava in un'altra stanza. Il membro di controllo aveva a disposizione 30

interruttori con i quali poteva infierire scariche elettriche per ogni risposta sbagliata. All'inizio le

scosse erano leggere fino ad assumere una progressione sempre maggiore, in questo caso

nonostante le urla di dolore del membro sperimentale, il membro di controllo continuava

l'esperimento. Milgram rimase impressionato dai processi condotti verso agli ex criminali nazisti

(per es. Adolf Eichman) e volle dimostrare che le persone non sono guidate da proprie

intenzionalità malvagie o da malafede bensì da variabili esogene quali lo status dell'autorità che

insiste sull'esecuzione dell'ordine e la situazione d'ambiguità che induce ad affidarsi a un esperto.

Secondo Sharon Brehm la “reattanza” è il desiderio di ristabilire la libertà d'azione minacciata; nel

caso dell'esperimento di Milgram i membri non si ribellavano perché ritenevano quella norme tutto

sommato accettabili e legittime.

Influenza della minoranza. Fino agli anni '60 gli psicologi sociali si erano concentrati sulle

maggioranze, a partire da questo momento Serge Moscovici (pron. moscovisì) inizia a inaugurare il

filone delle teorie “duali” secondo cui l'influenza è esercitata da processi differenziati per

minoranza e maggioranza. Nella sua “prospettiva genetica” (1986) l'influenza sociale è vista come

un conflitto che può risolversi in conformità, se vince la maggioranza o innovazione se vince la

minoranza. Le variabili che rendono efficace la negoziazione della minoranza variano dalla

consistenza delle proprie posizioni alla flessibilità di accettare compromessi altrui. Nel suo

esperimento l'autore coinvolge 4 di controllo e 3 sperimentali. Questi dovevano dichiarare il colore

di cartelli blu mentre i membri sperimentali mendacemente asserivano di vedere il colore verde e

poi cambiavano opinione. Nel corso dell'esperimento anche gli altri 4 si conformavano via vai alla

minoranza sperimentale. Secondo l'autore l'influenza della maggioranza sarebbe prodotta da un

processo di composizione in cui i membri confrontano le proprie risposte a seconda di cosa il

conflitto potrebbe produrre. Al contrario l'influenza della minoranza sarebbe prodotta da un

processo di validità in cui i membri della maggioranza si impegnano a capire come la tesi della

minoranza possa diventare innovativa. Nel 1° caso l'influenza produce una sorta di acquiescenza

pubblica ed è superficiale, mentre nel 2° caso l'influenza induce a un conversione che è più intima

(indiretta). Per riassumere le differenze tra modello classico funzionalista che sostiene l'influenza

della maggioranza e quello genetico di Moscovici, si può dire che il primo vede la realtà sociale

come qualcosa di precostituito mentre il secondo lo vede come un processo di costruzione. Il 1°

assegna il primato all'equilibrio, il 2° al conflitto. Il 1° è governato dal principio di conformità, il 2°

dall'innovazione. Secondi la psicologa sociale Charlon Nemeth l'influenza della maggioranza per

paura del dissenso favorisce il pensiero convergente, mentre l'influenza della minoranza facilita la

libera riflessione favorendo un pensiero divergente che porta a conclusioni euristiche e creative. Per

concludere sui modelli duali vale la pena citare il “modello della comunicazione persuasiva” di

Richard Petty e John Cacioppo. Questi autori presentano a degli studenti liceali un serie di

argomentazioni in favore dell'introduzione dell'esame di maturità su tutte le materie. Le

argomentazioni forti che stimolavano argomentazioni favorevoli indicavano che fossero proprie le

università a preferire candidati che avessero superato tutte le materie, invece le argomentazioni

deboli che stimolavano elaborazioni sfavorevoli affermavano che era semplicemente giusto fare un

esame su una sola materia. Naturalmente tutti gli studenti erano interessati a fare solo un esame e

evitare di studiare tutte le materie perchè solitamente si considerano fannulloni, eppure i risultati

delle ricerche hanno dimostrato che quando gli studenti elaboravano in maniera sistematica (cioè

ragionata, a differenza delle percezioni di Ash e soci), i membri trovavano persuasive più le

argomentazioni forti (cd effetto boomerang). Per quanto riguarda i modelli monofattoriali si ritiene

ce esistano processi univoci per minoranza e maggioranza ma con effetti diversi. Autori di questo

modello furono Bibb Latanè e Sapir Wolf e la “teoria dell'impatto sociale” (1981) secondo la quale

l'influenza sociale, così come quella fisica, è determinata dal numero di membri, dalla loro forza e

dalla prossimità fisica quindi la maggioranza è sempre più forte perchè sono di più numerosi

(l'unione fa la forza), tuttavia l'entità dell'impatto non è lineare bensì negativa cioè decrescente con

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la successione degli stimoli. Per avvalorare la loro ipotesi tentarono di ripetere l’esperimento della

giuria simulata di Schacter in cui si chiedeva a dei membri di valutare un deviante. I risultati

dimostrarono che la raccolta delle opinioni in privato avrebbe dovuto favorire la minoranza e invece

l'influenza fu più marcata nella maggioranza. I risultati confermarono che i processi erano gli stessi

ma con effetti diversi. d. Qual'è la differenza fra teorie unitarie e duali? Secondo gli autori unitari

l'ampiezza degli effetti d'influenza cioè il numero di risposte tra maggioranza e minoranza è ben

documentato, tuttavia non riescono a spiegare la differenza tra forme dirette cioè pubbliche e quelle

indirette cioè private del mutamento negli atteggiamenti.

Capitolo 5. Individui vs gruppi

Gli studi sull'influenza sociale indussero a spostare l’attenzione su un altro filone della psicologia

sociale quale l'interdipendenza che è il rapporto che di crea tra membri quando si mettono a fare

qualcosa. Il primo autore a studiare la relazione tra interdipendenza, compito e prestazione fu Floyd

Allport negli anni '20 che coniò il termine “facilitazione sociale” per indicare il fatto che chi lavora

da solo è più produttivo di chi lavora i gruppo che invece è soggetto alla preoccupazione di

confrontare con gli altri. Più tardi Robert Zajonc, riprendendo Spencer, affermò che “l'effetto della

facilitazione” (1965) è dovuto alla presenza di altri che accresce il livello di attivazione fisiologica

individuale perchè evoca il timore della valutazione in contrasto col desiderio di promuovere

un'immagine positiva di sé. L'attivazione facilita le prestazioni accessibili in quanto semplici e ben

appresi (risposte forti), mentre inibisce le prestazioni complesse (risposte deboli). Bibb Latanè e

Kipling Williams hanno ribattezzato questo deficit del lavoro di gruppo come inerzia sociale che è

la tendenza a impegnarsi meno in un compito quando la prestazione individuale è inficiata da quella

complessiva molto più di quanto lo stesso compito sia eseguito individualmente. Questi autori

chiesero a un gruppo si acclamare e applaudire più forte che potevano (cd claque); al graduale

aumento delle dimensioni del gruppo corrispondevano però una diminuzione dell'impegno profuso.

il chiasso prodotto individualmente era pertanto maggiore di quello prodotto collettivamente perchè

nella cultura dominante la pratica del applaudire non è un attività degli individui bensì della masse.

