Parte prima – Teoria
Ordinare per semplificare
Il termine categorizzazione sta a designare l'insieme dei processi che consentono di ordinare la realtà in categorie, ovvero gruppi di persone, di oggetti e di avvenimenti in base a caratteristiche che riteniamo li accomunino. In altri termini, è una necessità atta a realizzare l'identità categoriale e ad andare oltre l'informazione data. Il processo di categorizzazione serve ad economizzare le nostre spese energetiche e a ridurre la complessità del mondo circostante ad una struttura più semplice.
Si tratta di un processo che si evolve durante la vita ma la cui costruzione inizia sin dalla nascita. La sua costruzione è nel contempo il prodotto e l'origine di una complessa serie di meccanismi, come la percezione categoriale. Relativamente alla categorizzazione dei colori di base, ad esempio, è emerso che bambini di circa quattro mesi sono in grado di suddividere i colori dello spettro in categorie cromatiche simili a quelle degli adulti.
Sebbene non sia chiaro quando nasca esattamente il processo di percezione categoriale, la comparsa di questo tipo di operazioni sembra estremamente precoce, come testimonia il paradigma dell'abituazione. Si tratta di un paradigma fondato sugli studi condotti per valutare le competenze percettive dei neonati, e che consiste nel presentare ai bambini uno stimolo visivo nuovo (ad es. una figura) e stimare i tempi relativi all'attenzione visiva presentata dal bambino alla prima e alle successive presentazioni dello stimolo.
In questo filone di ricerche si inserisce il contributo di Fantz. Fantz si è servito di una camera di osservazione che permetteva al bambino, sdraiato, di osservare degli oggetti posti sopra di lui. Lo sperimentatore, attraverso un foro o mediante una telecamera, poteva quindi verificare quali oggetti venissero osservati dal bambino. La tecnica consisteva nel presentare due diversi oggetti (ad esempio una palla blu ed una rossa), uno posto a destra e uno a sinistra. Inoltre, lo stesso oggetto veniva posto per metà delle volte sulla destra e per metà sulla sinistra, per evitare eventuali preferenze da parte dei bambini per l'uno o per l'altro lato. Se il neonato guardava più a lungo uno dei due oggetti, si poteva concludere che fosse in grado di riconoscere che non erano uguali.
Come suggerisce la Rosch, sembra che la funzione fondamentale svolta dalla categorizzazione consista soprattutto nell'economia cognitiva, nel senso di raggiungere una più elevata efficienza del sistema al costo minore. All'autrice si deve la distinzione tra categorie naturali e prototipi sociali. Le prime comprendono tutte quelle esperienze che hanno prevalentemente base biologica. Il termine prototipo, invece, sta a designare l'insieme delle caratteristiche distintive che meglio rappresentano una data categoria. In particolare, i membri migliori di una categoria sono quelli che condividono il maggior numero di caratteristiche con il prototipo, mentre i peggiori sono quelli che ne condividono poche o nessuna.
Secondo la teoria del prototipo, spesso non esistono caratteristiche condivise da tutti i membri di una categoria. Ne consegue che i confini di tali categorie sono piuttosto imprecisi. Le procedure utilizzate per categorizzare sembrano consistere nelle attività di astrazione e di generalizzazione. L'astrazione consiste nella ricerca di elementi comuni tra le cose, mentre la generalizzazione consiste nella tendenza a mettere insieme cose simili. Oltre a questi processi appare fondamentale anche l'organizzazione dei concetti. Infatti, come spiegava Asch, a determinare la percezione sociale di un determinato oggetto non sono solo i singoli concetti utilizzati nei confronti dello stesso, ma anche e soprattutto il tipo di organizzazione dei concetti stessi.
Semplificare per definire
La categorizzazione sociale è un sistema di orientamento che contribuisce a definire il posto specifico dell'individuo all'interno della società. In altri termini, è lo strumento mediante il quale il soggetto organizza la realtà sociale e le conferisce significato. Come sosteneva Tajfel, l'utilità delle categorie sociali consiste soprattutto nella capacità di discriminare i membri di una classe dai non membri. Tuttavia, tale funzione semplificatrice e sistematizzatrice non è esente da limiti, come la costruzione di stereotipi, gli errori di attribuzione, le distorsioni mnestiche e la correlazione illusoria (sovrastima dell'associazione tra due variabili che in realtà non sono collegate o lo sono debolmente).
