Pregiudizio
Definizioni
• Deriva dal latino prae (prima) e iudicium (giudizio); pur potendo assumere diversi significati a seconda del contesto, questi sono comunque collegati al concetto di un giudizio a priori, prematuro, parziale, basato su argomenti insufficienti o su una incompleta o indiretta conoscenza dei fatti rilevanti di un determinato caso.
• In tempi recenti questa parola è stata usata prevalentemente in riferimento a preconcetti o giudizi il più delle volte sfavorevoli verso gruppi di persone o individui, in riferimento a differenze di genere, età, classe sociale, disabilità, religione, orientamento sessuale, etnicità, lingua, nazionalità o altre caratteristiche personali. Questa parola si riferisce anche a credenze immotivate e può includere “qualsiasi convinzione immotivata insolitamente resistente all’influenza della ragione” (Rosnow, 1972).
• Gordon Allport (1954), famoso psicologo americano vissuto nella prima metà del secolo scorso, ha definito il pregiudizio come “un sentimento, favorevole o sfavorevole, verso una persona o una cosa, a priori o non basato sull’esperienza attuale”.
• Vi è quindi alla base una predilezione immotivata per un particolare punto di vista o per una particolare ideologia, che porta al rifiuto o all’accettazione della validità di un’affermazione non in base alla forza degli argomenti a supporto di tale dichiarazione ma in base alla corrispondenza con le proprie idee preconcette, senza alcuna riflessione.
• Oltre che da un punto di vista sociale e antropologico, il pregiudizio può essere studiato sotto vari punti di vista psicologici: è un pensiero che si basa sulle paure e sulle fobie degli individui, oltre che delle masse, e può essere analizzato da un punto di vista psicodinamico oltre che cognitivista.
Pregiudizio in sociologia e antropologia
• In psicologia sociale il pregiudizio è un tipo particolare di atteggiamento definibile come atteggiamento intergruppo, che nasce cioè da individui facenti parte di diversi gruppi, e costituito da posizioni di favore o sfavore che hanno per oggetto un gruppo.
• Dal punto di vista antropologico il pregiudizio è antichissimo, perché nasce dal comune modo di approcciarsi alla realtà e fa quindi parte di quel senso comune che è la forma di ragionamento o di pensiero che appartiene a una cultura e ne plasma la produzione culturale in modo spesso inconsapevole. I pregiudizi variano infatti da cultura a cultura: storicamente gli europei sono stati fautori di pregiudizi nei confronti di qualità fisiche e psicologiche delle popolazioni di etnia facilmente riconoscibile dal diverso colore della pelle; molte tribù africane invece pensano che gli europei siano portatori di stregoneria nelle loro terre. All’interno di una stessa cultura poi, i pregiudizi sono cambiati o nati a seconda del periodo storico sotto forti influenze religiose o politiche, spesso alla ricerca di un capro espiatorio.
Pregiudizio: approcci storici e teorie recenti (1)
• La prima ricerca in psicologia sul pregiudizio è stata condotta negli anni ’20, con lo scopo di dimostrare la superiorità della razza bianca. Nel 1930 è stata pubblicata una review analizzando 73 studi sulla razza, e si concludeva che tirando le somme poteva essere dimostrata una superiorità nell’intelligenza della razza bianca (Garth, 1930). Questa ricerca ed altre simili hanno portato inizialmente gli psicologi ad inquadrare il pregiudizio come un atteggiamento naturale nei confronti delle razze inferiori.
• Tra gli anni ‘30 e gli anni ‘40, questa prospettiva iniziò a cambiare a causa della crescente preoccupazione nei riguardi dell’antisemitismo, inquadrando il pregiudizio come patologico e collegando disturbi di personalità al razzismo. Il sociologo e filosofo tedesco Theodor Adorno considerava il pregiudizio come tipico di una personalità autoritaria, cioè di “persone molto rigide che obbediscono all’autorità, che vedono il mondo in bianco e nero e spingono per una forte aderenza alle regole sociali e alle gerarchie” (Adorno, 1950).
Pregiudizio: approcci storici e teorie recenti (2)
• Nel 1954 Gordon Allport ha associato il pregiudizio alla categorizzazione, dichiarando che è un processo normale del pensare umano. Secondo lui “gli uomini hanno bisogno di pensare con l’aiuto delle categorie […]. Una volta formate, le categorie sono le basi per il normale giudizio prematuro e non possiamo evitare questo processo. La regolarità della vita dipende da questo”.
