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 Integrazione: prevede che i membri della comunità ospitante accettino che gli immigrati mantengano la

loro eredità culturale adottando alcune caratteristiche importanti della comunità ospitante. Questo tipo

di orientamento porta al biculturalismo e ad una pluralismo culturale.

 Assimilazione: prevede che gli immigrati rinunciano alla propria cultura e che adottino la cultura

dominante. Questo orientamento implica che gli immigrati vengano considerati come membri a pieno

titolo della comunità ospitante.

 Segregazione: I membri della comunità ospitante non vogliono che gli immigrati adottino la cultura

dominate, ma accettano che mantengano la loro cultura d’origine.; non vogliono, quindi, che gli immigrati

trasformino, contaminino la cultura ospitante. Questa strategia non favorisce i contatti tra diverse culture

(cross culturale) e i membri della comunità ospitante sono ambivalenti nei confronti degli immigrati,

preferendo che quest’ultimi rimangano insieme in una zona separata.

 Esclusione: sostiene che i membri della comunità ospitante non vogliono né che gli immigrati

mantengano la propria cultura né che adottino la cultura dominante. Gli esclusionisti sono contrari

all’immigrazione e desidererebbero che alcune categorie di immigrati facessero ritorno al paese di

origine.

 Individualismo: tra la comunità ospitante possono esserci persone che definiscono se stessi e gli altri non

in base all’appartenenza di gruppo, ma in base alle caratteristiche personali. Gli individualisti tendono a

dare importanza al fatto che gli immigrati mantengano la loro cultura o adottino quella della comunità

dominante. Poiché sono le qualità personali e il successo individuale che contano maggiormente, gli

individualisti tendono a interagire con gli immigrati nello stesso modo in ci interagiscono gli individui della

maggioranza dominante.

Per quanto riguarda il ruolo sociale del cibo, in generale, la presenza di un cospicuo gruppo etnico all’interno di

un Paese ospitante, comporta l’introduzione dei nuovi alimenti che possono produrre curiosità tra la popolazione

dominante, con conseguenti contaminazioni e/o modifiche del gusto stesso.

Il gruppo immigrato può anche rifiutare il cibo tipico della propria cultura, tale fenomeno può essere riconducibile

alla presa di distanza dalle proprie origini, se queste richiamano fame, miseria e le motivazioni che hanno spinto

(o costretto) l’individuo ad abbandonare la propria terra. Le contaminazione, comunque, producono una sintesi,

che, in genere, è spesso sbilanciata nel senso di una delle due culture: una delle due prevale, anche lievemente,

sull’altra, mantenendo comunque aspetti di entrambe le culture.

Un altro ruolo del cibo riguarda la “visibilità sociale” di un gruppo etnico: ristoranti etnici e negozi di prodotti

tipici del proprio Paese possono essere orientati verso l’apertura della società che li ospita o per contro, di

chiusura e contrapposizione di essa. I quartieri a prevalenza di immigrati sono caratterizzati da esercizi

commerciali dedicati al cibo e alla cucina: esempi tipici di quartieri caratterizzati da un forte orientamento

identitario sono quelli newyorkesi di Little Italy, che conta una considerevole presenza di italiani e dei loro

rispettivi esercizi commerciali., e di Chinathown, relativamente alla presenza di cinesi e dei rispettivi ristoranti e

negozi tipici.. queste comunità, prima di essere luoghi di lavoro, rappresentano spazi di contatto con le proprie

origini e tradizioni, anche se non viene escluso lo scambio tra culture differenti.

Il cibo, quindi, costituisce un mezzo possibile di interazione e di integrazione tra culture. Esso consente, infatti,

un’esperienza immediatamente percepibile, dal momento che, ad esempio, non bisogna conoscere l’arabo per

cominciare a gustare il cous cous o il kebàb.

Per quanto riguarda l’integrazione tra gruppi sociali culturalmente diversi, il consumo di un pasto in situazione di

“contatto” e la preparazione dello stesso, la sua offerta all’altro, possono, da un lato favorire la comprensione

reciproca e allentare i conflitti, dall’altro, contri birre ad alleviare il trauma di coloro che si trovano fisicamente

lontani dal proprio contesto culturale.

In termini di evoluzione sociale, il cibo, se da un lato, assume un ruolo identitario importante per il singolo e per il

gruppo, poiché esprime la cultura di un popolo al pari della religione, dell’arte, dei valori, degli usi e dei costumi,

dall’altro lato, produce e subisce i cambiamenti culturali e delle relazioni sociali in continuo mutamento,

concorrendo, a sua volta, a creare cambiamenti profondi.

