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Capitolo 1. Il paradosso delle conseguenze involontarie

L'accettare l'incertezza

L’uomo rimuove tutto ciò che lo turba, e non vi è turbamento maggiore del percepire la limitatezza del nostro conoscere, l’impotenza del nostro agire. Alla base della nostra azione di ricerca sta però proprio l’accettare l’incertezza conoscitiva, sopportare l’impotenza, cercare la bellezza del dubbio, essere coscienti della necessità dell’alternarsi di disordine/caos e ordine come essenza costruttiva.

Il mondo sociale ci si presenta come una realtà obbiettiva, un artificio, noi lo sentiamo come sempre esistito e immutabile: non lo possiamo modificare. Fin da piccoli proiettiamo noi stessi in ruoli precisi, determinati, già esistenti che ci impongono uno specifico comportamento. Diventa difficile pensare di poterli cambiare o inventarne altri, è quasi pericoloso. Le strutture, le istituzioni, sono lì per rassicurarci.

Il paradosso delle conseguenze involontarie

Le organizzazioni in cui ora viviamo sono molto complesse: da una parte favoriscono la possibilità di cambiamento, ma dall’altra è sempre più forte il senso di obiettività della realtà. Partiamo con il fare cose scelte e arriviamo a cose imposte (e viceversa), queste conseguenze involontarie verranno percepite dai protagonisti dei vari ruoli, non come frutto delle loro azioni ma come fenomeni naturali.

Il problema è che il mondo naturale è tangibile, mentre il mondo delle relazioni organizzative è un’invenzione del genere umano, è una globalità di abitudini, probabilità, credenze, schemi, in sé non è nulla. La psicologia delle organizzazioni ha, in parte, l’obiettivo di far uscire una visione solo oggettiva dell’organizzazione, come solo un fatto esterno, non modificabile, altrui, dato e precostituito. A favore invece di una riscoperta di una propria capacità di intervenire autonomamente.

La società liquida

Siamo nell’epoca dell’ignoranza. Le tecnoscienze sono in grande progresso, ma il nostro rapporto con esse è del tutto superficiale. Siamo posseduti da questi strumenti. La scienza ci dà comodità ma ci produce anche la grande sofferenza di non avere idea di come funzioni. Tutto questo produce una soggettività estraniata. Viviamo in una società liquida, in cui le situazioni in cui agiamo si modificano prima che i nostri modi di agire riescano a consolidarsi in abitudini e procedure.

Il desiderio e la crisi

La crisi del nostro paese è data dal fatto che il nostro desiderio si è dissolto, siamo incapaci di relazioni. Si parla di declino della soggettività. Si è affermata la pulsione sregolata che esige il soddisfacimento immediato, ciò comporta due effetti:

  • Affermazione di una pulsione senza limiti. Un soddisfacimento senza argine.
  • Spegnimento del desiderio, rifiuto del desiderio per illudersi di preservare l’identità. Evitando la contaminazione.

Vengono tendenzialmente indicate due cause:

  • L’evaporazione del padre_ Lacan. Scomparsa di binari simbolici entro cui scorrere.
  • L’idea di salvezza è data dal possesso dell’oggetto.

Il desiderio ha una natura inconscia, è qualcosa che mi possiede, una spinta che pur venendo da me mi trascende. Il fatto che alcuni non sappiano desiderare è dato da un fallimento nella trasmissione del desiderio. Il desiderio si educa con la testimonianza, esempi di vita. È partecipazione, delusione delle aspettative, stupore della scoperta, responsabilità dell’azione scelta. Il giovane si sente solo e incapace di desiderare senza una trasmissione del desiderio stesso. Le tracce ci sono ma vanno cercate e identificate.

Il costo umano e le organizzazioni complesse

Se la soddisfazione del desiderio sembra più possibile sempre più forte è anche la sua inestinguibilità. Il risultato finale consiste nell’insoddisfazione e povertà di tutti, alla ricerca di un colpevole. Il nostro oggetto di studio è la relazione, non l’individuo. Il costo umano si esprime tramite lo stress. Sofferenza che appare inspiegabile ma che può trovare origine nella nostra impreparazione nell’affrontare cambiamenti repentini e radicali. L’organizzazione è quello che ogni membro costruisce tramite essa, e ogni membro è un prodotto della relazione con l’organizzazione. Non possiamo quindi più distinguere tra “realtà osservate” e “osservatore”.

