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difensivo o aggressivo, ed è probabile che gli altri reagiscano con antipatia al suo

comportamento, confermando la premessa da cui il soggetto era partito.

5. Errori nella “traduzione” del materiale analogico in numerico

5.1

Il materiale del messaggio analogico manca di molti elementi che invece ha il

linguaggio numerico, tra cui la morfologia e la sintassi. Quando traduce messaggi

analogici in numerici, il traduttore deve necessariamente aggiungere e inserire gli

elementi mancanti; analogamente, per interpretare i sogni è necessario introdurre

la struttura numerica nel caleidoscopio delle immagini oniriche.

Il materiale del messaggio analogico ha molti aspetti contradditori; si presta ad

interpretazioni numeriche assai diverse e spesso del tutto incompatibili. Non si

tratta soltanto della difficoltà che il trasmettitore incontra per dare una veste

verbale alle proprie comunicazioni analogiche, ma se sorge una controversia

interpersonale sul significato di un particolare dettaglio della comunicazione

analogica, è probabile che uno dei partner introduca il tipo di numerazione che gli

consente di mantenere l’opinione che egli ha della natura della relazione.

Uno degli obiettivi della psicoterapia e senz’altro quello di dare una numerazione

corretta e correttiva del messaggio analogico; in realtà, il successo o il fallimento di

qualsiasi interpretazione dipenderà sia dall’abilità del terapeuta di tradurre da un

modulo all’altro che dalla prontezza del paziente di cambiare la sua numerazione

con quelle che sono più adatte e meno penose.

5.2

G. Bateson sostiene che uno degli errori fondamentali che si compiono quando si

traduce da un modulo di comunicazione in un altro si quello di supporre che un

messaggio analogico sia per natura assertivo o denotativo, proprio come lo sono i

messaggi numerici.

Tutti i messaggi analogici sono invocazioni di relazione e sono quindi proposte che

riguardano le regole future della relazione. L’argomento di G. Bateson è che con il

mio comportamento posso accennare o proporre che voglio amare, odiare,

combattere, etc..., ma tocca a voi attribuire alle mie proposte il futuro valore di

verità positivo o negativo.

5.3

Nel tradurre il materiale analogico in numerico, bisogna introdurre funzioni di verità

logiche che mancano al modulo analogico. Tale assenza si nota maggiormente

quando si deve negare. E’ semplice trasmettere il messaggio analogico <Ti

aggredirò>, ma è estremamente difficile segnalare <Non ti aggredirò>, come è

difficile se non impossibile introdurre negazioni nei calcolatori analogici.

La disperazione di essere respinto e di non poter dimostrare di non aver l’intenzione

di far del male porta alla violenza, anche se l’intenzione è assolutamente benevola

(Es. Cercare di accarezzare un gatto che scappa da noi sempre).

5.3.1

Se si osserva come si comportano gli animali in tali circostanze, si giunge alla

conclusione che l’unico modo di risolvere il problema (“come segnalare la

negazione”) sia anzitutto quello di mostrare e proporre l’azione che si vuol negare e

poi di non portarla a termine. Soltanto in apparenza questo comportamento

(indubbiamente interessante) è “irrazionale”; si può osservarlo comunque non solo

nell’interazione tra animali ma anche a livello umano.

5.3.2

Il rituale può fungere da intermediario tra la comunicazione analogica e quella

numerica, in quanto simula il materiale del messaggio ma in modo stilizzato e

ripetitivo che è sospeso tra l’analogia e il simbolo. I materiali analogici sono spesso

formalizzati nei rituali delle società umane; quando questo materiale viene

canonizzato si avvicina molto alla comunicazione simbolica o numerica e

curiosamente mostra quasi di coincidere con essa.

5.4 Pagina 13 di 45

Nell’isteria si ha una ritraduzione dal materiale del messaggio già numericizzato nel

modulo analogico.

Tutta l’opera di C. G. Jung dimostra che il simbolo si manifesta laddove ciò che

chiamiamo “numerizzazione” non è ancora possibile. Ma si ricorre ai simboli anche

quando non è più possibile usare il modulo numerico -e questo si verifica

tipicamente quando una relazione minaccia di evolversi in zone socialmente e

moralmente tabù come l’incesto-.

6. Patologie potenziali dell’interazione simmetrica e complementare

Nella comunicazione la simmetria e la complementarità non sono in se stesse e da

sole “buone” o “cattive”, “normali” o “anormali”, etc... I due concetti si riferiscono

semplicemente alle due categorie fondamentali in cui si possono dividere tutti gli

scambi di comunicazione.

6.1 Escalation simmetrica

In una relazione simmetrica è sempre presente il pericolo della competitività. Sia

negli individui che nelle nazioni, l’uguaglianza sembra più rassicurante se si riesce

ad essere un po’ “più uguali” degli altri. E’ una tendenza a cui si deve la qualità

tipica di escalation dell’interazione simmetrica una volta che abbia perduto la

stabilità e sia sopraggiunta una cosiddetta runaway (Es. Dispute, litigi, guerre...). E’

facile osservare, ad esempio, nei conflitti coniugali l’escalation di un modello di

frustrazione che i coniugi perseguono finché alla fine si fermano solo perché

spossati fisicamente ed emotivamente; mantengono poi una tregua inquieta finché

non si sono successivamente ristabiliti per affrontare lo scontro successivo. La

patologia dell’interazione simmetrica è quindi caratterizzata da uno stato di guerra

più o meno aperta o scisma.

In una relazione simmetrica sana i partner sono in grado di accettarsi a vicenda

“come sono”, il che li porta alla fiducia e al rispetto reciproci ed equivale ad una

conferma dei rispettivi sé davvero realistica. Quando i partner di una relazione

simmetrica arrivano alla rottura, di solito si osserva che l’altro rifiuta piuttosto che

disconfermare il sé dell’altro.

6.2 Complementarità rigida

Nelle relazioni complementari ci può essere la stessa conferma reciproca, sana e

positiva. Le patologie delle relazioni complementari presentano invece caratteri del

tutto diversi e tendenzialmente equivalgono a disconferme piuttosto che a rifiuti del

sé dell’altro. Da un punto di vista psicopatologico sono quindi più importanti dei

conflitti, più o meno aperti, dei rapporti simmetrici.

Nella relazione complementare un problema tipico è quello che P pone quando

chiede che O confermi la definizione che P dà di sé e che è in contrasto col modo con

cui O vede P. questo pone O in un dilemma assai singolare: deve cambiare la propria

definizione del sé in una che faccia da complemento e quindi sostenga quella di P,

perché è nella natura delle relazioni complementari che una definizione del sé si

possa mantenere soltanto se il partner assume uno specifico ruolo complementare.

Lo stesso modello di relazione può costituire in un certo periodo una conferma del

sé e una disconferma in un periodo successivo (o prematuro) della storia naturale di

una relazione. In psicoanalisi si parla di sadomasochismo, che si considera come il

legame più o meno fortuito di due individui le cui formazioni del rispettivo carattere

deviante si amalgamano a vicenda. In queste relazioni si osserva un crescente senso

di frustrazione e di disperazione in uno o in entrambi i partner.

6.3

I modelli di relazione simmetrica e complementare si possono stabilizzare a vicenda

e i cambiamenti da un modello all’altro sono importanti meccanismi omeostatici.

6.4

In molte relazioni il problema principale non è il contenuto della comunicazione, ciò

che è accaduto, ma l’aspetto di relazione nelle regole del gioco.

6.5 Pagina 14 di 45

L’importanza del contenuto diminuisce quando emergono i modelli di

comunicazione. Nessuna asserzione, presa isolatamente, può essere one-up

complementare, simmetrica, o qualsiasi altra cosa. Naturalmente, occorre la

“risposta” del partner per “classificare” un dato messaggio. Non è dunque la natura

delle asserzioni (considerate come entità individuali) ma il rapporto tra due o più

“risposte” a definire quelle che sono le funzioni di comunicazione.

CAPITOLO IV

ORGANIZZAZIONE DELL’INTERAZIONE UMANA

1. Introduzione

Nel campo della comunicazione il concetto di modello rappresenta ripetizione o

7

ridondanza di eventi.

2. Interazione come sistema

L’interazione può essere considerata come un sistema e la teoria generale dei

sistemi ci aiuta a capire la natura dei sistemi interattivi. La Teoria Generale dei

Sistemi non è soltanto una teoria dei sistemi della biologia, dell’economia e

dell’ingegneria. Nonostante che le materie di cui si occupano presentino aspetti

assai diversi, queste teorie dei sistemi particolari hanno in comune tante concezioni

che hanno reso possibile sviluppare una teoria più generale la quale organizza i

punti in comune in isomorfismi formali.