Gli autori poi bendarono i membri per eliminare l'effetto sperimentale e i risultati mostrarono che il

calo d'impegno era dovuto al fatto di credere di svolgere un compito insieme ad altri. Bibb Latanè

che con Sapir Wolf aveva studiato i processi duali, insiste nel ribadire che l'influenza verso gli

individui è lineare e massima, invece verso i gruppi è negata grazie anche alle istruzioni del trainer

(sperimentatore). In effetti un risultato simile era già stato rilevato da Max Ringelmann che nel

1913 sottopose gli studenti al famoso esperimento del tiro alla fune. Grazie a un dinamometro

scoprì che benché fosse maggiore il numero di persone che tiravano, la produttività potenziale non

raggiungeva quella effettiva cioè che la forza non aumentava in modo proporzionale all'ampiezza

del gruppo; infatti per ogni studente la trazione per di circa 85 Kg ma quando tiravano in sette, il

gruppo non raggiungeva niente di simile a sette volte tale cifra. Un altro tipo di esperimento stavolta

però di tipo sistematico è il brainstorming una tecnologia per produrre idee spesso usata nel mondo

del business, in cui si chiede di escogitare il maggior numero di soluzioni per un problema

imminente, i risultati elaborati da Donald Taylor dimostrarono che l'esercizio era più utile quando

era seguito in privato e ciò era in contrasto con la ratio del gioco secondo cui l’idea di una persona,

anche se assurda o impraticabile, può essere sviluppata o migliorata da altri membri. Tutte queste

teorie presentano un serio limite e cioè che non riescono a valutare il calo della prestazione in

maniera uniforme e sinottica in quanto il deficit varia da compito a compito. Un parziale tentativo

di porre una soluzione a questo gap è stata la “teoria dei processi e della produttività dei gruppo” di

Ivan Steiner secondo cui il gruppo non riesce mai a raggiungere la produttività potenziale (il

massimo risultato raggiungibile in condizioni ottimali) a causa della scadenza della qualità dei

processi interni (process loss) che possono variare dalla mancanza di coordinazione (per es. il tiro

alla fune) all’imbarazzo (per es. il gioco dell’oca) oppure il “complesso della sedia bollente” (per

es. nei lavori di gruppo il moderatore instaura un dialogo con un membro dimenticando gli altri che

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preferiscono tacere) o alla mancata condivisione di informazioni possedute solo da qualcuno. Il

metodo usato per determinare la produttività potenziale dipende dalla natura del compito: nei

compiti additivi la produttività potenziale è pari alla somma delle prestazioni per ogni membro (per

es. il tiro alla fune, spalare la neve, etc.) in ci lo sforzo (effort) e la coordinazione sono più

importanti; nei compiti disgiuntivi la produttività potenziale del gruppo corrisponde alla prestazione

del membro migliore (per es. nel brainstorming) in cui la cultura e l'addestramento per ogni

membro può migliorare la produttività; nei compiti congiuntivi la produttività del gruppo

corrisponde alla prestazione del suo componente peggiore (per es. l'alpinismo perché se l'ultimo è

più lento anche la scalata è più lenta) in cui la coordinazione è più importante perchè tanto la

produttività sarà maggiore tanto se ognuno eseguirà la sua parte di task. Poi c’è una quarta categoria

che include quelli complessivi che includono tutte le combinazioni dei suddetti compiti (per es.

football in cui gli "shoulder" devono bloccare gli avversari e i "quarterback" devono passare la

palla) in cui può emergere il fenomeno di compensazione ai fini di implementare la coordinazione e

la prestazione. Ci sono poi una serie di autori che contestarono le suddette teorie deficitarie (social

loafing) tra cui Kipling William e Steven Karau che in un esperimento di brainstorming si resero

conto che quando il compito non era significativo si verificava il social loafing, inoltre i membri

possono recepire l'esigenza di compensare il deficit dei colleghi prima di portare a termine il

compito; altri come Heichi e Simanski ritengono che le teorie deficitarie si siano basate su

esperimenti in laboratorio con persone che non si conoscevano e che non nutrivano aspettative l'un

l'altro formando il cd minimal group cioè una pura aggregazione di persone senza la benché minima

consapevolezza di una certa identità sociale. Questi risultati indussero i ricercatori a considerare

meno la prestazione e a rivolgere l'attenzione alla decisione laddove i processi cognitivi sono

superiori, allo stesso tempo utilizzarono esperimenti più complessi in questo modi tramite gli

esperimenti sul pensiero si possono costruire informazioni ipotetiche basate su formule

matematiche in modo da ottenere un pattern più rappresentativo del fenomeno studiato. antesignano

di queste ricerche fu James Stoner autore della “teoria della polarizzazione sociale” (vedi supra

pagg. 10, 13) secondo cui il gruppo assume posizioni più estreme di quelle dei singoli membri. nel

suo esperimento l'autore chiese ad alcuni studenti di affrontare una serie di dilemmi in cui dovevano

scegliere tra un occorrenza facile che comportava un modesto beneficio e tra un'altra difficile che

implicava un notevole ricompensa. Ai soggetti fu chiesto quale era il livello di rischio più basso che

erano disposti a d accettare poi erano riuniti a caso in gruppi col compito di trovare una decisione

unanime. i risultati dimostrarono che le decisioni di gruppo non erano semplicemente la media

