Psicologia della comunicazione
Inquadramento storico e teorico sulla comunicazione
Introduzione
Il soggetto umano è un essere comunicante: non sceglie se essere comunicante o meno, ma può scegliere se e come comunicare. La comunicazione è un’attività eminentemente sociale, poiché essa avviene solo all’interno di gruppi. Socialità e comunicazione costituiscono due dimensioni fra loro distinte ma interdipendenti, che si evolvono in maniera congiunta.
In questa prospettiva la comunicazione è alla base dell’interazione sociale e delle relazioni interpersonali. Da questo punto di vista la comunicazione è dunque partecipazione, poiché prevede la condivisione dei significati e dei sistemi di segnalazione nonché l’accordo sulle regole sottese a ogni scambio comunicativo. Per sua natura la comunicazione si fonda cioè su processi più o meno lunghi e complessi di negoziazione e di patteggiamento fra i soggetti comunicanti. Di conseguenza ha sia una matrice culturale che una natura convenzionale.
Inoltre, la comunicazione è un’attività eminentemente cognitiva, poiché è in stretta connessione con il pensiero e i processi mentali. Pensiero e comunicazione si articolano in maniera reciproca, visto che per comunicare i soggetti devono rendere esplicito il proprio pensiero. Allo stesso modo, la comunicazione è strettamente connessa con l’azione, perché nessun atto comunicativo è neutro o indifferente, ma c’è sempre un’intenzione di base (in questo senso la comunicazione non è disgiunta dalla discomunicazione, che prevede la comunicazione menzognera, la comunicazione ironica, la comunicazione seduttiva, ecc.).
Già da queste prime considerazioni emerge come la comunicazione rappresenti un’attività umana molto sofisticata, complessa e articolata.
Il punto di vista matematico: la comunicazione come trasmissione di informazioni
L’indagine scientifica sulla comunicazione è un’acquisizione piuttosto recente, risalendo le prime ricerche alla fine degli anni Quaranta. In realtà, lo studio della comunicazione è stato reso possibile dal concetto generale di informazione, intesa come differenza fra due o più elementi.
Secondo l’approccio matematico allo studio della comunicazione di Shannon e Weaver, essa va considerata anzitutto come un processo di trasmissione di informazioni: c’è un passaggio di un segnale da una fonte A attraverso un trasmettitore lungo un canale a un destinatario B. La comunicazione avviene nella misura in cui questa trasmissione è possibile. In questa prospettiva l’informazione non consiste in ciò che è stato detto dalla fonte, bensì in ciò che è probabile passi dall’emittente al ricevente a seconda della qualità e dell’intensità del messaggio.
Questo modello è stato successivamente integrato con la nozione di feedback, definita come la quantità di informazioni che dal ricevente ritorna all’emittente. Il feedback è stato ulteriormente distinto in feedback positivo e in feedback negativo, a seconda che l’informazione d’ingresso sia aumentata o diminuita. Allo stesso modo il modello matematico ha introdotto il concetto di rumore, inteso come l’insieme degli elementi ambientali e non che interferiscono con la trasmissione del segnale.
Shannon e Weaver hanno completato il loro modello con i concetti di ridondanza (ripetizione del messaggio per favorirne l’identificazione) e di filtro (processo di selezione di alcuni aspetti e proprietà del segnale). L’approccio matematico è stato il primo tentativo di fornire un modello teorico e verificabile della comunicazione umana e animale. Tale approccio implica una teoria forte del codice, ma questa focalizzazione sui processi di cifratura dei segnali ha impedito di prendere in considerazione altri fondamentali aspetti della comunicazione, come l’elaborazione dei significati, l’intenzionalità e l’inferenza e la multimodalità dei sistemi di comunicazione.
L’approccio semiotico: la comunicazione come significazione e come segno
Il processo della significazione
La semiotica è la scienza che studia la vita dei segni nel quadro della vita sociale. Il processo di significazione è la capacità di generare significati e come la proprietà di ogni messaggio di avere un senso per i comunicanti. Questo processo di significazione fa riferimento a un referente e a un codice (diagramma della significazione simbolo-referente-referenza).
