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PROLOGO – I VERI SCIENZIATI NON STUDIANO LA MENTE

Le scienze vengono abitualmente divise in scienze “hard” che, come la chimica e la fisica, studiano

qualcosa di tangibile con grande precisione e servendosi di misurazioni oggettive, ed in scienze

“soft”, tra cui si annovera, anche, la Psicologia, che si avvalgono di misurazioni soggettive, ovvero

non controllabili.

Come disciplina scientifica, la Psicologia ha poco più di un secolo. Essa si concentra soprattutto

sulle proprietà fondamentali della mente umana, le quali accomunano ogni individuo al di là delle

possibili differenze interpersonali. Per molto tempo, oggetto esclusivo delle indagini psicologiche è

stato il comportamento, valutato attraverso misurazioni oggettive; con l’avvento del Cognitivismo a

scapito del Comportamentismo, però, ci si è resi conto di quanto questo approccio limitasse

notevolmente lo spettro di azione della Psicologia e, soprattutto, di quanto riducesse ai minimi

termini quella che è l’esperienza umana: per questi motivi, la Psicologia, di recente, è tornata a

studiare le esperienze soggettive, quali percezioni, ricordi ed intenzioni.

Una scienza diventa “big”, quando dispone di strumenti di misura estremamente costosi. Le

Neuroscienze si sono affermate come tali con lo sviluppo dei primi scanner cerebrali, negli ultimi

25 anni del secolo scorso. Inizialmente, si disponeva esclusivamente di scanner strutturali, dapprima

basati sui raggi X, che, in ragione della loro bassa densità, attraversano senza difficoltà il tessuto

nervoso, così come la carne, consentendo di evidenziare le ossa, che sono, invece, più dense. La

TC, servendosi dei raggi X e di equazioni matematiche, è in grado di restituire un’immagine

tridimensionale dell’encefalo e di altri visceri, mostrandone, anche, i cambiamenti di densità. La

MRI, invece, non utilizza raggi X, bensì onde radio ed un potente campo magnetico, motivo per cui

non è pericolosa per la salute ed è sensibile alle variazioni di densità. PET e fMRI sono scanner

cerebrali funzionali, ovvero in grado di registrare il consumo energetico nelle diverse parti del

cervello, stabilendo, così, quali siano maggiormente attive in un dato momento: rilevano, entrambe,

i cambiamenti a carico del flusso sanguigno. Nonostante gli strumenti sempre più precisi di cui si

disponga non si deve, però, cadere in errore: l’attività cerebrale, infatti, non equivale all’esperienza

mentale e tra questi due aspetti vi è una lacuna che appare incolmabile.

CAPITOLO 1 – INDIZI DA UN CERVELLO DANNEGGIATO

Una lesione cerebrale si riverbera profondamente sul funzionamento della mente, ma questo non

deve far pensare che esista una relazione lineare tra cervello e mente: sono, infatti, possibili

alterazioni dell’attività cerebrale anche in assenza di mutamenti a carico della mente.

Un danno al cervello compromette la trasmissione delle informazioni che gli organi di senso

ricevono dal mondo circostante, con effetti che variano a seconda di quale stadio della trasmissione

venga maggiormente coinvolto. Si è così potuto osservare, ad esempio, che danni a livello di V4

(area del colore) determinano acromatopsia, esattamente come danni di V5 (area deputata alla

visione del movimento) esitano in achinetopsia. Lesioni che coinvolgano le regioni che integrano

tra loro le informazioni inerenti forme, colori ed altri attributi degli oggetti portano ad agnosia,

ovvero il soggetto è in grado di vedere e di descrivere l’oggetto che sta percependo, ma non sa

come nominarlo.

E’, d’altro canto, possibile una conoscenza non consapevole di aspetti del mondo fenomenico ed un

esempio di ciò è costituito dalla blindsight (letteralmente, “visione cieca”), un problema associato

alla corteccia visiva primaria: in questo caso, l’individuo non è in grado di vedere, ma il cervello

non è, comunque, impossibilitato a ricevere delle informazioni sul mondo visivo e, talora, può fare

delle precise congetture su di esso, per esempio è capace di prendere un oggetto, di dire dove si

trovi o di descrivere come si stia muovendo.

Talvolta, un danno cerebrale può condurre la mente ad acquisire delle informazioni totalmente

errate sul mondo fisico, come accade nella sindrome di Bonnet, in cui un soggetto con deficit visivo

ha delle allucinazioni visive che risultano associate ad un aumento dell’attività cerebrale nelle zone

specifiche per il tipo di immagine che viene percepita: si può trattare di reti dorate, forme ovali

piene di motivi a mosaico o di fuochi di artificio, volti sgradevoli e scombinati, figure umane

piccole e con abiti o parrucche d’epoca.

L’attività del cervello può, anche, portare ad un’esperienza falsa del mondo esterno e questo è il

caso dell’aura epilettica, la quale si manifesta con modalità differenti in base a dove sia localizzato

il focolare epilettogeno: se la crisi di origina dalla corteccia visiva, l’aura epilettica conduce alla

percezione di piccole forme semplici e colorate, se parte dalla corteccia uditiva, di suoni e di voci;

può succedere che il soggetto viva esperienze anche più complesse, in cui può rivivere episodi

appartenenti al suo passato. La scarica anomala tipicamente epilettica può far sì che l’individuo

acquisisca, quindi, una falsa conoscenza del mondo fisico. Analogamente, la stimolazione cerebrale

diretta è in grado di provocare esperienze sensoriali, che dipendono dalle zone cerebrali sollecitate e

che sono molto simili a quelle che precedono gli attacchi epilettici.