Le persone vengono generalmente classificate in relazione a categorie sociali quali il sesso, l'etnia o la nazionalità. Relativamente alla tipizzazione di genere, uno dei modelli più accreditati è la schema theory di Bam. Secondo questo modello, la tipizzazione di genere procede per fasi: innanzitutto i bambini apprendono i contenuti dello schema di genere indicati dalla società; contemporaneamente essi comprendono le caratteristiche del loro sesso e verificano sulla base di tali caratteristiche la loro adeguatezza come soggetti. Infine, essi regolano il loro comportamento in base al modello cui appartengono. Secondo la Bam, uno schema è una struttura caratterizzata da un'organizzazione che rende più facilmente percepibili le relazioni tra le conoscenze, facilitando l'interpretazione e l'elaborazione delle informazioni.
Recentemente è stata realizzata una ricerca che prende le mosse proprio dalla teoria dello schema di genere, in cui sono state analizzate le risposte fornite da soggetti di età compresa tra i 3 e gli 11 anni relativamente alla conoscenza delle norme di genere, alla possibilità di violarle (nota come flexibility) e al giudizio espresso nei confronti di chi viola tali norme. Relativamente al primo aspetto è emerso che i bambini, cui erano state indicate delle attività tipiche per sesso, le attribuivano all'uno o all'altro sesso, indicandone cioè la pertinenza di genere. Per indagare la flessibilità, veniva chiesto ai soggetti se si potessero "trasgredire" le norme di genere (ad es. se un maschio poteva pettinarsi o usare giocattoli femminili e viceversa): dai risultati è emersa una maggiore flessibilità femminile rispetto alla possibilità di trasgredire alcune norme, mentre i maschi mostravano maggiore rigidità, soprattutto nei confronti delle norme riguardanti l'aspetto fisico. Rispetto ai giudizi nei confronti di chi viola le norme di genere, infine, è emerso che le bambine valutano più positivamente dei maschi la trasgressione di tali norme. Risulta confermata, quindi, sia l'importanza dello schema di genere, sia l'esigenza di mantenere una certa coerenza comportamentale rispetto a questo schema.
Secondo alcune ricerche recenti, gli schemi di genere si possono costituire solo dopo lo sviluppo dell'identità di genere, acquisizione che rende i bambini già a 2-3 anni capaci di autoidentificarsi come appartenenti al genere maschile o femminile. A seguito dello sviluppo dell'identità di genere, si può ipotizzare che gli schemi si espandano ulteriormente includendo le conoscenze relative alle attività, agli interessi e ai ruoli specifici coerenti al genere.
Già in ricerche precedenti era apparso chiaramente il ruolo svolto dagli schemi di genere nei compiti di memorizzazione svolti dai bambini relativamente alle informazioni stereotipiche e controstereotipiche (si intendeva indagare se le capacità di memorizzazione delle informazioni cambiassero in base al fatto che esse fossero coerenti agli stereotipi dei soggetti o meno). È emerso, infatti, che gli stereotipi organizzano la memorizzazione e che gli schemi operano sulla memorizzazione attraverso la distorsione delle informazioni. Ad un campione di bambini di 5-6 anni, dei quali erano state testate le preferenze e la discriminazione relativa al ruolo sessuale mediante il SERLI, furono mostrate delle immagini di soggetti che svolgevano attività coerenti/incoerenti con il loro sesso. Il SERLI è uno strumento costituito da 30 figure divise in tre sezioni: figure di oggetti, figure di adulti e figure di bambini (impegnati in attività varie). Il compito consiste nel collocare ciascuna figura all'interno di una scatola scegliendo fra tre contenitori (per le figure maschili, per quelle femminili, per entrambe). Il SERLI misura tre aspetti: la discriminazione dei ruoli sessuali e la consapevolezza degli stereotipi connessi al ruolo, le preferenze e il desiderio di aderire agli stereotipi di ruolo, la conferma dei ruoli stessi e il desiderio di conformarsi a ciò che si ritiene appropriato al sesso. Gli autori hanno rilevato che, dopo una settimana, i bambini avevano distorto le informazioni cambiando il sesso del protagonista delle immagini in cui l'attività svolta era incoerente con il sesso. Ne deriva che i bambini piccoli, in riferimento ad informazioni incoerenti con le loro aspettative connesse al ruolo, tendono a distorcere o a dimenticare le informazioni.
