Psicologia sociale
Allport definisce la psicologia sociale come il tentativo di comprendere come i pensieri, i sentimenti e il comportamento siano influenzati dalla presenza reale, immaginaria o implicita di altri individui. Il comportamento sociale si comprende attraverso l'analisi delle caratteristiche dell'individuo e delle influenze esterne.
Lo sviluppo storico
La psicologia sociale è caratterizzata da varie tendenze riconducibili principalmente a due: una predilige l'approccio centrato sull'individuo (ad esempio Jeremy Bentham) e l'altra sulle relazioni sociali (ad esempio Hegel). LeBon pubblica un volume "La psicologia delle folle" sostenendo il pericoloso comportamento della massa, dominata dalla mentalità di folla caratterizzata dal contagio mentale che porta alla propaganda di sentimenti e azioni in un contesto collettivo, della responsabilità ridotta e dalla regressione a un livello più primitivo, attratto da capi carismatici.
Nel 1897, Norman Triplett realizza il primo esperimento di psicologia sociale, scoprendo la facilitazione sociale (i bambini che fanno compiti insieme ad altri risultano più bravi perché in competizione). Allport nel 1942 afferma che la psicologia sociale è parte della psicologia dell'individuo. Si sviluppa soprattutto tra gli anni '20 e '30 con vari esperimenti sociali, come la misura degli atteggiamenti, dove atteggiamenti e comportamento non sempre corrispondono, influenzando il comportamento.
La Seconda guerra mondiale influenza gli studi teorici: Kurt Lewin è molto importante in questo periodo. Si diffonde l'idea dell'irrazionalità dei pregiudizi contro le minoranze etniche. Si scopre che la cooperazione e gli obiettivi comuni aiutano a sconfiggere il pregiudizio e pongono le basi della teoria del conflitto realistico. La psicologia sociale europea fin dalle origini mostra una diversità da quella americana, ritenuta troppo individualista perché spiega il comportamento sociale in base a processi individuali.
Costruttivismo
La mente svolge un ruolo fondamentale nella costruzione della realtà poiché rielabora e riadatta gli stimoli percepiti. Infatti, le informazioni che riceve non rimangono isolate ma inserite in una rete di conoscenze pregresse, e per essere inserite coerentemente devono essere modificate in modo da integrarle con le conoscenze già acquisite. La Gestalt considerava il pensiero produttivo come la capacità di ristrutturare dati senza la possibilità di modificare quelli già posseduti.
Teoria
Si intende un insieme di proposizioni relative a uno o più fenomeni, generalizzabili e precise. Le migliori hanno potere esplicativo e risultano positive alle verifiche empiriche.
Costrutto
Indica concetti astratti di una teoria.
Metodo scientifico
- Individuazione dell'oggetto d'indagine sviluppando un quesito.
- Formulazione ipotesi partendo da letteratura.
- Pianificazione procedure operative e valutazione etica.
- Raccolta dati.
- Analisi dati.
- Interpretazione risultati.
- Presentazione risultati.
Il metodo scientifico soddisfa quattro finalità:
- Descrizione processi mentali.
- Predizione processi mentali individuando la correlazione tra variabili.
- Spiegazione e comprensione delle cause.
- Applicazione trasferendo conoscenze a contesti di vita reale.
Approcci
App. nomotetico: ampie generalizzazioni, grandi campioni.
App. idiografico: studio del caso singolo (approvato da Allport).
Attribuzione
La spiegazione del comportamento altrui è oggetto d'indagine della ricerca sull'inferenza sociale. Gli individui sono motivati da due bisogni primari: il bisogno di una visione coerente del mondo e il bisogno di esercitare controllo sull'ambiente. Heider riteneva che questa aspirazione alla coerenza e alla stabilità induca gli individui a comportarsi come "scienziati ingenui" che sottopongono a una verifica razionale e logica le proprie ipotesi sul comportamento altrui.
L'attribuzione causale è un bisogno fondamentale dell'individuo perché conferisce significato al suo mondo riducendone l'incertezza. Le persone hanno infatti bisogno di attribuire intenzionalità propria dell'essere umano a cose che non ne possiedono (come il modo in cui le persone parlano con gli animali).
