Le forme del bullismo
Le dimensioni lungo le quali si possono classificare le forme di bullismo sono numerose: le prepotenze possono essere fisiche vs psicologiche, verbali vs non verbali, dirette vs indirette, impulsive vs pianificate, estemporanee vs sistematiche, in contesto isolato vs di gruppo. La classificazione più diffusa è basata sul continuum diretta vs indiretta e distingue tre tipi di bullismo:
Capitolo 1: Il fenomeno del bullismo
1.1 Introduzione
Il bullismo è un fenomeno che ha cominciato a ricevere l’attenzione che merita solo in tempi relativamente recenti. È un fenomeno sfuggente, che si manifesta in forme ambigue e variegate, cosicché risulta difficile a volte riconoscerlo e affrontarlo. Il più delle volte gli episodi di prepotenza si svolgono lontano dagli occhi degli adulti e i ragazzi coinvolti ne parlano con difficoltà. Anche quando l’adulto apprende dell’esistenza di qualche problema vi è incertezza circa le strategie da adottare. Manca un coordinamento efficace tra le diverse agenzie di socializzazione, vi è una crescente insicurezza da parte degli stessi adulti, perché è diventato più fragile e rarefatto il quadro di norme condivise, e nuovi timori rendono meno diretta ed efficace la risposta ai comportamenti dei ragazzi. Inoltre pesa a volte sugli adulti coinvolti il timore di far emergere la condizione di disagio su cui si dovrebbe intervenire: questa tendenza a occultare, a rendere meno visibili vulnerabilità e debolezze può essere alimentata dall’isolamento crescente in cui le famiglie e gli educatori si trovano a svolgere la loro funzione. Non ultimo, è da considerare un tipico risvolto culturale della nostra epoca, in cui la fragilità viene sanzionata piuttosto che supportata. Ci si limita in alcuni casi a considerare le prepotenze tra pari come semplici “ragazzate”. In tal modo non ci si sente impegnati a cercare di migliorare la qualità della vita sociale e delle relazioni, e si finisce spesso per riconoscere come tali i veri e propri atti di violenza che vengono interpretati, erroneamente, come forme di presunta assertività. Un’ulteriore difficoltà è legata al fatto che il bullismo è un fenomeno che cambia e “si aggiorna” come testimonia l’affermarsi delle prepotenze declinate in chiave tecnologica secondo quello che viene oggi conosciuto come “cyberbullismo”, una realtà in rapida evoluzione. In un simile scenario, un passo preliminare consiste nel chiarire e nel circoscrivere il perimetro che separa il bullismo da tutto ciò che non lo è.
1.2 Qualche definizione
Il termine “bullismo” è un’italianizzazione dell’inglese bullying, creato a sua volta su modello del termine mobbing. In etologia il vocabolo è stato spesso usato per indicare il comportamento di aggressione del branco nei confronti di un animale isolato, una sorta di coalizione di alcuni animali della stessa specie verso un membro del gruppo, che viene così attaccato, isolato, escluso dalla comunità. La definizione che ne dà Olweus, pioniere della ricerca sul bullismo, indica che “uno studente è oggetto di azioni di bullismo, ovvero è prevaricato o vittimizzato, quando viene esposto ripetutamente nel corso del tempo alle azioni offensive messe in atto da parte di uno o più compagni. Secondo Arora questa definizione si focalizzava sulle modalità più fisiche e verbali mentre solo in un secondo tempo l’enfasi si è spostata sulle prevaricazioni di tipo indiretto. Nel corso del tempo si sono andate precisando alcune caratteristiche del fenomeno, per cui oggi sono definiti come bullismo le azioni aggressive o i comportamenti di manipolazione sociale tipici di gruppi di pari, che vengono perpetrati in modo intenzionale, da una posizione di superiorità di potere e protratto nel tempo da parte di uno o più individui ad danni di una o più vittime.
In definitiva, potremmo dunque affermare che:
- Il bullismo è un comportamento aggressivo;
- È intenzionale e volontario: il bullo attua comportamenti fisici, verbali o psicologici con lo scopo di offendere l’altro e di arrecargli danno o disagio;
- C’è persistenza e ripetitività nel tempo delle prepotenze perpetrate dal bullo;
- Le prepotenze sono spesso organizzate e sistematiche: l’atto di bullismo è frequentemente il risultato di una pianificazione cognitiva che lo distingue da tutte quelle forme di aggressività dovute a stati emotivi alterati e non controllati;
- Esiste asimmetria nell’interazione, caratterizzata da maggiore forza fisica e autostima del bullo e dalla corrispondente incapacità di difesa e scarsa autostima della vittima;
- Il bullo si può avvalere di complici;
- La vittima e gli spettatori temono di riferire ad altri l’episodio;
- La vittima è spesso deumanizzata, il che riduce il senso di responsabilità o di colpa del bullo, dei complici e dello spettatore;
- Si distinguono le prepotenze di tipo diretto e di tipo indiretto.