2.1

Le sequenze di comunicazione non sono <unità anonime in una distribuzione di

8

sequenza> , ma la materia indiscibile di un processo in corso di cui ci interessano

l’ordine e le interrelazioni che si verificano durante tutto un periodo di tempo. H. L.

Lennard e A. Bernstein si sono espressi in questi termini: <Un sistema implica un

certo lasso di tempo. Per sua natura un sistema è costituito da una interazione, e

questo significa che un processo sequenziale di azione e reazione deve aver luogo

prima che si possa descrivere qualsiasi stato del sistema o qualsiasi cambiamento di

9

stato> .

2.2 Definizione di un sistema

Per cominciare possiamo rifarci alla definizione di sistema che hanno dato A. D. Hall

e R. E. Fagen: <Un insieme di oggetti e di relazioni tra gli oggetti e tra i loro

10

attributi> , in cui gli oggetti sono componenti o parti del sistema, gli attributi sono

le proprietà degli oggetti, e le relazioni “tengono insieme” il sistema. Mentre gli

oggetti possono essere degli individui, gli attributi che servono ad identificarli sono

i loro comportamenti di comunicazione. I due studiosi precisano che <le relazioni

dobbiamo considerare nel contesto di un dato insieme di oggetti dipendono dal

problema in questione poiché vengono incluse le relazioni importanti o interessanti

ed escluse quelle banali o irrilevanti. Decidere quali relazioni siano importanti e

quali banali spetta alla persona che si occupa del problema, cioè la questione della

11

banalità è relativa all’interesse che si ha per il problema> .

Qui l’aspetto che è importante non è il contenuto della comunicazione in sé, ma

l’aspetto di relazione (“comando”) della comunicazione umana. Sono sistemi

interattivi dunque due o più comunicanti impegnati nel processo di definire la

natura della loro relazione (o che si trovano a un livello tale per farlo).

2.3 Ambiente e sottosistemi

7 Qui occorre sottolineare che un modello è informazione trasmessa dal verificarsi di certi eventi e dal non-verificarsi di

altri. Se tutti i possibili eventi di una data classe si verificano a caso, non si ha nessun modello e nessuna informazione.

8 L. K. Frank

9 H. L. Lennard, A. Bernstein

10 A. D. Hall, R. E. Fagen

11 A. D. Hall, R. E. Fagen Pagina 15 di 45

Quando si definisce un sistema è importante definire anche il suo ambiente.

<L’ambiente di un dato sistema è costituito dall’insieme di tutti gli oggetti che sono

tali che un cambiamento nei loro attributi influenza il sistema e anche di quegli

oggetti i cui attributi sono cambiati dal comportamento del sistema [...] Ogni

sistema dato si può ulteriormente suddividere in sottosistemi e gli oggetti che

appartengono a un sottosistema si possono benissimo considerare che facciano

12

parte dell’ambiente di un altro sottosistema> .

Che il concetto di sistema-ambiente e sistema-sottosistema sia così elusivo e

flessibile spiega in gran parte l’efficacia che la teoria dei sistemi ha nello studio dei

sistemi viventi (organici), perché <i sistemi organici sono aperti, cioè scambiano

materiali, energie o informazione col loro ambiente. Un sistema è chiuso se non c’è

13

alcuna immissione o emissione di energia in nessuna delle sue forme> .

Con lo sviluppo della teoria dei sottosistemi aperti gerarchicamente ordinati, non

occorre più isolare artificialmente il sistema dal suo ambiente: essi si compenetrano

all’interno della stessa struttura teorica.

3. Proprietà dei sistemi aperti

3.1 Totalità

Ogni parte di un sistema è in rapporto tale con le parti che lo costituiscono che

qualunque cambiamento in una parte causa un cambiamento in tutte le parti e in

tutto il sistema. Vale a dire, un sistema non si comporta come un semplice composto

di elementi indipendenti, ma coerentemente come un tutto inscindibile. Se le

variazioni di una parte non influenzano le altre o il tutto, è allora chiaro che le parti

non dipendono allora l’una dall’altra e costituiscono invece un “agglomerato” (heap)

che non ha una complessità maggiore di quella che risulta dalla somma dei suoi

elementi. La sommatività e la totalità si trovano dunque ai due poli di un continuum

ipotetico e si può affermare che un qualche grado di totalità caratterizza sempre i

sistemi.

3.1.1

La non-sommatività in quanto corollario della nozione di totalità ci offre una guida

negativa per definire un sistema. Un sistema non può essere fatto coincidere con la

somma delle sue parti; infatti, l’analisi formale di segmenti isolati artificialmente

distruggerebbe l’oggetto stesso dell’interesse. E’ necessario trascurare le parti per

la Gestalt e fare attenzione a ciò che ne sostanzia la complessità, che è

l’organizzazione. Il concetto psicologico di Gestalt è soltanto un modo per esprimere

il principio di non-sommatività; in altri campi si nutre un grande interesse per la

“qualità emergente” (emergent quality) che scaturisce dall’interrelazione di due o

più elementi. Quando si considera l’interazione come la conseguenza di certe

“proprietà” individuali (ruolo, valori, aspettazioni e motivazioni) il composto –due o

più individui che interagiscono- è una pura somma, un “agglomerato” che si può

spezzare in unità più fondamentali (individuali). Per contro, quel che consegue dal

primo assioma della comunicazione –secondo cui ogni comportamento è

comunicazione e quindi non si può non-comunicare- è che le sequenze di

comunicazione sono reciprocamente inscindibili; in breve, che l’interazione è

non-sommativa.

3.1.2

Un’altra teoria dell’interazione contraddetta dal principio di totalità è quella dei

rapporti unilaterali tra elementi, cioè che A può influenzare B ma non viceversa.

Asserire che il comportamento di A provoca il comportamento di B vuol dire negare

l’effetto del comportamento di B sulla reazione di A; in realtà, è come distorcere la

cronologia degli eventi punteggiando certi rapporti a tratto forte e oscurandone

altri. Quando la relazione è complementare è facile perdere la totalità

dell’interazione e spezzettarla in unità indipendenti e linearmente causali.

3.2 Retroazione

12 A. D. Hall, R. E. Fagen

13 A. D. Hall, R. E. Fagen Pagina 16 di 45

L’unione delle parti di un sistema non è dovuta quindi né ai rapporti unilaterali, né a

quelli sommativi. Dall’avvento della cibernetica e dalla “scoperta” della retroazione,

ci si è resi conto che una correlazione circolare e assi complessa è un fenomeno

notevolmente diverso ma non meno scientifico delle nozioni causali più semplici e

più ortodosse. Retroazione e circolarità sono il modello causale appropriato per la

teoria dei sistemi interattivi.

3.3 Equifinità

In un sistema circolare e autoregolantesi, i “risultati” non sono determinati tanto

dalle condizioni iniziali quanto dalla natura del processo o dai parametri del sistema.

Secondo il principio di equifinalità gli stessi risultati possono avere origini diverse

perché ciò che è determinante è la natura dell’organizzazione. <Il principio di

equifinalità caratterizza lo stato stazionario dei sistemi aperti; ciò, contrariamente a

quanto si verifica nei sistemi chiusi dove sono le condizioni iniziali a determinare lo

stato di equilibrio, nei sistemi aperti soltanto i parametri del sistema determinato lo

14

stato che è indipendente (anche temporalmente) dalle condizioni iniziali> . Se il

comportamento equifinale dei sistemi aperti è basato sulla loro indipendenza dalle

condizioni iniziali, allora non soltanto condizioni iniziali diverse possono produrre lo

stesso risultato finale ma risultati diversi possono essere prodotti dalle stesse

“cause”. E’ un corollario che poggia anch’esso sulla premessa che i parametri del

sistema prevalgono sulle condizioni iniziali.

Il comportamento tradizionalmente classificato come “schizofrenico” non venga più

reificato ma piuttosto studiato soltanto nel contesto interpersonale in cui si attua

–la famiglia, l’istituzione- dove risulta chiaro che questo comportamento non è

semplicemente né il risultato né la causa delle condizioni ambientali, di solito

strane, ma la parte complessamente integrata di un sistema patologico in corso.

Infine, una delle caratteristiche più significative dei sistemi aperti è il

comportamento equifinale, che contrasta in modo particolare con il modello del

sistema chiuso. Lo stato finale del sistema chiuso è completamente determinato

dalle circostanze iniziali per cui possiamo sostenere che esse sono la migliore

“spiegazione” di quel sistema. Ma, nei sistemi aperti, le caratteristiche

organizzative del sistema possono operare in modo da ottenere –ed è il caso limite-

anche l’indipendenza totale dalle condizioni iniziali: il sistema è in tal caso la propria

migliore spiegazione e lo studio della sua organizzazione attuale la metodologia

appropriata.

