Il miracolo del vedere
Il mondo reale ci sembra quello che vediamo. In realtà la visione è vero che parte dall’occhio, dalla vista, ma in realtà è il frutto di un processo ben più complesso. La visione ha inizio dall’occhio in cui si formano delle immagini piccole e rovesciate, come avviene in una macchina fotografica, ma poi passa al cervello dove, con una serie di procedimenti, arriva poi alle immagini che percepiamo. Plinio, nelle Naturalis Historiae, aveva capito che l’organo della vista è la mente. Vedere = trasformazione del mondo esterno, fisicamente esistente, in un nostro mondo percettivo, in cui però giocano un ruolo importante la nostra conoscenza precedente, la nostra cultura e il nostro stato d’animo.
Vedere è un mezzo per conoscere e arricchire il nostro pensiero. Se la vista è il senso predominante per l’uomo, questo non vale per gli animali – escludendo le scimmie – basti pensare ai cani, in cui l’odorato è fondamentale. Molti animali si servono di segnali acustici per comunicare e lo stesso fa l’uomo, il quale ha messo a punto il linguaggio, con il quale riesce a comunicare, ma comunica anche con un linguaggio in cui rientra la visione, vedi la scrittura o l’immagine visiva. La modalità di linguaggio più innovativa creata dall’uomo è indubbiamente questa comunicazione grafica, la quale nasce dalla collaborazione tra occhio e mano, ed estende le possibilità di pensiero fino a diventare strumento per la rappresentazione estetica, superando i limiti temporali.
Oltre a questo vantaggio, il linguaggio grafico supera quello verbale anche per la capacità di sintesi, consente cioè di esprimere messaggi di grande complessità come ad esempio sentimenti o emozioni. cfr Bingo in Venice pag. 2.
La teoria della visione
La visione inizia con l’energia luminosa che proviene dagli oggetti esterni e dalle immagini, rimpicciolite e rovesciate, che forma sul fondo dell’occhio attraversandone le lenti. Tale energia stimola le cellule della retina sensibili alla luce, i fotorecettori e produce un segnale elettrico. Questo segnale ne genera altri nelle cellule nervose che si susseguono lungo le vie neurali dall’occhio al cervello dando luogo a una serie di eventi che terminano nella corteccia cerebrale generando l’immagine visiva.
Questa teoria è tuttavia recente. I Pitagorici pensavano che la visione partisse dall’occhio verso gli oggetti, cioè che l’occhio emanasse dei tentacoli che procedevano verso gli oggetti, tastandone la forma. Si è dibattuto anche a lungo a proposito di quale fosse la parte dell’occhio in grado di rispondere alla luce. A lungo si è pensato che questa parte fosse il cristallino, tuttavia Andrea Vesalio nel 1543 capì che questa funzione è propria della retina. Quando le analogie con la camera oscura iniziarono a dimostrare che in effetti vediamo gli oggetti come capovolti rispetto alla realtà, appare strano capire come mai in effetti li vediamo dritti. In molti cercarono risposte a questo dilemma.
Leonardo pensò ad esempio che dentro l’occhio l’immagine fosse invertita due volte e che la parte sensibile fosse la superficie posteriore della lente. In realtà il primo a dare una teoria della visione efficace fu Keplero, la cui teoria fu dimostrata in maniera sperimentale nel 1625 da padre Scheiner. Egli osservò le immagini formate da un oggetto luminoso sul fondo dell’occhio di un bue. Per farlo aveva tagliato una piccola parte dell’occhio sostituendola con un pezzetto di carta, sul quale vide proiettate le immagini capovolte degli oggetti della sua stanza.
L’illustrazione di questa operazione ce la dimostra Cartesio, il quale capisce la formazione delle immagini dell’occhio, ma sbaglia sostenendo che le informazioni sensoriali fossero analizzate dalla ghiandola pineale e non dalla corteccia cerebrale. Le teorie della percezione sono comunque tuttora sconosciute, ma ci sono alcune teorie interessanti, principalmente quella del costruttivismo e quella della Gestalt. La prima sostiene che le immagini siano costruite di volta in volta, la seconda sostiene che esistano schemi innati di organizzazione della percezione.