(come invece per Sherif) o la somma delle posizioni iniziali (come invece per le teorie additivi),

bensì i gruppi erano disponibili ad affrontare collettivamente dei rischi maggiori. Questo importante

teoria di Stoner diede adito a una serie di studi successivi che cercarono di spiegare le cause della

polarizzazione: per es. la “teoria del confronto sociale” (vedi supra pag. 9) di Leon Festinger,

secondo cui le presone sono motivate a promuover un'immagine di s positiva in modo da regolare le

proprie opinioni verso quella più socialmente desiderabile tanto addirittura ad ostentare certe

norme; secondo la “teoria dell'influenza informativa” (vedi supra pag. 13) di Muzafer Sherif la

qualità e la quantità delle proposte e degli argomenti dei membri diventano fonte di reciproca

persuasione tale da superare la proposta iniziale come obsoleta oppure rafforzare a posizione

iniziale; infine per la “teoria della categorizzazione” (vedi infra pag. 20) le decisioni sarebbero già

estreme perchè i membri dell'ingroup desiderano definire la propria identità sociale in modo più

distintivo rispetto ad altri gruppo specialmente se il prototipo è saliente oppure l'esistenza del

gruppo è minacciata. Poi c'è la teoria della comunicazioni espresse da se stessi secondo cui si cerca

la convalida delle proprie azioni da parte di altri, cioè si cerca l'assetto delle argomentazioni anziché

il semplice ascolto, ciò serve a rinforzare la persuasività dei propri argomenti. Quale confronto tra

suddette teorie? L'influenza informativa e il confronto sociale sono più adatti a gruppi di membri

che non si conoscono (per es. le giurie), invece la categorizzazione e la comunicazione apprensiva

sono più adatti a gruppi dove l'identità sociale è maggiormente percepita (per es. le confraternite).

Secondo Rupert Brown le teorie migliori sono quelle che combinano gli effetti suddetti tra loro, in

Riassunti di Psicologia Sociale 19

quanto in tutte le situazioni sono presenti tutti i quattro processi. Ci sono poi due autori Gerald

Strasser e William Titus che hanno contestato la teoria dell'influenza informativa in quanto i gruppi

spendono il proprio tempo a discutere sopratutto sulle informazioni di cui sono già in possesso

anziché di cercarne delle nuove. Questi autori effettuarono un esperimento con una commissione di

valutazione che doveva selezionare del personale da inserire nel proprio organico: furono proposti

tre candidati di cui due fornivano le informazioni in maniera differenziata ai membri delle

commissione. Non solo era meno probabile che le informazioni non condivise fossero sollevate

all'interno del gruppo ma anche quando raramente emergevano non erano discusse, nè valutate

quanto le altre, inducendo il gruppo a scegliere il candidato meno qualificato. Evidentemente

quando sono all’interno di un gruppo gli individui ritengono che le informazioni su cui tutti

concordano siano le più rilevanti; questa tendenza è più forte coi compiti valutativi anziché con

quelli cognitivi. La distorsione che induce a discutere delle informazioni note a tutti anziché quelle

note solo ai singoli è destinata a rafforzare la posizione della maggioranza e a estremizzarla. La

ricerca di Strasser e Titus permette di capire che i gruppi si preoccupano più di raggiungere un

consenso relativo anziché prendere la decisione gusta. Sulla base di queste premesse si concentra

l’attenzione di Irving Janis che coniò il termine "group think" (1982) per indicare quel processo

decisionale compromesso dall'ostinata ricerca del consenso, indipendentemente da come ottenerlo.

La formazione del consenso di solito accresce la validità delle decisioni contribuendo allo sviluppo

di un’identità sociale positiva. Ma il consenso conferisce questo beneficio solo se ci si preoccupa

anche del dissenso, in altre parole non ci si può fidare di un consenso che nasca da una semplice

acritica delle posizioni altrui. Secondo l'autore era estremamente improbabile che la ricerca del

consenso di gruppo producesse effetti positivi in quanto i membri avrebbero cercato di imporre il

conformismo nascondendo le informazioni favorevoli alle posizioni dissenzienti. Al contrario per

garantire che sulle alternative sia posta un'adeguata considerazione occorre incoraggiare attivamente

il dissenso nonché un atteggiamento mentale critico. Per dimostrare le proprie teorie Janis analizzò

due processi decisionali: l'invasione della Baia dei Porci nel 1961 e la crisi dei missili di Cuba nel

1962. Nel primo caso la discussine seguì il punto di vista del presidente degli Stati Uniti John F.

Kennedy tanto da prendere la decisone all'unanimità ma il risultato fu un fallimento. Nel secondo

caso il presidente assunse un ruolo neutrale, mentre suo fratello Robert doveva fare il “bastian

contrario” (evil lawyer), in questo caso la qualità decisionale fu decisamente superiore e il risultato

determinò il ritiro delle navi sovietiche. Gli antecedenti del group think, cioè i fattori scatenanti,

devono essere: La coesione elevata che favorisce il conformismo in quanto più il gruppo è attraente

 più le persone desiderano farne parte;

L'isolamento che riduce la possibilità di avere punti di vista alternativi; la leadership

 che controlla la discussione e inibisce le osservazioni (per. es. i consiglieri del

presidente parlavano solo quando erano direttamente interpellati);

L'alto livello di stress che induce a maggiore ambiguità verbale;

 L'assenza di procedure decisionale che favoriscono la democrazia o comunque punti

 di vista alternativi.

Tutti questi fattori determinano il grupthink che si manifesta tramite una gamma di sintomi quali:

 L'illusione di invulnerabilità dovuta alla presunzione /sovrastima di sè (per es. gli

americani fino al 1973 non avevano mai perso una guerra);

 Dirittura morale dovuta all'idealizzazione del sè (per es. Kennedy era cattolico e

penava di compiere una missione contro il comunismo);

 Visione stereotipa dell'outgroup dovuto a una percezione distorta della realtà (per es.

di riteneva che Cuba dopo la rivoluzione fosse più debole);

Riassunti di Psicologia Sociale 20

 Apparente unanimità dovuta al fatto che ciascuno ha dei dubbi ma non li manifesta

perchè crede di essere l'unico ad averli;

 Mindguardian (guardiani della mente) che proteggono il leader da punti di vista

avversi;

 Pressioni sui dissidenti che seguono alle intenzioni del mindguardian.

