Psicologia sociale
Introduzione alla psicologia sociale
La psicologia sociale è lo studio scientifico del modo in cui i pensieri, i sentimenti e i comportamenti delle persone sono influenzati dalla presenza di altre persone o dalla situazione sociale nella sua complessità. Per lo psicologo sociale, l'influenza sociale è un capitolo di ricerca e di applicazione molto ampio che comprende, solo in parte, lo studio dei comportamenti di un unico individuo che tenta di cambiare il comportamento di un'altra persona.
Secondo la psicologia sociale, infatti, l’influenza sociale include i nostri pensieri, le nostre emozioni così come i nostri comportamenti e assume svariate forme che possono essere diverse dai deliberati tentativi di influenza messi in atto da un singolo nei confronti di un altro. La psicologia sociale è affine a discipline quali la sociologia e la psicologia della personalità. In particolare, con la sociologia viene condiviso l’interesse per il modo in cui la situazione sociale influenza il comportamento dell’individuo mentre, con la psicologia della personalità viene condiviso l’interesse nello studio dei processi cognitivi dell’individuo.
Inoltre, la psicologia sociale è legata a molte altre discipline delle scienze sociali, tra cui l’economia e le scienze politiche. Ciascuna di queste discipline esamina l'influenza di determinati fattori sociali sul comportamento umano, ma la differenza principale tra queste discipline e la psicologia sociale risiede nel livello di analisi. Nel caso della psicologia della personalità e della psicologia clinica il livello dell'analisi è l'individuo mentre, per lo psicologo sociale il livello di analisi è l'individuo nel contesto di una situazione sociale e, per la sociologia, il livello di analisi è lo studio dei gruppi, delle organizzazioni e delle società.
La nascita della psicologia sociale come disciplina accademica viene fatta risalire al 1908. In quell’anno vennero pubblicati i primi due volumi dal titolo Psicologia Sociale, uno ad opera dello psicologo William McDougall, l’altro ad opera del sociologo, Edward Ross. I due volumi rispecchiano le differenze tra psicologia sociale a orientamento psicologico e psicologia sociale ad orientamento sociologico.
Nel 1855, il sociologo britannico Herbert Spencer ha esteso la teoria dell’evoluzione per selezione naturale di Charles Darwin al contesto sociale, sulla base di un’analogia tra organismo biologico e organismo sociale. Secondo Spencer, le società si evolvono come gli organismi biologici e l'evoluzione è il processo durante il quale elementi disomogenei e separati entrano in reciproca dipendenza dando luogo ad una nuova struttura, che è più complessa di quella precedente. Più in generale, la prospettiva del darwinismo sociale trasferiva alla società i principi dell’evoluzionismo, interpretando la lotta tra gruppi sociali come una lotta per la sopravvivenza e le modalità di interazioni prevalenti come il risultato, necessariamente positivo in quanto adattivo, del lungo processo della società.
Il pensiero di Spencer è alla base dell’opera di William McDougall la cui tesi di fondo è che gran parte del comportamento umano è istintivamente determinato, non appreso e non influenzabile. Egli sosteneva che per spiegare come la società influenzi gli esseri umani è necessario studiare “la base originaria della mente”, con il concetto di istinto. Gli istinti erano intesi come disposizioni innate che inducono l’individuo a percepire e a rispondere agli oggetti in modo specifico o a provare l’impulso verso tali azioni.
La psicoanalisi e il comportamentismo
La concezione del comportamento umano istintuale era in netto contrasto con le concezioni delle due scuole di pensiero: la psicoanalisi e il comportamentismo. Freud sosteneva che il comportamento umano è principalmente diretto da due ordini di pulsioni: aggressive e sessuali. Il comportamento aggressivo è fondamentale per allontanare i predatori e per l’acquisizione di risorse e, il comportamento sessuale risulta cruciale per la riproduzione della specie. Ma, sia un eccesso di aggressività sia una condotta sessuale troppo disinibita possono minare l’ordine sociale necessario per la sopravvivenza della specie umana.