Segno come equivalenza e segno come inferenza
Anzitutto bisogna definire che cosa si intende per segno. Esistono due principali accezioni: il segno come equivalenza e il segno come inferenza.
Il segno come equivalenza: secondo de Saussure il segno è inteso come l’unione di un’immagine acustica (il significante) e di un’immagine mentale (il significato). Il segno è inteso in termini di equivalenza, poiché vi sarebbe una corrispondenza stabile fra espressione e contenuto. Il segno presenterebbe così un carattere arbitrario e convenzionale, in quanto legato a una determinata cultura. Inoltre avrebbe un carattere oppositivo, poiché è sé stesso per non essere nessun altro segno. La lingua, come sistema di segni, è definita da de Saussure come un sistema di differenza di suoni combinati a un insieme di differenze di significati.
Il segno come inferenza: per contro, Peirce ha definito il segno come qualcosa che per qualcuno sta al posto di qualcos’altro, sotto qualche rispetto o capacità. In quanto tale il segno rimanda a qualcosa di diverso da sé (rimando). Peirce individua perciò tre tipi di segni, ovvero icone, indici e simboli. Il segno è inteso come inferenza perché costituisce un indizio da cui trarre una conseguenza. Il segno come indizio comporta la presenza di modelli mentali che, sulla base di schemi tratti dalla logica o dall’esperienza, consentono di individuare gli aspetti mancanti e di cogliere il senso dei messaggi.
Insomma, il segno come equivalenza implica la nozione di codice, mentre il segno come inferenza rimanda alla nozione di contesto.
L’approccio pragmatico: la comunicazione come interazione fra testo e contesto
Morris ha proposto la distinzione fra la semantica (significato dei segni), la sintassi (relazioni formali fra segni) e la pragmatica (relazione dei segni con gli attori). La pragmatica esamina i rapporti che intercorrono fra un testo e il contesto in cui esso è manifestato. L’attenzione viene così spostata dall’analisi della struttura del sistema di comunicazione all’atto concreto e contingente della comunicazione.
La teoria degli atti linguistici
Il punto di vista pragmatico pone in evidenza la comunicazione come azione. Essa è un processo, un’azione fra due o più partecipanti. In questa direzione Austin ha proposto la teoria degli atti linguistici, individuando tre tipi di azione che compiamo simultaneamente quando parliamo:
- Atti di dire qualcosa, ovvero atti locutori: azioni che si compiono per il fatto stesso di parlare (atti fonetici, fatici, retici).
- Atti nel dire qualcosa, ovvero atti illocutori: intenzioni comunicative del parlante.
- Atti con il dire qualcosa, ovvero atti perlocutori: produzione di determinati effetti da parte del parlante sul sistema di credenze.
Il locutorio rappresenta ciò che si dice, l’illocutorio costituisce ciò che si fa nel dire qualcosa, il perlocutorio rappresenta ciò che si vuole ottenere dicendo qualcosa:
Non ho strappato io il foglio (locutorio)
Dichiarare la propria estraneità al fatto (illocutorio)
Convincere l’interlocutore della propria innocenza (perlocutorio)
La forza illocutoria dipende dai verbi, dall’ordine delle parole, dall’accento, dall’intonazione, dalla punteggiatura, ecc. Austin ha distinto ulteriormente fra atti linguistici diretti e atti linguistici indiretti. Nei primi la forza illocutoria è trasmessa in maniera conforme, nei secondi deriva invece dai modi non verbali, come l’intonazione, il ritmo, ecc.
Esempio: "Puoi camminare più velocemente?" Con questo esempio si capisce lo scarto fra frase ed enunciato, nel senso che il secondo comunica ben più di quanto sia contenuto in una frase al semplice livello lessicale.
Il principio di cooperazione e le impalcature conversazionali
Per Grice la comunicazione è un processo costituito da un soggetto che ha intenzione di far sì che il ricevente pensi o faccia qualcosa, operando in modo che il ricevente riconosca che l’emittente sta cercando di causare in lui quel pensiero o quell’azione. Di conseguenza, la comunicazione è possibile soltanto se si attua questo processo di conoscenza reciproca e condivisa, che implica la mutua consapevolezza di un’intenzionalità comune fra i partecipanti.