1.3 Le forme del bullismo
La classificazione più diffusa è basata sul continuum diretta vs indiretta e distingue tre tipi di bullismo:
- Diretto fisico: dare botte, spinte, pugni, calci, lanciare oggetti contro la persona, da un punto di vista evolutivo è la prima forma a comparite e caratterizza maggiormente il sesso maschile, alcuni autori distinguono tre sottocategorie:
- Atti fisici: calci o pugni;
- Danneggiamento di proprietà altrui: bruciare il libro del compagno;
- Furto o sottrazione di oggetti: rubare soldi alla vittima.
- Diretto verbale: rivolgere intimidazioni, insultare, offendere, affibbiare soprannomi sgradevoli, ridicolizzare, fare battute sul modo di vestirsi o sull’aspetto fisico, sulle disabilità o sull’etnia;
- Indiretto: fare pettegolezzi, diffamare, escludere dal gruppo, consigliare a qualcuno di evitare la persona. È una forma subdola e sottile e necessita dell’acquisizione di abilità sociali sofisticate, anche in questo caso è possibile individuare sottocategorie:
- Sociale: caratterizzato da isolamento crescente della vittima;
- Manipolativo: con la diffusione attiva di pettegolezzi tesi a rompere le amicizie della vittima.
1.4 Che cosa non è il bullismo
Non sono da considerare come forme di bullismo quei comportamenti aggressivi agiti ad esempio da ragazzi che fanno la lotta per finta, o si producono in aggressioni giocose. In queste situazioni prevale la dimensione ludica, non si evidenziano l’asimmetria, l’aggressività e la sistematicità che connotano invece gli atti di bullismo. In letteratura si distingue il bullismo della cosiddetta peer victimization, nella quale sono presenti aggressioni ripetute, ma mancano sia l’intenzionalità da parte dell’aggressore che l’asimmetria di potere tra le due figure coinvolte. Alcuni comportamenti di bullismo si configurano come molestie sessuali: si tratta di attenzioni e comportamenti di tipo sessuale non desiderati dalla persona a cui sono rivolti, tipicamente correlati allo sviluppo sessuale in età preadolescenziale e adolescenziale. Essi includono offese, gesti osceni, commenti sul proprio corpo.
Secondo alcuni autori è possibile individuare diversi tipi di comportamento aggressivo lungo un continuum che consentirebbe di individuare un ragazzo come:
- Irritabile: è insofferente alle regole e ai divieti, presenta sintomi fisiologici della rabbia;
- Indisciplinato: non si attiene alle regole, è litigioso;
- Minaccioso: si arrabbia spesso, minaccia verbalmente gli altri, può causare danni di poco conto e involontari;
- Bullo: provoca danni volontariamente e cerca l’aiuto dei complici;
- Violento: provoca danni gravi, usa armi o oggetti pericolosi, compie violenze a sfondo sessuale.
1.5 Caratteristiche del bullo
Il bullo ha maggiore probabilità di avere problemi con la giustizia, di essere adulto disoccupato o sottoccupato, di avere in seguito difficoltà coniugali, di soffrire di disturbi dell’umore ecc. Il bullo sarebbe più spesso un maschio, più forte dei suoi pari, fisicamente o psicologicamente, con un’alta autostima e un bisogno di dominare gli altri, favorevole all’uso della violenza nella gestione dei conflitti e con poca o nulla sensibilità morale verso la vittima. Potremmo analizzare questo profilo alla luce del concetto di orientamento alla dominanza sociale (SDO). Il modello proposto da Sidanius e Pratto definisce l’SDO come una caratteristica e un sistema di motivazioni e credenze, in base a cui individui caratterizzati da elevati livelli di SDO valorizzano e legittimano le relazioni gerarchiche: il dominio dei più forti e di coloro che occupano uno status sociale più elevato viene considerato positivamente, a discapito di una prospettiva più egualitaria. Gli individui con forte orientamento alla dominanza sociale sono poco sensibili nei confronti di persone discriminate a causa della loro diversità o debolezza o che vivono in condizione di inferiorità, e il rispetto degli altri non è il principale criterio cui improntare le proprie azioni. In questa prospettiva, i bulli avrebbero un’elevata tendenza alla dominanza, un’autostima elevata e un sistema di credenze volto a giustificare la discriminazione e la sottomissione dei più deboli. Tra le motivazioni che spingono a comportarsi da bulli ci sarebbe il desiderio di essere ammirati o temuti, di diventare leader del gruppo dei pari o per lo meno di non essere emarginati, di fare colpo sulle ragazze anche a danno di potenziali rivali in amore, di cercare una propria identità, per imitazione di modelli aggressivi, ma anche solo di divertirsi. Alcuni autori criticano lo stereotipo del bullo come individuo socialmente incompetente e sostengono che molto spesso è invece un abile manipolatore. Caravita e Di Blasio sottolineano che i bulli hanno maggiore “macchiavellismo” una caratteristica della personalità che induce a manipolare gli altri per il proprio tornaconto e a infrangere le norme sociali. La maggior parte degli autori distingue 3 tipologie di bulli:
- Il bullo dominante (o aggressivo): è più forte fisicamente o psicologicamente rispetto ai compagni, è dotato di un’alta autostima, ritiene lecito il ricorso alla violenza;
- Il bullo gregario (o seguace o passivo): più ansioso e insicuro del tipo dominante, è poco popolare nel gruppo e spesso registra difficoltà di rendimento scolastico, usa l’opportunità di spalleggiare il bullo dominante per innalzare la propria autostima, costruirsi un’identità e farsi accettare dal gruppo;
- Il bullo-vittima (vittima aggressiva o vittima provocatrice): subisce le prepotenze ma reagisce a esse e spesso assume atteggiamenti provocatori che perpetuano lo schema di vittimizzazione, tipicamente impopolare spesso è irritabile e agitato, può manifestare problemi cognitivi o di attenzione. Il bullo vittima sperimenta in realtà gli aspetti disadattivi dell’uno e dell’altro ruolo.
Altri autori distinguono tra:
- Bullo reattivo: caratterizzato da un basso livello di tolleranza delle frustrazioni, reagisce facilmente e in maniera sproporzionata a provocazioni, agisce in modo impulsivo e ha difficoltà nel gestire le proprie emozioni. Può presentare deficit di attenzione e iperattività, basso rendimento scolastico, subire il rifiuto dei compagni e eventuali ritorsioni della vittima;
- Bullo proattivo: può essere freddo e calcolatore, esegue la prepotenza secondo una precisa pianificazione e individua con cura vittima, luogo e momento opportuni per l’attacco. Presenta basso livello di empatia o di disagio in relazione ai vissuti emotivi dei compagni. Può essere il leader del gruppo e avere anche un buon rendimento scolastico, usa l’aggressività come scorciatoia per raggiungere potere e leadership.
1.6 Caratteristiche psicologiche della vittima
La vittima soffre a livello sociale ed emozionale e spesso il suo malessere si ripercuote anche nel rendimento scolastico. I disagi più frequentemente vissuti sono ansia, angoscia, sensi di colpa, vergogna, bassa autostima, passività nelle relazioni sociali, comportamenti autolesionistici nei casi gravi. Le vittime possono avere difficoltà nel riconoscere le emozioni, sono poco assertive e se attaccate non dispongono di strategie di difesa efficaci. Così piuttosto che reagire o chiedere aiuto finiscono per negare il problema o ritenersene responsabili, oppure per piangere e chiudersi in sé stesse. Anche nel caso della vittima è possibile individuare più tipologie:
- La vittima passiva è una persona tipicamente tranquilla, sensibile, contraria all’uso della violenza e che non provoca, se maschio è di solito fisicamente più debole degli altri. È spesso ansiosa e insicura, con bassa autostima, facilmente isolata o esclusa dal resto della classe, timida, poco assertiva, teme di sentirsi inadeguata o di non reggere il confronto con gli altri;
- La vittima provocatrice è una persona irrequieta, iper-reattiva, con difficoltà a controllare le proprie emozioni. È a volte fastidiosa, spesso contrattacca. Questa condizione richiama quella dei bulli-vittima. Una volta cresciuti, questi giovani riescono a volte a rielaborare la propria storia in maniera positiva, traendo forza e fiducia in se stessi dalla consapevolezza di aver superato le difficoltà;
In definitiva nelle esperienze legate al bullismo emergono 4 principali condizioni: bulli, vittime, bulli-vittime e non coinvolti.
1.7 Segnali da non trascurare: riconoscere i bulli e le vittime
Alcuni autori individuano dei possibili indicatori per capire se il proprio figlio adotta comportamenti da bullo:
- Prova piacere o divertimento a umiliare gli altri, non comprende i sentimenti altrui, maltratta gli animali, non rispetta l’altro sesso;
- Non accetta le regole e le figure che rappresentano l’autorità, vuole imporre il suo punto di vista, non ammette i propri errori, ricorre spesso alla menzogna;
- Ritiene che lo scontro fisico sia il mezzo più corretto per dirimere le controversie, non ammette di avere paura o di soffrire, è intollerante e può essere incline ad abbracciare ideologie razziste.