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Il ruolo del cibo del cibo nei processi di possibile cambiamento sociale e nelle relazioni tra gruppi etnici, appare

evidente anche nella terminologia utilizzata da alcuni Autori. Rilevante, in tal senso, la metafora dell’Ethinc salad

bowl – Insalatiera etnica (Bernardi), utilizzata per spiegare il rapporto tra Identità e Mescolanza, una forma di

scambio culturale che mantiene intatte le caratteristiche dei gruppi che vengono in contatto, in cui ogni

ingrediente mantiene la propria specificità. Il significato dell’insalatiera etnica è quello di raccogliere e valorizzare

7

gli aspetti positivi delle diversità culturali, evitando l’uniformazione della società . Khare e Rao, analizzando il

modo in cui il cibo e le pratiche che ruotano attorno ad esso subiscono trasformazioni in una società

multiculturale, parlano di gastrodinamiche, mentre Bardas, esaminando le ragioni per cui il cibo è in grado di

promuovere gli scambi tra gruppi etnici differenti, lo definisce catalizzatore dell’esplorazione.

In effetti, le culture (pur con le differenze che ne caratterizzano le specificità) non costituiscono un sistema

completamente chiuso e la cucina, come parte integrante di esse, può essere considerata dinamica e aperta alla

fusione e all’integrazione, quando consumiamo cibo etnico attraversiamo i confini dell’Identità sociale e (per

quando possibile) ci spingiamo verso la conoscenza dell’altro, nello stesso tempo attiviamo l’emergere delle

molteplici identità, risentendo della nostra. I processi conoscitivi, infatti, si fondano sulla categorizzazione sociale

che, come sostiene Tajfel, coinvolge l’organizzazione dell’esperienza ma anche le relazioni tra i gruppi. In termini

conoscitivi, infatti, la categorizzazione consiste nell’organizzare l’informazione che riceviamo dall’ambiente

secondo determinate modalità. In particolare tendiamo a ignorare certe somiglianze e ad sottolineare le

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differenze percepite tra oggetti – persone appartenenti a categorie diverse .

In termini relazionali, la categorizzazione sociale è un processo che permette di raggruppare oggetti o eventi

sociali in gruppi aventi le stesse caratteristiche, e dunque a discriminare i membri dell’ingroup (Noi) rispetto ai

membri dell’outgroup (Loro), ossia con caratteristiche differenti. Tale processo, se da una parte (pro) permette la

semplificazione della realtà e, dunque, di ordinare le molteplici informazioni che provengono da essa,

economizzando il lavoro cognitivo utilizzando delle scorciatoie cognitive (come gli stereotipi), dall’altra parte

(contro) può sfociare nell’etnocentrismo (è la tendenza a giudicare le altre culture ed interpretarle in base ai

criteri della propria proiettando su di esse il nostro concetto di evoluzione, di progresso, di sviluppo e di

benessere, basandosi su una visione critica unilaterale).

Come è stato rilevato da Turner il processo di categorizzazione e la conoscenza dell’Altro si correla alla

strutturazione del Self e all’Identità Sociale, cioè al sottosistema del concetto di sé, che media i rapporti tra

l’ambiente sociale e il comportamento sociale, controlla e costruisce gli stimoli sociali e fornisce una base per

regolare il comportamento intra e intergruppi.

È evidente che il consumo degli alimenti tipici di altre culture si inscrive nel complesso delle relazioni tra Identità

sociali e chiama in causa il modo in cui viviamo il rapporto con il nostro gruppo di appartenenza, ovvero la

relazione del nostro Self con l’ingroup: secondo alcuni autori, infatti, non c’è identità e rafforzamento della stessa

senza il confronto, inteso come apertura e riconoscimento dell’altro, che può esserci solo se la propria identità è

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solida .

7 L’insalatiera multietnica, rimanda a una concezione della società all’interno della quale le diversità sono considerate una

ricchezza, hanno pari dignità e sono posto in condizione di dialogare, confrontarsi, influenzarsi, senza che l’una pretenda di

assimilare l’altra. All’interno di questo modello, il concetto di società pluralistica assume una connotazione costruttiva,

perché si propone come realtà socio-politica strutturata attorno al dialogo interculturale e si fonda su principi di rispetto

reciproco e tolleranza.

8 Approfondimento: A tal proposito Tajfel parla di “differenziazione intercategoriale”, ossia il rafforzamento delle differenze

intercategoriali: le differenze tra i membri di due gruppi sono avvertite come più elevate di quando in realtà siano, e di

“assimilazione intracategoriale”, ossia l’attenuazione delle differenze intracategoriali: le somiglianze tra i membri di un

gruppo sono percepite più elevate di quando in realtà siano. Da questi due processi si costruisce l’identità personale/sociale

(vedi dietro).