4. Sistemi interattivi in corso

I sistemi caratterizzati dalla stabilità sono quelli con “stato stazionario”. Secondo A.

D. Hall e R. E. Fagen, <un sistema è stabile rispetto a certe sue variabili se tali

15

variabili tendono a restare entro i limiti definiti> .

4.1 Relazioni in corso

E’ quasi inevitabile che un simile livello di analisi concentri l’attenzione sulle

relazioni in corso, cioè su quelle che sono a.) importanti per entrambe le parti e b.)

di lunga durata.

4.1.1

In una visione globale non si può ignorare il perché dell’energia e dello scopo

(pulsione e bisogni, in termini psicologici), ma non si può neppure ignorare la natura

dell’operazione, il come.

4.2 Limitazione

Esistono dei fattori identificabili, intrinseci al processo di comunicazione che

servono a legare e a perpetuare una relazione.

In via sperimentale questi fattori si possono far rientrare nella nozione di effetto

limitante della comunicazione, tenendo presente che in una sequenza di

comunicazione, ogni scambio di messaggi restringe il numero delle possibili mosse

successive. Il contesto può essere più o meno limitante, ma in qualche misura

14 L. Von Bertalanffy

15 A. D. Hall, R. E. Fagen Pagina 17 di 45

determina sempre le situazioni contingenti. Definire una relazione come simmetrica

o complementare oppure imporre una punteggiatura particolare sono atti che in

linea di massima limitano la persona che ci sta di fronte. Vale a dire, non è soltanto

il trasmettitore ma anche la relazione (che include il ricevitore) a risentire di questo

modo di considerare la comunicazione.

4.3 Regole di relazione

In ogni comunicazione i partecipanti si danno a vicenda delle definizioni della loro

relazione, o per dirla con più precisione, ciascuno cerca di determinare la natura

della relazione. Analogamente, ciascuno risponde con quella che è la sua definizione

della relazione, la quale può confermare, rifiutare o modificare la definizione che ha

dato l’altro. E’ un processo che garantisce la massima attenzione, poiché in una

relazione in corso non si può certo lasciarlo irrisolto o fluttuante. Se il processo non

si stabilizzasse, le grandi variazioni che si verificherebbero e l’impaccio che ne

conseguirebbe, per non dire che i partecipanti non sarebbero in grado di definire di

nuovo la relazione ad ogni scambio, porterebbero alla runaway e alla dissoluzione

della relazione. Le famiglie patologiche, sono l’esempio più evidente di questa

necessità.

D. D. Jackson ha dato il nome di regola della relazione allo stabilizzarsi delle

definizioni della relazione stessa. Si nota la tendenza a circoscrivere al massimo

entro una configurazione ridondante i comportamenti possibili di qualunque

particolare dimensione, il che ha spinto ulteriormente lo studioso a caratterizzare le

famiglie come sistemi governati da regole. E’ evidente che questo non vuol dire che

leggi a priori governano il comportamento della famiglia.

4.4 Famiglia in quanto sistema

La teoria delle regole di famiglia non è certo in contrasto con la definizione di

sistema secondo cui un sistema è stabile rispetto a certe sue variabili se tali

variabili tendono a restare entro limiti definiti.

D. D. Jackson ha proposto un modello simile per l’interazione della famiglia quando

ha elaborato il concetto di omeostasi familiare. Osservò che le famiglie di pazienti

psichiatrici manifestavano ripercussioni violente (Es. Depressione, attacchi

psicosomatici...) quando il paziente migliorava, per cui postulò che tali

comportamenti e forse anche la malattia del paziente erano “meccanismi

omeostatici” che operavano per restituire al sistema disturbato il suo precario

equilibrio.

4.4.1 Totalità

Il comportamento di ogni individuo all’interno della famiglia è in rapporto con il

comportamento di tutti gli altri membri. Quando il membro della famiglia

identificato come paziente ha un miglioramento o un peggioramento, di solito questi

suoi cambiamenti hanno un effetto sugli altri membri della famiglia.

4.4.2 Non-sommatività

L’analisi di una famiglia non è la somma delle analisi dei suoi membri individuali.

Molte “qualità individuali” dei membri, soprattutto il comportamento sintomatico,

sono in realtà proprie del sistema.

Secondo W. F. Fry i sintomi di un dei partner sembrano proteggere il coniuge e a

sostegno di questa tesi fa notare che l’inizio dei sintomi è tipicamente in

correlazione con un cambiamento nella situazione di vita del coniuge, un

cambiamento che potrebbe essere una fonte di ansia per il coniuge. Il modello

interattivo e il problema caratteristico di queste coppie lo studioso lo definisce

“controllo duale”.

<Di solito il matrimonio è infelice e i coniugi freddi e insoddisfatti, ma i sintomi

adempiono alla funzione di mantenere unita la coppia. Si potrebbe definire coatto

16

questo tipo di matrimonio...> .

4.4.3 Retroazioni e omeostasi

16 W. F. Fry Pagina 18 di 45

Il sistema familiare reagisce ai dati in ingresso (azioni dei membri della famiglia o

circostanze ambientali) e li modifica. Si deve considerare la natura del sistema e dei

suoi meccanismi di retroazione come pure la natura dei dati in ingresso

(equifinalità).

Il termine omeostasi equivale ormai a stabilità o a equilibrio, non soltanto quando lo

si applica alla famiglia ma anche in altri campi. Ma esistono due definizioni di

omeostasi:

1. in quanto fine, o stato, specificamente il fatto che esiste una certa costanza di

fronte al cambiamento (esterno);

2. in quanto mezzo: i meccanismi di retroazione negativa che agiscono per

minimizzare il cambiamento.

Attualmente è più chiaro far riferimento allo stato stazionario o alla stabilità di un

sistema, che in genere è mantenuta da meccanismi di retroazione negativa.

A caratterizzare tutte le famiglie che rimangono unite deve esserci qualche grado di

retroazione negativa che consente loro di resistere alle tensioni imposte

dall’ambiente e dai singoli membri. Le famiglie disturbate sono particolarmente

refrattarie al cambiamento e spesso dimostrano una notevole capacità di mantenere

lo status quo mediante una retroazione prevalentemente negativa.

Ma nelle famiglie esiste anche un processo di apprendimento e di crescita, ed è

proprio qui che un modello di pura omeostasi compie gli errori maggiori, perché

questi effetti sono più vicini alla retroazione positiva.

4.4.4 Calibrazione e funzioni a gradino

L’analogia classica col termostato della caldaia per il riscaldamento illustrerà i

termini di “calibrazione” e “funzione a gradino”. Il termostato viene regolato, o

calibrato, per una certa temperatura della stanza, le fluttuazioni al di sotto di tale

temperatura attiveranno la caldaia finché la deviazione non viene corretta

(retroazione negativa) e la temperatura della stanza non è di nuovo entro l’ambito

della calibrazione. Si consideri però che cosa accade quando si cambia la messa a

punto del termostato –cioè quando viene regolato per una temperatura più alta o

più bassa-; è chiaro che il comportamento del sistema nel suo insieme è diverso

anche se il meccanismo di retroazione negativa resta esattamente lo stesso. Questo

cambiare la calibrazione, così come il cambiare la messa a punto del termostato o le

marce di un’automobile sono “funzioni a gradino”.

Occorre rilevare che una funzione simile ha un effetto stabilizzatore. Inoltre, le

funzioni a gradino consentono di ottenere effetti che sono maggiormente adattativi.

Per il circuito di retroazione conducente-acceleratore-velocità della macchina

esistono precisi limiti per ciascuna marcia, il che rende necessaria una ricalibrazione

(cambio di marcia) per accrescere la velocità o per salire una collina. Sembra che

anche nelle famiglie le funzioni a gradino abbiano un effetto stabilizzatore: la

psicosi è un brusco cambiamento che ricalibra il sistema e può persino essere

adattivo. Cambiamenti interni che praticamente sono inevitabili (l’età e la

maturazione sia dei genitori che dei figli) possono cambiare la messa a punto di un

sistema, sia gradatamente dall’interno sia drasticamente dall’esterno quando

l’ambiente sociale incide su questi cambiamenti. E alla fine può portare a una nuova

messa a punto del sistema (funzione a gradino).

5. Sommario

Abbiamo descritto l’interazione umana come un sistema di comunicazione,

caratterizzato dalle proprietà dei sistemi generali: il tempo in quanto variabile, i

rapporti sistema-sottosistema, la totalità, la retroazione, l’equifinalità. La

limitazione in generale e lo sviluppo delle regole familiari in particolare ci hanno

portato a definire e illustrare la famiglia come un sistema governato da regole.