Le organizzazioni complesse

Attualmente, rispetto alle prime imprese del passato, le relazioni sviluppate in un’azienda si sono moltiplicate a tal punto da essere definita rete di relazioni. L’organizzazione ha dunque acquisito la proprietà della complessità. È complessa l’interazione tra i singoli, il funzionamento dei gruppi e il soggetto nel suo strutturare il significato della realtà. Questo perché adesso è cambiato il linguaggio di chi osserva queste organizzazioni e le relazioni all’interno e con l’esterno sono diventate più varie e numerose di un tempo.

Il pensiero semplificante

L’uomo ha il bisogno di fare ordine e chiarezza in tutto, di anticipare il futuro, di dare coerenza agli eventi e alle relazioni, di cancellare l’ansia del “non aver capito”, fino a quando le dimensioni organizzative lo hanno permesso l’uomo si è sentito potente su società ed economia. Poi la situazione è cambiata: i fenomeni fisici, sociali, organizzativi hanno svelato contraddizioni, paradossi, disordine e molteplicità. La difficoltà dell’uomo a vivere nel non-senso e nell’incertezza ha portato a dividere spirito e materia. Tutto quello che non si può spiegare è puro spirito. Si divide la realtà tra soggetto e oggetto, fede e religione. Ma ogni verità finisce per scontrarsi con le altre, causando disorientamento, sorpresa, non-senso, rifiuto. Ricerchiamo quindi verità parziali per non arrivare a cadere nell’idea che l’unica verità assoluta sia il nulla.

La prigione della coerenza

L’uomo ha cercato di formulare leggi attendibili di determinazione degli eventi semplificando i fenomeni osservati. La semplicità per lungo tempo ha regolato il pensiero umano. Un tempo tutto e tutti potevano essere classificati facilmente ma i media hanno rivelato che non era proprio così, alla formula “o…o” si sostituisce la formula “e…e”. Nel lavoro spesso ci si trova di fronte a contraddizioni e paradossi, quello che dobbiamo fare, non è quello che vogliamo per il nostro benessere, ma preferiamo sacrificare la difesa della propria identità, pur di non perdere l’appartenenza ad un gruppo.

Il nostro pensare è frutto di una cultura che noi stessi contribuiamo a pensare. Nella scienza e nella ricerca tante volte si mette in discussione la possibilità di cambiamento, ma il modo di affrontare i problemi è schematico, sempre lo stesso e le soluzioni diventano “gabbie cognitive”.

Contraddizioni e paradossi

Contraddizioni e paradossi hanno messo a dura prova il principio di coerenza che regola sia le teorie scientifiche che le teorie semplici del senso comune. Ordine delle leggi deterministiche vs disordine delle osservazioni, il limite della mente umana che non riesce a conciliare gli opposti o è un errore prospettico del pensiero classico?

Livelli di osservazione

Livello Macroscopico: è il livello della semplicità e dell’unità.

Livello Microscopico: è il livello della molteplicità e della complicazione.

Livello Mesoscopico: è il livello che associa unità e molteplicità, abbandono del principio dell’out-out; si tratta del livello della complessità. A questo livello non serve semplificare o ordinare le cose, perché non si cerca la soluzione del problema, ma si cerca di individuare il ventaglio di possibili futuri dell’evento. Questo tipo di pensiero (con i parametri della complessità) non elimina l’imprevisto, ma ci tiene pronti all’eventuale delusione. Ci dispone all’apprendimento.