9 Hewstone e Brown ritengono che solo se le relazioni sociali avvengono a livello intergruppi è possibile modificare gli

stereotipi. Secondo gli Autori, invece di eliminare le differenze che separano l’ingroup dall’outgroup, bisognerebbe garantire,

almeno a livelli minimi, la salienza delle appartenenze sociali e ottimizzare le condizioni che secondo Allport determinano il

buon esito del contatto. Realizzando un’interazione intergruppi qualunque cambiamento positivo tenderà a trasferirsi

all’outgroup. 10

Nella realtà mediterranea, la cucina, per le caratteristiche storiche (descritte sopra), sembra rappresentare uno

degli elementi di contatto più adeguato per conoscere l’altro, verificando ciò che accomuna e ciò che distingue,

poiché costituisce una sorta di sintesi e di condivisione del reale. I percorsi di integrazione che la cucina può

attivare, per le complessità di natura culturale e simbolica, che chiamano in causa le diverse identità sociali, vanno

monitorati, in modo da apportare interventi correttivi funzionali a creare una società caratterizzata dal pluralismo

e dalla convivenza civile, nell’ambito della quale la diversità costituisca una possibilità piuttosto che un limite

CAPITOLO II

LA CUCINA MEDITERRANEA PER UNA PROGETTUALITà DELL’INTEGRAZIONE

2.1 Il “multiverso” mediterraneo

Il bacino del mediterraneo, sul quale si affacciano tre continenti, è stato un “luogo della storia”. Le diverse civiltà

che nel corso della storia lo hanno popolato, egiziani, fenici, greci, romani, bizantini, arabi, ottomani, spagnoli e

popolazioni discese dal Nord hanno contaminato in questo territorio, lingue, religioni, credenze, costumi, modi di

produzione e di ordinamenti politico-sociali. Si tratta di elementi che costituiscono l’eredità di una pluralità di

civilizzazioni e che, pur nelle loro differenze, costituiscono una potenziale base per una comune identità

mediterranea.

Lo storico Braudel sostiene che nel Mediterraneo non vi è una civiltà, ma una serie di civiltà accatastate l’una sulle

altre; e allora, viaggiare in questa zona, significa incontrare contemporaneamente le varie civiltà per anni lo

hanno popolato. Anche Matvejevic afferma che non esiste una sola culture uniti e mai differenti, le loro

somiglianze sono dovute alla prossimità del mare e all’incontro sulle sue sponde di nazioni, civiltà, di forme e di

espressioni comuni. Le loro differenze derivano da fatti di storia, di credenze e di costumi, talvolta inconciliabili.

Né le somiglianze, né le differenze sono assolute, talvolta sono le prime a prevalere, talvolta le seconde.

In generale, il filo conduttore (fil rouge) che accomuna tutto il Mediterraneo sembra individuabile nel fitto

intreccio di comunità etniche e religiose che si sono giustapposte, e a volte sovrapposte, lasciando ciascuna la

propria traccia senza, però, cancellare completamente l’ereditarietà della civiltà che le avevano precedute. Nello

specifico, il patrimonio culturale che unisce le terre e i popoli che si affacciano in questo bacino, richiama la logica

e la ragione della filosofia greca, il diritto e la forma politico-territoriale dell’Impero romano, le tre religioni

monoteiste (ebraismo, islamismo e cristianesimo), la diffusione di specifiche colture (vite, ulivo, agrumi) e il clima

mite.

Gli elementi di diversità, riguardano, oltre che le disparità economiche e demografiche, anche aspetti di carattere

organizzativo-sociale e socio-culturale, ossia la presenza di differenti modelli politici (democrazie e regimi stabili o

in transizione) ma anche alla strumentalizzazione (più o meno evidente) del sentimento religioso come pretesto

per dare avvio a guerre e conflitti tra popoli.

Oggi giorno il mare Mediterraneo ha assunto un ruolo fondamentale come porta d’ingresso verso l’Europa, , una

sorta di “luogo” di mobilità sociale, il cui attraversamento consente di progettare un possibile miglioramento

delle proprie condizioni di vita, fuggendo spesso da situazioni di totale negazione dei diritti umani fondamentali,

pur al presso di mettere in repentaglio la propria vita.

2.2 Processi migratori e identità culturali: il cibo come strumento di mediazione

Oggi, nell’immaginario collettivo, “l’altro-mediterraneo” sembra coincidere quasi elusivamente con l’immigrato

che, laddove viene vissuto come portatore di una diversità inconciliabile, suscita timori e ansie gestiste attraverso

processo di ghettizzazione o tentativi di assimilazione. Facendo riferimento al concetto di categorizzazione

sociale, e alla tendenza rassicurante delle persone a considerare come sconosciuto tutto ciò che è diverso e altro

da sé, l’immigrato proveniente dalla sponda sud del Mediterraneo viene generalmente interpretato sulla base di

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quegli stereotipi sociali che, costituendo un ostacolo alla conoscenza e un alimento per ignoranza e superbia, lo

10 Gli stereotipi sono sistemi di credenze che certi gruppi sociali utilizzano nella definizione di altri gruppi sociali cui

attribuiscono determinate caratteristiche (solitamente negative); si tratta di generalizzazioni che non tengono conto delle

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rappresentano come sottosviluppato, terrorista, fondamentalista, ecc., un ruolo importante (solitamente

11

negativo) in tal senso è svolto dai mass media . Il risultato di tali processi sociali è che coloro che riescono a

raggiungere la meta desiderata si trovano di fronte a barriere soprattutto di tipo mentale, nutrite da stereotipi e

pregiudizi, vere e proprie frontiere psico-sociali che ostacolano il dialogo tra soggetti che appartengono a

differenti sistemi socio-culturali ma che si trovano, necessariamente a condividere gli stessi spazi nelle moderne

società sempre più multietniche.