CAPITOLO V

ANALISI DELLA COMMEDIA “CHI HA PAURA DI VIRGINIA WOOLF?” IN TERMINI DI

COMUNICAZIONE

1. Introduzione Pagina 19 di 45

Le ragioni principali che ci hanno fatto scegliere un sistema fittizio, quale una

commedia, sono due:

1. volevamo disporre di un materiale che fosse di proporzioni controllabili;

2. volevamo che i dati di questo materiale fossero ragionevolmente

indipendenti, indipendenti cioè dagli stessi autori, in atre parole che fossero

pubblicamente accessibili.

I limiti dei dati presentati nella commedia di E. Albee sono stabiliti dalla licenza

artistica, anche se è possibile che la commedia sia anche più reale della realtà;

inoltre il lettore dispone di tutte le informazioni. Ne consegue che si può

interpretare la commedia in molti modi.

1.1 Intreccio

L’azione vera e propria della commedia è assai limitata. Per lo più sono rapidi

scambi verbali a creare il movimento.

Tutta l’azione si svolge durante le ore piccole di una domenica mattina nel

soggiorno della casa di George e Martha, in un’università del New England. Martha è

la figlia unica del rettore; suo marito, George, è professore incaricato nella facoltà di

storia.

Quando la commedia comincia, George e Martha stanno tornando da una festa di

facoltà che è stata data nella casa del rettore. Sono le due del mattino, ma

all’insaputa di George, Martha ha invitato ad unirsi a loro una coppia conosciuta alla

festa, Nick e Honey. Questi ultimi mantengono sempre uno stile di comunicazione fin

troppo convenzionale.

George e Martha hanno i loro segreti. C’è innanzitutto un fatto singolare:

collaborano a mantenere in vita la fantasia di avere un figlio che sta per diventare

maggiorenne, e rispettano la regola su questo figlio immaginario, cioè non svelare a

nessuno la sua “esistenza”. C’è poi un’altro fatto strano, un capitolo molto triste

nella vita di George. Sembra che accidentalmente abbia colpito a morte sua madre

con un colpo di fucile e un anno dopo mentre imparava a guidare con l’auto del

padre abbia perso il controllo della macchina e il padre sia morto nell’incidente.

Il primo atto è intitolato “Giochi e divertimento” e ci presenta il rissoso stile verbale

della coppia, l’argomento del figlio mitico e le pose da seduttrice (stereotipate) che

Martha ostenta nei confronti di Nick. Il climax è raggiunto con un attacco sarcastico

di Martha al fallimento professionale di George.

L’atto secondo, “Sabba delle Streghe”, comincia con George e Nick che sono rimasti

soli nella stanza e fanno quasi gara a farsi le confidenze –George che parla della

morte dei suoi genitori, sebbene la presenti camuffata come la storia di una terza

persona, e Nick che spiega le ragioni del suo matrimonio. Quando le donne

ritornano, Martha comincia a ballare sfacciatamente con Nick per sfidare George. Si

passa al primo gioco, etichettato apertamente “Umiliare il padrone di casa”. Martha

rivela agli ospiti come sono morti i genitori del marito, dopo di che lui la picchia. Poi

George comincia il gioco successivo, “Prendete di mira gli ospiti”, e svela il segreto

del matrimonio imposto dalla falsa gravidanza, mortificando profondamente Nick e

suscitando l’orrore di Honey. Le conseguenze sono amare: Martha e George si

sfidano ancora e si danno ancora battaglia. Il gioco successivo è “Saltare sulla

padrona di casa”, che porta Martha a sedurre Nick apertamente, ma la capacità di

collaborazione del giovanotto risulta menomata da tutto quello che ha bevuto a

cominciare dalla sera prima.

L’atto terzo, “L’esorcismo”, si apre con Martha che è rimasta sola e rimpiange (e se

ne rammarica) il suo tentativo sfortunato di essere infedele. Frattanto George ha

preparato l’ultimo gioco, “Alleviamo il bambino”, e riunisce gli altri per lo scontro

finale. Rivela tutta la storia del mito che hanno creato sul figlio e poi annuncia a

Martha, arrabbiata e indifesa, che il ragazzo è rimasto ucciso in un incidente

automobilistico. Nick e Honey se ne vanno e la commedia finisce con una nota di

spossatezza e ambiguità che non chiarisce se George e Martha continueranno a

giocare ai genitori che lamentano la morte del loro unico figlio nel fiore della

giovinezza, oppure se è diventato possibile un cambiamento completo dei loro

modelli di relazione.

2. Interazione come sistema Pagina 20 di 45

Si può sostenere che i personaggi della commedia, soprattutto George e Martha,

costituiscano un sistema interattivo caratterizzato, mutatis mutandis, da molte

proprietà generali dei sistemi.

2.1 Tempo e ordine, azione e reazione

G. Bateson ha definito la psicologia sociale come <lo studio delle reazioni degli

17

individui alle reazioni di altri individui> , aggiungendo che <occorre considerare

non soltanto le reazioni di A al comportamento di B, ma considerare anche come

queste reazioni influenzano il comportamento successivo di B e l’effetto che tale

18

comportamento ha su A> -come Martha reagisce a George e come George reagisce

a Martha-. Queste operazioni si accumulano durante periodi di tempo abbastanza

ampi e assumono un ordine che, sebbene astratto, include però in sostanza processi

sequenziali.

2.2 Definizione del sistema

Se ci limitiamo a concentrare l’attenzione sul contenuto di ciò che le persone si

comunicano a vicenda, allora spesso sembra che manchi quasi del tutto ogni

continuità nella loro interazione.

E. Albee intitola il primo atto “Giochi e divertimento”: per tutta la commedia

vengono eseguiti giochi di relazione, le cui regole sono di continuo invocate, seguite

e violate. Si tratta di giochi spaventosi, del tutto privi di caratteristiche giocose, e le

loro regole sono la loro spiegazione migliore.

Sembra che George e Martha siano così presi nella loro lotta di relazione che il

contenuto dei loro insulti non arrivi a toccarli personalmente (tanto è vero che

Martha non permette a Nick di dire a George le stesse cose che dice lei né di

interferire nel loro gioco; sembra che essi si rispettino a vicenda nel sistema.

2.3 Sistemi e sottosistemi

La diade George-Martha è il centro della commedia e quindi del commento che si

può fare su di essa. Ma George e Martha costituiscono un “sistema aperto”.

Ciascuno di essi forma una sottodiade con Nick e con Honey. George, Martha e Nick

formano un triangolo di diadi mobili. I quattro, considerati come un tutto,

costituiscono il sistema totale e manifesto della commedia, sebbene la struttura non

sia limitata ai personaggi presenti sulla scena ma coinvolga il figlio mitico, il padre

di Martha e il milieu universitario.

3. Proprietà di un sistema aperto

Riteniamo di poter illustrare le caratteristiche generali dei sistemi soprattutto

mettendole in contrasto con gli approcci individuali.

3.1 Totalità

Idealmente, vorremmo descrivere la Gestalt, la qualità emergente di questo

complesso di personaggi. Quello che è George o Martha, individualmente, non

spiega il “composto” che essi costituiscono né come l’hanno costituito. La totalità è

una descrizione dei legami triadici sovrapponentisi di stimolo-risposta rinforzo che

G. Bateson e D. D. Jackson hanno descritto. E’ dunque possibile a un altro livello

descrivere la praticabilità del sistema, mettendo in giusta evidenza gli individui che

cercano di adattare i loro comportamenti a tale sistema.

La sola differenza che c’è tra le recriminazioni di George e quelle di Martha è che lui

l’accusa per la sua forza e lei lo accusa per la sua debolezza. Si tratta di un sistema

di reciproca provocazione che nessuna delle due parti può fermare.

Secondo la punteggiatura che essi condividono è lei la parte attiva e lui quella

passiva (sebbene attribuiscano valori diversi all’essere attivi e passivi; George

ritiene di essere un uomo che sa ben controllarsi e Martha definisce debolezza un

atteggiamento del genere). Ma è soltanto una tattica del gioco; il punto

fondamentale è che essi stanno giocando insieme il loro gioco.

17 G. Bateson

18 G. Bateson Pagina 21 di 45

La necessità di sottolineare l’importanza della circolarità ci fa trascurare quelli che

sono i loro pregi individuali e che in qualche modo li redimono.

3.2 Retroazione

In questo sistema i processi di retroazione corrispondono esattamente alla

simmetria (retroazione positiva con deviazione amplificatrice) e alla

complementarità (retroazione negativa, stabilizzatrice). La formula della

competizione simmetrica “quel che sai fare tu lo so far meglio” porta

inesorabilmente a una reazione maggiore della stessa provocazione con “risposte”

che si accumulano su uno stato già in crescendo in proporzioni di runaway.