Una ricerca simile è stata condotta anche con soggetti di 6-7 anni. Da questo studio è emerso che soggetti con alta stereotipia ricordavano di meno i disegni con contenuti contrari agli stereotipi di genere propri della cultura di appartenenza. Si può concludere, quindi, che gli individui memorizzano più le informazioni che sono coerenti con i loro stereotipi e meno quelle che non lo sono (in altri termini, il fatto che le informazioni siano coerenti con gli stereotipi propri della cultura di appartenenza favorisce la memorizzazione). Relativamente a questo fenomeno è emersa, inoltre, la tendenza ad elaborare le informazioni sulla base delle aspettative pregresse, nel senso che vengono codificate e recuperate le informazioni che sostengono (perché coerenti) le attese precedenti piuttosto che quelle che disconfermano tali attese.
Uno dei modelli che hanno cercato di indagare se, nel processo di formazione delle impressioni, gli individui prediligano le informazioni di tipo categoriale (relative all'appartenenza di una persona ad una data categoria) o quelle di tipo individuale (relative alla caratteristiche particolari del soggetto) è il modello del continuum di Fiske e Taylor. Secondo questo modello, dopo una categorizzazione automatica condotta attraverso l'appartenenza ad un gruppo sociale particolare, si passa ad una categorizzazione personale del soggetto sulla base delle motivazioni, degli interessi e degli scopi di chi percepisce.
Definire per attribuire
Tajfel, uno dei maggiori promotori della psicologia sociale europea, riteneva che gli individui derivano e definiscono la propria identità personale attraverso l'identificazione con il gruppo di appartenenza. Alla base della sua teoria vi è la nozione di identità sociale (dalla quale la teoria prende il nome); Tajfel definisce l'identità sociale come quella parte dell'immagine di sé di un individuo che deriva dalla sua consapevolezza di appartenere ad uno o più gruppi sociali.
La teoria dell'identità sociale, quindi, concettualizza il gruppo come luogo di origine dell'identità sociale: nell'uomo è spontanea la tendenza a costituire gruppi, a sentirsene parte e a distinguere il proprio gruppo di appartenenza (ingroup) da quelli di non-appartenenza (outgroup). Nello specifico, l'individuo si rappresenta l'ingroup come superiore all'outgroup. Questa rappresentazione è resa possibile da due processi, l'assimilazione intracategoriale e la differenziazione intercategoriale. L'assimilazione intracategoriale è il processo che consente di accentuare le somiglianze percepite tra i membri di uno stesso gruppo, mentre la differenziazione intercategoriale è il processo che permette di accentuare le differenze percepite tra i membri di gruppi diversi. Ne consegue che parte della propria autostima individuale può derivare anche dalla percezione di "superiorità" del proprio ingroup rispetto all'outgroup di riferimento. Per sviluppare o tutelare l'autostima, infatti, gli individui sarebbero portati a realizzare un confronti intergruppi favorevole, mettendo in atto giudizi e azioni talvolta discriminanti.
Tajfel ha messo in luce il rapporto che intercorre tra categorizzazione e stereotipi. Gli stereotipi sono credenze socialmente condivise circa le caratteristiche che si ritiene siano proprie di un gruppo sociale. Il potere degli stereotipi è straordinario perché, anche in modo inconsapevole, essi impediscono l'uso di classificazioni alternative. Gli stereotipi possono diventare stereotipi sociali quando vengono condivisi da grandi masse di persone. Essi, in definitiva, sono generalizzazioni derivate dal processo di categorizzazione.
Lo stereotipo deve essere distinto dal pregiudizio, che è un giudizio formulato ed emesso acriticamente e a priori, in genere con connotazione negativa, nei confronti di gruppi o persone. Uno dei fenomeni che può contribuire alla formazione degli stereotipi è la correlazione illusoria: si tratta di un processo per cui si attribuiscono comportamenti non comuni, in senso sia positivo sia negativo, ai membri del gruppo di cui si hanno poche informazioni (in altri termini, è un'associazione inesistente tra due variabili che non sono collegate o lo sono debolmente). In genere, i membri dei gruppi minoritari costituiscono stimoli "poco noti", e ciò può contribuire alla costruzione di correlazioni illusorie e, conseguentemente, di stereotipi.