Freud ha proposto che i desideri degli esseri umani per la sessualità e per l’aggressività siano tenuti inconsci da attività psicodinamiche di carattere repressivo fino a trasformarsi in attività socialmente accettabili (sublimazione). Alla base della teoria psicoanalitica di Freud il comportamento umano è diretto da desideri del corpo esclusi dalla coscienza nel tentativo di placare le forze sociali. Il Super Io incorpora le norme sociali regolando le pulsioni sessuali e aggressive (sviluppo del senso di colpa). Di conseguenza, una parte sostanziale dell’attività mentale umana è inconscia e siamo, in genere, consapevoli solo di una piccola porzione di ciò che sta avvenendo e del perché. La folla è in grado di disattivare il Super Io e di far esplodere in tutta la sua forza distruttiva l’inconscio degli individui. Il comportamento è quindi determinato dall’interazione fra le pulsioni dell’individuo e le esigenze della società e, soprattutto nelle prime fasi della vita, è mediato dalla qualità del rapporto con i genitori.
In opposizione alla psicoanalisi vi è il comportamentismo. I primi comportamentisti come Watson hanno sostenuto che solo il comportamento manifesto può essere osservato e misurato direttamente e che fenomeni come le sensazioni, i desideri, i processi inconsci e la coscienza sono invenzioni non osservabili direttamente, che gli psicologi hanno elaborato per spiegare il comportamento.
Il comportamento è spiegato come un processo di apprendimento in cui l’organismo impara a rispondere in un determinato modo a determinati stimoli ambientali e, possiamo distinguere il condizionamento classico e quello operante. Nel condizionamento classico un certo stimolo che provoca una reazione emotiva viene avvertito ripetutamente insieme con uno stimolo neutro che non provoca nessuna reazione, finché quest’ultimo non assume le qualità emotive del primo stimolo. Nel condizionamento operante, invece, la frequenza con cui si verifica una particolare risposta aumenta se essa è seguita da conseguenze positive e diminuisce se seguita da conseguenze negative.
Quindi, il comportamento è rinforzato positivamente se seguito da un premio e rinforzato negativamente se seguito da punizione e, in questo caso, verrà poi eliminato. Sulla base di questi concetti, i comportamentisti hanno sostenuto che la maggior parte dei comportamenti presumibilmente istintuali studiati da McDougall e dai suoi colleghi sono comportamenti modificabili dall’esperienza, suggerendo la possibilità che essi possano essere risposte apprese, piuttosto che innate.
Nella concezione behaviorista il comportamento umano è principalmente determinato dalla natura delle esperienze in risposta alle richieste dell'ambiente. Secondo il comportamentismo, occorre concentrarsi a studiare il comportamento nella sua forma visibile esterna, rilevandolo e misurandolo con metodi oggettivi e soprattutto evidenziandone il rapporto, in termini di causa ed effetto con le esperienze positive o negative che l’organismo ha precedentemente realizzato.
La visione comportamentista può essere riassunta dalla nota affermazione di John Watson: “Datemi una dozzina di bambini normali, sani e un ambiente opportuno per allevarli e vi garantisco di prenderne qualcuno a caso e di farlo diventare qualsiasi tipo di specialista che io volessi selezionare: dottore, avvocato, artista, commerciante e perfino accattone e ladro, indipendentemente dalle sue attitudini, simpatie, tendenze, capacità, vocazioni”. Comunque, con il passare degli anni le posizioni dei comportamentisti si sono ammorbidite e sono state notevolmente modificate da autori successivi, i “neo-comportamentisti” che hanno dovuto riconoscere come il comportamento umano sia troppo complesso per essere spiegato esclusivamente in termini di associazioni stimolo-risposta (S-R) e che anche pensieri ed emozioni possono in qualche modo essere studiati.
Comunque, sempre in tema di comportamentismo, Bandura sviluppò il Modeling. Questa sua teoria era la dimostrazione che l’apprendimento di determinati comportamenti può avvenire anche in assenza di rinforzi direttamente ricevuti dal soggetto ma, sulla base dell’osservazione dei rinforzi che gli altri ricevono.
Scuola della Gestalt
A causa del comportamentismo, l’approccio alla psicologia sociale diventò individualistico ed econtestualizzato. Per Allport la psicologia sociale diventò la scienza che studia il comportamento dell’individuo nella misura in cui tale comportamento stimola altri individui o ne costituisce una reazione. Anche Allport era interessato a una spiegazione dei fenomeni collettivi ma riteneva che i fenomeni gruppali potessero e dovessero essere spiegati in termini di psicologia individuale e che non fosse necessario ricorrere a concetti quali la mentalità di gruppo. Così egli contribuì a quella che Farr definì l’individualizzazione del sociale.
