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Inventare l'organizzazione

Cenni introduttivi

Capitolo 1: Il paradosso delle conseguenze involontarie

Nelle nostre società i ruoli sociali sono organizzati in strutture di comportamento e in credenze che chiamiamo istituzioni. Solitamente anche le relazioni fra i vari ruoli sono in fondo già predeterminate, indipendentemente da noi e dai nostri bisogni e desideri.

Ogni soggetto quindi, nelle proprie strutture organizzative ed istituzionali persegue scopi e segue modelli almeno in parte predisposti per lui dal sistema sociale, quindi già esistenti quando egli assume il ruolo e da lui percepiti come già "dati".

In questi ruoli il soggetto è relativamente libero di vedere la relazione tra ciò che fa e quello che ne risulta e altro ancora, anche se probabilmente non si sentirà libero di tentare di cambiare qualcosa, o nel peggiore dei casi non si porrà nemmeno il problema.

Partiamo per fare delle cose attese e ci troviamo a fare cose assolutamente diverse, inaspettate e indesiderate; iniziamo con cose scelte e arriviamo a cose imposte (o viceversa). Queste conseguenze involontarie non appariranno ai protagonisti dei vari ruoli come opera loro, ma verranno vissuti come fatti e obiettivi e cogenti nella stessa misura in cui lo sono i fenomeni naturali.

Il problema è che mentre il mondo naturale possiamo dire che è tangibile, il mondo delle relazioni organizzative in sé non è nulla, è un’invenzione, è la globalità delle abitudini, delle probabilità, delle credenze, degli schemi, messi in atto dalle interazioni fra gli esseri umani stessi: non è perciò altro che una invenzione del genere umano.

Un problema della psicologia delle organizzazioni è quello di sensibilizzare la gente ad uscire da una rappresentazione di oggettività dell’organizzazione, intesa cioè solo come fatto esterno, naturale, non modificabile, dominato dal destino; come fatto altrui, dato e precostituito, come onere insopprimibile e inevitabile.

Gli esseri umani possono riappropriarsi della capacità di intervenire sulla propria esistenza, anticipando, attraverso l’attività immaginativa della mente, le proprie azioni e riformulando un progetto.

Organizzazioni quindi da conoscere per inventarle di nuovo, non tanto come oggetti a noi esterni, ma come nostro modo di pensarle, come nostro modo di rappresentarcele, di conoscerle; nella speranza di poter arrivare a costruire organizzazioni più soggettive, pluralistiche, in cui il benessere collettivo è il benessere individuale negoziato tra gli altri, più vicine quindi ai desideri e ai bisogni di chi ne fa parte.

Ciò impone un lavoro difficile di cambiamento, di attenuazione del carattere istituzionale delle organizzazioni stesse nelle nostre rappresentazioni, di deistituzionalizzazione dei comportamenti relazionali che mettiamo in atto.

Ciò impone nel nostro processo di conoscenza dell’oggetto organizzazione l’inserimento del “vissuto” del soggetto, ridefinendo così il nostro oggetto di studio come relazione – soggettiva – plurale. Non arriveremo a quell’organizzazione ideale che in noi funziona da idea trainante, arriveremo ad altri risultati, in parte non previsti, ma sempre modificabili in un continuo gioco di conoscenza – progetto – ridefinizione.

Capitolo 2: Ecologia dell'azione organizzativa: soggetto, complessità e organizzazione

Conoscere l'organizzazione. Le organizzazioni sono dei sistemi complessi e sono immerse in un ambiente sociale complesso. Lavorare in, o con, un’organizzazione significa pensare alla sua complessità, comprendere la sua complessità. Un’organizzazione può essere letta in molti modi contemporaneamente:

  • Il modello teorico/schematico, mette in luce caratteristiche salienti utili per una classificazione generale, ma non permette di formulare giudizi, tanto meno previsioni;
  • L’esplorazione dettagliata, invece, permette di riconoscere punti di discontinuità, elementi di sostegno, percorsi evolutivi, eterogeneità, potenzialità, ecc.

In ogni caso anche quando si produce un’immagine ad alta definizione di un fatto sociale, non si deve pensare di aver conosciuto qualcosa di oggettivo e stabile: l’organizzazione è quello che ciascun membro “costruisce” tramite essa; e ciascun membro (anche un osservatore che ne faccia parte momentaneamente) è un prodotto della relazione con l’organizzazione.