Ordine e disordine

L’organizzazione è il coordinamento di parti differenziate che cooperano per lo svolgimento di un’impresa. Nasce dal disordine e nel suo sviluppo dinamico riproduce una certa quantità di disordine. L’impresa nasce dal disordine negli scambi di risorse applicando poi regole di razionalizzazione si mette ordine nelle relazioni. Taylor. L’organizzazione spendendosi sempre di più nelle relazioni sempre più intense, finisce di nuovo nel disordine, ci sono sempre più particelle cariche di emozioni, pensieri, interessi che interagiscono: diventa quindi più complessa. Per questo la complessità fa paura: perché è ambigua, ha molteplicità di significati, è disordine, e può essere compresa solo da un pensiero dialogico che rinuncia a risolvere le contraddizioni rimuovendo una delle alternative.

L'autorganizzazione

Anche nella complessità si possono però riconoscere ordine e semplicità. L’uomo nel percorso arriva a punti di ramificazione e ogni decisione amplifica i valori ottenuti al livello precedente, si sente l’effetto anche molto lontano (Effetto Farfalla). L’imprevisto non dipende più solo dal caso ma può essere generato dall’intervento umano. L’ambiente fornisce elementi discontinui e il sistema deve far sì che il cambiare dei costituenti non cambi la struttura, deve auto-organizzarsi, rinchiudendosi in se stesso per mantenere la propria identità, ma allo stesso tempo essere aperto. Non deve preoccuparsi di fornire risposte ma di impostare le domande.

Apprendere e pensare in modo complesso

Per apprendere il pensiero complesso si deve desiderare la complessità, senza temerla. È cercare il rischio e il cambiamento, ogni ragionamento duale è un complessificare. Il pensiero psicologico deve essere tale, un sentire plurale, che non deve combattere l’insicurezza. (intesa come un plus, certi di poter poi arrivare ad una sicurezza maggiore).

È un pensiero rivoluzionario rispetto al vigente. È un vedere il mondo come modificabile pur nei nostri limiti, che tanto temiamo, ma che sono una risorsa, poiché definiscono le nostre possibilità. Si esprime in paradossi: conoscere gente nuova e stare con gli amici. (p.e.)

Consideriamo il pensiero complesso come una risorsa per immergersi e ottimizzare di più il presente senza fuggire nella positività del passato o nel fatalismo del futuro, perché il benessere ce lo giochiamo nel presente dato che la nostra vita è nel presente. Vivere la complessità significa anche abbandonare la dimensione dell’avere a favore di quella dell’essere. Poiché il possesso è un limite al rischio!

Principi della complessità

  • Irriducibilità del caso e del disordine_ non abbiamo gli strumenti in grado per ordinare tutto, un certo grado di incertezza ci sarà sempre.
  • Dialogica_ non c’è nulla nel mondo che alla fine non contenga in sé il suo contrario. Anche se l’uomo tende sempre ad unificare.
  • Ologrammatico_ la società è costituita dall’insieme dei membri e si riflette in ciascuno di essi. Le parti nel tutto e il tutto nelle parti.
  • Ricorsività_ l’effetto è anche causa, il produttore è anche prodotto, l’uno non esiste senza l’altro.
  • Parità tra centro e periferia_ le organizzazioni complesse possono essere multipolari; reti in cui la periferia e il centro hanno pari dignità, le minoranze contano tanto quanto le maggioranze.
  • Incompletezza_ non tutta la verità può essere dimostrata, piuttosto che semplificare, ridurre, è meglio non spiegare.
  • Autoreferenzialità_ auto-organizzazione e ricorsività restituiscono importanza al soggetto.

La pianificazione limitata

La complessità è un pensiero dinamico che vuole scongiurare l’eterno ritorno. L’agire sociale è un agire strategico che connette un’intenzione a un fine.

Legami deboli e organizzazioni

Il legame debole è un modo che consente di interagire senza che vi sia perdita di identità da parte di alcuno. Si tratta di un concetto che implica la compatibilità tra razionalità e indeterminatezza. Già Aristotele indicava l’uomo come fatto di due “costanti”: necessità di sostrato e carattere di divenire, cambiamento continuo.

Negli anni 50/60 diventa sempre più forte il concetto di segmentazione della soggettività, cade l’unità. L’uomo scopre di essere parte della stessa natura che tenta di spiegare. La psicologia non ha più potuto definire la soggettività senza prevedere l’incertezza e la sua stessa indefinizione.