Su questa base si deve distinguere fra comunicazione e informazione: la prima consiste in uno scambio nel quale A intende in maniera consapevole rendere B consapevole di qualcosa, la seconda invece consiste nella trasmissione involontaria di A di un segnale che è percepito in maniera autonoma da B, indipendentemente dall’intenzione di A. Entro questa prospettiva pragmatica il successo della comunicazione si fonda sul principio di cooperazione, declinato da Grice secondo quattro massime che dovrebbero guidare la condotta dei partecipanti:
- Massima di Quantità
- Massima di Qualità
- Massima di Relazione
- Massima di Modo
La logica della conversazione implica quindi la distinzione fondamentale fra il dire e il significare, e tale scarto deve essere colmato dall’impalcatura conversazionale.
Esempio:
A: Sai che ore sono?
B: Bah, è già passata la corriera per Rovereto
Il principio di pertinenza e il modello ostensivo-inferenziale di comunicazione
Sperber e Wilson, partendo dagli studi di Grice, hanno elaborato un modello ostensivo-inferenziale che intende superare sia la tradizionale impostazione basata esclusivamente sul codice di Shannon e Weaver, sia l’impostazione inferenziale di Grice. Su queste premesse introducono la distinzione fra intenzione informativa e intenzione comunicativa: la prima concerne l’intenzione di informare il destinatario di qualcosa, la seconda riguarda l’intenzione di informare il destinatario della propria intenzione informativa.
Il punto di vista sociologico: la comunicazione come espressione e prodotto della società
Entro la prospettiva sociologica è opportuno distinguere fra la microsociologia e la macrosociologia. La prima si occupa dei processi della vita quotidiana, mentre la seconda studia i processi generali inerenti le istituzioni e le organizzazioni complesse. Sul piano della comunicazione la macrosociologia si è occupata soprattutto dei mass media e dei loro effetti.
L’approccio psicologico: la comunicazione come gioco di relazioni
Le scienze psicologiche hanno aperto un altro punto di vista sullo studio della comunicazione, ponendo in evidenza non soltanto le sue funzioni come significazione, come trasmissione di informazioni e come connettivo dei legami interpersonali, bensì come dimensione intrinseca che fonda ed esprime l’identità personale e la posizione sociale di ogni soggetto. Attraverso la comunicazione, gli individui giocano con la propria identità e modificano la rete delle relazioni.
Sotto questo profilo, il comunicatore esercita sempre un certo grado di controllo su quanto manifesta e indirizza il suo messaggio secondo una determinata direzione comunicativa, in linea con la sua intenzione comunicativa. In questa prospettiva vi è il livello della comunicazione (i contenuti che si scambiano) e il livello della meta comunicazione (la comunicazione che ha come oggetto la comunicazione stessa). Quando si passa al livello della meta comunicazione, l’oggetto della comunicazione diventa la cornice in base alla quale intendere e interpretare il messaggio stesso. In questo processo l’attenzione si sposta dalle informazioni e dai contenuti trasmessi alla relazione interpersonale che si crea fra due o più interlocutori.
La comunicazione è la dimensione psicologica che produce e sostiene la definizione di sé e dell’altro. Questa percezione e definizione di sé e della relazione attraverso la comunicazione è continua ed è reciproca fra gli interlocutori: ogni atto comunicativo è contemporaneamente una risposta a un messaggio precedente, uno stimolo per l’interlocutore e un rinforzo del modello comunicativo in essere. Nella comunicazione si giocano gran parte delle relazioni umane, che possono essere simmetriche o complementari, a seconda del rapporto fra i comunicanti.
Verso una definizione di comunicazione
La distinzione fra comunicazione, comportamento e interazione
Da quanto è stato detto finora, emerge che la comunicazione costituisce una categoria di fenomeni e di processi che sfumano in altre categorie concettuali simili. In particolare, occorre tenere distinto il concetto di comunicazione da quelli del comportamento e dell’interazione.
Comportamento e comunicazione costituiscono categorie mentali distinte, anche se fra loro vi è un rapporto di inclusione, in quanto ogni comunicazione è un comportamento (mentre non ogni comportamento è una comunicazione). Delle differenze fra informazione e comunicazione si è già detto precedentemente, mentre la distinzione fra interazione e comunicazione dipende dalla volontarietà o meno dei contatti fra gli individui. Pertanto l’interazione costituisce una categoria mentale che include quella di comunicazione, in quanto ogni comunicazione implica un’interazione, ma non viceversa.