Non possiamo quindi più distinguere tra “realtà osservata” e “osservatore”, non possiamo separare il soggetto dall’oggetto della conoscenza, sia nella relazione fra individui come nella fisica.

Il “conoscere” è solo istituzionalizzazione di una credenza socialmente condivisa o accettata (o subita). È la messa in crisi di ogni epistemologia naturalista.

Le organizzazioni complesse

Le prime forme di impresa, agli albori dell’era industriale, probabilmente sono state relativamente semplici. Oggi sarebbe abbastanza ingenuo immaginare che non sia definibile – magari solo per alcuni aspetti – complessa. È cambiato il linguaggio di chi le osserva e, secondariamente, le relazioni che si sviluppano all’interno e all’esterno di un’azienda sono molto più varie e numerose di un tempo, tanto che una definizione convincente di organizzazione potrebbe essere una «rete di relazioni».

Ormai la complessità è una proprietà definente del concetto di organizzazione e non solo dell’organizzazione intesa come insieme di mezzi e di uomini perseguenti un fine. È complesso inoltre il funzionamento dei gruppi che in essa vi operano e che ad essa danno un senso, è complesso l’individuo nel suo strutturare forme di significanza delle sue realtà.

Il pensiero semplificante

Fino a quando il numero delle dimensioni organizzative è stato sufficientemente piccolo da dare origine a strutture ordinate e coerenti, l’uomo, con la sua mente razionale, si è sentito potente nei confronti della realtà sociale ed economica; ha creduto di poter interpretare tutto e programmare tutto, aderendo al bisogno tipicamente umano di fare ordine e chiarezza, di dare coerenza agli eventi e alle relazioni.

Improvvisamente la situazione, però, è cambiata: come se qualcuno avesse aperto un rubinetto trasformando il flusso regolare dell’acqua in un getto turbolento e disordinato. I fenomeni fisici e sociali – anche quelli organizzativi – hanno iniziato a parlare il linguaggio delle contraddizioni, dei paradossi, del disordine, della molteplicità.

La difficoltà umana a vivere nel non-senso e nell’incertezza ha obbligato la storia a rendere conto di sé dividendo lo spirito dalla materia. La realtà viene quindi divisa in soggetto e oggetto, e eliminando il soggetto, si analizza e si spiega tutto ciò che è “positum”, come se si potesse postulare l’esistenza dell’oggetto indipendentemente dal soggetto che lo crea, che lo osserva e lo manipola.

La ricerca della verità ha portato così alla frantumazione della conoscenza in mille microsaperi specializzati che, della complessità del reale, esplorano un aspetto per volta, e che a ciascuno di essi tentano d’incollare una verità.

Nel corso dell’esperienza quotidiana poi, ogni verità si scontra con altre verità, ciascuna delle quali è dura a morire; tanto da far riemergere, in mezzo a un così grande sapere, il disorientamento, la sorpresa, il non-senso, il rifiuto.

La prigione della coerenza

Tutto il pensiero scientifico, con il suo bisogno di spiegare e di prevedere, si è andato costruendo all’insegna della coerenza. Si è cercato di formulare leggi attendibili di determinazione degli eventi semplificando i fenomeni osservati; semplificazione che riduce al minimo la molteplicità, che tenta di cogliere la totalità eliminando gli opposti o sottovalutando le differenze.

La semplicità, alimentata dal riduzionismo, per lungo tempo ha regolato il pensiero umano. Quando si è sentito il bisogno di parlare di complessità? Quando l’universo fisico, l’universo biologico e l’universo sociale hanno svelato la presenza di una innumerevole serie di contraddizioni e di paradossi; quando ci si è resi conto che il disordine prevale sull’ordine. Alla formula “o...o” si è sostituita la formula “e...e”.

Nello svolgimento del proprio lavoro spesso ci si trova di fronte a contraddizioni irriducibili: i comportamenti organizzativi ad esso spesso non sono congruenti con il desiderio soggettivo di benessere. Non dobbiamo dimenticare inoltre, che il nostro stesso modo di pensare dipende in gran parte da una cultura che noi stessi contribuiamo a creare con la nostra mentalità.