Il fatto che la maggior parte degli immigrati provenienti dalla sponde del Mediterraneo abbia un sfondo culturale

per alcuni aspetti diverso dalla cultura del luogo che li accoglie costituisce un’importante questione sociale da

affrontare. Appare indispensabile trovare i modi più adeguati per creare una società caratterizzata da processi di

integrazione che non sminuisce l’importanza che assume la propria cultura su cui si fonda la propria identità, ma

che allo stesso tempo si fondano sul rispetto delle regole del paese di arrivo e dei diritti umani fondamentali. Si

tratta di sviluppare competenze sociali funzionali alla gestione dei conflitti che non vanno soffocati ma affrontati

attraverso il dialogo, la negoziazione e il reciproco confronto. Diversamente, le distanze rischiano di trasformarsi

in violenza e intolleranza. Un reale pluralismo culturale, implica atteggiamenti per i quali le differenze vengono

riconosciute, rispettate e valorizzate come possibile fonte di arricchimento del patrimonio culturale complessivo,

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frutto, questo, non della fusione indistinta (melting pot) ma dal confronto e della pacifica coesistenza di culture

diverse. Si tratta di un obbiettivo complesso per diversi motivi. Esso richiede capacità di pensare al plurale, cioè

di orientarsi alla reciprocità, aprirsi consapevolmente al nuovo, leggere l’altro oltre le apparenze e dialogare con

lui funzionalmente per realizzare le condizioni di reciprocità indispensabili per la tolleranza e al civile convivenza.

È necessario, inoltre, che le istituzioni adeguino le strutture della società alle esigenze e alle caratteristiche delle

diverse culture, evitando il rischio di “misconoscimento” identitario ma senza cadere nel relativismo, che in nome

dell’autonomia delle singole culture, porta all’acquiescenza politica e alla rinuncia a porre valori fondamentali

come il rispetto della vita, la libertà e la dignità della persona. Per quando riguarda il misconoscimento o non

riconoscimento esso riguarda l’Identità sociale. Poiché la nostra identità appare strettamente correlata alla realtà

culturale rispetto alla quale si è strutturata, il mancato riconoscimento di tale realtà, ovvero gli atteggiamenti

negativi nei confronti della stessa, si riverberano negativamente sul Self delle persone. In tal senso, un individuo o

un gruppo può subire un danno reale, una reale distorsione, se le persone o la società una immagine di sé che lo

limita o sminuisce o umilia. Il non riconoscimento può danneggiare, può essere una forma di oppressione che

imprigiona una persona in un modo di vivere falso, distorto, impoverito. Un riconoscimento non è soltanto una

cortesia che dobbiamo ai nostri simili: è un bisogno umano vitale (Taylor C.).

Bisogna evitare di trattare la diversità attraverso meccanismi cognitivi di semplificazione funzionali alla difesa del

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proprio “universo di significati” , nonché di “rigidificazione”, cioè di accentuazione delle frontiere al fine di

conservare e difendere il già noto, al punto che ogni informazione esterna può penetrare all’interno solo per

confermare abitudini, consuetudini e orientamenti. Tali processi si traducono in stereotipi e pregiudizi, che

differenze tra gli individui che appartengono alo spesso gruppo, spesso infondate e resistenti alla conoscenza di nuove

informazioni, e che secondo Tajfel sono strettamente correlate al processo di categorizzazione, secondo l’Autore si tratta di

una serie di generalizzazioni che derivano dal processo cognitivo generale della categorizzazione e che sono diventate

patrimonio degli individui. La funzione principale di questo processo consiste nel semplificare e nel sistematizzare

l’abbondanza e la complessità dell’informazione che l’essere umano riceve dal suo ambiente. Tali stereotipi possono però

diventare stereotipi sociali solo quando vengono condivisi da grandi masse di persone all’interno dei gruppi e delle istituzioni.

11 Studi condotti a livello nazionale rilevano il ruolo negativo rivestito dai mass media nell’alimentare stereotipi e pregiudizi

nei confronti degli immigrati rappresentati quasi esclusivamente come criminali e clandestini. L’atteggiamento cambia

assumendo i toni del pietismo, nel caso in cui si parla di bambini, donne gravide e immigrati deceduti, considerati inoffensivi.

12 Primo e più celebre modello di multiculturalismo formulato negli U.S.A., in questa grande metropoli vivono milioni di

persone di culture tra loro molto diverse, proprio come in un grosso”pentolone”. Il melting pot consiste nella miscuglio di

moltissime culture che non proibisce di abbandonare la propria cultura: per esempio un francese immigrato negli Stati Uniti

può conservare usanze, lingua e religione originarie e sentirsi nondimeno cittadino americano a tutti gli effetti.

13 Come sottolinea Mead, il padre dell’interazionismo simbolico, il significato si definisce sempre nel quadro dell’atto sociale

e nel contesto di un “universo simbolico condiviso”. 12

dividendo il mondo in bianco e nero, giusto e sbagliato, Nord e Sud, non fanno che portare a orientamenti

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segregazionisti e differenzialisti .