I genitori possono invece sospettare che il proprio figlio sia vittima di episodi di bullismo quando:
- Manifesta sintomi di ansia: soffre di insonnia o di alterazione dei ritmi di veglia e sonno, ha incubi, mal di testa, tic, nervosismo eccessivo, mancanza di appetito, problemi gastrointestinali, dermatiti, paura o rifiuto di andare a scuola, si sente male a scuola e chiede di tornare a casa;
- Manifesta sintomi di stress postraumatico: ha incubi, si spaventa facilmente, evita luoghi e situazioni collegati al trauma di cui è stato vittima a scuola, ha flashback in cui rivive lo shock subito, ha esplosioni di rabbia;
- Ritorna a casa con vestiti o libri strappati o con ferite, parla poco di quanto avviene a scuola, ha un calo del rendimento scolastico, dichiara di avere perso dei soldi, chiede o ruba denaro;
- Perde interesse per l’attività che prima svolgeva con piacere, non partecipa ad attività extrascolastiche, non ha amici, fa cose insolite;
- Può presentare forme di regressione.
Gli insegnanti a loro volta possono sospettare che uno studente sia vittima di episodi di bullismo quando rilevano in classe che:
- È preso in giro dai compagni;
- Rimane da solo durante la ricreazione o in altre occasioni di socializzazione;
- È timido, interviene poco nelle discussioni;
- Sta peggiorando nel suo rendimento scolastico;
- Negli sport di squadra è scelto per ultimo.
Sia vittime che bulli possono soffrire per una bassa autostima. Un bambino con bassa autostima potrebbe:
- Irritarsi se riceve complimenti;
- Distruggere le cose buone che ha fatto;
- Provocare per essere poi rimproverato;
- Affermare di essere cattivo, brutto o stupido.
Una bassa autostima può derivare dalla successiva discrepanza tra il Sé reale e il Sé ideale. Occorre quindi aiutare le persone a sentirsi bene con se stesse, perché ciò favorisce un orientamento meno difensivo e più sicuro, una maggiore capacità di accettare le critiche, di non reagire in modo permaloso, di non cadere nello sconforto.
1.8 Reagire e resistere
Per coloro che hanno vissuto esperienze di vittimizzazione, può risultare decisivo poter sperimentare forme diverse di relazione e contesti sociali diversi da quello in cui sono stati penalizzati. Anche quando si lasciano alle spalle l’esperienza negativa, comunque molte vittime ne conservano il ricordo vivo e doloroso.
I loro racconti suggeriscono che:
- Chi subisce prepotenze da parte di coetanei fa fatica a cancellare queste esperienze negative;
- Spesso chi assume il ruolo di vittima sperimenta un vissuto di colpa e di risentimento per non essere riuscito a difendersi, per la sensazione di essere diverso dagli altri e di venire emarginato;
- I costi sociali ed emotivi pagati sono maggiori quando la vittima è un ragazzo o una ragazza isolato/a, quando non riesce a confidarsi con gli adulti, quando il contesto sociale e familiare non offre supporto;
- Una volta cresciuti, questi giovani riescono a volte a rielaborare la propria storia in maniera positiva, traendo forza e fiducia in se stessi dalla consapevolezza di aver superato le difficoltà;
- Alcuni di loro maturano il desiderio di aiutare gli altri e di impegnarsi perché non succeda ad altri bambini e ragazzi quello che è capitato a loro.
Nei racconti delle vittime sono presenti alcuni temi ricorrenti: il ricordo della sofferenza, delle incomprensioni e della solitudine, la paura e il malessere associato al ritmo quotidiano della vita scolastica, ma anche il coraggio, la consapevolezza di sé che scaturisce dall’aver affrontato e superato le difficoltà. Bisogna inoltre ricordare che ci sono ragazzi, ad esempio bulli a scuola, che possono essere vittime in famiglia e viceversa, vittime a scuola possono risultare ben inserite in gruppi extrascolastici. Quindi la possibilità di gestire appartenenze multiple, di inserirsi in più gruppi, può rappresentare un fattore protettivo nel corso dello sviluppo sociale di bambini e adolescenti. Si può sostenere lo sviluppo sociale contenendo i fattori di rischio e alimentando i fattori di protezione, che aumentano o riducono la probabilità di subire conseguenze negative a seguito di esperienze stressanti.
Capitolo 2: Aspetti psicosociali del bullismo: contesti, ruoli, relazioni
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