Le culture della nascita
In ogni cultura e in ogni epoca la nascita viene considerata un evento speciale, non è semplicemente un evento biologico, ma una vera e propria esperienza culturale. La nascita serve a riprodurre la specie, è modellata dalla società attraverso cure e rituali specifici, che indicano il modo di pensare e i valori prevalenti che definiscono il significato attribuito dal gruppo all'evento.
Ogni organizzazione sociale ha elaborato rituali specifici per i principali eventi “riti biologici (nascita, pubertà, morte). Queste pratiche sono state definite perché sono finalizzate ad accompagnare le fasi di transizione che marcano il passaggio da uno stato sociale ad un altro. Questi riti si articolano in tre stadi: separazione, transizione e reinserimento. L'individuo viene separato dal suo precedente status per entrare in un periodo di transizione (una sorta di limbo) in cui l'iniziato subisce profonde trasformazioni sia a livello fisico sia a livello mentale. Quando avviene la trasformazione, l'individuo viene inserito nel gruppo corrispondente al nuovo stato sociale.
Rituali di nascita nelle culture tradizionali e occidentali
Esistono due differenze fondamentali tra cultura tradizionale e occidentale riguardo ai rituali legati alla nascita. Nelle culture tradizionali si tende a stimolare i processi fisiologici alla base del travaglio e del parto. L'obiettivo principale è quello di favorire l'espulsione rapida e sicura del bambino; in questo caso il dolore viene considerato componente essenziale dell'evento e non è sistematicamente evitato.
Nella cultura occidentale, in cui la sofferenza rappresenta un forte tabù, le pratiche della nascita sono finalizzate principalmente al controllo del dolore: anche quando si mettono in pratica tecniche di parto naturale, ci si pone l'obiettivo di separare mente e corpo distraendo l'attenzione dalle contrazioni del travaglio ed esercitando un controllo mentale sulle reazioni corporee. La seconda differenza sta nel fatto che nelle culture tradizionali il protagonista è la donna che ha dato la vita, mentre nelle culture industrializzate il protagonista diventa il bambino che è nato. Il parto è considerato un evento sociale che modifica lo status e l'identità della donna.
In molte culture, la primigravida ha uno status sociale marginale, dal momento che è in quella particolare fase di transizione in cui non è ancora una madre, ma non è più una vergine o semplicemente una sposa. Questa fase la rende impura, e quindi potenzialmente pericolosa per quelli che la circondano, ma contemporaneamente minacciata da influenze malvagie che potrebbero danneggiare la sua salute o quella del bambino. Per questo, in molte culture la donna viene isolata e la gravidanza è collegata a una serie di divieti e restrizioni che servono per proteggere il bambino e il gruppo.
Credenze e pratiche rituali
In altre società l'importanza per la donna comincia solo con la prima gravidanza, poiché il rapporto di coppia, prima solo parzialmente riconosciuto, si consolida e la donna entra a pieno titolo nella famiglia del marito e acquista un ruolo all'interno del gruppo. Una delle convinzioni più diffuse nel mondo intero è che certe esperienze della futura madre (consumo di certi cibi, la vista di oggetti particolari o il contatto con essi, i sentimenti di paura, ecc.) possano influire sulla gravidanza e sullo stato del bambino.
Ad esempio, in molti paesi è diffusa la credenza che se non si soddisfa ogni desiderio della madre in attesa, sul corpo del bambino neonato apparirà una voglia nel punto corrispondente a quello che avrà toccato la madre sul proprio corpo dopo il rifiuto. Oppure, in Marocco, il cinema durante la gravidanza è considerato un tabù perché si pensa che le sue immagini potrebbero influenzare il feto.
Come la gravidanza, anche il parto è circondato da rituali, ingiunzioni, divieti e tabù. Per esempio, nelle Filippine vige l'usanza di mettere una chiave (d'apertura) sotto il cuscino della donna in travaglio e addirittura in alcuni villaggi indocinesi la gente non solo apre tutte le porte e finestre ma proibisce a chiunque di utilizzare parole come “bloccato” o “chiuso”.
Luoghi e modalità del parto
La cultura prescrive anche i luoghi, le modalità di assistenza e le posizioni in cui si svolge il parto. La donna che partorisce spesso è ritenuta in uno stato limitante tra questo mondo e “l'altro” e può avere influenze malefiche, per questo motivo l'isolamento protegge il marito dalla svirilizzazione. Infatti, la donna in travaglio viene isolata in una capanna speciale in cui tutti gli uomini e molte donne sono esclusi.
Grande eterogeneità si riscontra nelle posizioni assunte in travaglio e nel parto: ad esempio, la donna può partorire accovacciata, inginocchiata o seduta sorreggendosi a qualche supporto.