È necessario, quindi, che le relazioni con l’Altro, siano caratterizzate dall’apertura e dalla reciprocità, l’Altro deve

essere vissuto come risorsa, ma anche come elemento di confronto rispetto a possibili dimensioni conflittuali da

gestire attraverso il dialogo e la negoziazione, che però, soprattutto nel caso delle relazioni tra gruppi sociali

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caratterizzati da notevoli differenze culturali, possono evocare vissuti fortemente ansiogeni ; vissuti che sono

correlati al pregiudizio ma che il contatto intergruppi in situazioni adeguate può contribuire a ridurre.

In un contesto così caratterizzato, le relazioni con gli immigrati di origine sud-mediterranea, presenti nei paesi

della sponda settentrionale, costituiscono una possibile fonte di cambiamento, utilizzabile secondo una

prospettiva bottom-up. L’approfondimento delle relazioni con questo gruppo potrebbe costituire un importante

strumento di integrazione, nella misura in cui modalità di contatto, supporto istituzionale e attività progettuali,

realizzate in vari ambiti e a vari livelli, si ispirano a politiche di apertura e reciprocità. A tal proposito può essere

considerato rilevante il ruolo di mediazione del contatto della cucina e del cibo mediterraneo, base a partire dalla

quale verificare le similarità e le differenze, nonché le ragioni storiche che hanno concorso a determinarle.

La cucina, infatti, è stata paragonata al linguaggio: come questo essa possiede vocaboli (i prodotti, gli

ingredienti) che si organizzano secondo regole di grammatica (le ricette che danno senso agli ingredienti), di

sintassi (i menu, ossia l’ordine dei piatti/portate) e di retorica (i comportamenti conviviali). Inoltre, come il

linguaggio, la cucina contiene ed esprime la cultura di chi la pratica, è depositaria delle tradizioni e dell’identità di

gruppo ed è il primo modo, forse, per entrare in contatto con culture diverse, visto che, mangiare il cibo altrui

sembra più facile che decodificarne la lingua. Più della lingua, il cibo si presta a invenzioni, incroci, contaminazioni

(Montanari).

Il cibo, quindi, sembrerebbe avere una duplice funzione: esso è, insieme, marcatore di identità, al punto che

l’idea di incorporare alimenti di altre culture potrebbe generare forme di disgusto e di intolleranza per l’Altro da

Sé, e possibile strumento funzionale al dialogo, all’apertura e al rispetto tra popoli caratterizzati da differenti

sfondi culturali. Infatti non c’è lieto fine che preveda un banchetto: condividere un evento è cum vivere;

condividere è, innanzi tutto, mangiare e bere insieme. Quest’ultimo obiettivo, può essere raggiunto solo nel

momento in cui ciascun individuo è disponibile sia ad abbandonare un pensiero monistico, che costringe a una

visione della realtà che non permette l’accettazione delle diversità e del conflitto, intesi come elementi di crescita,

sia ad accogliere un pensiero duale che permette di seguire allo stesso tempo di seguire allo stesso tempo due

diversi schemi di riferimento o di interpretazione della realtà, accentando le contraddizioni senza reprimerle o

rifiutarle (Platania).

Il cambiamento di mentalità, di idee, di atteggiamenti e di rappresentazioni sociali, pertanto, sembra una

condizione essenziale se si vuole costruire una società in cui la diversità venga percepita come fonte di crescita e

di arricchimento reciproco e non come minaccia che annulla o impoverisce la nostra identità e che può generare

comportamenti di intolleranza e di discriminazione più o meno espliciti. Tale cambiamento può essere inscritto

all’interno di una dimensione progettuale in cui il soggetto non si percepisce come elemento di una catena

deterministica, per cui passato, presente e futuro, si collocano lungo una logica lineare già scritta, in cui la

14 Le relazioni tra i gruppi sociali sono spesso esposte al rischio dei razzismi e alle trappole implicite dei vari antirazzismi, un

esempio è “l’antirazzismo assimilazionista” (che secondo alcuni critici può tradursi nel razzismo dell’omologazione) e

all’”antirazzismo della differenza” (simile al “razzismo differenzialista”: Variante, oggi molto in uso, del razzismo

E’ la posizione di chi ritiene necessario "difendere e/o preservare" le differenze culturali dai processi di massificazione ed

omogeneizzazione tipici delle società occidentali e per questo ("per i bene delle culture altre") pensa che le società non

debbano in nessun modo essere multiculturali o interculturali. Il che significa che le differenze e le alterità vanno difese ma,

proprio per questo... ognuno a casa propria).