Il problema dell'opera di Janis è che si limita ai dati qualitativi quindi a discapito della

rappresentatività dei dati. Riassunti di Psicologia Sociale 21

Capitolo 6. Conflitto e solidarietà

Cosa hanno in comune i fatti di Cuba, la rivolta di Bristol e il bullismo? Tutti sono episodi da cui

è scaturita o che hanno determinato una sorta di aggressività. Ma mentre nel primo caso questa è

strumentale perchè parte dal presupposto del calcolo tra costi e benefici, in altri casi però si reagisce

in base a stimoli fisici e verbali. Una delle teorie che spiegano questo fenomeno è l’ipotesi

frustrazione-aggressività (1939) di John Dollard secondo ci il comportamento aggressivo è sempre

preceduto da una condizione emotiva di frustrazione determinata dalla presenza di un ostacolo tra il

soggetto e i suoi desideri. Quando l'impedimento è costituito da persone autorevoli, l'aggressività si

sposta verso bersagli più deboli (per es. il bullo tende a prendersela coi più deboli). Dollard cercò di

spiegare la sua teoria giustificando l'avvento del nazismo in base alla frustrazione subita nel

decennio successivo alla costituzione della Repubblica di Weimar. Il limite a questa teoria è la

difficoltà nel prevedere quale bersaglio sia scelto come capro espiatorio. Neal Miller propose che i

soggetti avrebbero scelto bersagli che si pongono a livello intermedio rispetto alle fonte di

frustrazione poiché i processi operano in direzioni opposte con almeno uno che tende all'attivazione

e l'altro all'inibizione: la situazione che determina la probabilità maggiore interviene quando la

somiglianza di stimoli è intermedia. D Horowitz invece affermò che la scelta del bersaglio è

indipendente dalla fonte di frustrazione. Per es. dopo la rivolta del Myanmar nel 1938 repressa nel

sangue dagli inglesi, la popolazione residente si adoperò al linciaggio della minoranza musulmana

che non aveva partecipato alla rivolta. Altri come Leonard Berkovitz dissero che l'aggressività si

può manifestare anche in assenza di frustrazione e in presenza di eventi avversi (per es. il caldo che

produce attivazione) ovvero non l'assenza dell'oggetto bensì la presenza di aspettative deluse. Altri

ancora come Robert Fogelson che ha analizzato più da vicino il fenomeno “Mob” ha dedotto che la

violenza non è caotica e arbitraria bensì segue obiettivi precisi tralasciandone altri (per es. a Genova

nel 2001 la folla distrusse solo le vetrine dei negozi considerati globali). Queste ultime teorie si

basano sul fatto che, una volta che siano state soddisfatte le necessità fondamentali dell'esistenza,

continuano a riprodursi comportamenti di aggressività. Ecco perchè nella “teoria della deprivazione

relativa” (1970) di Ted Gurr, la deprivazione non è il gap tra individuo e oggetto bensì tra individuo

e aspettative. Nelle sue indagini l'autore correlò i punteggi medi di deprivazione di soggetti residenti

in paesi diversi con indici di persone che avevano partecipato a dei tumulti nei rispettivi paesi e

scoprì che la correlazione era positiva. Secondo Gurr l'esperienza retrospettiva, cioè il vissuto

storico era la fonte che determinava le aspettative individuali. Secondo invece James Davies sono le

aspettative future a determinarle secondo quanto da lui stesso affermato nell'ipotesi della curva J per

cui le frustrazioni avvengono dopo un progressivo incremento dello standard di vita e poi un

improvviso declino, in questo modo l'attivazione non è mossa dal desiderio di ottenere qualcosa ma

dalla paura di perdere quello che già si possiede. In realtà gli studi sulla deprivazione furono

affrontati in un primo momento da Walter Runciman (1966) che distinse tra deprivazione

fraternalistica in cui si prova invidia e risentimento verso lo status di una altro gruppo e

deprivazione egoistica che ha più a che fare con la propria adeguatezza e lo sperato successo.

L'autore a differenza dei sui colleghi riteneva che la deprivazione non coinvolgeva solo gli individui

ma specialmente il gruppo. A vantaggio di questa teoria l'autore effettuò delle indagini sulle classi

sociali inglesi e scoprì che nonostante la relativa superiorità di status elevato i colletti bianchi (gli

impiegati della pubblica amministrazione) ritenevano di non ricevere quanto meritavano rispetto

agli operai (tute blu) che erano tutelati dai sindacati e dl partito laburista. Di solito la deprivazione

colpisce i membri dei gruppi subordinati some nel caso delle donne dell'esperimento di Brown in

cui l’autore chiese a due gruppi di valutare la partecipazione delle donne al contratto di lavoro delle

150 ore, sebbene a tutte era stato promesso un compenso di 10 sterline, al 1° gruppo fu dato solo un

compenso di 4 mentre il 2° ne prese la somma intera: i risultati dimostrano che il bias verso i

ricercatori era maggiore rispetto al gruppo deprivato. In questo caso anche se la deprivazione

Riassunti di Psicologia Sociale 22

relativa delle donne non fosse stata così alta, le donne percepivano l'iniquità della propria posizione

come oggetto di rivendicazione sociale. Studi successivi hanno messo in luce 4 riscontri:

Ruolo dell'identità per cui rafforzando l'identità professionale dei soggetti si aumentava

 il loro senso di giustizia sociale (per es. scozzesi verso inglesi considerando l'identità

nazionale scozzese);

Efficacia nel mutamento che induce a ponderare le varie possibilità di ottenere un

 risultato (per es. nello sciopero ci possono essere molte persone che partecipano per

semplice imitazione di quanto accade senza però credere realmente in un successo,

questo riscontro è simile all'ignoranza pluralistica nel quale il comportamento pubblico

non riflette le convinzioni intime);

Natura dell'ingiustizia subita che potrebbe dipendere da un’iniqua distribuzione delle

 risorse oppure da un vizio nelle procedure di assegnazione (per es. nei giudizi civili la

valutazione sulla qualifica dell'arbitrato è diversa da quella sull'equità dei procedimenti);

Termine del confronto che dipende dal tipo di gruppo col quale ci si confronta (per es.

 nell'esperimento di Brown le donne erano più ostili con gli uomini ricercatori anziché

con le altre donne).