La distinzione fondamentale tra i tipi di attribuzione è interno (personalità, umore) ed esterno (la situazione). Ci sono due modelli principali del processo di attribuzione:
- La teoria dell'inferenza corrispondente (Jones e Davis 1965): Si cerca di attribuire l'azione compiuta da un attore a una caratteristica stabile della personalità. Presuppone quindi che le persone preferiscano attribuzioni disposizionali perché permettono di fare previsioni sul comportamento. Si giunge a una corrispondenza tra comportamento e personalità elaborando tre tipi di informazione:
- Desiderabilità sociale: Il grado in cui il comportamento rispetta o viola le norme sociali (se indesiderabile è più probabile un'attribuzione interna).
- Libertà di scelta: Se il comportamento viene scelto liberamente è disposizionale.
- Effetti comuni: Quando il risultato di un comportamento ha un effetto unico è da attribuire all'interno (un pugno, per esempio).
- Il modello della covariazione (Kelley 1967): Se qualcosa deve essere la causa di un comportamento, dev'essere presente quando c'è un comportamento e assente quando non c'è, covariando quindi con esso. Per giungere a un'attribuzione interna ed esterna sono necessari tre tipi di informazioni:
- Consenso: Causa situazionale se conforme al target, causa disposizionale se non si comporta allo stesso modo.
- Coerenza: Causa situazionale se assenza di coerenza, causa disposizionale se si comporta ripetutamente allo stesso modo.
- Distintività: Causa disposizionale se la persona si comporta nello stesso modo in contesti diversi; al contrario, causa situazionale.
Spesso non ci sforziamo molto per elaborare molte delle impressioni che maturiamo, non siamo mai del tutto razionali, e tendiamo a prendere delle scorciatoie invece di attuare processi complessi, portando a errori di attribuzione. I tre più documentati sono:
Errori di attribuzione
- Errore fondamentale d'attribuzione: Le attribuzioni interne vengono compiute più frequentemente di quelle esterne poiché la persona osservata (il modo in cui parla o si muove) è l'aspetto più saliente della situazione, e quindi un'attribuzione interna è più accessibile. Inoltre, questo errore è anche influenzato da culture individualiste al contrario di quelle collettiviste che tendono a concentrarsi sulla collettività più ampia.
- L'effetto attore-osservatore: Tendenza ad attribuire il comportamento di altre persone a cause interne e il nostro a cause esterne. Quando però ci guardiamo attraverso un video, tendiamo a fare un'attribuzione interna, poiché l'attenzione slitta sull'attore. Mentre se si vive da protagonisti, l'attenzione è rivolta alla situazione.
- Le attribuzioni a vantaggio del sé: Sono scorciatoie che permettono di proteggere la nostra autostima (es: interna - "sono intelligente", esterna - "l'esame era difficile"). Nello stesso modo compiamo attribuzioni a vantaggio del gruppo a cui apparteniamo (ingroup), svalutando l'altro (outgroup), portando ad attribuzioni intergruppo che possono diffondere pregiudizio e discriminazione, poiché i comportamenti positivi vengono attribuiti a cause esterne e quelli negativi a cause interne.
Rappresentazioni sociali
Le rappresentazioni sociali sono una serie di concetti che nascono nel quotidiano nel corso di comunicazioni interpersonali. Vengono formate attraverso processi di ancoraggio (permette di inserire un oggetto estraneo in un quadro noto, ad esempio una persona religiosa mette in relazione una nuova teoria attraverso una scala di valori religiosa) e oggettivazione (riproduzione dell'immagine per dare consistenza materiale alle idee). Le rappresentazioni sociali hanno tre funzioni:
- Cognitiva: Rendono familiare l'estraneo.
- Favoriscono scambi interpersonali poiché fungono da codice condiviso.
- Costruiscono l'identità.