15 Secondo Stephan e Stephan, l’ansia esperita in previsione del contatto con i membri di un gruppo estraneo sarebbe

dovuta all’anticipazione di conseguenze negative per il Sé; ciò, poiché le persone, pensando alle interazioni con membri

dell’outgroup, al confronto con l’altro da se, provano timori connessi alle possibili incomprensioni comunicative e

all’imbarazzo, alle frustrazioni relative al rischio di comportamenti inadeguati, alla paura di sentirsi rifiutati, al rendersi

ridicoli, ecc. 13

possibilità non esiste, ma sia consapevole che ogni comportamento (individuale e collettivo) è insieme causa ed

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effetto di ogni altro, all’interno di forze che si influenzano reciprocamente .

Secondo il sociologo Donati, è necessario passare dal pensiero irrelato (=privo di connessione o relazione o

legami con altri elementi) al pensiero relazionale, implica il cambiamento di una concezione che tende a reificare

(=Processo mentale mediante il quale si dà concretezza all'oggetto di un'esperienza astratta) i processi e i

comportamenti sociali, considerandoli come funzione delle caratteristiche (più o meno immodificabili) dell’uno o

dell’altro dei soggetti interessati, a una, invece, che tende a comprenderli nella loro dinamica e nel loro

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costituirsi . In termini di processi sociali e di relazioni tra gruppi, tale passaggio implica il superamento

dell’identità etnica iper-investita. Secondo l’etno-psicoanailsta George Devereux, mentre l’identità etnica può

assumere aspetti positivi laddove si fonda sulla consapevolezza delle differenziazione distintiva senza implicare

giudizi di valore negativi, l’identità etnica iper-investita risulta negativamente limitata sul piano esperienziale delle

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relazioni sociali .

Nel complesso, quindi, il ruolo del cibo come mediazione inter-culturale può essere funzionale ai processi di

integrazione tra gruppi sociali in riferimento ad un sistema ideativo ispirato alla logica circolare lewiniana, ovvero

a un modo di pensare per il quale ciascun individuo è protagonista attivo dei processi di conoscenza e di

cambiamento sociale, capace di concorrere a realizzare relazioni interpersonali e intergruppo ispirate dal senso di

appartenenza a una realtà sovraordinata caratterizzata secondo la Dual Identity, proposta da Gaertner. Secondo

questo modello, infatti, lo sviluppo di un identità comune non richiede necessariamente di abbandonare

completamente la propria originaria identità di gruppo; piuttosto bisogna concepirsi come sotto-gruppi all’interno

di un gruppo, come unità distinte all’interno di una sovraordinata identità, secondo una rappresentazione che

passa dal NOI/Loro al NOI.. la nuova identità sociale che si concorre a costruire è di tipo duplice, caratterizzata

dalla coesistenza con le pregresse identità del sottogruppo di appartenenza, per cui le persone, sono allo stesso

tempo, parte di uno stesso gruppo e di gruppi diversi.

2.3 Il progetto di ricerca/intervento: Il Mediterraneo chiave dell’integrazione in una scuola di comune

appartenenza.

In riferimento al quadro finora delineato, è stato realizzato il progetto “Mediterraneo chiave dell’integrazione:

una scuola di comune appartenenza”, attraverso la collaborazione tra il comune di Catania (Assessorato alla

Famiglia P.O. Progetto Immigrati, Casa dei Popoli), l’Università (Dipartimento dei Processi Formativi, Cattedra di

Psicologia Sociale), l’Istituto Comprensivo “Campanella-Sturzo” e l’Istituto Professionale di Stato per i Servizi

Alberghieri e della Ristorazione “Karol Wojtyla”.

Lo scopo del progetto è quello di promuovere iniziative che, nella prospettiva della formazione identitaria

nell’ambito di una società pluriculturale, consentano l’elaborazione e lo sviluppo di di buone prassi mirate a

facilitare la rimozione degli ostacoli che si contrappongono all’accesso alle opportunità che la società offre.

L’intercultura passa attraverso un accompagnamento alla cittadinanza inteso come processo di valorizzazione

delle similitudini e delle differenze, rafforzamento del senso di appartenenza al territorio, promozione delle

condizioni di benessere urbano, educazione alla legalità. Abbattimento degli stereotipi. Per realizzare questi

obiettivi, è però necessario valorizzare la professionalità degli esperti in politiche dell’integrazione, investire sulla

16 Kurt Lewin ha sottolineato la natura psico-sociale delle relazioni tra individuo e ambiente. Secondo l’Autore il rapporto tra

persona e ambiente è caratterizzato dalla logica circolare, per la quale l’ambiente costituisce parte fondamentale nei processi

di sviluppo ed evoluzione della personalità e questa, a sua volta, concorre a determinare il significato che l’ambiente stesso

assume per il soggetto (l’ambiente assume insieme caratteristiche fisiche, mentali e psicologiche). In questo senso, il

comportamento (C) è funzione della persona (P) e dell’ambiente (A), secondo la famosa formula: C=f (P.A.).

17 Nello specifico il “pensiero relazionale” è quel modo di pensare che organizza le proprie mappe cognitive e simboliche

attribuendo le qualità agli enti e non in base alla loro identità, ma piuttosto definendo tale identità come realtà relazionale di

un ente in un contesto. Il contesto può essere contestualizzato in vari modi, e in genere deve tener conto sia dell’osservatore

che dell’osservato. Esso deve dialogare con meta punti di vista (Donati).