Viceversa, quando in questo sistema si ha uno smistamento verso la

complementarità di solito questo porta alla chiusura e alla cessazione almeno

temporanea della lotta.

La metacomunicazione (che potrebbe essere uno stabilizzatore) dimostra di essere

soggetta alla stessa regola di simmetria e –invece di fermare la conflagrazione- la

fiamma ulteriormente.

3.3 Equifinalità

Quando si considera che un sistema si è sviluppato durante un periodo di tempo, ha

raggiunto un certo stato, è passato da uno stato all’altro, si può spiegare in due

modi assai diversi lo stato attuale del sistema. Un modo assai comune è quello di

osservare il sistema oppure (e questo è un modo ancor più comune che diventa

necessario quando si studiano le persone) di inferire le condizioni iniziali (eziologia,

cause passate, storia) che si può presumere abbiano portato alle condizioni attuali.

Il passato non è disponibile se non in quanto riferito al presente per cui il passato

non è un puro contenuto ma ha anche un suo aspetto di relazione. Il passato può

anche fornire il materiale per il gioco di George e Martha, dal momento che fa la sua

comparsa in una interazione reale che si svolge nel presente. Ma per capire la loro

interazione è più importante osservare come il materiale viene usato e che tipo di

relazione viene stabilita piuttosto che appurare la verità del materiale o stabilire se

è selezionato o distorto.

4. Sistema interattivo in corso

Occorre tracciare uno schema delle regole e delle tattiche del gioco interattivo di

George e di Martha.

4.1

Si può descrivere il loro gioco come una escalation simmetrica: ciascuno sta al passo

con l’altro o cerca di superarlo, dipende da chi stabilisce la punteggiatura. In ogni

scontro, il contenuto è sempre diverso, ma la struttura è praticamente la stessa;

quando scoppiano a ridere insieme significa che hanno raggiunto una momentanea

stabilità. Ma basta che uno impartisca all’altro il minimo ordine per provocare una

nuova lotta, con l’altro che subito rende la pariglia per ristabilire una situazione di

parità.

Si noti che George e Martha non fanno nient’altro che darsi ordini o controllarsi a

vicenda, anche se tutti e due si guardano bene dall’eseguire un ordine o dal

prendere in considerazione una qualsiasi iniziativa dell’altro.

Se George ha un comportamento corretto oppure accetta la posizione one-down,

Martha lo definisce rammollito oppure (e magari ne ha motivo) sospetta una

trappola.

La tattica fa parte del gioco; sebbene George e Martha abbiano uno stile ben

diverso, mostrano tuttavia una grande coerenza e non c’è dubbio che le loro

rispettive tattiche siano interdipendenti.

Essi lottano a livelli completamente diversi, cosa che realtà impedisce la chiusura o

la risoluzione: le stesse tattiche servono non soltanto ad eseguire il gioco ma anche

a perpetuarlo.

Che ci sia instabilità in un tale stato di cose è inevitabile. Il comportamento

aggressivo di Martha può spingersi oltre certi limiti e in queste occasioni George si

mette al suo livello, come nel caso limite (“Umiliare il padrone di casa”) in cui

Martha rivela il parricidio e il matricidio che si suppongono immaginari e George

passa alle vie di fatto. Pagina 22 di 45

Dopo George suggerisce la variazione che li terrà occupati fino allo scioglimento

finale. Si tratta di un gioco di coalizioni, “Saltare sulla padrona di casa”, che

richiede la partecipazione di Nick. Ora, aggiungere un terzo componente ad

un’interazione già aggrovigliata aumenta notevolmente la complessità del gioco.

Finora l’uso degli ospiti era stato soltanto di quasi-coalizione; erano serviti da

sfondo, per così dire, per i colpi di George e di Martha. In questo penultimo scontro

–quello della violenza su Martha-, però, il terzo componente è coinvolto più

direttamente. Poiché Nick ad un primo momento non sta al gioco, George pone le

basi per farlo partecipare ricorrendo ad un altro gioco, “Prendete di mira gli ospiti”,

e dopo questo gioco Nick è pronto.

Gli eventi che si scatenano poi sono sempre conformi alle regole fondamentali –e

alle rispettive tattiche- di Martha e di George. L’obiettivo della lotta resta sempre

quello di denigrare l’altro. Quando Martha minaccia di tradirlo, George annuncia

tranquillamente che ha intenzione di leggere un libro. Ora Martha ha davanti a sé

due alternative: fermare il suo gioco o continuarlo per vedere fino a che punto

George dice seriamente quello che dice. Sceglie la seconda alternativa e comincia a

baciare Nick. George è immerso nella sua lettura e non raccoglie la provocazione; ciò

porta poi Martha a disgustare il proprio comportamento.

4.1.1

Il gioco di George e Martha non è soltanto un conflitto aperto che ha per unico scopo

la distruzione dell’altro. Negli aspetti generali, sembra piuttosto che si tratti di un

conflitto collaborativo o di una collaborazione conflittuale. Usano regole che

qualificano la regola fondamentale della simmetria e –all’interno del gioco-

assegnano un valore alla vittoria (o alla sconfitta); senza tali regole, vittoria o

sconfitta sono prive di significato.

Dopo il disinteresse di George verso le provocazioni di Martha per Nick, Nick stesso

e Honey appaiono ancora più sbiaditi. Nessuno dei due riesce a diventare un

sotto-partner adatto per questo gioco; Nick delude Martha non tanto per

l’inefficienza sessuale ma per la sua passività e mancanza di fantasia; e sembra che

anche George –che a volte sottopone Nick a dure prove come se fosse il suo

allenatore- lo trovi un avversario mediocre.

George e Martha trovano l’uno nell’altro una certa forza, una capacità di portare

tutto nel gioco senza paura. Nell’ultimo atto, George si unisce a Martha nel

ridicolizzare Nick, anche se il materiale dello scherzo sono proprio le sue corna.

Questa audacia impietosa si trova anche nel loro portare le cose al limite della

rottura totale (brinkmanship) quando superare o “prendere di mira” l’altro richiede

sempre meno costrizione e sempre più fantasia.

Come la loro rivalità ha aspetti sessuali, anche il loro comportamento sessuale è

rivalità, e quando Martha insiste con le sue advances dirette, George si oppone; lei

non cede e alla fine lui conseguirà una “vittoria di Pirro” respingendola e criticando

la sua scorrettezza (perché gli ospiti sentano) del suo comportamento.

Quindi lo stile che condividono costituisce un’ulteriore restrizione, un’altra regola

del loro gioco. Inoltre, è evidente che nell’eccitazione del rischio c’è qualche

conferma reciproca dei loro sé.

4.2 Figlio

M. Muggeridge ritiene che <la commedia si disintegri nel terzo atto, quando viene

19

sviluppata la faccenda deplorevole del figlio immaginario> ; e H. Taubman contesta

che: <E. Albee vorrebbe farci credere che per ventun anni la coppia più anziana ha

alimentato la fantasia di avere un figlio, che l’esistenza di questo figlio è un segreto

che con la stessa violenza li lega e li divide e che l’annuncio della sua morte da parte

di George possa essere un elemento risolutore. Questa parte della storia non suona

20

vera, e la sua falsità indebolisce la credibilità dei personaggi centrali> . Questa è

una situazione di folie à deux, in cui un partner distorce la realtà e l’altro condivide

tale esperienza. A. Ferreira ha fatto riferimento al “mito familiare”.

In nessun luogo della commedia E. Albee fa capire che George e Martha credono

“veramente” di avere un figlio. Quando parlano di questo, è evidente che ne parlano

19 M. Muggeridge

20 H. Taubman Pagina 23 di 45

in modo impersonale perché fanno riferimento non ad una persona ma al mito

stesso. La distinzione tra il “figlio” e il “gioco del figlio” è così costantemente

mantenuta che è impossibile presumere che essi credano, in senso letterale, di

avere un figlio. A. Ferreira osserva in proposito: <Il mito familiare rappresenta un

punto fermo, un nodo della relazione. Attribuisce i ruoli e prescrive il

comportamento che, a sua volta, rafforzerà e consoliderà quei ruoli [...] Il mito

costituisce, per il solo fatto che esiste, un frammento di vita, un pezzo di realtà che

si pone di fronte –e quindi dà una forma- a ogni bambino che sia nato in esso ed a

21

ogni estraneo che lo abbia sfiorato> .

Mentre il figlio è immaginario, non è affatto immaginaria l’interazione di George e di

Martha su di lui. Il requisito primario dell’interazione sul figlio è che George e

Martha siano coalizzati; essi debbono restare uniti per portare avanti la

fantasticheria sul figlio, contrariamente a quanto avrebbero fatto se avessero avuto

un figlio vero che ovviamente ha una sua esistenza concreta, una volta procreato.