Anche l’uso di alcune sostanze psicoattive, quali allucinogeni come la mescalina e la dietilammide

dell’acido lisergico (LSD), possono creare distorsioni nel modo di percepire il mondo fisico reale,

con allucinazioni.

Infine, si può, a volte, essere convinti della realtà che si esperisce, anche se, in realtà, essa non

corrisponde al vero: questo ha luogo nella schizofrenia con allucinazioni, le quali possono

coinvolgere non solo il mondo fisico, ma anche quello mentale, come nel caso di voci imperanti ed

eco del pensiero; il cervello è, di conseguenza, in grado di costruire un mondo mentale interamente

falso.

CAPITOLO 2 – QUELLO CHE UN CERVELLO NORMALE CI DICE DEL MONDO

Anche in assenza di danni agli organi sensoriali ed al cervello, non abbiamo, in ogni caso, un

contatto diretto con il mondo fisico esterno, contrariamente a quanto siamo soliti credere: si tratta,

infatti, solo di un’illusione creata dal nostro cervello.

In particolare, si può parlare di “illusioni di consapevolezza”: von Helmoltz ha potuto osservare

come, nei neuroni sensoriali, l’impulso nervoso necessiti di circa 200 ms per percorrere la distanza

di un metro, mentre il “tempo di percezione” di uno stimolo tattile su diverse parti del nostro corpo

richiede solo 100 ms. Da quanto detto, si può dedurre come la nostra percezione del mondo esterno

non sia, in vero, immediata, ma, al contrario, perché nel cervello si costruisca una rappresentazione

mentale dell’oggetto che è stato percepito, è necessario che ci siano delle “inferenze inconsce”,

ovvero delle ipotesi circa quale potrebbe essere la natura dell’oggetto stesso. L’impressione che

abbiamo è quella di poter percepire in modo automatico e senza che ci sia richiesto alcuno sforzo ed

a questa illusione se ne aggiunge un’altra, ovvero quella che vuole che l’intera scena visiva

costituisca uno scenario vivido e ricco di dettagli: questo è, chiaramente, impossibile, dal momento

che la parte mediana della scena è l’unica ad essere vista in dettaglio ed a colori, poiché soltanto la

fovea è provvista di un gran numero di coni; gli estremi del nostro campo visivo sono, di

conseguenza, confusi e privi di colore. Un esempio di quanto sia limitata la nostra percezione

visiva è dato dalla cecità al cambiamento: in sede sperimentale, sono state mostrate al campione due

immagini tra loro uguali se non per un cambiamento molto grande e tra la presentazione delle due

immagini è stata interposta la proiezioni di una schermata grigia; dato che ogni parte dello schermo

è passato, molto rapidamente, dal colore al grigio e poi, di nuovo, al colore, il cervello non è stato in

grado di ricavare alcun indizio a proposito del punto dell’immagine soggetta a cambiamento, così

che i soggetti del campione non si sono accorti di nessuna differenza tra i due stimoli. Nella nostra

esperienza reale, la visione periferica è, sicuramente, molto confusa, ma ciò non toglie che sia,

anche, particolarmente sensibile ai cambiamenti, persino se la scena visiva viene percepita in modo

globale e rapidamente. Si capisce, quindi, quanto la nostra esperienza di immediata e totale

consapevolezza della scena visiva sia un’illusione creata dal nostro cervello: esiste, infatti, un breve

istante in cui esso fa delle inferenze inconsce, le quali ci permettono di diventare consapevoli della

scena in modo sincretico.

Il nostro cervello può essere definito “reticente”, in ragione del fatto che ci può nascondere delle

informazioni. Negli anni ’70, si è diffuso l’interesse per la percezione subliminare e, in particolare,

si temeva che i pubblicitari potessero inserire dei messaggi nascosti negli spots, con lo scopo di

influenzare il pubblico. Attraverso esperimenti, è stato possibile dimostrare come il nostro cervello

sia, in effetti, in grado di reagire a fronte di stimoli che non siamo consapevoli di percepire: in altre

parole, il nostro cervello risponde ai cambiamenti della scena visiva, anche quando noi, in prima

persona, non siamo consapevoli di vederli.

Il nostro cervello è, inoltre, “distorcente”, come dimostrato dal modo in cui percepiamo stimoli

particolari, tra cui, per esempio, l’illusione di Hering, riportata sotto: pur sapendo che le due linee

orizzontali sono dritte e tra loro parallele, le vediamo come se fossero curve.

Immagine reperita nel sito www.illusioniottiche.net

Un fenomeno analogo è dato dalla nostra percezione del Partenone, che è stato progettato dagli

architetti a partire da curve e distorsioni calcolate in modo specifico per far apparire l’edificio

perfettamente diritto e simmetrico, armonico. Anche la famosa stanza di Ames è oggetto di

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/05 Psicologia sociale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher JennyJenny di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia generale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi di Torino o del prof Del Giudice Marco.
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