18 La stessa, infatti: a)limita le possibili “identità significative a una sola”, riducendo l’individuo alla “unidimensionalità” e a

cessare “di essere qualsiasi cosa tranne che un gruppo etnico; b)porta alla minimizzazione e alla negazione della reale

identità individuale; c) incide negativamente sulla ricchezza dell’organizzazione esperienziale e del comportamento.

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formazione dei dipendenti pubblici, valorizzare la figura ponte del mediatore interculturale, promuovere la

“contaminazione” fra culture e l’abbattimento degli stereotipi, che coinvolga sia le Istituzioni e il territorio che le

organizzazioni impegnate nel sociale.

Le priorità, in quest’ambito, sono comunque il confronto fra culture diverse, l’adozione di modelli educativi

improntati al rispetto e al riconoscimento della diversità, da opportunità che creino relazioni positive tra i vari

gruppi sociali, dalla promozione di occasioni di “contatto” strutturate in modo da comprendere le condizioni

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necessarie alla funzionalità nel processo di abbattimento delle barriere pregiudiziali .

Dunque, è necessario creare opportunità di contatto positivo con il duplice scopo di ridurre i timori di quanti

interpretano il fenomeno migratorio quale fattore destabilizzante delle società e sviluppare una maggiore

consapevolezza degli elementi che accomunano, oltre che differenziare, i popoli dell’area mediterranea nell’ottica

di una possibile percezione identitaria sovraordinata che unisce senza negare le possibili appartenenze gruppali

(Dual Identity).

Di fondamentale importanza, in tal senso, diventa la promozione di nuovi processi educativi. Una nuova scuola

per una nuova società comporta una rilettura dei programmi didattici , orientandoli verso l’equilibrio tra identità

e differenze, delle metodologie di insegnamento, in modo da coinvolgere l’Istituzione nel complesso delle

dinamiche che caratterizzano la quotidianità organizzativa interna e nei rapporti con le famiglie e con il territorio

in generale.

A tal proposito, bisogna sottolineare come un tale approccio produca degli effetti che vanno oltre le relazioni tra i

gruppi, coinvolgendo anche i rapporti all’interno dell’ingroup. Come dimostrano i dati delle ricerche (di

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Licciardello, De Caroli, et al ) condotte in ambito scolastico, l’applicazione di metodologie formative ispirate

all’apertura interculturale (sul piano teorico) e alla cooperazione (sul piano pratico) oltre a produrre effetti

positivi nei termini del contatto riducendo il pensare pregiudiziale nei confronti dell’outgroup, influenzano

anche la stessa qualità delle rappresentazioni dell’ingroup, diminuendo le distanze dell’Identità personale da

esso.

Viceversa , i metodi più tradizionali, non caratterizzate dall’apertura inter-culturale e ispirati al lavoro individuale,

oltre che a non produrre effetti positivi relativamente al superamento del pensiero pregiudiziale nei confronti

dell’outgroup, favoriscono l’aumentano dell’orientamento alla chiusura sociale e all’individualismo.

Dunque, i servizi educativi possono contribuire alla costruzione di una società al plurale, caratterizzati dalla civile

convivenza tra individui con diversa Identità sociale, e le attività caratterizzate dall’orientamento interculturale

costituiscono, insieme, una sorta di banco di prova di tali possibilità e un potenziale spazio condiviso in cui si

incontrano/confrontano tradizioni, storie anche culturalmente molto distanti.

Si tratta di fondare scientificamente il dibattito sui processi di assimilazione piuttosto che alle discriminazioni e/o

alle opportunità negate, in modo tale da individuare le modalità funzionali al superamento delle situazioni di

criticità, alla prevenzione del disagio, alla promozione di politiche realmente mirate al reciproco riconoscimento.

In tal senso, relativamente alla realtà mediterranea, il cibo può costituire una concreta occasione di contatto

interculturale, a partire dalle quali poter realizzare percorsi di approfondimento mirati alla reciprocità e alla

19 Come sostiene Allport, a cui si deve la famosa Ipotesi di contatto, l’aumento delle occasioni di interazione tra soggetti

appartenenti a gruppi sociali culturalmente diversi consente la possibilità di conoscersi meglio, riducendo gli atteggiamenti

pregiudiziali e modificando gli stereotipi negativi che sottostanno ai comportamenti discriminatori, il solo contatto non è

sufficiente. Infatti è necessario che i rapporti intergruppi si svolgano secondo alcune condizioni:

1) Obiettivo comune da realizzare attraverso condotte che favoriscano la cooperazione;

2) Eguaglianza di potere e status;

3) Frequenza e durata del contatto sufficientemente prolungate tali da permettere lo sviluppo di relazioni significative;

4) Sostegno sociale e istituzionale, in funzione di politiche orientate a rimuovere le cause che determinano, nei gruppi

svantaggiati, marginalità sociale, economica, culturale, ecc.