Spostando un poco l’obiettivo, si deve riconoscere che è solo in questa zona che essi

possono essere uniti e collaborare senza competere. Il loro mito del figlio è un

meccanismo omeostatico. In quella che sembra essere la zona centrale della loro

vita si ritrovano coalizzati e hanno un rapporto simmetrico stabile. Ci sono buone

ragioni per supporre che un figlio vero avrebbe dovuto affrontare lo stesso compito.

<Il mito familiare viene chiamato in causa ogni volta che certe tensioni raggiungono

soglie predeterminate tra i membri della famiglia e che in qualche modo –nella

realtà o nella fantasia- minacciano di smembrare le relazioni in corso [...] Come ogni

altro meccanismo omeostatico, il mito impedisce che il sistema familiare danneggi e

forse distrugga se stesso. Ha perciò le qualità di ogni “valvola di sicurezza”, cioè è

una valvola di sopravvivenza [...] Tende a mantenere e talvolta anche ad aumentare

il livello di organizzazione della famiglia istituendo modelli che si perpetuano con la

22

circolarità e l’autocorrezione caratteristici di ogni meccanismo omeostatico> .

Anche i figli reali possono sia rimediare che giustificare una matrimonio. Però la

commedia non si occupa di tale uso del mito, ma piuttosto del processo di

distruzione del mito.

Nelle prime battute della commedia, George dice di non nominare il figlio davanti

agli altri. Ma c’è una “regola” più elevata –tutto il loro gioco-, secondo cui nessuno

permetterà all’altro di determinare il proprio comportamento; di conseguenza, ogni

ordine deve essere squalificato e disobbedito. George alla fine distruggerà il figlio

sostenendo che era implicito che entrambi ne avessero il diritto.

Il processo cui assistiamo è dunque l’inizio di una runaway simmetrica che alla fine

porta alla distruzione di un modello di relazione di lunga durata. La commedia non

definisce un nuovo modello, le nuove regole, descrive semplicemente la sequenza di

stati attraverso cui il vecchio modello procede verso la propria distruzione.

A. Ferreira riassume in modo assai persuasivo la situazione nei termini del mito

familiare e ne prevede una soluzione: <Un mito familiare favorisce importanti

funzioni omeostatiche nella relazione [...] Forse meglio che in qualunque altro luogo,

le funzioni del mito familiare vengono alla ribalta nella nota commedia di E. Albee,

“Chi ha paura di Virginia Woolf?”, dove un mito familiare di proporzioni psicotiche

domina tutta l’azione. Per tutta la commedia, moglie e marito, parlano, litigano e

piangono per un figlio assente. In un’orgia di insulti, disputano su ogni aspetto della

vita del figlio. Però in seguito veniamo a sapere che il figlio è fittizio, una sorta di

patto tra i coniugi, una favola, un mito (che hanno coltivato insieme). Al culmine

della commedia, il marito, ribollendo di rabbia, annuncia che il figlio è morto. Con

questo gesto, naturalmente, egli “uccide” il mito. Tuttavia la loro relazione continua

(apparentemente indisturbata da quest’annuncio) e non trapela nessuna intenzione

di un cambiamento che la intralci o ne provochi la dissoluzione. In realtà nulla è

cambiato. Perché il marito ha distrutto il mito del figlio vivente solo per iniziare il

mito del figlio morto. E’ ovvio che il mito familiare si sia evoluto sotto l’aspetto

contenutistico che è forse diventato più complesso, più “psicotico”, ma si ritiene che

23

la sua funzione sia rimasta intatta, come lo è rimasta la loro relazione> . D’altro

21 A. Ferreira

22 A. Ferreira

23 A. Ferreira Pagina 24 di 45

canto, forse la morte del figlio è una ricalibrazione, un cambiamento che ha una

funzione a gradino per un nuovo livello operativo.

4.3 Metacomunicazione tra George e Martha

Nella misura in cui George e Martha parlano o tentano di parlare sul loro gioco,

metacomunicano all’interno della commedia stessa. Può sembrare cioè che i

numerosi riferimenti che fanno alle regole dei giochi –che nominano e citano di

continuo- li rendano una coppia inconsueta il cui modello d’interazione è

fondamentalmente una preoccupazione ossessivo-coatta di eseguire e di etichettare

giochi bizzarri e crudeli. Ma questo implica sia che il loro comportamento di gioco è

pienamente intenzionale –o governato da metaregole diverse- sia quindi che forse i

loro principi non possono essere applicati ad altre coppie, soprattutto a quelle reali.

La natura della loro metacomunicazione riguarda direttamente tale problema perché

anche la loro comunicazione sulla loro comunicazione è soggetta alle regole del loro

gioco.

Il primo scambio di metacomunicazione indica quanto ciascuno consideri in modo

diverso l’interazione e come si arrivi subito a formulare accuse reciproche di follia o

di cattiveria quando sono rivelati tali modi diversi di considerare l’interazione.

Non c’è nulla che distingua la loro metacomunicazione dalla loro comunicazione

ordinaria; un commento, una giustificazione, un ultimatum sul loro gioco non sono

eccezioni alle regole del gioco e quindi non possono essere accettati o neanche

ascoltati dall’altro. Anche alla fine, quando Martha –implorante e patetica- assume

una posizione completamente one-down e prega ripetutamente George di fermarsi,

il risultato è inesorabilmente lo stesso.

4.4 Limitazione della comunicazione

Ogni scambio di messaggi in una sequenza di comunicazione restringe il numero

delle possibili mosse successive. La natura interdipendente del gioco di George e

Martha, il mito che condividono, la simmetria che ha pervaso tutto il loro gioco sono

esempi di quella limitazione stabilizzata che abbiamo definito regole di relazione.

Certi scambi tra George e Nick sono esempi di limitazione osservabili in un rapporto

nuovo. Nick, con il suo comportamento iniziale e con le sue proteste, non vuole

essere coinvolto nelle questioni di George e di Martha o nei loro litigi. Tuttavia vi è

sempre più trascinato anche quando vuole restarne fuori. Il tentativo di

non-comunicare di Nick lo porta ad essere profondamente coinvolto, anche se lo

sforzo di George di convincere Nick ad accettare la sua (di George) punteggiatura e

il gioco suo e di Martha finisce col dimostrare soltanto come egli (George) riesca a

far infuriare gli altri.

4.5 Sommario

La descrizione di un sistema familiare artificiale abbastanza semplice richiede

un’elaborazione di notevoli proporzioni, perché le variazioni contenutistiche che si

verificano in base ad alcune regole di relazione sono innumerevoli e spesso

estremamente dettagliate.

4.5.1

Si dice che un sistema è stabile rispetto a certe variabili se tali variabili restano

entro limiti definiti; questo è vero anche per il sistema diadico di George e Martha.

“Stabilità” può sembrare il termine meno appropriato per descrivere i loro giochi,

ma il punto centrale si basa su variabili prefissate. Sarebbe estremamente difficile

in un qualsiasi momento indovinare quello che accadrà tra George e Martha nel

momento successivo. E invece abbastanza facile descrivere come accadrà. Perché le

variabili che qui definiscono la stabilità sono quelle di relazione, non di contenuto, e

secondo il modello della loro relazione George e Martha mostrano un ambito di

comportamento estremamente ristretto.

4.5.2

Questo ambito di comportamento è la calibrazione, la “messa a punto” del loro

sistema. La simmetria del loro comportamento definisce la qualità e il “limite più

basso” assai sensibile di questo ambito (range), cioè raramente si registra un

comportamento che non sia simmetrico e solo per periodi brevi. Il “limite più alto” è

Pagina 25 di 45

contrassegnato dal loro stile particolare, da certa retroazione negativa nella

complementarità e dal mito del figlio che –poiché impegna tutti e due- pone un

limite all’entità dei loro rispettivi attacchi e impone una simmetria ragionevolmente

stabile. Ma anche entro l’ambito dei comportamenti simmetrici, George e Matha

24

sono limitati: la loro simmetria è quasi esclusivamente quella del potlatch , la cui

caratteristica è la distruzione piuttosto che l’accumulazione o il compimento.

4.5.3

Con l’escalation che porta alla distruzione del figlio, il sistema è drammaticamente

giunto al termine di quella che può essere una ricalibrazione, una funzione a gradino

del sistema di George e di Martha. Essi hanno “scalato” quasi senza limitazione

finché non hanno distrutto le loro stesse limitazioni. A meno che il mito del figlio

non continui nel modo che suggerisce A. Ferreira, è necessario un nuovo ordine

interattivo.

CAPITOLO VI

COMUNICAZIONE PARADOSSALE

1. Natura del paradosso

Il paradosso non solo pervade l’interazione e influenza il nostro comportamento e la

nostra salute mentale, ma sfida anche la nostra fede nella coerenza, e quindi nella

fermezza ultima, del nostro universo. Il paradosso intenzionale ha un’importante

potenziale terapeutico.