Dunque questi riscontri affermano che l'attenzione è sempre più rivolta all'aggressione

strumentale anziché quella emotiva. Proprio come il calcolo di costi e ricompense motiva l'

aggressività materiale di tanto il guadagni o la perdita potenziale di risorse scarse motiva la lotta tra

i gruppo. Questo il principio su cui si fonda la teoria del conflitto realistico di Muzafer Sherif

secondo cui il conflitto fra gruppi è determinata dalla competizione per l'acquisizione delle risorse

un presenza di risorse scarse. Quando intere nazioni combattono tra loro per il controllo delle

risorse strategiche e l petrolio, alla radice del conflitto c'è la competizione realistica. Per avvalorare

le sue ipotesi Sherif realizzo le indagini nel famoso esperimento del campo estivo il 19 giugno 1954

nel parco statale di “Robbers Cave” (che prende il nome dal nascondiglio del famigerato fuorilegge

Jesse James) in Oklaoma. Venne chiesto a dei ragazzi tra gli 11 e 13 anni di partecipare a una

colonia di 3 settimane. I ragazzi furono divisi un 2 gruppi in modo che i migliori amici degli uni di

trovassero nell'outgroup dell'altro. Durante la prima settimana i 2 gruppi presero parte

separatamente a una serie di giochi durante i quali assunsero norme e ruoli tanto desiderare un nome

e un bandiera: nacquero così la squadra delle “Aquile” e quella dei “Serpenti a sonagli”. Nella

seconda settimana i due gruppi si accorsero l'uno della presenza dell'altro e chiesero loro stessi di

organizzare delle gare di competizione tra cui il baseball, il tiro alla fune e la caccia la tesoro. I

contendenti, soddisfatti di questo, si impegnarono a fondo nelle gare passando dall'acclamazione ai

fischi e agli insulti. L'ostilità si intensificò col progredire del torneo culminando con la sconfitta

della squadra dei serpenti e col rogo della loro bandiera. La differenza fra la prima e la seconda

settimana era che mentre nella prima i ragazzi convivevano pacificamente, nella seconda si

trasformarono in due fazioni ostili passando dunque da un interdipendenza positiva a quella

negativa. Ma non era finita qui. Durante i festeggiamenti delle aquile nel ruscello vicino, i serpenti

ne approfittarono per fare irruzione nell'accampamento nemico e depredare tutto compreso gli

agognati trofei. In questo modo l'amena vacanza si era trasformata in tragedia tra bande rivali. Nella

terza settimana Sherif e soci cercarono di studiare il fenomeno della cooperazione (vedi infra pag

23, 336) Riassunti di Psicologia Sociale 23

Capitolo 7. Prototipi e stereotipi

Questo capitolo esamina da una parte la percezione di sentirsi parte di un gruppo (prototipo),

d'altra parte considera la tendenza per ogni membro di attribuite una serie di caratteristiche a tutti o

quasi i membri del gruppo (stereotipo). Categoria (da κατα = allo stesso modo e λογος = parola) è

l'insieme di cose o persone sottese a un criterio di associazione o appartenenza. Il mondo è avvero

troppo complicato affinché si possa sopravvivere senza riuscire a organizzare o semplificare le cose,

in questo senso il pensiero e la percezione non sarebbero possibili al di fuori della capacità di

ordinare e classificare il mondo in categorie. Uno dei primi autori a studiare le categorie fu Lynlee

Campbell che coniò il termine di “entatività percepita” (1956) per riferirsi alla percezione di una

persona che dipende dal modo in cui questi sono in rapporto l'uno con l'altro quali la prossimità

fisica, somiglianza e un destino comune. La tesi dell'autore è che la categoria rafforza le differenze

percepite e livella le distinzioni interne alle categorie. In un esperimento si chiedeva a delle persone

di allocare delle sillabe apparentemente prive di senso lungo una linea orizzontale. Gli individui

compivano continui errori di grammatica rafforzando le differenze fra categorie. Il limite di questa

teoria è che considera tutte le categorie uguali. Sulla scia di Campbell un altro autore John Turner

definì la “teoria della autocategorizzazione” (1987) (vedi supra pag. 16) secondo cui la dimensione

optata è quella che minimizza le differenze fra sé e fra l’ingroup (per es. una donna diversa dalle

alte) e massimizza le differenze fra il proprio prototipo e quello dell'outgroup (per es. le donne sono

diverse dagli uomini). Le categorie a livello intermedio invece, producono un processo di

depersonalizzazione. Come avviene la scelta delle categorie? Una prima corrente di studi ha cercato

di studiare l'integrazione categoriale delle variabili in gioco nella situazione immediata per cui la

categoria è scelta in base agli aspetti fisici, somiglianti e del destino comune (per es. i disabili

richiamano l'attenzione di più rispetto ai normodotati); secondo il filone dell'accessibilità

categoriale la scelta della strategia dipende dagli effetti evocativi dei esperienze pregresse (priming)

che sono assunte in modo inconscio; un esperimento molto esplicativo al riguardo è quello dei

messaggi subliminali di Patricia Devine. L'autrice sottopose dei soggetti alla visione di fotogrammi

di persone di colore in cui erano inserite parole subliminali sia elogiative che dispregiative, i

risultati dimostrarono che i soggetti pregiudiziali esprimevano maggiore severità, mentre quelli

meno pregiudiziali esprimevano opinioni favorevoli. Continuando il filone delle disuguaglianze,

Gordon Allport e Bernard Kramer hanno cercato di spiegare la categorizzazione confessionale

utilizzando gli stessi meccanismi di Devine ma con le fotografie degli ebrei al posto degli

afroamericani, i soggetti con maggior bias identificavano subito gli ebrei a differenza di quelli con

meno bias. Ciò dimostra la correlazione tra ancoraggio e categorizzazione (vedi infra pag. 25). Altri

ancora come Louise Pendry e Neil Macrae hanno usato uno scioglilingua per combinare un dato

termine all'idea di donna in carriera a quello di casa, i soggetti rispondevano più rapidamente sulla

donna in carriera dimostrando un'attivazione automatica. Infine per quanto riguarda la psicologia

dello sviluppo Joseph Fagane e Lynn Singer hanno utilizzato il “paradigma dell'abituazione” per

dimostrare che l'uomo sin dalla tenera età è capace di operare distinzioni categoriali. I bambini

passarono più tempo a fissare le fotografie che appartenevano a categorie diverse anziché a quella

stessa. Quali sono le conseguenze dell’autocategorizzazione? La prima è l'amplificazione delle

differenze intergruppi per cui il solo atto di assegnare i membri a categorie sociali arbitrarie è

sufficiente per produrre bias e comportamenti discriminatori. In questo caso entra in gioco la

percezione di una certa interdipendenza che spinge i membri a riconoscere ricompense ed evitare

punizioni nell'ingroup cioè ad agire a livelli esclusivamente strumentali e ciò è paradossale dal

momento che molti esperimenti sono stati esclusivamente effettuati col minimal group al fine di

eliminare l'influenza. La seconda conseguenza è il rafforzamento delle somiglianze intergruppi per

cui le persone percepiscono gli outgroup più omogenei sia perchè questi, essendo meno conosciuti,

sono percepiti in modo globale e indifferenziato, cioè dispongono di più informazioni dei membri

del nostro gruppo (cd familiarità), sia perchè il soggetto non ha in mente in modo chiaro un elenco