La cognizione sociale
Il termine descrive le modalità con le quali le persone elaborano, ricordano e utilizzano informazioni nei contesti sociali per comprendere il comportamento altrui. Fiske e Taylor (1991) sostengono che gli individui sono economizzatori cognitivi che risparmiano risorse pur di evitare un processo di pensiero laborioso. Le euristiche ci aiutano a risparmiare tempo e fatica nel formulare giudizi, non sono altro che scorciatoie mentali che riducono giudizi complessi a semplici regole empiriche, e possono determinare un'elaborazione non obiettiva delle informazioni. I due tipi di euristiche più usati sono:
- Euristica della rappresentatività: Tendenza ad assegnare una serie di attributi a qualcuno se risponde al prototipo di una categoria, portando alla categorizzazione sociale. Qui è presente la fallacia della probabilità di base, cioè la tendenza a ignorare informazioni a vantaggio della rappresentatività.
- Euristica della disponibilità: Tendenza a giudicare la probabilità di un evento in base a quanto facilmente vengono in mente esempi, con l'effetto del falso consenso, cioè la tendenza a generalizzare le proprie opinioni all'intera popolazione.
- Euristica dell'ancoraggio: Tendenza a farsi condizionare dal valore di partenza, influenzando in modo significativo i nostri giudizi dal punto in cui iniziamo le nostre riflessioni.
Secondo Kruglanski, siamo tutti pensatori sociali flessibili che scelgono molteplici strategie cognitive basate su obiettivi, motivazioni e bisogni correnti. Egli sosteneva che le persone non sono solo economizzatori cognitivi o scienziati ingenui, ma tattici motivati, cioè scelgono di essere l'uno o l'altro in base a numerosi fattori. Si tende ad essere economizzatori cognitivi di più quando c'è poco tempo e meno quando se ne ha molto. Il secondo fattore è il carico cognitivo: le euristiche non richiedono tanto tempo, possono essere usate d'impulso e derivare dall'intuito, mentre per essere scienziati ingenui si usa molta attività di pensiero, analisi e riflessione. Il terzo fattore è l'importanza: se dobbiamo prendere una decisione importante per noi, le euristiche non possono competere con delle logiche razionali e dettagliate. L'ultimo fattore è il livello di informazione: infatti, le persone fanno uso complesso di attribuzione nel formarsi impressioni combinando consenso, coerenza e distintività in maniera elaborata, ma solo quando dispongono di tutte le informazioni necessarie. Se non disponiamo di esse, possiamo solo dare una risposta generica tramite un'euristica.
La categorizzazione sociale
È il processo di comprensione di qualcosa sapendo a quali altre cose è equivalente e differente, classificando gruppi, oggetti, eventi, opinioni, atteggiamenti, concetti e persone. La categorizzazione non può essere rigida, ma deve essere flessibile poiché non sono gli attributi a definire l'appartenenza a un gruppo, ma gli appartenenti ad essere più o meno tipici di una certa categoria (i membri possono essere fortemente tipici o atipici). Ciò che definisce la tipicità è il prototipo della categoria (i membri più rappresentativi), ed è più facile ricordarsi i prototipi di una categoria (ad esempio, con 'frutta', a nessuno viene in mente 'pomodoro'). Parlando di categorie, possiamo definire i prototipi come stereotipi.
La correlazione illusoria permette a stereotipi negativi di essere associati a gruppi di minoranza quando in realtà non vi è nessun collegamento effettivo o è labile. Spesso i comportamenti negativi sembrano appartenere al gruppo più piccolo poiché risaltano di più in un gruppo ristretto, in regola con l'euristica della rappresentatività. Le categorie, come diceva Rosch, hanno confini incerti, e se categorizzare qualcuno dipende dalla valutazione della sua rappresentatività rispetto al prototipo, allora la categoria deve riflettere la variabilità nella tipicità. Quando la categoria è eterogenea, è percepita come costituita da molti tipi di persone; quando è omogenea, solo da pochi tipi, tutti simili tra loro.