A seguito di ciò, nella prima metà del ‘900 si affermò la Scuola della Gestalt. Una macro-teoria sulle nostre percezioni del mondo fisico che studiava il modo soggettivo in cui un oggetto appare alla mente delle persone. Secondo gli psicologi della Gestalt, tuttavia, non possiamo comprendere il modo in cui viene percepito un oggetto unicamente dallo studio di questi elementi costitutivi della percezione. Dobbiamo concentrarci sulla fenomenologia del soggetto della percezione, sul modo in cui un oggetto si presenta alle persone, piuttosto che sui singoli elementi dello stimolo oggettivo. Da ciò il celebre motto gestaltico ‘Il tutto è più della somma delle singole parti’.
La domanda principale che si ponevano gli studiosi della Gestalt riguardava il modo in cui le persone di fronte ad una serie di stimoli separati riescono a vedere una configurazione dotata di significato. I teorici della Gestalt hanno ipotizzato l’esistenza di diversi principi percettivi, quali: vicinanza, similarità, semplicità, simmetria, figura-sfondo…
Uno dei massimi esponenti della Gestalt fu Kurt Lewin, il quale applicò i principi della Gestalt alla percezione sociale, al modo in cui le persone percepiscono gli altri e alle loro motivazioni, intenzioni e comportamenti. Lewin fu il primo a comprendere l’importanza di assumere la prospettiva della persona che si trova in una qualsiasi situazione sociale, per poter vedere come essa costruisce l’ambiente sociale.
Lewin, in contrapposizione ai comportamentisti sosteneva che ciò che conta non è la realtà esterna ma il modo in cui il soggetto percepisce tale realtà e il suo posto in essa. A Lewin si deve soprattutto l’introduzione del concetto di campo psicologico (spazio di vita di un individuo), cioè l’insieme di tutti i fattori psicologicamente presenti in un dato momento ed in grado di influenzare la condotta di un individuo. Tale campo si articola in due regioni principali: la persona e l’ambiente.
La teoria del campo ipotizza che il comportamento umano è funzione dell’interazione tra stati mentali (persona) e situazioni sociali immediate (ambiente) e, tale espressione può essere sintetizzata attraverso la formula euristica C=f(P,A). quindi, i Gestaltisti si differenziano dai comportamentisti soprattutto in merito a due aspetti:
- Rifiutavano la visione atomistica della persona sostenendo che in psicologia, i fenomeni sono differenti dalla somma delle singole componenti.
- Ritenevano che il comportamento di una persona può essere compreso unicamente mediante una valutazione del suo mondo fenomenico, vale a dire indagandone la prospettiva soggettiva invece di limitarsi a una registrazione oggettiva.
Teorie ad orientamento sociologico
In quanto alle teorie ad orientamento sociologico, l’interazionismo simbolico è la più importante e si è interessato di ad affrontare il paradosso della relazione tra individuo e società. Il paradosso vede da un lato solo l’azione degli individui e, pertanto, società, cultura, gruppi e istituzioni dipendono dall’azione individuale e, dall’altro lato, gli individui sono in grado di agire solo in quanto nascono in una società che esiste prima di essi e dalla quale essi traggono gli strumenti necessari per la loro condotta.
Questo paradosso è all’origine della contrapposizione di due tesi opposte, quella del Nominalismo sociale e quella del Realismo sociale. La prima sostiene che esistono solo gli individui e le loro azioni e che società è il nome dato alla somma di queste azioni. La seconda, al contrario, vede l’individuo come un ricettacolo passivo di forze sociali e come una semplice astrazione concettuale priva di qualsiasi valore esplicativo nel campo dei fenomeni sociali.
Gorge Herbert Mead, considerato il fondatore dell’interazionismo simbolico ha avuto il merito di fornire una spiegazione della relazione tra individuo e società che consentisse di superare la sterile contrapposizione tra nominalismo e realismo. Il contributo di Mead si basa su una critica al comportamentismo che pretende di spiegare i fenomeni psichici solo sulla base di ciò che è effettivamente osservabile. Egli riteneva che la condotta umana fosse troppo organizzata e complessa per essere spiegata in base agli istinti ed impossibile da comprendere senza tener conto degli eventi mentali.