Riassunti di Psicologia Sociale 24

di elementi o cose specifiche del proprio o di altri gruppo a lui noti, bensì concetti astratti e

modellati sul prototipo per ogni di esse. Il limite della familiarità è quello che l'omogeneità può

essere assegnata anche in presenza di minimal group, mentre il limite della variabilità è che non si

può determinare alcun rapporto nel tempo. Abbiamo già detto che le categorie sono quadri mentali

che servono a dare senso a una particolare situazione sociale, da questi principi si possono trarre

delle inferenze, o stereotipi, che valgono per tutte le persone che appartengono a quella categoria o

gruppo sociale. Il termine “stereotipo” fu introdotto dal giornalista Walter Lipmann nel 1922 per

indicare certe immagini della mente sull'aspetto fisico, intellettivo e abitudinario di certe persone. In

realtà si tratta di fenomeni molto più complessi di cui in letteratura si distinguono 3 caratteristiche.

La 1ª è che sono credenze legittimanti nel senso che fanno uso di modelli culturali e economici per

legittimare il potere dei gruppi dominanti (per es. in Italia le culture familistiche riconoscono la

donna come comprensiva e gentile). La differenze di genere sono forse le credenze legittimanti più

interessanti. In riscontro di questa opinione fu realizzato un esperimento da parte di Kurt Offman e

Nancy Hurst in cui a degli studenti universitari veniva chiesto di leggere la descrizione di 2 tipi di

figure che rappresentavano degli umanoidi: gli orinziani e gli akmiani. I primi furono descritti come

premurosi, gentili e dediti alla cura della casa, mentre i secondi frono descritti come competitivi e

occupati socialmente fuori casa. Tuttavia quando venne chiesto di indovinare le caratteristiche di

queste creature, i soggetti fecero confusione tra tratti e ruoli e diedero per scontato che tutti i gli

orinziani (anche quelli che uscivano di casa) fossero gentili e premurosi e che tutti gli akmiani

(anche quelli che rimanevano a casa) come competitivi e ambiziosi. In pratica una volta formato lo

stereotipo, i soggetti lo applicavano a tutti indistintamente. I risultati dell’esperimento suggerisco

che anche sulla Terra i diversi ruoli di uomini e donne contribuiscono a plasmare gli stereotipi di

genere. Una 2ª caratteristica degli stereotipi è quella di coincidere con delle aspettative cioè delle

ipotesi da confermare o smontare a seconda della situazione e, poiché l'orientamento delle

informazioni è di confermare le aspettative, gli stereotipi si formano in modo automatico e latente.

Charles Perdue e Michael Gurtman realizzarono un esperimento che proiettava a degli studenti

universitari delle diapositive con messaggi subliminali alternativi di “noi” e “ loro” al quale gli

studenti dovevano dare un giudizio positivo o negativo; i soggetti risposero più prontamente al noi

anziché al loro (vedi infra pag. 23). I risultati dimostrano che l'etichetta “noi” è in grado di produrre

associazioni positive che facilitano il riconoscimento di altre parole positive in maniera inconscia.

L'ultima caratteristica degli stereotipi presa in esame è la “profezia che si autoavvera” (vedi infra

pag. 25) vale a dire che gli stessi stereotipi istigano nel gruppo fatto oggetto dello stereotipo il

comportamento che ha prodotto in origine lo stereotipo stesso. Come già detto la tendenza delle

aspettative è di influenzare gli atteggiamenti delle persone in modo da dare forma alla realtà, tanto

che i bias influenzano il modo in cui ci si comporta con altre persone le quali a loro volta possono

reagire confermando le aspettative negative derivate dal bias. Molti studi in questo senso sono stati

compiuti presso le istituzioni formative in quanto si ritiene che le aspettative colpiscano

specialmente gli insegnanti e le quali conseguenze possono essere determinanti nello sviluppo del

discente, specialmente se minorenni. Secondo Joe Epstein quando le aspettative dei docenti sono

elevate, tendono a trattare i ragazzini con più calore e offrire maggiore opportunità di intervenire

durante le lezioni, al contrario quando le aspettative sono minime, specialmente verso afroamericani

e minoranze, i ragazzini sono trattati con bias del tipo intellettivo deficitario.

Domanda. Che differenza c'è tra prototipo e stereotipo?

Risposta. Nel prototipo il membro o il gruppo ostenta le caratteristiche di un altro membro o

gruppo, invece nello stereotipo le imita semplicemente

Riassunti di Psicologia Sociale 25

Capitolo 8. Identità sociale e relazioni intergruppo

La tendenza dei gruppi a ricercare e a preservare la distintività è il principio che sta alla base della

“teoria dell'identità sociale” (1981) di Henry Tajfel che è quella parte del concetto di sé che deriva

dalla consapevolezza dell'appartenenza a un gruppo. Ciò significa che esiste uno stretto

collegamento tra concetto di gruppo e l’identità sociale, in altre parole la scelta di un gruppo da

parte del soggetto può dare costruzione all'identità sociale. Scopo dell'esperimento è di capire le

condizioni per cui i membri distinguono l'ingroup dal outgroup, eliminando la variabile che indica

qualsiasi aspettativa. In realtà Tajfel pur essendo l'autore che ha introdotto il termine minimal

group, ha ripreso gli studi già compiuti nel 1969 da Rabbie e Horowitz sulle ricompense ai ragazzi i

quali aveva concluso che la sola categorizzazione non era sufficiente per formare un gruppo che,

invece richiedeva che si formassero dei legami d'interdipendenza. Invece Tajfel affermò che la

categorizzazione è condicio si ne qua non a produrre non solo semplice bias bensì discriminazione

verso l'outgroup. Tajfel fece vedere alcune opere di 2 artisti Mr Klee e Mr Kandisky e poi chiesero

ai bambini di valutare quello che gli piaceva di più. I bambini furono divisi in Klee e Kandisky

dove ogni membro doveva distribuire ricompense solo a 2 membri dell'ingroup o a 2 membri

dell'outgroup. I membri erano contraddistinti da numeri e non potevano riconoscersi, tuttavia

potevano scegliere tra una rosa di strategie quali: imparzialità, indifferenza a proprio favore,

massimo profitto a proprio favore e massimo profitto comune. I risultati dimostrarono che

l'appartenenza all'ingroup produce favoritismo a discapito dell'outgroup. Poi il ricercatore chiese ai

bambini di assegnare delle ricompense a caso. In situazioni normali ci si aspetterebbe che le scelte

siano casuali, invece paradossalmente i giudizi per ogni bambino non solo riflettevano il bias a

favore dell'ingroup ma tendevano ad accentuare le differenze col outgroup. I fattori del bias sono: la

categorizzazione (vedi supra pag. 20), il confronto sociale (vedi supra pag. 9) e l’autostima (vedi

supra pag. 10). Tajfel dimostra anche che il conflitto non é finalizzato solo all’acquisto delle risorse

manifeste (vedi 390), bensì anche per quelle latenti (per es. prestigio).