Nella scienza e nella ricerca, i fatti vengono studiati e analizzati attraverso schemi acquisiti, dando luogo a ipotesi o soluzioni che danno spesso luogo a vere e proprie “trappole cognitive”, ovvero le soluzioni e le interpretazioni dipendono da come i problemi vengono concepiti o da come le indagini vengono impostate.

Ne deriva l’impossibilità di affermare l’esistenza di una verità obiettiva indipendente da chi la osserva.

Livelli di osservazione

Il livello macroscopico è quello dell’unità, della semplicità; il livello microscopico è quello della molteplicità e della complicazione, il terzo livello, quello mesoscopico, è quello che associa unità e molteplicità: è quello della complessità. L’obiettivo di un’analisi effettuata a questo livello non è la “soluzione” del problema, quanto l’individuazione di un ventaglio di possibili futuri dell’evento, di costruire scenari alternativi e d’intuire i comportamenti appartenenti all’uno o all’altro scenario.

Pensare con i parametri della complessità non elimina l’imprevisto, ma ci mette in “stato di allerta”, di attenzione fluttuante; ci prepara a subire una delusione delle nostre aspettative e ci dispone all’apprendimento.

I fenomeni umani e sociali, per la variabilità e la molteplicità delle relazioni che vi sono coinvolte, possono essere considerati “sistemi caotici”, ovvero sistemi dissipativi che evolvono in un regime di turbolenza.

Ordine e disordine

Le organizzazioni un tempo erano regolate dal principio dell’ordine, anche se paradossalmente là dove esiste un ordine è difficile che nasca un’organizzazione. L’organizzazione – il coordinamento di parti differenziate che cooperano per lo svolgimento di un’impresa – nasce dal disordine.

L’impresa nasce dal disordine negli scambi di risorse (mezzi di produzione e forza lavoro); scopre, grazie a Taylor, che per mettere ordine nelle relazioni, interne ed esterne, basta applicare alcune regole di razionalizzazione; raggiunge l’obiettivo di massimizzare l’efficienza ma, come diretta conseguenza della produzione di massa, avvia un processo di crescita esponenziale delle relazioni.

La competizione sul mercato, la tecnologia e la cultura dell’abbondanza impongono alle aziende nuovi obiettivi: qualità e servizi. Il passaggio da un modello meccanico ad un modello organico si realizza nella disarticolazione del processo produttivo, nella multidimensionalità della struttura organizzativa, nella coesistenza di valori e di competenze molto diverse tra loro.

Inevitabilmente con l’aumentare della complessità si torna al disordine, all’agitazione delle particelle. Particelle di soggettività che si agitano e producono nuovi incontri, nuovi legami, nuove forme di organizzazione.

Quanto più l’organizzazione si arricchisce di interazioni, quanto più diventa complessa, tanto più deve misurarsi con il disordine. Per questo la complessità spaventa: perché si pone sul piano dell’ambiguità, della molteplicità dei significati; la complessità è scomoda perché può essere compresa solo da un pensiero dialogico, da un pensiero che rinuncia a risolvere le contraddizioni rimuovendo una delle alternative. Se cadono i presupposti su cui si basano le leggi predittive si esce dal destino e si entra nel progetto.

L'auto organizzazione

Anche nella complessità, che sembra portare l’organizzazione al caos, si possono riconoscere ordine e semplicità; poiché il processo non è lineare, il percorso conduce a punti di ramificazione, a bivi, in cui ogni decisione porta il sistema in una direzione o nell’altra. E poiché ogni decisione amplifica i valori ottenuti al livello precedente, una differenza impercettibile fa sentire i suoi effetti anche molto lontano (“l’effetto farfalla” come lo definì Lorenz).

L’imprevisto non dipende più soltanto dal caso: può anche essere generato dall’intervento umano. Un altro criterio che ha rivoluzionato il modo di pensare tradizionale è il concetto di “autorganizzazione".

L’ambiente fornisce elementi discontinui per quantità e qualità e il sistema deve far sì che, al cambiare dei suoi costituenti, non cambi la sua struttura generale; lo scambio con l’esterno è sempre un processo di traduzione o di ristrutturazione. In altri termini il sistema deve autorganizzarsi, richiudendosi in se stesso, per mantenere la sua identità. Paradossalmente il sistema deve essere chiuso e aperto allo stesso tempo.