Teorie della percezione
Secondo i filosofi dell’empirismo, la percezione è costruita da sensazioni elementari tramite un processo di associazione. Tale teoria empirista è ripresa nell’800 da Helmotz e oggi da Gregory. Secondo questi, la percezione visiva avviene tramite il confronto dinamico tra l’informazione sensoriale che viene dall’occhio e le immagini precedentemente acquisite e conservate nella memoria. Quando si guarda un oggetto si formula un’ipotesi sulla sua natura in base all’informazione in memoria e tale ipotesi è confrontata con l’esperienza sensoriale.
Quando l’ipotesi è verificata la percezione conduce al riconoscimento dell’oggetto. L’osservatore dà un significato alla realtà anche in presenza di una stimolazione ottica non strutturata, come nell’immagine del fottuto dalmata a pag. 5. Percetto dunque = congettura che aspetta una conferma dai sensi, l’informazione dei quali non può che dare origine a un’altra congettura. È una teoria cognitivista, secondo la quale la responsabilità del precetto è lasciata all’osservatore. Cfr. pag. 6 ambiguità albero/viso.
Lo stesso oggetto dà informazioni diverse alla retina a seconda del punto di vista da cui lo guardiamo. Per es. un cerchio ci sembra un’ellisse allungata, se visto obliquamente. Anche in un quadro, un oggetto di forma circolare può sembrarci di forma ellittica. Se l’oggetto è riconoscibile viene interpretato correttamente come un cerchio e l’ellitticità del suo contorno dà l’informazione aggiuntiva a proposito della sua posizione obliqua nello spazio rappresentato nel quadro.
La sintesi tra esperienza passata ed esperienza sensoriale gioca un ruolo interessante anche nell’esperire l’ambiente che ci circonda, come verifica della forma dell’oggetto e della distanza. Tale indicazione ci suggerisce la posizione del pittore durante la realizzazione del quadro, ergo ci suggerisce la posizione da cui osservare il quadro. L’immagine retinica però può anche corrispondere a una congettura talmente convincente da generare una percezione fallace. Un esempio è la camera di Ames, che ha pareti trapezoidali, ma che producono nell’occhio la stessa immagine prodotta da una camera rettangolare.
La stanza è vista come se fosse rettangolare e tale percezione fallace è così forte da creare una distorsione nello spazio interno che genera un’errata percezione delle persone che vi stanno all’interno. In altri casi la percezione può dar origine a congetture che siano entrambe valide ma che si escludano a vicenda. Allora si dà il via a due possibili tipi di percetti, ad esempio nell’immagine volto/lampada o in quella del teschio/coppia al tavolino pag. 9. Si possono costruire anche figure che non trovino responso in immagini effettivamente esistenti. È il caso delle figure impossibili. Tali figure trovano una congettura per la loro somiglianza con oggetti reali, ma tale congettura non viene confermata e dunque non dà luogo a un percetto stabile, ad esempio le zampe dell’elefante pag. 10.
Anche la visione di quadri può creare congetture nello spettatore che influiscono molto sul modo di vedere l’opera, tant’è che spesso producono reazioni estetiche diverse. Queste diversità possono venire sia da una varietà nel linguaggio espressivo dell’artista, sia da un diverso livello culturale dello spettatore. Molti artisti lasciano volutamente un po’ di ambiguità nelle loro opere, così che lo spettatore possa completarle seguendo le proprie congetture. Ciò è valido per i pittori contemporanei, tra cui impressionisti, cubisti, surrealisti. Laddove i gradi di ambiguità sono minori, le congetture possono nascere a causa della diversità di chi guarda, sia per via di una competenza maggiore, sia per via del periodo storico diverso. Innumerevoli i casi estremi in cui l’artista crea volutamente dei casi instabili che danno luogo a due interpretazioni o a figure impossibili, es. Salvador Dalì.
Le teorie nell'arte figurativa
Nelle arti figurative molti storici dell’arte si rifanno alle teorie del costruttivismo nell’interpretazione delle immagini pittoriche, tra questi troviamo Gombrich. L’esperienza porrebbe le basi per l’analisi e l’interpretazione dell’informazione visiva, la quale sarebbe elaborata secondo schemi acquisiti basati su esperienze precedenti, creando ordine nel caos di entrata visiva. Per Gombrich la storia dell’arte = lo studio dello sviluppo degli schemi di rappresentazione usati dagli artisti. Nel raffigurare la realtà il pittore si avvale di modelli secondo schemi socialmente condivisi e che si modificano con il tempo. Ad esempio, Cimabue rappresenta le sue Madonne sempre con lo stesso schema, uno schema che verrà superato da Giotto.
