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Psicologia dell'orientamento professionale

Parte prima: Ambiti, contesti e finalità dell’orientamento

Aiutare un giovane a trovare la formazione o il lavoro più adatto non significa portarlo a costruire una rappresentazione del problema che deve affrontare, ma permettergli di prendere coscienza di alcune dimensioni di sé che hanno a che fare con la propria scelta, aiutarlo a sviluppare determinate attitudini, stimolarlo a impegnarsi. Nei paesi industrializzati, le professioni legate alla consulenza di orientamento sono nate all’inizio del XX secolo. L’orientamento consisteva, allora, in un percorso basato su un’investigazione di natura psicologica avente l’obiettivo di favorire il passaggio dalla scuola al lavoro, fondato essenzialmente sulle attitudini dei giovani. Oggi, le procedure per l’orientamento appaiono decisamente diverse e molto più differenziate. In primo luogo, non si limitano più al problema del passaggio dalla scuola al lavoro. Si parla, infatti, di orientamento nel corso di tutta la vita. Da una parte, l’orientamento ha trovato spazio all’interno delle stesse scuole; dall’altra viene concepito come un insieme di pratiche che mirano ad aiutare gli adulti nei momenti di transizione che segnano il corso della loro vita. In secondo luogo, le attuali pratiche di orientamento hanno una prospettiva più ampia e il loro oggetto di studio è quello che Donald Super definisce “lo sviluppo della carriera nello spazio di una vita”, ovvero il problema dell’articolazione dinamica dei diversi ruoli sociali. In terzo luogo, le pratiche di orientamento non si rivolgono più unicamente ai ragazzi di origini modeste, come avveniva all’inizio del secolo, ma a ragazzi e ragazze, uomini e donne di ambienti sociali diversi.

L’idea dominante è quella di un soggetto che deve autodeterminarsi; si tratta quindi di aiutarlo a rappresentarsi nella maniera più esaustiva possibile, di fare delle scelte per il proprio orientamento e definire la priorità rispetto al proprio sviluppo personale. Questo soggetto viene visto come una persona in evoluzione. Alcune delle attuali pratiche di orientamento hanno l’obiettivo di aiutare l’adulto a scoprire delle competenze che ha costruito nel corso delle proprie attività professionali o personali, e di definire gli ambiti in cui potrebbe perfezionarle.

Cap. 1: I quadri ideologici

I quadri ideologici in cui si è sviluppata la nostra attuale concezione delle pratiche di orientamento sono quattro: la centratura sull’individuo; la responsabilità di realizzarsi che gli viene attribuita; la centralità dell’attività professionale nella costruzione identitaria e nell’integrazione sociale; l’avvenire, considerato incerto e instabile.

1.1 Concezione sociale olista o centratura sull’individuo

I primi psicologi che, in Francia, hanno gettato le basi dell’orientamento professionale, Edouard Toulouse e Alfred Binet, non separavano i problemi sociali da quelli individuali. Per Toulouse, che poneva l’orientamento professionale tra i problemi del lavoro, “occorre organizzare razionalmente il lavoro al fine di ricavare dallo sforzo dell’operaio il massimo prodotto con il minimo consumo”. Per Binet, l’orientamento professionale doveva contribuire alla costruzione di una società “in cui ognuno lavori in base alle proprie capacità riconosciute in modo che nessuna particella di forza fisica vada perduta per la società”. Entrambi non vedevano nessun conflitto tra la soddisfazione dei bisogni sociali e quella dei bisogni individuali. L’ideale sociale di questi autori era quello di una società olista, ovvero un’organizzazione sociale in cui “si mette l’accento sulla società nel suo insieme”, e in cui “ogni uomo deve contribuire nella posizione che occupa all’ordine sociale”. Secondo questa concezione, “la giustizia consiste nel proporzionare le funzioni sociali in rapporto all’insieme” (Dumont).

La concezione di Frank Parsons – il “padre dell’orientamento” negli USA - è un po’ diversa. Per Parsons è l’individuo ad essere al centro del dispositivo e i bisogni sociali passano in secondo piano. Per lui, una buona scelta si tradurrà in entusiasmo e amore per il lavoro, che si manifesteranno nella qualità dei prodotti e nell’ammontare la paga. La società viene vista come “la società degli individui”.