Ai fini della costruzione dell'identità sociale occorre sottolineare la possibilità di effettuare

confronti con altri gruppi di cui Leon Festinger ha proposto per la prima volta la “teoria del

confronto sociale” (vedi supra pag. 9) secondo cui maggiore è il confronto, maggiore è il bias e

maggiore è l'autostima. Nel 1978 l'autore fece propria la teoria dell'analisi del comportamento

sociale che si colloca attraverso un “continuum” ai quali estremi si trovano 2 tipi ideali: ad un

estremo l'interazione tra individui è determinata dalle caratteristiche degli individui e non è

influenzata dalle categorie né dai gruppi ai quali gli individui appartengono (comportamento

interpersonale), mentre all'altro estremo l'interazione sociale è determinata dall'appartenenza al

gruppo senza contare le caratteristiche individuali (comportamento intergruppo). All'interno di

questi 2 estremi si possono collocare un’infinita serie di comportamenti che dipendono dalla

maggiore o minore distanza da uno dei 2 poli. Tuttavia quanto più ci si avvicina al comportamento

interpersonale tanto più il comportamento è caratterizzato da flessibilità e variabilità e viceversa

quanto più ci si allontana dal polo interpersonale verso quello intergruppo tanto più il

comportamento sarà improntato a livello di uniformità e omogeneità. Quindi tanto più l'identità

sociale è maggiore, tanto più i membri tenderanno a favorire dell'ingroup. Tuttavia ci sono casi in

cui la propensione a favorire dell'ingroup è tale anche in presenza di identità sociale minore. E' il

caso dell'esperimento dell'hangar di Rupert Brown dove a 3 gruppi di lavoratori (sala attrezzi,

produzione e viluppo) che erano in conflitto sul fronte sindacale, era chiesto di valutare il salario

altrui. Il risultato fu che ogni gruppo attribuiva maggiore retribuzione all'ingroup mentre lasciava

invariato quello altrui. In particolare il gruppo della sala attrezzi desiderava una differenza di altre

volte superiore a quella della produzione (vedi supra pag. 8). L'errore della valutazione della sala

attrezzi era che considerava la somma e non la media settimanale che era appena di 1 sterlina.

Diverse conclusioni possono essere raggiunte considerando i bias di gruppo di status diverso. I

datori della compagnia infatti mostrano maggiore orientamento verso l'ingroup perchè vogliono

Riassunti di Psicologia Sociale 26

mantenere la propria posizione dominante (per es. confindustria è diversa da Cigl e Cisl), al

contrario i lavoratori tendono a maggiore bias tra loro perchè percepiscono meno i comportamenti

positivi del sindacato. Il presunto legame tra bias (discriminazione) e autostima è stato dimostrato

da Penelope Oakes e John Turner che chiesero a 2 gruppi di ragazzi di distribuire ricompense in

modo diverso: i membri di controllo che potevano distribuire ricompense solo a membri del ingroup

o del outgroup o nessuno dei due, mostrarono una stima di sé inferiore rispetto a coloro che erano in

grado di prendere decisioni intergroup (congiuntive). Ecco perchè trovandosi in una situazione di

minimal group e dovendo fare qualcosa di abbastanza inusuale, i membri tendevano a considerare

questo compito come forma di condotta legittima. L’orientamento del ricercatore di agire in un

certo modo, potrebbe quindi creare le condizioni di un destino comune così come rilevato

nell’esperimento delle microscosse di Milgram (vedi supra pag. 13). In questo senso la teoria

dell'identità sociale rappresenta una spiegazione plausibile anche in situazioni di minimal group. Gli

esperimenti su detti dimostrano che la ricerca della distintività è strettamente mediata dal linguaggio

che è il mezzo principale di comunicazione col outgroup. L'autore che ha studiato questa variabile è

stata Anne Maas che un paio di settimane prima del Palio di Siena chiese alle contrade rivali di

descrivere la scena di una serie di fumetti di membri della propria fazione e di quelle avversarie. I

soggetti tendevano a usare termini denotativi durevoli per i membri dell' ingroup (per es.

coraggioso, appassionato) e termini contingenti per i membri dell'outgroup (per es. stanco,

nervoso). I risultati dimostrano che il bias è correlato all'autostima, così come già affermato da

Tajfel. Un alto es. proviene dal gioco infantile. Fin da piccoli dimostriamo di essere assai selettivi

nelle scelte dei compagni di gioco, le ricerche in un asilo canadese dimostrano che tutti i soggetti

sceglievano quelli dello stesso sesso. Eleanor Maccaby e Jacklin Carol hanno ipotizzato che ciò

possa dipende dalla categorizzazione sociale del sesso dovuta al fatto che le donne tendono a

sviluppare la segregazione sessuale prima degli uomini. La ricerca di distintività può avvenire anche

sul piano dello status. Consideriamo prima il caso di status elevato. I membri dei gruppi di

maggiore prestigio tendono a dare risposte che riflettono la propria presunta superiorità ai fini di

mantenere la propria posizione dominante più sicure, mentre i membri di prestigio uguale sono più

propensi alla rivalità intergroup perchè si sentono minacciati dalla prossimità fisica e psicologica

dell'outgroup (per es. gli operai dell'hangar). Infine i membri con prestigio minore possono

assumere comportamenti più remissivi: possono produrre valutazioni di elogio verso l’outgroup,

come ha dimostrato l'esperimento di Itesh Sachov e Richard Bourbis che chiedevano a 3 gruppi di

status diverso di valutarsi l'un l'altro e i risultati dimostrarono che il gruppo di status minore tendeva

a favorire l'outgroup mentre gli altri gruppi favorivano l'ingroup oppure possono sospendere

l'attività di confronto magari per cercare altre qualità da valorizzare, oppure ancora possono

decidere di rinunciare alla propria identità e sciogliere il gruppo. La teoria dell'identità sociale ha

ispirato ricerche che ne sollevano 3 limiti.