Mead era convinto che occorreva studiare anche il mondo psichico interiore dell’individuo per il fatto che questo non è a priori indipendente dal comportamento ma viene a formarsi tramite l’interazione, la comunicazione ed il linguaggio. Tramite il processo di simbolizzazione, in particolare tramite il linguaggio, si costituiscono una serie di oggetti dotati di senso comune. La mente si sviluppa in questo processo di interazione, cioè nella società, la quale altro non è che un insieme di significati condivisi.
L’interazionismo simbolico si basa su tre principi fondanti:
- Gli esseri umani agiscono nei confronti delle cose sulla base dei significati che tali cose hanno per loro.
- Il significato di tali cose è derivato dall’interazione sociale che il singolo ha con i suoi simili o sorge da essa.
- Questi significati sono elaborati e trasformati in un processo interpretativo messo in atto da una persona nell’affrontare le cose in cui si imbatte.
L’esistenza di significati condivisi ha tre implicazioni. La prima è che il comportamento, contrariamente a quanto affermano i comportamentisti, non può essere inteso come l’esito di eventi oggettivi ma, scaturisce dal significato simbolico che questi eventi assumono per le persone. La seconda implicazione è che i significati hanno una specificità culturale che ci impedisce di presumere che il nostro modo di intendere un comportamento entro la nostra cultura possa essere direttamente applicato a membri di altre culture o di altre epoche storiche. La terza implicazione è che per la loro natura condivisa, questi significati ci permettono di valutare le intenzioni, le aspettative, e le risposte di altri membri della nostra cultura. Ci consentono, quindi, di coordinare le nostre attività in modo complesso e articolato, così che il nostro comportamento finisca per essere continuamente influenzato dalle previsioni che facciamo sul comportamento altrui.
Mead parla di capacità di “assumere il ruolo dell’altro” per indicare la nostra capacità di immaginare il significato che le parole e gli eventi assumono nella mente di altre persone: nel mettere in atto i nostri comportamenti, infatti, tendiamo a considerare costantemente il punto di vista altrui. Così facendo finiamo per costruirci un concetto di noi stessi più che altro basato su come gli altri potrebbero percepirci. È proprio attraverso questo processo che diventiamo consapevoli di noi stessi e del nostro Sé.
Influenza sociale e cognizione
In seguito agli eventi dell'Olocausto, gli psicologi sociali hanno cominciato a studiare ed elaborare teorie in merito al potere e dell’influenza sociale. La ricerca in psicologia sociale si consolida negli anni ’50 e ‘60, quando la disciplina inizia a focalizzarsi sulla spiegazione dei fenomeni in grado di minare le forme di convivenza sociale.
Nel 1965, inizia ad affermarsi l’orientamento cognitivo social cognition. Tale orientamento è caratterizzato da un abbandono dello studio dei fattori motivazionali e dinamici, infatti, i modelli teorici avanzati in questo periodo, riguardanti percezione interpersonale o la spiegazione degli eventi e delle azioni altrui, sono modelli logico-razionali che prescrivono come la persona dovrebbe elaborare le informazioni piuttosto che descrivere come realmente gli individui pensano ed operano nella vita quotidiana.
Il focus è sui processi cognitivi freddi (cold cognitions) che vengono distinti da quelli influenzati dai fattori motivazionali (hot cognitions) e le deviazioni dai risultati previsti dal modello vengono considerate come errori o distorsioni (bias).
Nella sua fase iniziale, in realtà, l’orientamento cognitivo si caratterizzava per un nuovo modo (new look) di vedere i processi percettivi proposti da Bruner. Egli sosteneva che la percezione e l’attività cognitiva in genere sono influenzati da fattori costrittivi interni più che dai fattori strutturali già studiati dalla psicologia della Gestalt. Bruner & Goodman evidenziarono come la percezione di oggetti fisici potesse essere influenzata dai bisogni e dagli scopi del soggetto che percepisce.
L’orientamento cognitivo si differenzia dal comportamentismo e può essere rappresentato dalla formula organismo-stimolo-organismo-risposta (O-S-O-R) per indicare che gli stati interni dell’organismo hanno un ruolo attivo. Caratteristica della social cognition è una focalizzazione esasperata sulla strategia di ricerca.
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