E grazie all’auto-organizzazione la vita riesce a vincere. In un sistema che si auto-organizza i ruoli gestionali rappresentano un punto di forza-debolezza, poiché ad essi è affidato il compito di presidiare l’evoluzione del sistema stesso. Un manager consapevole della complessità dell’organizzazione, deve far suo il pensiero complesso; il suo compito non sarà più quello di risolvere i problemi, ma quello d’impostarli, simulando mentalmente scenari e variabili che non sono inclusi nel presente del sistema.

Apprendere a pensare in modo complesso

Per apprendere il pensiero complesso occorre ricercare il piacere del rischio; non si può intendere la complessità quando si ha paura di perdervisi. In fondo ogni forma di cambiamento è una forma di tendenza a complessificare. Ogni ragionamento duale, ovvero ammettere che due affermazioni possono essere entrambe vere anche se opposte, è un complessificare. Il pensare psicologico è di necessità un pensiero dualistico, un sentire plurale, che per essere appreso non deve combattere l’insicurezza, bensì ricercarla.

Insicurezza intesa come un “plus”, come una risorsa in più, certi di poter arrivare prima o poi ad una forma di sicurezza di qualità superiore. Questo significa accettazione della contraddizione, del conflitto, del non-senso, del paradosso indecidibile; amore per la creatività, per l’inatteso.

Questo porta a considerare le realtà sociali e relazionali come qualcosa di inventato e quindi di modificabile. È il pensare soggettivo che è unico e plurale, frutto di una cultura, ma creatore e rinnovatore della stessa.

È un atto di coraggio e di umiltà al tempo stesso il renderci conto con curiosità delle nostre limitatezze, del nostro non sapere. Il pensiero “complessificante” è una risorsa, è il nostro benessere e il nostro ottimizzare il presente con tutte le sue caratteristiche, i limiti e le risorse che porta con sé. Spesso non sappiamo sfruttare al massimo la situazione perché, senza accorgercene, diamo per immutabili certi status relazionali in cui siamo finiti. È però proprio nell’attimo/luogo che non è ancora passato e non è ancora futuro che possiamo giocarci le possibilità di reinventarci il progetto plurale/futuro.

E il benessere soggettivo risiede proprio in questa sensazione di “imminenza stimolante, euforica” accompagnata dalla sensazione di essere parte attiva nella sua costruzione.

Principi della complessità

  • Principio dell’irriducibilità del caso e del disordine – Non disponiamo di adeguati strumenti concettuali per dare ordine al disordine. Tutte le azioni devono tener conto di una certa quantità di incertezza contenuta negli avvenimenti, compresa l’incertezza che il caso sia veramente dovuto al caso.
  • Principio della dialogica – Non vi è nulla in questo mondo che, in ultima analisi, non contenga in se il proprio contrario. L’ordine e il disordine si alimentano vicendevolmente nell’organizzazione. La tendenza ad unificare è sempre la nostra modalità più frequente di funzionamento, le persone tendono a scartare ogni forma di doppiezza dalla loro vita perché pensare per 2 impone un grosso impegno psicologico e richiede la capacità di raggiungere un equilibrio tra desiderio e repressione e di aggirare il senso di colpa che ogni dilemma si porta dietro. È importante rendersi conto che gli opposti cooperano tra loro e che la molteplicità è nell’unità, che le parti sono nel tutto.
  • Principio dell’ologrammatico – Non solo le parti nel tutto, ma anche il tutto è nelle parti. La società è costituita dall’insieme dei suoi membri e si riflette in ciascuno di essi. Ciascun individuo ha dentro di sé i criteri per conoscere le regole di relazione sociale anche se non ha mai appreso tutto il sapere sociale.
  • Principio di ricorsività – L’azienda produce il mercato o viceversa? In un processo ricorsivo l’effetto è anche causa, il produttore è anche prodotto. Gli individui producono le organizzazioni e le organizzazioni condizionano i comportamenti individuali. Soggetto e oggetto diventano entrambi soggetti: l’uno non esiste senza l’altro.
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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/06 Psicologia del lavoro e delle organizzazioni

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher bibba4 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia del lavoro e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Firenze o del prof Marocci Giovanni.
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