• Negli anni ’70 le ricerche iniziarono a mostrare che molto del pregiudizio è basato NON su sentimenti negativi rivolti verso i gruppi, ma su favoritismi riguardanti il proprio gruppo di appartenenza. Secondo Marilyn Brewer (1999), famoso psicologo sociale americano, il pregiudizio può svilupparsi non perché i non appartenenti a un gruppo (outgroup) siano odiati, ma perché emozioni positive come ammirazione, simpatia e fiducia sono riservate al proprio gruppo di appartenenza (ingroup).”
• Nel 1979, Thomas Pettigrew ha descritto l’errore ultimo di attribuzione e il suo ruolo nel pregiudizio. Questo errore si presenta quando i membri di un gruppo attribuiscono alla predisposizione i comportamenti negativi dei non appartenenti al gruppo (giudizio più frequente di quello che avverrebbe per un comportamento analogo degli appartenenti al gruppo); al contrario, un comportamento positivo dei non appartenenti al proprio gruppo viene giustificato da un colpo di fortuna, una casualità improbabile.
Pregiudizio: approcci storici e teorie recenti (3)
Negli ultimi 30 anni sono state formulate varie teorie e vari modelli per spiegare vari aspetti legati al pregiudizio. I più importanti sono i seguenti:
- L’effetto di omogeneità del gruppo esterno (outgroup-homogenity effect), che è la percezione che i non appartenenti al proprio gruppo siano più simili tra loro rispetto ai membri che vi appartengono, percepiti come molto diversi tra loro e quindi con meno omogeneità all’interno del gruppo (Quattrone et al., 1980).
- Il modello della giustificazione-soppressione, creato da Crandall ed Eshleman (2003), che spiega che nelle persone esiste un conflitto tra il desiderio di esprimere pregiudizi e il desiderio di mantenere un’immagine positiva di sé. Questa discordanza spinge la gente a cercare una giustificazione per disprezzare chi non appartiene al proprio gruppo, e ad usare questa giustificazione per evitare sensazioni spiacevoli verso se stessi (dissonanza cognitiva) quando si agisce dimostrando la propria avversione verso gli outgroup.
- La teoria del conflitto realistico, che afferma che la competizione per un numero limitato di risorse porti ad un aumento di discriminazione e pregiudizi negativi, anche quando il bene conteso è di valore irrilevante: è stato dimostrato anche in competizioni sportive amichevoli (Sherif, 1988).
Pregiudizio: approcci storici e teorie recenti (4)
- La teoria di minaccia integrata (ITT, “integrated threat theory”), creata da Walter G. Stephan (2000) e ampliata da Riek (2006), che utilizza la teoria dell'identità sociale come base per la sua validità, e cioè presuppone che gli individui operino in un contesto basato sui gruppi, dove l’appartenenza ai gruppi gioca un ruolo attivo nell'identità individuale. La ITT afferma che pregiudizi e discriminazioni verso l'outgroup si verificano nel momento in cui si percepisce una minaccia proveniente da questo. Questa teoria definisce diversi tipi di minacce: minacce realistiche, che sono concrete; minacce economiche e fisiche, come la concorrenza per una risorsa naturale o una minaccia al reddito; minacce simboliche, derivanti da una diversità di valori culturali o dalla violazione di norme; timore dell’intergruppo, che è una reazione affettiva di disagio provata in presenza di un outgroup, che costituisce una minaccia a causa del fastidio che provoca il suo interagire con altri gruppi; stereotipi consensuali (credenze cognitive), che si hanno quando alcuni individui anticipano il comportamento negativo di un outgroup in linea con lo stereotipo, per esempio che l'outgroup è violento. Spesso questi stereotipi sono associati ad emozioni come la paura e la rabbia.
- La teoria della dominanza sociale afferma che la società può essere vista come una gerarchia basata sui gruppi. In competizione per risorse limitate come lavoro o abitazione, i gruppi dominanti creano pregiudizi legittimatori per fornire una giustificazione morale e intellettuale per la propria posizione dominante su altri gruppi ed avvalorare la pretesa riguardante le risorse limitate (Sidanius, 1996).