20 “La similarità/distanza nei confronti degli stranieri di colore: la rilevanza del contatto, livelli di scolarizzazione, dimensioni

dell’identità. Una ricerca con i liceali di due diverse città siciliane”. In Di Nuovo S. “Da stranieri a cittadini”; “La distanza tra

bianco e nero: uno studio sperimentale sugli atteggiamenti inter-etnici nei bambini”; “Relazioni fra i gruppi sociali ed ipotesi

di contatto: una verifica nel contesto siciliano”; categorizzazione sociale, livelli di distanza sociale e preferenze etnico-

sessuali”. 15

comprensione della realtà di chi viene vissuto come “altro da sé”, ma con il quale appare necessario sempre di più

imparare a convivere.

2.3.1 Obiettivi e strumenti

Il progetto, in relazione alle esigenze che derivano dall’attuale realtà multiculturale, e di conseguenza alle sfide

nei processi di integrazione e all’importanza dei processi educativi, mira a verificare il ruolo della cucina

mediterranea dell’identità culturale, può avere in termini di mediazione tra culture.

È stata utilizzata una metodologia ispirata a un’ottica di ricerca-intervento, per verificare l’ipotesi che attività di

tipo interculturale, svolte in modo da coinvolgere i destinatari, possano favorire una rappresentazione meno

stereotipata della diversità, nel caso, riferita agli immigrati, sia alla riduzione dei vissuti di distanza sociale

esperiti nei confronti degli stessi.

Sono state realizzate due tipologie di attività interconnesse tra di loro e mirate una agli studenti e l’altra ai

docenti.

1) La bottega del gusto mediterraneo, rivolta agli studenti delle classi coinvolte nel progetto, è costituita da

laboratori di cucina condotti da due chefs tunisini e dedicati alla scoperta di piatti tipici, di cibi tradizionali

dell’area nord africana e sud europea. I laboratori, svoltesi con cadenza settimanale in un periodo di circa

due mesi, sono stati attivati per offrire agli studenti interessati l’opportunità di gustare alcuni piatti

caratteristici e acquisire informazioni di carattere culinario (tecniche, prodotti esotici, utensili tradizionali,

ecc; approfondire significati legati alle specifiche tradizioni alimentari e alle diverse precettistiche

alimentari (prescrizioni e divieti alimentari); collegarli agli elementi etnografici e antropologico/culturali (i

cibi delle feste, gli usi, i costumi, i riti, i tabù alimentari, le cerimonie a tavole, ecc).

2) L’incontro con l’Altro, azione rivolta agli insegnanti delle classi coinvolte e curata dal personale

specializzato della “Casa dei Popoli”, è stata realizzata come opportunità per:

a) approfondire l’analisi delle similarità e delle differenze culturali nell’area mediterranea, in particolare

per ciò che riguarda i percorsi di differenziazione delle tradizioni alimentari e i correlati valoriali, simbolici

e religiosi;

b) sottolineare l’esigenza culturale e la funzionalità sociale di un orientamento mirato alla valorizzazione

delle diversità come risorsa;

c) trasmettere adeguate strategie di comunicazione funzionali ai processi di integrazione interculturale.

2.3.2 Gruppi target e metodologia

Al fine di realizzare una ricerca ispirata alla metodologia della ricerca-intervento ma il più possibile di tipo

sperimentale, il campione è complessivamente costituito da 3 classi sperimentali (coinvolte nel progetto ) e 3

classi di controllo (non coinvolte nel progetto) delle due scuole, in nessuna delle quali sono (o sono stati) presenti

alunni immigrati (o figli di immigrati).

Nello specifico, nella Scuola Media: a) n. 2 classi sperimentali, una di prima e una di terza, e n. 2 classi di controllo

(una di prima e una di terza); b) nell’Istituto Alberghiero, n. 1 classe sperimentale (una seconda classe) ed n. 1 di

controllo (una seconda classe).

I docenti sono stati invitati a partecipare a percorsi di approfondimento didattico sulle tematiche connesse alla

cucina mediterranea e al cibo. In questo modo, partendo dalla concreta occasione di sperimentare similarità e

differenze nell’ambito della cucina mediterranea, diventa possibile avviare processi di conoscenza dell’altro

(storia, usi, costumi, sistemi simbolici e valoriali, dimensioni alla base dell’identità, ecc) e ridurre le barriere

pregiudiziali che caratterizzano le relazioni tra i gruppi sociali.

Gli alunni della scuola media hanno osservato la preparazione dei diversi piatti, partecipando solo ad alcune

piccole attività, gli studenti dell’alberghiero hanno effettivamente partecipato alla preparazione delle pietanze

suddividendo i compiti per la realizzazione di un risultato comune.

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in psicologia (Facoltà di Lettere e Filosofia, di Medicina e Chirurgia e di Scienze della Formazione)(CATANIA)
SSD:
Università: Catania - Unict
A.A.: 2014-2015

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher swarovskyna di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia degli atteggiamenti e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Catania - Unict o del prof Licciardello Orazio.

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