1.2. Scopri chi vuoi essere e autodeterminarti

La centratura dell’orientamento sull’individuo considera ogni soggetto un soggetto autonomo, responsabile e capace di indipendenza rispetto alle situazioni concrete in cui si trova coinvolto. Questa rappresentazione ci porta a considerare lo sviluppo personale di ciascuno come una specie di regola morale fondamentale che può essere così espressa: Autodeterminati!

1.3. Realizza e integra te stesso attraverso la tua vocazione professionale

Si ritiene che l’impegno in un’attività professionale sia un momento particolarmente importante di questo processo di costruzione del sé. “Costruirsi realizzandosi attraverso la propria vocazione professionale”. Certo, questa norma non si può generalizzare. Nella prima metà del secolo, essa riguardava soprattutto i ragazzi e gli uomini. Oggi, l’aumentare della disoccupazione e lo sviluppo di nuove forme di povertà hanno fatto comparire in numerosi paesi la figura sociale “dell’escluso”, della cui “occupabilità” si può dubitare. La crisi occupazionale comparsa negli anni '70, è stata descritta da numerosi autori come l’inizio di un’era in cui il lavoro, sotto le influenze congiunte dei processi tecnologici e della mondializzazione dell’economia, diminuirà costantemente. In questo modo, molte persone verranno necessariamente private del lavoro o costrette a lavorare sempre più spesso a tempo parziale. Il lavoro perderà così la sua centralità, non solo per gli esclusi o i nuovi poveri, ma per la maggior parte dei lavoratori. Tuttavia, nella nostra società l’attività lavorativa non può essere considerata un’occupazione come le altre, destinata a diventare secondaria. Il lavoro è una delle caratteristiche più importanti della vita sociale nel suo insieme, un tipo di attività di cui una società difficilmente può privarsi senza compromettere la propria sopravvivenza, e a cui una persona difficilmente può rinunciare senza perdere il senso di utilità sociale che porta con sé. Il lavoro oggi diventa oggetto di una nuova richiesta di realizzazione di sé; esso propone la rottura tra le pre-occupazioni personali dell’individuo e le occupazioni sociali a cui deve adempiere.

1.4. Un avvenire instabile

Il nostro modo di concepire i problemi relativi all’orientamento è determinato anche dagli interrogativi relativi alla nostra capacità di anticipare il futuro. Noi lo prevediamo incerto. Lo immaginiamo spesso instabile. Gli individui devono spesso affrontare momenti di rottura nella loro vita professionale e i cambiamenti della loro vita personale di conseguenza vanno di pari passo: le famiglie sono meno stabili, i cambiamenti di residenza sono più frequenti. Questi diversi fenomeni di rottura nella vita degli individui sono stati raggruppati sotto il nome comune di “transizioni”.

Cap. 2: I contesti

Le pratiche di orientamento dipendono anche dai contesti sociali in cui vengono formulate. Si è notato che il problema dell’orientamento si era posto nella maggior parte dei paesi industrializzati, verso il 1900, come problema della scelta di un mestiere all’uscita dalla scuola. L’apprendimento non avveniva più con uno stretto contatto con un adulto del proprio ambiente di cui si sarebbe preso il posto, ma si era sviluppata una nuova divisione del lavoro, infatti non era più scontato che la figlia o il figlio succedesse il lavoro del padre o della madre.

2.1. L’ordinamento professionale del lavoro e l’orientamento verso i mestieri

L’organizzazione dominante all’inizio del secolo è l’ordinamento professionale del lavoro. Si tratta di una modalità di produzione vicina all’artigianato: il lavoratore deve possedere una buona mano, un buon mestiere. Egli detiene un patrimonio di “sapere” e “saper fare” che può acquisire attraverso un apprendimento metodico, solitamente lungo. Se l’apprendimento è lungo, è anche costoso. La scelta di una vocazione è una questione seria che richiede tecniche affidabili; si danno dei consigli; il consulente di orientamento è un esperto la cui scienza è la psicotecnica. La nozione di attitudine è fondamentale; si tratta di prevedere il mestiere per cui il giovane dovrà prepararsi e che dovrebbe esercitare per il resto della propria vita. Il “colloquio psicologico di orientamento” è il prototipo dell’intervento dei consulenti di orientamento.