Il 1° limite è il rapporto tra autostima e discriminazione intergruppi: se la discriminazione serve

ad aumentare l'autostima è anche possibile che minore stima produca discriminazione allo scopo di

aumentare la distintività a causa forse di taluni fattori di desiderabilità sociale. Per isolare questo

fattore Anthony Greenwald e Banji Mahzarin condussero un serie di esperimenti in cui si chiedeva

a dei ragazzi di valutare delle coppie di termini che venivano proiettate velocemente sia di tipo

coerente (per es. uno e primo) che incoerente (per es. noi o loro). I risultati dimostarono che i

ragazzi esprimevano più spesso le idee di “noi” e “uno” (vedi supra pag. 21). La consapevolezza di

sè ha 2 facce: la prima consiste nel concetto di sè, la seconda nell'autostima che raccoglie l'insieme

dei giudizi valutativi, a cui sono legate molte situazioni per avere una conferma. Il 2° limite è il

rapporto tra identità sociale e bias ingroup: sebbene per Tajfel è un legame logico tra identità

sociale e livello di bias a proprio favore, ciò non vuol dire che vale per tutti ma solo per quelli

collettivisti nei gruppi cioè in cui c'è un certo interesse per la posizione o per la prestazione del

proprio gruppo verso altri. L'ultimo limite è il rapporto tra concetto di gruppo e diversità in quanto

la teoria di Tajfel non fa differenza tra tipo di gruppo, al contrario si ritiene che l'identità sociale

possa variare a seconda del tipo di gruppo (per es. quando si identificano con un gruppo affettivo, le

Riassunti di Psicologia Sociale 27

persone adottano un punto di vista sinottico rispetto a quando fanno verso un gruppo strumentale).

Fino ad ora i capitoli hanno decritto situazioni di conflitto, discriminazione e bias, adesso ci

occupiamo di cooperazione (vedi supra pag. 19). Secondo Gordon Allport il modo migliore per

ridurre la tensioni tra gruppo è di far entrare i relazione face to face i loro membri. Affinché questi

effetti possono verificarsi è necessario che il contatto avvenga tra gruppi di status paritario,

perseguendo scopi comuni e che l'iniziativa sia sostenuta dalle autorità locali. Un’altra caratteristica

della “teoria del contatto” è stata introdotta da Walter Stephan e Cookie Stephan ed è basata

sull'apprendimento dei tratti somiglianti tra gruppi. Questa teoria presenta due limiti: non considera

la differenza dei gruppi e il bias è causato da altri fattori che non sono l'ignoranza. Un altro modello

per spiegare l'armonia è quello delle "appartenenze intersecate" di Willem Doise secondo cui

almeno 2 dimensioni categoriali si intersecano fra loro, mentre i bias si riducono. Il problema è che

a volte una sola dimensione categoriale tende a dominare sulle altre inibendo l'interazione.

Riprendendo le idee di Allport, negli anni '70 è stato realizzato da Elliot Aronson un esperimento

sull'apprendimento cooperativo in una scuola americana in cui erano raggruppati studenti di diverse

etnie, cd class puzzle. Ogni studente doveva acquisire un specifica competenza su una certa parte

del compito e successivamente doveva insegnare quanto appreso agli altri compagni. Facendo

ricorso alle teoria degli scopi sovraordinati, ogni alunno era così dipendente dall'altro per il

raggiungimento dello scopo. I risultati dimostrano che l'apprendimento cooperativo riduce le

tensioni intergroup e avvicina le persone. Negli ultimi 20 anni le teorie del contatto hanno prodotto

3 nuovi sviluppo che, riprendendo la teoria dell'identità sociale propongono di intervenire sulla

salienza:

1) decategorizzazione: di Neal Miller e Marilynn Brewer secondo cui bisogna eliminare le

categorie discriminanti cioè trattare tutti come persone a sè a prescindere dall'appartenenze dei

gruppi, in questo modo gli individui sarebbero più disposti a prestare attenzione a informazioni

idiosincratiche per ogni membro e darebbero minore attenzione all'informazioni del gruppo che

invece produce stereotipi. Limiti: i ricercatori si sono avvalsi di esperimenti coi gruppi ad hoc cioè

minimal group quindi senza interazioni efficaci, inoltre ignorare le differenze fra gruppi potrebbe

far persistere le disuguaglianze.

2) ricategorizzazione: di Samuel Gaertner et al., secondo cui bisogna assumere una nuova

categoria di ordine sovraordinato in modo che i membri dell'outgroup possono essere percepiti

come compagni dell'ingroup. Limiti: non è chiaro dal momento che chi costituisce la nuova

categoria, se e come verranno distribuiti benefici ai sottogruppi interessati; c'è il rischio

dell’assimilazione vale a dire che i membri delle minoranze rinuncino alle proprie specifiche

identità sociali.

3) categorization: di Rupert Brown secondo cui invece di eliminare la divisione tra l'outgroup e

l'ingroup si farebbe meglio ad aumentare la salienza a livelli minimi, così facendo il contatto potrà

avvenire a livello intergroup e non invece a livello interpersonale. Secondo Brown, infatti, negli

anni '60 ci si è soffermati troppo sulla psicologa ingroup invece negli anni '80 si è visto che

dominava la psicologia outgroup. Lo scopo dell'autore è di introdurre un modello che dimostri il

legame tra le due psicologie.

Limiti: il fallimento dell’interazione potrebbe portare non solo alla svalutazione dei soggetti

coinvolti ma anche al rischio di rafforzare gli stereotipi negativi dell'outgroup; gli incontri

intergroup possono creare maggiore ansia anziché gli incontri interpersonali. Vi è poi un modello di

John Dovidio che riprende il modello dell'identità comune di ingroup e che sfrutta la possibilità di

generalizzazioni offerte dalla salienza di gruppi e allo stesso tempo permette la possibilità si

conservare le identità sociali dei gruppi coinvolti. Estendere questo modello al livello sociale è il

fine del pluralismo in cui le diversità culturali trovano riconoscimento insieme alle diversità di


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summerit

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DETTAGLI
Esame: Psicologia
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in metodologia e organizzazione del servizio sociale
SSD:
Università: Trento - Unitn
A.A.: 2008-2009

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher summerit di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Trento - Unitn o del prof Castelli Carlo.

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