Entro questa prospettiva la comunicazione può essere definita come uno scambio interattivo osservabile fra due o più partecipanti, dotato di intenzionalità reciproca e di un certo livello di consapevolezza, in grado di far condividere un determinato significato sulla base di sistemi simbolici e convenzionali di significazione e di segnalazione secondo la cultura di riferimento.
Le funzioni base della comunicazione
La comunicazione è caratterizzata da due dimensioni basilari che costituiscono la sua essenza: la funzione proposizionale (che riguarda la composizione del linguaggio) e la funzione relazionale (che riguarda la generazione e il rinnovamento delle relazioni interpersonali).
L’evoluzione della comunicazione
La comunicazione animale fra antropocentrismo e antropomorfismo
La comunicazione non costituisce un’attività specifica della specie umana, ma affonda le sue radici nell’evoluzione delle specie animali. Da una parte vi è l’antropocentrismo, che enfatizza le differenze e le discontinuità nei diversi sistemi di comunicazione e che considera la comunicazione umana come un’attività privilegiata. Dall’altra si trova l’antropomorfismo, che sottolinea le somiglianze nei differenti sistemi di comunicazione e che rischia di attribuire alle specie animali competenze comunicative e cognitive tipiche degli umani. Di sicuro si può dire che gli esseri umani possiedono un sistema di comunicazione che è qualitativamente differente da quello impiegato da altre specie animali.
Le principali prospettive teoriche sulla comunicazione animale
A partire dalla teoria evoluzionistica di Darwin, l’etologia tradizionale di Lorenz e Tinbergen concepì la comunicazione animale come dispositivo fondamentale per la sopravvivenza della specie. Secondo Chomsky invece solo gli esseri umani possiedono l'organo del linguaggio.
La comunicazione animale come adattamento cognitivo e sociale
La domanda di partenza è: per quale motivo gli animali dovrebbero fare ricorso alla comunicazione? Quali sono le condizioni fisiche e sociali nelle quali si producono gli scambi comunicativi?
La conoscenza del mondo fisico
Come altri animali, i primati hanno il problema della sopravvivenza legato all’approvvigionamento del cibo. Al pari di numerose altre specie essi hanno un’ottima memoria per ricordare la distribuzione spaziale e il diverso livello di qualità delle varie fonti di cibo (capacità di mappare mentalmente il territorio e categorizzare gli oggetti). Queste abilità cognitive si manifestano nella costruzione e nell’impiego di strumenti, così come le scimmie dimostrano una buona articolazione mentale nella connessione “mezzi-fine”.
La conoscenza del mondo sociale
La comunicazione nasce da e presuppone la conoscenza del proprio mondo sociale di appartenenza: il campo sociale è qualificato da una serie di proprietà e di caratteristiche che definiscono una rete di interazioni e di rapporti più o meno stabili.
Conoscenza e padronanza del campo sociale: anzitutto, i primati sanno riconoscere gli individui della propria comunità. In secondo luogo, le interazioni sociali coordinate dipendono dalla capacità di conoscere e prevedere le azioni che gli altri faranno a un certo momento e in determinate circostanze. I primati, in quanto capaci di anticipare il comportamento degli altri membri della comunità, sono in grado di comprendere la relazione fra azione antecedente e conseguente, basandosi su indizi raccolti in esperienze analoghe precedenti. In terzo luogo, le scimmie e i primati sono in grado di conoscere le relazioni che intrattengono con i propri consimili (parentela e dominanza). In quarto luogo i primati percepiscono e comprendono le relazioni fra terzi.
Coalizioni e alleanze, reciprocità e altruismo: un ambito importante è quello delle interazioni cooperative e competitive per il cibo e l’attività sessuale. In esse si sviluppano coalizioni e alleanze come naturale conseguenza di questo gioco sociale. La densità dei rapporti sociali, la loro complessità, la loro gerarchia in funzione del grado di dominanza costituiscono le premesse na
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