2.1.2. Il “Fordismo” e l’orientamento verso un impiego

Queste nozioni di “mestiere” e di un orientamento professionale fondato sulle attitudini, vennero rimesse in discussione dalle due invenzioni, relative all’organizzazione del lavoro, di Henry Ford, che si ispirava a Frederick Taylor. Ford immaginò l’assemblaggio, ovvero la divisione degli oggetti complessi in parti semplici che si possono fabbricare in maniera standardizzata e che occorre solo assemblare. Qualche anno dopo, concepì la catena di produzione, ovvero un metodo di fabbricazione in cui il lavoratore si limita ad effettuare una serie di operazioni elementari a un ritmo imposto dalla velocità della catena. Questa organizzazione fordista del lavoro ebbe la conseguenza che numerosi agenti di produzione persero il loro lavoro. La nozione fondamentale non è quindi più quella di “mestiere” ma quella di “impiego” (job). La qualificazione acquista un nuovo significato. Essa non è più “legata all’operaio” ma è riferita al posto di lavoro. In questa organizzazione Fordista del lavoro “il nocciolo duro della competenza è la formazione sul posto di lavoro”, osserva Dubar. Il lavoratore non può più venire identificato a partire da un mestiere capace di definirlo in maniera sostanziale ma egli è un “agente di produzione”, un “operatore”. Dubar costituisce una vera e propria “comunità professionale” e numerosi studi sociologici hanno evidenziato l’importanza di questa comunità nella definizione di sé e nella motivazione al lavoro. In questo contesto, la consulenza di orientamento assume un senso diverso da quello che aveva nel modello di orientamento verso un mestiere. Si tratta di determinare se il giovane si adatterà a determinate condizioni di lavoro, se si riconoscerà in specifici collettivi di produzione, se condivide già i valori di questo o quel gruppo di lavoratori ecc. L’organizzazione Fordista del lavoro aveva determinato una modalità di abbinamento “individuo - professione” decisamente più debole rispetto a quella richiesta dall’ordinamento professionale del lavoro: l’orientamento puntava innanzitutto all’occupazione, a tipologie di situazioni lavorative, piuttosto che all’essere “professionali”. Questo tipo di abbinamento era alla base stessa degli strumenti di orientamento. Il questionario degli interessi professionali di Edward Strong può essere considerato il prototipo di tale approccio. Questo test richiede di indicare le proprie preferenze rispetto a diversi campi d’attività o a personaggi celebri. Strong ritiene che le scelte in base alle risposte degli individui, differiscono nettamente da quelle dell’insieme della popolazione e siano rappresentative degli interessi di questo stesso gruppo professionale.

2.1.3. Il modello della competenza e l’orientamento verso le funzioni professionali

Nel corso di questi ultimi decenni, lo sviluppo dell’informatica probabilmente è stato uno dei fattori più importanti nell’evoluzione dei processi di produzione. Essa ha avuto influssi ancora maggiori sull’organizzazione del lavoro. L’attività lavorativa è una funzione professionale che si inserisce in una rete complessa, in cui certe competenze si rivelano importanti: la socievolezza, l’arte di comunicare, la prontezza di adattamento, l’assunzione di competenze nuove e di responsabilità rispetto ai risultati, ecc. Questo modello si differenzia dai due precedenti perché il lavoratore viene percepito come depositario di un capitale di competenze, a differenza dell’operaio Fordista; ma è capace anche di sviluppare competenze nuove, soprattutto in funzione dell’evoluzione delle situazioni di lavoro in cui si trova; si parla quindi di organizzazione qualificante e di formazione permanente.