Secondo la teoria della Gestalt (teorizzata da Koffka, Wertheimer e Köhler) si percepisce tramite schemi innati di cui è possibile studiare le leggi e le proprietà di organizzazione. Si rifiuta l’idea che il precetto venga dalle sensazioni e che possa essere suddiviso nelle sue parti costituenti: per la Gestalt, la percezione viene dall’organizzazione delle sensazioni e non dalla loro associazione. Gli psicologi Gestalt hanno postulato i motivi per cui certe percezioni sono più probabili di altre. Esempi di figure che illustrano i principi della Gestalt sono a pag 13. Ad esempio, il principio di prossimità: nella figura a i pallini sono più vicini lungo la linea verticale che in quella orizzontale, viceversa, nell’altra figura i pallini sono più vicini orizzontalmente, ergo danno l’impressione di essere suddivisi in linee orizzontali.
Nella figura b, vale di più il principio di somiglianza: i pallini bianchi e i pallini neri formano linee verticali, anche se la prossimità tra i punti è maggiore nella linea orizzontale. Nella figura c è illustrato il principio di continuazione, secondo il quale la continuità delle linee è preferita ai movimenti bruschi: vediamo due linee continue che si incrociano, piuttosto che due forme a V che si toccano nel punto d’incontro. Nella figura d gli elementi si fondono a formare quadrati e non, ad esempio, croci o simili, e questo è il principio di chiusura, secondo cui forme chiuse sono preferibili a forme aperte.
Per i seguaci della Gestalt questo principio contraddice il costruttivismo perché in tutte le figure si percepisce un quadrato, anche se sono molto diversi gli stimoli elementari che le sostituiscono. Altri principi Gestalt concernono la separazione di una figura dallo sfondo. A parità di altre condizioni si percepirà come figura una forma simmetrica rispetto agli assi orizzontali e verticali: la figura più piccola verrà vista come figura, mentre quella più grande come sfondo, e così via. Questo riassume la legge della pregnanza, che sostiene che: secondo le varie organizzazioni geometricamente possibili prevale quella che possiede la forma migliore, più semplice, più stabile.
Talvolta si creano immagini in cui non vi è una netta distinzione tra figura e sfondo: in questo caso si alternano due percetti a seconda che l’una o l’altra sia percepita come figura e la sua complementare come sfondo. È il caso della figura di Rubin (vaso – visi l’uno davanti all’altro) o della figura di Escher (angeli/diavoli). La teoria della Gestalt è particolarmente valida nelle arti visive, dove si stabilisce che la verità visiva non è da confondere con la verità fotografica o con la fedeltà all’immagine retinica. In questo senso la prospettiva diventa un mezzo per contribuire a dare l’illusione della realtà.
La percezione consiste nel cogliere alcune caratteristiche dell’oggetto che contengano l’informazione sulla sua struttura globale. La percezione non è un’inferenza probabilistica, perché si basa su informazioni pre determinate medianti le quali è organizzata l’informazione sensoriale. Per quanto riguarda la rappresentazione pittorica, questa teoria ha il suo alfiere più noto in Arnheim il quale pensa che gli stessi schemi percettivi gestaltici si applichino anche alla rappresentazione pittorica. Secondo lui l’atto percettivo e quello pittorico sono simili in quanto si servono degli stessi principi cerebrali.
Alcune teorie antropologiche della percezione sostengono che l’immagine sia un mezzo espresso da una comunità per esprimere una realtà. L’immagine in sé non è nulla, se la togliamo agli usi del popolo che l’ha creata. Ergo nessuna immagine è universale, sia per via della diversità delle tecniche che per via dei costumi di un determinato popolo e delle tecniche a sua disposizione.
Teoria della Gestalt e teoria cognitivista
Queste due teorie sintetizzano da un lato la comprensione del vedere, dall’altro del pensare. Per i gestaltisti le leggi di organizzazione valide nella percezione agiscono anche nel pensiero. Come osserva Kanisza, queste due teorie sono opposte, ma ancora oggi non siamo in grado di determinare quale delle due sia la migliore. Kanisza ci parla di un fenomeno percettivo, il completamento amodale, riportando esempi che ci dimostrano come in effetti sia la teoria gestaltica che quella cognitivista sono valide e che entrambe possono contribuire a spiegare i fenomeni percettivi.