Riti di purificazione
Il percorso della nascita si conclude con i riti di purificazione successivi al parto, attraverso i quali la donna, dopo la separazione e l'isolamento, viene gradualmente riconosciuta nel nuovo status di madre e reintrodotta nel gruppo sociale. I rituali che riguardano il bambino seguono lo stesso schema: inizialmente vi è una separazione rappresentata dal taglio del cordone ombelicale, dopo segue un periodo di transizione e infine vi è l'introduzione del bambino nella società umana con vari rituali come l'attribuzione di un nome, la circoncisione o il primo taglio di capelli.
Il ruolo della levatrice
Dalle testimonianze storiche possiamo affermare che la cura della donna in maternità era affidata ad altre donne. In origine, la levatrice è semplicemente colei che aiuta a partorire, un'amica, parente o vicina di casa, sempre una persona appartenente alla comunità, mai un'estranea. In seguito, questo ruolo ha acquistato una funzione sociale. Il mestiere veniva tramandato da madre in figlia, la levatrice doveva essere una donna stimata dall'intera comunità e doveva essere in grado di occuparsi sia dell'aspetto pratico della nascita, ma anche di quello spirituale.
Nel corso dei secoli, il suo ruolo si amplia sempre di più fino a svolgere compiti complementari come consigli di tipo ginecologico, suggerimenti terapeutici, consigli sull'alimentazione e l'allattamento, possibilità di amministrare il battesimo in casi di emergenza. Nel periodo successivo al Concilio di Trento (1545-63), la Chiesa avvia una stretta sorveglianza sul lavoro della levatrice, fino a far attuare la riforma nei manuali di ostetricia (1750-1800) che prevedeva la subordinazione della levatrice a un medico: in quegli anni furono istituite le scuole per le levatrici in cui per la prima volta gli uomini istruiscono le donne sull'arte del parto.
Il vero passaggio della nascita dalla casa familiare alla struttura ospedaliera avviene agli inizi del '900, periodo in cui si sviluppa la ginecologia come scienza che interviene anche durante la gravidanza. Si preferiva andare in ospedale sia perché era considerato più sicuro sia per la madre che per il bambino, sia per i cambiamenti sociali e di costume come la disgregazione e l'isolamento della famiglia che porta alla diminuzione della rete di mutuo aiuto amicale; la diminuzione della servitù nelle famiglie che riporta l'onere della casa sulle spalle della donna, che preferisce sospendere le responsabilità domestiche andando in ospedale; l'azione di propaganda svolta dalla stampa.
Ma ha anche influito all'accelerazione del processo di ospedalizzazione la diffusione di tecniche volte a garantire un parto indolore (twilight sleep: somministrazione di morfina all'inizio del travaglio, scopolamina usata come amnesiaco, etere o cloroformio non appena il bambino entra nel canale del parto). Nei decenni successivi alla seconda guerra mondiale l'anestesia epidurale diventa una routine con l'incremento dell'utilizzo della ventosa e del forcipe. Tra gli anni '50 e gli anni '80, grazie a nuove tecnologie come ecografia, amniocentesi, monitoraggio fetale, ma anche grazie al miglioramento delle condizioni di vita (miglior igiene, miglior alimentazione) vi è una diminuzione della mortalità materna e perinatale non indifferente.
La trasformazione del parto
Il parto a partire dal secolo scorso si è trasformato da esperienza esclusivamente femminile a processo tecnico guidato dallo staff medico. La tecnologizzazione della nascita rappresenta la risposta rituale al timore che la nostra società nutre nei confronti dei processi naturali. Al fine di impedire che la nascita disconfermi la tecnologia, il sistema sociale mette in atto due meccanismi di difesa: il primo si basa sulla rimozione dell'esperienza del parto dall'ambito del quotidiano, circondandolo di tabù e circoscrivendolo nello spazio chiuso dell'ospedale; il secondo consiste nel mettere in atto rituali che lo rendano congruente al sistema di valori di quella società, eliminando l'incompatibilità tra natura e cultura.
Però, considerando che anche le pratiche ospedaliere seguono sempre lo stesso copione, possono essere considerate un rituale: il rito inizia al momento della separazione della donna dal resto della società con l'ingresso in ospedale, a questo punto vengono compiuti i riti cerimoniali della registrazione dei dati personali e clinici, la rasatura del pelo pubico, il clistere. Ognuna di queste pratiche ha una funzione simbolica (ad esempio la rasatura del pelo pubico, tricotomia, può essere considerata come una purificazione dal peccato sessuale che restituisce la donna allo stato prepubere). Anche nella nostra società, perciò, il corpo della donna viene considerato come impuro e pericoloso.