2.1.4. Mondializzazione e “caos vocazionale”: l’orientamento come supporto alle transizioni

Le trasformazioni economiche hanno portato a una segmentazione del mercato del lavoro, infatti non esiste un unico mercato, ma molteplici mercati del lavoro separati. Il segmento principale è quello dei lavori interessanti e ben pagati. Il mercato secondario a cui appartiene un numero sempre crescente di lavoratori è quello dei lavoratori mal pagati ed esercitati in condizioni spesso incresciose. In questo mercato, i lavoratori non hanno bisogno di molta formazione. Essi devono essere molto flessibili e appartengono a “gruppi vittime di discriminazione: donne, giovani e stranieri”. Questo sviluppo dell’impiego precario si manifesta, per un numero crescente di individui, con l’esperienza di dover vivere, in maniera ripetitiva “transizioni” professionali che non corrispondono però a uno “sviluppo della carriera”, ma tutt’altro! Le pratiche di orientamento che sono loro destinate si danno, di conseguenza, obiettivi meno ambiziosi: si tratta di permetter loro di far fronte “al meglio” a queste situazioni, che possono essere estremamente difficili.

2.2. Organizzazione della formazione e problematiche dell’orientamento scolastico

Se alcune delle questioni dell’orientamento sono determinate dall’organizzazione del lavoro, altre sono determinate dall’organizzazione della scuola. Nel corso del secolo, ovunque nel mondo, il ruolo svolto dalla scuola nella socializzazione dei giovani è notevolmente aumentato. In Francia, all’inizio del secolo, la maggior parte dei ragazzi abbandonava la scuola tra gli 11 e i 13 anni. Nel 1950 il 5% dei ragazzi di una stessa classe di età raggiungeva il diploma di scuola secondaria; oggi, questo traguardo è stato raggiunto da 2 ragazzi su 3. Se ne conclude, quindi, che il XX secolo è stato il secolo della scuola, ovvero quello della crescita di un’istituzione che svolge diversi compiti: l’insegnamento, la socializzazione e la riproduzione sociale.

Domande sono state poste per quanto riguarda il concetto di scolarizzazione di massa, nel senso che, come avveniva in Francia, si proponeva una scuola destinata all’élite e una destinata a ragazzi del popolo. Su questa questione ha svolto un ruolo importante il sistema scolastico: le ragazze potevano prendere il diploma, una circolare proponeva invece l’inserimento di classi miste negli istituti secondari. Da un paese all’altro però vi è una differenziazione di organizzazione scolastica e quindi mettiamo in evidenza l’organizzazione Francese e quella della Germania.

Germania: a partire dalla fine della scuola elementare (10 anni) il sistema tedesco propone agli allievi 3 tipi di scuola secondaria, ognuna avente un proprio indirizzo specializzato; sono i genitori giustamente a decidere quale scuola frequenterà il figlio ma con il supporto degli insegnanti della scuola elementare. L’elemento fondamentale della formazione professionale è l’apprendistato in azienda; questo permette di ottenere in 3 anni un diploma da lavoratore specializzato.

Francia: una decisione fondamentale va presa intorno ai 15-16 anni; conviene scegliere un percorso scolastico che porti a un diploma generale, puntare a una formazione tecnica generale o impegnarsi in una formazione professionale? Per rispondere a questa domanda, l’organizzazione scolastica Francese propone un insieme di procedure di orientamento e indirizzamento. Esse si basano su un colloquio tra le famiglie e gli insegnanti, in cui le valutazioni di quest’ultimi ricoprono un ruolo fondamentale. La regola fondamentale che determina le scelte di orientamento è: gli allievi che hanno i risultati migliori nelle discipline scolastiche più astratte possono continuare gli studi nei percorsi che portano agli inserimenti sociali e professionale; coloro che hanno risultati meno buoni vedono le possibilità di orientamento ridotte a percorsi più corti.

2.3. L’orientamento dei giovani non scolarizzati e degli adulti

Fino agli anni '70, l’orientamento era essenzialmente quello dei giovani scolarizzati e la maggior parte dei consulenti di orientamento erano funzionari del Ministero Dell’Educazione Nazionale. La crescita della disoccupazione ha reso più fragile la situazione professionale di numerose categorie (persone anziane, donne, immigrati, giovani). I giovani non essendo protetti dalle condizioni acquisite e dovendo trovare il loro spazio, sono stati particolarmente colpiti, e tra essi in particolar modo i meno formati e i meno qualificati. Negli anni '70 si vede comparire, nelle inchieste sul lavoro, la parola “inserimento”; in questi anni e in quelli che segui

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/03 Psicometria

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher erika.ristuccia di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia dell'orientamento scolastico e professionale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Messina o del prof Murdaca Anna Maria.
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