Si riscontra un effetto di omogeneità nell'outgroup (ad esempio, "i cinesi sono tutti uguali"), poiché condividiamo più esperienze nella nostra categoria che nelle altre. Perché categorizziamo? Perché le categorie sono l'euristica perfetta: possono essere applicate ad ogni aspetto di vita, fanno risparmiare tempo ed elaborazione cognitiva e riescono a fornirci numerose informazioni su chi non conosciamo, liberando risorse per altri compiti. La categorizzazione genera significato, riducendo l'incertezza e consentendo di prevedere il comportamento sociale. Sono tre i fattori chiave che determinano se una categoria verrà attivata senza la nostra consapevolezza:
- La priorità temporale: Si categorizza sulla base delle caratteristiche che si sono incontrate per prime.
- La salienza percettiva: Quando la differenza è saliente, come l'unico maschio in una classe di femmine.
- L'accessibilità cronica: Categorizzazione in base ad alcune categorie come etnia, età e genere.
Pensiamo continuamente a cose che non vorremmo (come mangiare cioccolata in dieta, o pensare che il nostro collega sia insopportabile), e spesso cercare di reprimere certi pensieri può aumentare la probabilità che essi accadano. Il punto è che non sempre riusciamo a decidere se usare o no uno stereotipo. La categorizzazione porta a una maggiore accessibilità di informazioni coerenti con lo stereotipo e a una codifica selettiva di informazioni target acquisite successivamente. Le informazioni relative a una categoria inducono a guardare ad essa con lenti differenti (esperimento: viene detto che una donna è cameriera a un gruppo e bibliotecaria ad un altro; dello stesso video, il primo gruppo nota la birra e il secondo gli occhiali).
Le informazioni incoerenti allo stereotipo spesso sono salienti e catturano l'attenzione, vengono quindi ricordate meglio; tuttavia, per ricordarle c'è bisogno di uno sforzo cognitivo, e spesso vengono ricordate come un'eccezione alla regola, come un 'sottotipo' dello stereotipo generale. Quando si pensa a categorie, si può cominciare ad agire in base allo stereotipo associato a queste in modo automatico, portando ad una assimilazione comportamentale. (Esperimento: veniva mostrata la foto di un afroamericano, associato all'ostilità, e si rilevava un comportamento ostile nei partecipanti, e meno ostile se i volti mostrati nelle foto erano bianchi.)
Spesso, cercando di sopprimere uno stereotipo, se ne aumenta la potenza, quindi non sempre siamo capi di noi stessi nello scegliere di pensare in un certo modo. Con la minaccia dello stereotipo si intende il disagio percepito dalle persone in situazioni in cui potrebbero conformarsi a stereotipi negativi nel gruppo. Il risultato potrebbe essere convincersi di appartenere a questi schemi, svalutandosi (ad esempio, le donne potrebbero andare male in matematica o in altri ambiti). L'esperimento: veniva chiesto agli afroamericani di indicare la propria etnia prima di un test e questo li condizionava ad andare male.
Gli individui si adeguano maggiormente alle norme del proprio gruppo quando sono abituati a pensare a se stessi come membri del gruppo, e quando viene evidenziata l'identità del gruppo, viene evidenziato implicitamente anche lo stereotipo, che è una minaccia. Per mantenere la propria identità, ci si sottomette allo stereotipo.
La teoria del processo duale
La teoria del processo duale di Brewer (1988) e il modello di continuum di Fiske e Neuberg (1990) considerano entrambi la formazione delle impressioni dalla categorizzazione e dall'individuazione. Secondo Brewer, nel valutare una persona si utilizza l'euristica, mentre secondo Fiske e Neuberg c'è un continuum: a un'estremità si trova l'elaborazione basata sull'euristica e all'altra un approccio sistematico. Inoltre, pensano che la formazione di impressioni inizi con un'elaborazione da economizzatore cognitivo: si tenta di inserire la persona target in una categoria utilizzando, per esempio, la rappresentatività. Se però, non c'è corrispondenza tra categoria e target, allora si sposta verso una percezione individuata facendo ricorso ad un approccio basato sugli attributi.
La decategorizzazione definisce prima di tutto la persona come individuo più che come membro di un gruppo, il che dovrebbe eliminare i pregiudizi.
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