1.1 Definizione

Si può definire il paradosso come una contraddizione che deriva dalla deduzione

corretta da premesse coerenti.

1.2 Tre tipi di paradosso

La prima classe riguarda le antinomie, che secondo W. Quine <producono

25

un’autocontraddizione, in base alle regole accettate dal ragionamento> . W.

Stegmüller è più specifico e definisce un’antinomia come un’asserzione che è sia

contraddittoria che dimostrabile.

C’è poi una seconda classe di paradossi che differiscono dalle antinomie soltanto in

un unico aspetto importante: non si presentano nei sistemi logici e matematici ma

derivano piuttosto da certe incoerenze nascoste nella struttura di livello del

pensiero e del linguaggio. Ci si riferisce a questo secondo gruppo come alle

antinomie semantiche o definizioni paradossali.

Infine, c’è un terzo gruppo di paradossi che si presentano nelle interazioni e

determinano il comportamento. Definiremo questo gruppo paradossi pragmatici che

si possono dividere in ingiunzioni paradossali e predizioni paradossali.

Ecco quindi i tre tipi di paradossi:

1. Antinomie = paradossi logico-matematici;

2. Antinomie semantiche = definizioni paradossali;

3. Paradossi pragmatici = ingiunzioni paradossali e predizioni paradossali.

Il primo tipo corrisponde alla sintassi logica, il secondo alla semantica e il terzo alla

pragmatica.

2. Paradossi logico-matematici

Il più famoso paradosso di questo gruppo è sulla “classe di tutte le classi che non

sono membri di se stesse”. Una classe è la totalità di tutti gli oggetti che hanno una

certa proprietà. Quindi, ad esempio, la classe dei gatti contiene tutti i gatti, passati,

presenti e futuri. Avendo stabilito questa classe, tutti gli altri oggetti che restano

nell’universo si possono considerare la classe dei non-gatti, perché tutti questi

oggetti hanno in comune una proprietà ben definita: essi non sono gatti. Ora ogni

24 Rituale di certe tribù indiane nordoccidentali in cui i capi gareggiano a distruggere tutto quanto possiedono, bruciando

in modo simbolico i loro beni materiali.

25 W. Quine Pagina 26 di 45

asserzione che implichi che un oggetto appartiene ad entrambe queste classi

sarebbe una semplice contraddizione, perché nulla può essere nello stesso tempo

gatto e non-gatto. Ma non è accaduto niente di straordinario: che ci sia questa

contraddizione dimostra semplicemente che è stata violata una legge fondamentale

della logica e che la logica stessa non ne soffre.

Lasciamo stare gatti e non-gatti individuali e salendo ad un livello logico più elevato,

cerchiamo di capire che cosa sono le classi. E’ evidente che esse possono essere o

non essere membri di se stesse. La classe di tutti i concetti, per esempio, è

ovviamente essa stessa un concetto, mentre la nostra classe di gatti non è essa

stessa un gatto. Dunque, a questo secondo livello, l’universo è ancora diviso in due

classi, quelle che sono membri di se stesse e quelle che non lo sono. Inoltre, ogni

asserzione che implichi che una di queste classi è e non è membro di se stessa

equivarrebbe ad una semplice contraddizione da mettere da parte senza pensarci

ulteriormente.

Chiamiamo M le classi che sono membri di se stesse e N le classi che non sono

membri di se stesse. Non dimentichiamo che la divisione dell’universo in classi che

contengono se stesse (self-membership) e in classi che non contengono se stesse

(non self-membership) è esaustiva; non ci possono essere, per definizione, eccezioni

di sorta. Quindi se la classe N è membro di se stessa, non è un membro di se stessa,

perché N è la classe delle classi che non sono membri di se stesse. D’altra parte, se

N non è membro di se stessa, allora soddisfa la condizione di contenere se stessa: è

un membro di se stessa proprio perché non è membro di se stessa, perché il

non-contenere se stessa è la distinzione essenziale di tutte le classi che

compongono N. Questa non è una semplice contraddizione, ma una vera antinomia,

perché il risultato paradossale si basa su una rigorosa deduzione logica e non sulla

violazione delle leggi della logica.

In realtà si tratta di una fallacia. B. Russell l’ha resa evidente con la sua teoria dei

tipi logici. Per dirla assai in breve, questa teoria postula il principio fondamentale

che <qualunque cosa comprenda tutti gli elementi di una collezione non deve essere

26

un termine della collezione> . Dunque, dire che la classe di tutti i concetti è essa

stessa un concetto non è falso, ma privo di significato.

3. Definizioni paradossali

Non sono identici il “concetto” ad un livello più basso (membro) e il “concetto” al

livello più elevato immediatamente successivo (classe). Eppure si usa lo stesso

nome, “concetto”, sia per membro che per classe e in tal modo l’identità linguistica

crea un equivoco. Per evitare questa insidia, si debbono usare indicatori di tipo

logico –indici nei sistemi formalizzati, virgolette o corsivi negli altri casi- dovunque

esista la possibilità di una confusione dei livelli.

Forse la più famosa delle antinomie semantiche è quella dell’uomo che dice di se

stesso: <Io sto mentendo>. Se seguiamo questa asserzione fino alla conclusione

logica, troviamo che è vera soltanto se non è vera. In questo caso, non si può più

usare la teoria dei tipi logici per eliminare l’antinomia, perché le parole o le

combinazioni di parole non hanno una gerarchia di tipo logico.

Ogni linguaggio ha, come dice L. Wittgenstein, <una struttura della quale nulla può

dirsi in quel linguaggio, ma che vi può essere un altro linguaggio che tratti della

struttura del primo linguaggio e possegga a sua volta una nuova struttura, e che

27

una tale gerarchia di linguaggi può non avere alcun limite> . E’ un’idea che è stata

sviluppata, soprattutto da R. Carnap e da A. Tarski, in una teoria che ora è nota

come la teoria dei livelli di linguaggio. Per analogia con la teoria dei tipi logici,

questa teoria salvaguarda della confusione dei livelli. Postula che al livello più basso

del linguaggio le asserzioni vengono fatte sugli oggetti. Questo è il regno del

linguaggio oggetto. Ma nel momento in cui vogliamo dire qualcosa su questo

linguaggio, dobbiamo usare un metalinguaggio, e un metametalinguaggio se

vogliamo parlare su questo metalinguaggio, e così via in una catena regredente

teoricamente infinita.

Applicando questo concetto dei livelli di linguaggio all’antinomia semantica del

mentitore, ci si rende conto che la sua asserzione, sebbene sia costituita soltanto di

26 B. Russell

27 L. Wittgenstein Pagina 27 di 45

tre parole, contiene due asserzioni, una al livello-oggetto, l’altra al metalivello e

dice qualcosa su quella al livello-oggetto, cioè che non è vera. Al tempo stesso,

quasi con un gioco di prestigio, si indica che questa asserzione nel metalinguaggio è

essa stessa una delle asserzioni su cui s’è fatta la meta-asserzione, che è essa

stessa un’asserzione nel linguaggio oggetto. Nella teoria dei livelli di linguaggio

questo genere di riflessività delle asserzioni che implicano la propria verità o falsità

sono l’equivalente del concetto di self-membership di una classe nella teoria dei tipi

logici; entrambe sono asserzioni prive di significato.

4. Paradossi pragmatici

4.1 Ingiunzioni paradossali

H. Reichenbach tratta il paradosso del barbiere. Questo è un soldato a cui viene

ordinato dal capitano di radere tutti i soldati della compagnia che non si radono da

soli, ma nessun altro. Naturalmente, H. Reichenbach giunge alla sola conclusione

logica che <non esiste un barbiere simile a quello della compagnia, nel senso che

28

abbiamo precisato> .

Gli elementi essenziali di questo caso sono i seguenti:

• una forte relazione complementare (ufficiale e subordinato);

• entro lo schema di questa relazione, viene data un’ingiunzione che deve

essere obbedita ma deve essere disobbedita per essere obbedita (l’ordine

definisce il soldato come uno che si rade da solo se e soltanto se egli non rade

se stesso, e viceversa);

• la persona che in questa relazione è nella posizione one-down non è in grado

di uscir fuori e quindi di dissolvere il paradosso commentandolo, cioè

metacomunicando su di esso (sarebbe un atteggiamento di

“insubordinazione”).

Una persona presa in una simile situazione è in una posizione insostenibile. Quindi,

mentre da un punto di vista puramente logico un barbiere del genere non esiste e

l’ordine del capitano è privo di significato, nella vita reale la situazione appare assai

diversa.