La soggettività

La soggettività è il modo di dare un senso alle cose, al mondo, alle persone, è anche l’insieme dei pensieri e delle azioni che caratterizzano ogni singolo individuo. È un sistema dinamico evolutivo, instabile che non produce mai l’identico. Ogni volta che si attiva produce una risposta diversa. Parlando di organizzazioni, la soggettività ha anche un significato negativo, viene screditata associandola all’individualismo. Ciò non è vero dal momento che esiste sia la soggettività del soggetto che quella di coppia e di gruppo. La soggettività è la relazione: un incontro con la diversità in noi e negli altri, anche un conflitto, dualità, pluralità. È anche l’insieme dei processi che portano alla coscienza di essere.

Coscienza e nascita del soggetto

Coscienza intesa come capacità di pensare al nostro pensiero. Consapevoli però che possiamo pensare solo al pensato e solo in termini parziali.

Nascita e sviluppo del soggetto. L’IO, è qualcosa di preesistente alla coscienza. Il self si manifesta prima a livello biologico, viene indicato nel sistema immunitario che distingue ciò che sono io da ciò che non sono io. L’io sembra essere quindi una rete di relazioni interne che verifica e difende l’IO stesso ma anche una zona di confine che permette l’interazione con l’esterno. Oltre alla difesa, la vita tende all’espansione nello spazio e nel tempo. La sessualità fa superare questa chiusura in sé con un’apertura totale dell’altro. Nello psichico la dualità raggiunge l’apice nella capacità di riflettere sul mondo, mettendo in atto una dualità insanabile. Noi siamo le nostre relazioni, la nostra personalità nasce da queste relazioni in cui siamo immersi fin dalla nascita.

Soggettività e cultura

Siamo creatori di una realtà, che una volta condivisa e assimilata, può diventare una gabbia che ci condiziona continuamente, senza che neppure ce ne accorgiamo. La realtà che percepiamo è quella che noi stessi costruiamo, i linguaggi con cui la costruiamo derivano dalla cultura stessa. Ansie conoscitive sono capacità di riattivare angosce antiche quali risposte primarie alla realtà esterna.

La cultura è la dimensione esterna, costruita e subita, ma anche interiorizzata come insieme di conoscenze che tende a dare senso al nostro percepire in una ricorsività tra esterno ed interno, ripetizione e mutamento.

Complessità delle relazioni: il sé multiplo e lo scontro di valori

L’incontro con l’altro pone inevitabilmente il soggetto di fronte al problema della gestione della frammentarietà del sé. Il problema non è nell’incontro dei sistemi valoriali diversi quanto nell’integrare più valori nello stesso soggetto. Inoltre quando giudichiamo noi siamo professionalità, emotività, razionalità. Questo crea immense difficoltà di giudizio. Non è vero che la società di adesso non ha valori, ma è vero che il sistema dei valori è cambiato, che non c’è corrispondenza tra valori individuali e sociali, aumenta la complessità sociale, cambiano quindi i valori.

La leggerezza della soggettività

Spaltro: “La psiche come una farfalla”. È leggera, condizionata dalla gravità ma anche capace di opporvisi. Vento e gravità sono la cultura a cui soggiaciamo ma che tentiamo anche di cambiare. Noi siamo anche corpo e la psiche non vive senza di esso. Il soggetto è obiettività e soggettività.

Il pensiero duale

Pensare dualisticamente significa seguire contemporaneamente due schemi di riferimento e di interpretazione della realtà senza che la contraddittorietà logica ne impedisca una reale accettazione. Il pensiero duale vive e accetta le contraddizioni e questo permette di non tagliare fuori pezzi importanti della realtà, soggettiva o oggettiva che sia. È difficile poiché è arduo sopportare ansia e colpevolezza de questo processo.

Questa modalità di pensiero non è innata in ognuno di noi, ha origine nella relazione di coppia, anche se è un apprendimento naturalmente introspettivo, ma necessita di un confronto con l’altro, con presa di coscienza della differenza tra soggetti.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/06 Psicologia del lavoro e delle organizzazioni

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Martab_ di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia del lavoro e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Firenze o del prof Marocci Giovanni.
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