Lo stereotipo (1)
• In psicologia lo stereotipo è un’opinione precostituita, generalizzata e semplicistica, che non si fonda cioè sulla valutazione personale dei singoli casi ma si ripete meccanicamente su persone o avvenimenti e situazioni (definizione enciclopedia Treccani). Può essere anche definito come una visione semplificata e largamente condivisa su un luogo, un oggetto, un avvenimento o un gruppo riconoscibile di persone accomunate da certe caratteristiche o qualità. Si tratta di un concetto astratto e schematico che può avere un significato neutrale, positivo o negativo e, in questo caso, rispecchia talvolta l'opinione di un gruppo sociale riguardo ad altri gruppi.
• Il termine "stereotipo" deriva dalle parole greche "στερεός" (stereos: duro, solido) e "τύπος" (typos: impronta, immagine, gruppo), quindi "immagine rigida".
• La parola stereotipo proviene dal linguaggio verbale tipografico. Venne inventata da Firmin Didot e stava a indicare una piastra di metallo su cui veniva impressa un'immagine o un elemento tipografico originale, in modo da permetterne la duplicazione su carta stampata. Nel tempo divenne una metafora per un qualsiasi insieme di idee ripetute identicamente, in massa, con modifiche minime. In origine cliché e stereotipo avevano il medesimo significato. In particolare, cliché era un termine onomatopeico derivato dal suono prodotto durante il processo di stereotipizzazione, quando la matrice colpiva il metallo fuso.
Simili ma non uguali
- Stereotipi → componente cognitiva: riflettono le aspettative e le convinzioni circa le caratteristiche dei membri di gruppi percepiti come diversi dal proprio.
- Pregiudizi → componente affettiva: rappresentano la risposta emotiva suscitata dai membri di gruppi percepiti come diversi dal proprio.
- Discriminazioni → componente comportamentale: rappresentano le azioni intraprese verso membri di gruppi percepiti come diversi dal proprio.
Sebbene correlati, i tre concetti possono esistere indipendentemente l'uno dall'altro (Tajfel, 1981). Secondo Daniel Katz e Kenneth Braly (1935), gli stereotipi portano a pregiudizi razziali quando le persone reagiscono emotivamente al nome di un gruppo, attribuendo precocemente caratteristiche ai membri del gruppo, prima di valutarli effettivamente.
Lo stereotipo (2)
• I primi studi in merito ritenevano che gli stereotipi fossero utilizzati solo da persone rigide, represse e autoritarie. Questa idea è stata ribaltata da studi più recenti che hanno mostrato come gli stereotipi siano all'ordine del giorno. È stato detto anche che gli stereotipi fossero le credenze collettive di un gruppo, implicando che persone che appartengono allo stesso gruppo sociale condividano lo stesso insieme di stereotipi (Tajfel, 1981).
• Gli stereotipi possono avere funzioni cognitive a livello interpersonale e funzioni sociali a livello intergruppale (Cox, 2012). Per il funzionamento intergruppale, un individuo deve vedersi come parte di un gruppo e questo farne parte deve essere per lui fondamentale.
• McGarty e collaboratori (2002bis) hanno sostenuto che le funzioni cognitive degli stereotipi possano essere meglio comprese se messe in relazione alle funzioni sociali, e viceversa.
Le funzioni cognitive degli stereotipi
• Gli stereotipi possono contribuire a dare un senso al mondo, trattandosi di una forma di categorizzazione che aiuta a semplificare e sistematizzare le informazioni in modo che sia più facile individuarle, ricordarle, prevederle e reagire ad esse (Tajfel, 1981). Gli stereotipi sono categorie di oggetti o persone: tra queste categorie, gli oggetti o le persone sono diversi tra loro il più possibile, mentre dentro alla stessa categoria gli oggetti o le persone sono il più possibile simili (McGarty, 2002).
• Quanto al motivo per cui alla gente risulti più facile capire le informazioni classificate, Gordon Allport (1954) ha suggerito diverse spiegazioni: in primo luogo, le persone possono consultare la categoria di qualcosa in modo da potersi relazionare ad essa se in passato hanno già affrontato realtà appartenenti alla stessa categoria; in secondo luogo, le cose sono più comprensibili quando sono presentate in modo categorizzato.
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Psicologia sociale
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Lezione 2 Psicologia sociale
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Psicologia sociale, prof. Andrighetto