Anche tutte le pratiche effettuate durante il travaglio hanno forti valenze simboliche. L'immobilità della madre dopo il parto e la temporanea separazione dal suo bambino marcano la fase di transizione, una specie di limbo in cui la madre non è né madre, né non-madre, poi il medico porta il bambino e da quel momento la puerpera può lasciare l'ospedale e fare il suo nuovo ingresso in società con un nuovo ruolo. Possiamo quindi concludere dicendo che anche nella società occidentale sono presenti dei rituali affidati ai “sacerdoti della medicina”.
Però anche in questo caso vi sono caratteristiche negative, come per esempio il fatto che si è persa la naturalezza del parto: la donna si trova in una posizione obbligata, in una stanza asettica, senza nessun familiare sotto l'effetto di sostanze che non la rendono del tutto lucida. Negli ultimi decenni il modello medicalizzato è andato in crisi e si sono sviluppati movimenti a favore di un parto più “naturale” piuttosto che “preparato”.
Davis-Floyd ha definito le differenze tra modello olistico e modello tecnocratico. Il modello olistico valorizza l'unitarietà dell'entità corpo-mente, propone l'ascolto dei bisogni della madre e del bambino e prospetta l'utilizzo delle innovazioni tecnologiche tenendo conto del vissuto della donna, infatti ogni trattamento parte dall'esterno, essendo guidato dalle richieste che provengono dalla donna. Mentre il modello tecnocratico è quello tipico della società che si fonda sulla tecnologia e burocrazia, in cui il primato è attribuito all'informazione derivante dalle macchine rispetto a quella proveniente dalle reazioni del corpo.
Al giorno d'oggi non c'è una metodologia standard, infatti si cerca di rispettare le esigenze delle donne. Per esempio c'è differenza tra le donne in carriera che sono abituate ad esercitare un controllo razionale sulla loro vita e preferiscono il modello tecnologico, e le donne appartenenti alla classe popolare che hanno aspettative diverse e spesso preferiscono mantenere la naturalità del parto, dolori compresi!
Desiderio di un bambino e scelte riproduttive
In un'epoca di grandi cambiamenti sociali e tecnologici il nostro modo di rapportarci al processo riproduttivo si è radicalmente modificato. Nei secoli precedenti la sessualità e la gravidanza erano correlate, mentre negli ultimi decenni la diffusione delle pratiche contraccettive, la liberalizzazione dell'aborto e le nuove tecnologie della fecondazione assistita hanno sganciato la sessualità femminile dalla riproduzione, e la maternità non è necessariamente correlata né all'atto sessuale né all'istituzione matrimoniale.
La scelta di diventare genitore può essere spiegata in vari modi: alcuni autori hanno fatto riferimento all'“istinto materno”, altri hanno dato una spiegazione sociobiologica che interpreta il desiderio di avere un figlio in chiave evoluzionistica, come frutto del bisogno di assicurare la sopravvivenza del proprio patrimonio genetico.
Diversi psicoanalisti hanno valorizzato la componente inconscia della scelta, ad esempio sostengono che il desiderio di un figlio, soprattutto maschio, è stato attribuito all'invidia del pene o al conflitto edipico. Secondo la psicologia dell'Io, l'interiorizzazione del ruolo materno sarebbe legata all'angoscia di separazione dalla propria madre e consentirebbe una gratificazione narcisistica.
Secondo Erikson, il confronto con la propria capacità riproduttiva rappresenta una fase fondamentale nel ciclo di vita dell'adulto poiché rappresenta il desiderio altruistico di dare qualcosa alle generazioni future.
Nella nostra società, i modelli economici vedono la decisione riproduttiva come una faticosa ricerca di equilibrio tra costi e benefici legati alla presenza di un bambino. La difficoltà nel decidere è data dal conflitto tra elementi positivi e elementi negativi come il desiderio di fare un figlio o di fare carriera, o la paura di rimanere senza figli e quella di perdere la propria libertà. I costi e i benefici attribuiti ai figli variano da cultura a cultura; in genere, nelle società industrializzate si pensa che i figli implichino costi economici e limitino attività e opportunità dei genitori, ma che questi costi siano bilanciati dalla gratificazione personale della genitorialità.
-
Riassunto esame Psicologia della prevenzione, prof. Zingales, libro consigliato Il Famigliare di Scabini, Cigoli
-
Riassunto esame Psicodinamica dello sviluppo e delle relazioni familiari, prof. Giani Gallino, libro consigliato Ps…
-
Riassunto esame Psicologia della disabilità, prof. Bigozzi, libro consigliato Lavorare per e con le persone autisti…
-
Riassunto esame Psicologia dello sviluppo, prof. Giani gallino, libro consigliato Diventare famiglia, Binda