In una dimostrazione sulla correlazione illusoria, Hamilton ha chiesto ai partecipanti di leggere una serie di frasi, ciascuna delle quali descriveva un comportamento desiderabile o indesiderabile messo in atto da un membro del Gruppo A o da un membro del Gruppo B. In entrambi i gruppi i comportamenti desiderabili erano più numerosi di quelli indesiderabili, ma i partecipanti lessero più frasi sul Gruppo A che sul Gruppo B. Quando i ricercatori chiesero ai partecipanti le loro impressioni sui gruppi, essi dissero di trovare meno simpatico il Gruppo B. Avevano formato una correlazione illusoria percependo un legame tra il comportamento indesiderabile e l'appartenenza al gruppo di cui avevano letto meno frasi.
Hamilton ha rilevato che quando si verifica con scarsa frequenza, un evento diventa distintivo e le persone vi prestano attenzione; quando due caratteristiche distintive si presentano insieme (per esempio quando un rappresentante del Gruppo B fa qualcosa di antisociale) esse emergono con forza ancora maggiore.
La salienza del genere e dell'etnia nell'età evolutiva
L'utilizzazione di una categoria sociale dipende dalla sua salienza e dalla sua accessibilità. La salienza rappresenta la caratteristica propria di quegli aspetti immediatamente identificabili per la loro elevata disponibilità e per la rapidità di accesso nella nostra memoria (ad es. il genere o l'etnia). L'accessibilità è la prontezza con la quale un'input con determinate proprietà o caratteristiche viene identificato. Il concetto di accessibilità, a sua volta, va articolato in accessibilità cronica e situazionale. La prima riguarda soprattutto i fattori personali, la seconda i fattori contestuali.
Il genere e l'etnia sono gli indicatori che i bambini riescono ad utilizzare più precocemente (già a 4 anni) nel processo di categorizzazione sociale.
Genere
Relativamente al genere è emerso che i bambini sono in grado, anche in età molto precoce, di identificare se stessi per genere e che la differenziazione di genere aumenta con l'età. Questo processo è stato spiegato nei termini della gender segregation, che compare già a tre anni, permane sino all'adolescenza ed è presente soprattutto nelle femmine. La maggiore consapevolezza femminile di un'identità di genere è stata spiegata nei termini di una specie di reazione delle femmine al modo molto assertivo con cui i maschi si relazionano con loro. Inoltre, è emerso che il genere rappresenta una categoria sempre saliente nella classificazione degli stimoli sociali, sebbene il suo utilizzo venga progressivamente ridotto intorno ai 9 anni, probabilmente per l'utilizzo di criteri più complessi di ragionamento.
Secondo Kohlberg, una volta che l'identità di genere, che rappresenta una forma di categorizzazione del sé, è costituita, essa spinge i bambini ad adottare comportamenti adeguati al loro sesso. Kohlberg ritiene che tanto l'approccio comportamentista quanto quello biologico-maturazionale siano inadeguati. Il primo, infatti, ritiene che l'acquisizione dell'identità di genere sia resa possibile dalle ricompense ambientali ricevute quando vengono messi in atto comportamenti coerenti al sesso. In quest'ottica, quindi, il comportamento precede la cognizione ("sono stato premiato per aver fatto cose da maschi, devo essere un maschio"). Kohlberg, invece, oppone a questa ipotesi la tesi contraria e cioè che la cognizione precede il comportamento ("sono maschio, quindi faccio cose da maschi"). L'approccio biologico-maturazionale, invece, ritiene che gli individui siano dotati di un determinato patrimonio genetico e ormonale che predispone l'organismo a produrre risposte sessualmente diverse. Kohlberg propone una spiegazione diversa, di tipo cognitivista, secondo cui dall'acquisizione dei concetti "maschio" e "femmina" deriva l'evoluzione dell'identità di genere, sulla base della quale, a loro volta, vengono organizzati i comportamenti adeguatamente al sesso.
Una nota modalità utilizzata per studiare l'identità di genere in termini categoriali è quella utilizzata da Weinraub, che ha sottoposto a bambini di età compresa tra i 26 e i 36 mesi una serie di prove finalizzate ad individuare l'inizio e lo sviluppo della consapevolezza degli stereotipi di ruolo, l'etichettamento del genere, l'identità di genere e le preferenze per i giocattoli tipici per sesso.
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