I fenomeni di completamento sono quelli che avvengono quando una figura è parzialmente coperta da un’altra. In alcuni casi il completamento della figura avviene in particolare grazie alla nostra conoscenza precedente dell’oggetto, seguendo dunque un modello cognitivistico, mentre altre volte il completamento avviene secondo teorie gestaltiche che sembrano quasi mandare in aria le nostre certezze. Ad esempio, nell’immagine dello scooter allungato, il completamento dà luogo a un paradosso, pag. 16.
Nel quadro di Canaletto, Ponteghetto della Farina, la rappresentazione di un pettine suggerisce l’accostamento di una gondola alla riva: solo chi sa com’è fatta una gondola può captarne la presenza. Anche nel quadro di Mantegna, Giuditta e Oloferne, il piede nudo che spunta dalla tenda è facilmente riconducibile, grazie al contesto, al cadavere di Oloferne.
Dall’occhio al cervello, dal chiaro scuro alle forme
Visione: le immagini retiniche sono tradotte in impulsi nervosi, che vengono trasmessi al cervello ed elaborati in varie parti della corteccia visiva fino a creare le immagini che percepiamo. Questi processi sono comuni anche agli altri organi di senso: ciò che distingue una modalità sensoriale da un’altra non è la qualità dello stimolo, ma è l’organo sensoriale normalmente destinato a questo stimolo. La percezione di uno stimolo può avvenire anche in assenza completa dello stimolo al recettore (recettori = organi di senso), ma si può stimolare elettricamente o chimicamente quella parte della corteccia cerebrale che è specifica per la modalità.
Nel secolo scorso, Gall, sulla base dello studio di alcuni soggetti, era arrivato alla conclusione che il cervello fosse diviso in diverse aree, ognuna adibita a una diversa funzione. La scienza moderna ha smontato questa teoria, pur ammettendo che diverse aree della corteccia cerebrale sono destinate all’analisi di funzioni diverse. Parentesi necessaria sulle cellule nervose e sul loro funzionamento. Il sistema nervoso centrale è composto da circa 10 miliardi di neuroni che costituiscono le unità anatomiche e funzionali. Pur essendo diverse hanno delle caratteristiche comuni: l’eccitabilità e la capacità di condurre impulsi nervosi.
La struttura del neurone è sempre la stessa: un corpo cellulare, una lunga fibra detta assone, la quale è attaccata al corpo cellulare e molteplici fibre più corte dette dendriti. I dendriti sono il canale d’entrata del neurone, mentre l’assone è l’uscita. L’assone si suddivide in tante piccole diramazioni che entrano in contatto con i dendriti o con i corpi cellulari vicini. Questi contatti tra un neurone e l’altro si chiamano sinapsi. Gli assoni possono essere molto lunghi (addirittura un metro) e conducono gli impulsi nervosi da un neurone all’altro. L’impulso nervoso è un cambiamento temporaneo del potenziale elettrico, ed esiste anche in condizione di riposo tra l’interno e l’esterno del neurone.
Un impulso nervoso dura circa un millisecondo e viaggia sino a velocità molto alte, fino a 100 metri al secondo. Alla fine delle terminazioni assoniche l’impulso nervoso causa il rilascio di una piccola quantità di trasmettitore chimico detto neurotrasmettitore che agisce sulla membrana cellulare del neurone vicino. Il neurotrasmettitore può causare un effetto: a) eccitatorio, che stimola nel neurone ricevente la produzione di impulsi nervosi b) inibitorio, che reprime l’attività presente nel neurone. Gli impulsi nervosi generati da un neurone hanno tutti la stessa ampiezza e durata, ma possono succedersi nel tempo a intervalli più o meno ravvicinati, dunque a frequenza più o meno alta.
I neuroni comunicano tra loro tramite la variazione di frequenza degli impulsi nervosi. L’occhio umano ha un sistema ottico di grande potenza (60 diottrie) ed è così formato: una lente esterna detta cornea, in contatto internamente con un liquido trasparente simile all’acqua, una lente biconvessa detta cristallino e un liquido gelatinoso che riempie tutto il resto del bulbo. 2/3 della potenza dell’occhio sono dovuti al liquido gelatinoso e alla cornea, 1/3 è da attribuire alle lenti. La distanza focale del sistema è di circa 22 mm. Un punto luminoso e lontano, come una stella, dà luogo a un’immagine reale in un punto della superficie interna dell’occhio, mentre uno stimolo vicino comporta la modificazione della lente in modo da consentire la messa a fuoco sul fondo dell’occhio (fenomeno dell’accomodazione).
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