4.2 Esempi di paradossi pragmatici

ESEMPIO 1

Scrivere <Chicago è una città popolosa>, sintatticamente e semanticamente è

corretto. Ma è sbagliato scrivere <Chicago è trisillaba>, perché in tal caso si devono

usare le virgolette: <“Chicago” è trisillaba>. La differenza tra questi due usi della

parola sta nel fatto che nella prima asserzione la parola si riferisce ad un oggetto,

mentre nel secondo la stessa parola si riferisce ad un nome (che è una parola) e

quindi a se stessa. La prima asserzione è nel linguaggio oggetto, la seconda nel

metalinguaggio.

Proviamo ora ad immaginare una possibilità singolare, ovvero che qualcuno

consideri le due asserzioni su Chicago in una sola, (<Chigago è una città popolosa ed

è trisillaba>) e la detti alla sua segretaria minacciandola di licenziarla se non può o

non vuole scriverla correttamente. Non c’è alcun dubbio che comunicazioni di questo

tipo creino una situazione insostenibile. Poiché il messaggio è paradossale, ogni

reazione ad esso all’interno dello schema stabilito dal messaggio deve essere

ugualmente paradossale. Fino a quando la segretaria rimane entro lo schema

stabilito dal suo principale, ha soltanto due alternative: cercare di accondiscendere

e naturalmente fallire (incompetenza), o rifiutarsi di scrivere (insubordinazione).

Occorre far notare che delle due accuse che ne derivano la prima in qualche modo

equivale a quella di debolezza mentale e la seconda a quella di cattiva volontà. Che

sono accuse non troppo lontane da quelle classiche di follia e di cattiveria. Ci sono

due ragioni possibili per un comportamento simile: o il principale cerca un pretesto

per licenziare la segretaria oppure non è sano di mente.

Si ha una situazione completamente diversa se la segretaria non rimane entro lo

schema stabilito dall’ingiunzione, ma lo commenta; in altre parole, se non reagisce

al contenuto della direttiva del principale ma comunica sulla comunicazione di lui. In

tal modo esce fuori dal contesto creato dal principale e non resta presa nel dilemma.

28 H. Reichenbach Pagina 28 di 45

La segretaria dovrebbe esporre i motivi che rendono insostenibile la situazione e

che effetto ha su di lei una situazione simile; comunque, non sarebbe certo

un’impresa da poco. Un’altra ragione per cui la metacomunicazione non è una

soluzione semplice è che il principale, usando la sua autorità, può rifiutarsi di

accettare la comunicazione della segretaria al metalivello ed etichettarla come una

prova ulteriore della sua incompetenza e insolenza.

ESEMPIO 2

Le definizioni di sé paradossali del tipo di quella del mentitore non soltanto

trasmettono un contenuto privo di significato da un punto di vista logico, ma

definiscono la relazione del sé con l’altro. Perciò, quando si prestano all’interazione

umana, non conta tanto che l’aspetto di contenuto (“notizia”) sia privo di significato

quanto che l’aspetto di relazione (“comando”) non si possa né eludere né capire

chiaramente. Il mentitore salta dentro e fuori lo schema stabilito, infatti, l’uso del

termine da parte del “malato” esclude la condizione che il termine denota.

ESEMPIO 3

Esistono ingiunzioni che richiedono un comportamento specifico, che proprio per sua

natura non può essere che spontaneo. Il prototipo di questo messaggio è quindi:

<Sii spontaneo!>. chiunque riceva questa ingiunzione si trova in una situazione

insostenibile, perché per accondiscendervi dovrebbe essere spontaneo entro uno

schema di condiscendenza e non spontaneità. Analogamente, questo è anche il

problema dell’omosessuale che brama un rapporto intenso con un “vero” maschio,

per scoprire poi alla fine che quest’ultimo è sempre, deve essere sempre, un altro

omosessuale. In termini di simmetria e di complementarità, queste ingiunzioni sono

paradossali perché richiedono la simmetria nello schema di una relazione stabilita

come complementare. La spontaneità prospera nella libertà e svanisce sotto il

vincolo.

ESEMPIO 4

Le ideologie in particolare tendono a restare impigliate nei dilemmi del paradosso,

soprattutto se la loro metafisica è l’antimetafisica. I pensieri di Rubashov, il

protagonista di “Darkness at Noon” di A. Koestler, sono paradigmatici a questo

proposito: <Il Partito negava la libera volontà dell’individuo, e nello stesso tempo ne

esigeva il volontario olocausto. Gli negava la capacità di scegliere tra due

alternative, e nello stesso tempo chiedeva che scegliesse sempre quella giusta. Gli

negava il potere di distinguere il bene dal male, e nello stesso tempo parlava

29

pateticamente di colpevolezza e di tradimento> .

Dove il paradosso contamina i rapporti umani, compare la malattia.

ESEMPIO 5

Se confrontiamo il brano sopra citato con il racconto autobiografico di uno

schizofrenico, risulta evidente che il suo dilemma è lo stesso di Rubashov. Il

paziente viene messo dalle sue “voci” in una situazione insostenibile e viene poi

accusato di mistificazione e di riluttanza quando si trova a non poter

accondiscendere alle loro ingiunzioni paradossali. Quello che rende il racconto così

straordinario è che sia stato scritto quasi 130 anni fa, molto prima che si

cominciasse ad elaborare una moderna teoria psichiatrica (<Quando confessai

dentro di me che non sapevo cosa dovessi fare, mi hanno accusato di falsità e di

30

mistificazione> ).

ESEMPIO 6

Quando intorno al 1616 le autorità giapponesi cominciarono una persecuzione

sistematica dei convertiti al cristianesimo, diedero alle loro vittime la possibilità di

scegliere tra una sentenza di morte e un’abiura che era tanto complessa quanto

paradossale. Questa abiura aveva la forma di un giuramento. <Ogni apostata

doveva ripetere le ragioni per cui rinnegava il Cristianesimo, pronunciando una

formula prestabilita [...] Venivano fatti giurare, per una logica assai curiosa,

29 A. Koestler

30 A. Koestler Pagina 29 di 45

chiamando a testimoni proprio le potenze che avevano appena rinnegato: il Padre, il

31

Figlio, lo Spirito Santo, Santa Maria e tutti gli angeli> .

Di fronte al problema di operare “veramente” un cambiamento nella mente di

qualcuno, i giapponesi ricorsero all’espediente del giuramento. Ma capirono con

chiarezza che un giuramento simile li avrebbe legati soltanto se lo avessero prestato

al Dio cristiano oltre che alle divinità buddiste e scintoiste. Ma era una “soluzione”

che li metteva subito alle prese con l’indecidibilità delle asserzioni riflessive. Veniva

fatta un’asserzione entro uno schema di riferimento chiaramente stabilito (la fede

cristiana) che asseriva qualcosa su questo schema e quindi su se stessa, vale a dire

negava lo schema di riferimento, e negando lo schema negava il giuramento stesso.

Se consideriamo C come la classe di tutte le asserzioni entro la struttura del

cristianesimo, il giuramento è sia un membro di C, poiché invoca la Trinità, sia al

tempo stesso una meta-asserzione che nega C –quindi su C-. E’ un’impasse logica

che ormai conosciamo bene. Nessuna asserzione fatta entro un dato schema di

riferimento può nello stesso tempo uscir fuori dallo schema, per così dire, e negare

se stessa. E’ il dilemma di chi è preso da un incubo mentre sogna; non servirà a

niente tutto quello che cerca di fare nel sogno. Può sfuggire all’incubo soltanto se si

sveglia, il che significa uscir fuori dal sogno. Ma il risveglio non fa parte del sogno, è

uno schema completamente diverso; è un non-sogno, per così dire. In teoria,

l’incubo potrebbe continuare per sempre, come accade per certi incubi di

schizofrenici, perché nulla entro lo schema ha il potere di negare lo schema. Ma

questo è proprio l’obiettivo che i giapponesi intendevano raggiungere col

giuramento. I convertiti, abiurando, restavano entro lo schema di una formula

paradossale e in tal modo venivano presi nel paradosso.

Un giuramento lega di per sé non solo chi lo presta ma anche il dio in nome del

quale viene prestato.

Ma il paradosso deve anche aver influenzato gli stessi persecutori. E’ impossibile

che non siano stati consapevoli di aver posto con la loro formula il dio cristiano al di

sopra delle proprie divinità. Per cui alla fine devono essersi trovati inviluppati dalla

loro stessa mistificazione, che negava ciò che asseriva e asseriva ciò che negava.

In linea di massima si può dire che la storia del genere umano mostra che ci sono

due tipi di persone che vogliono sottomettere la mente degli altri: coloro che

ritengono una situazione accettabile la distruzione fisica dei loro oppositori senza

preoccuparsi affatto di quello che pensano “veramente” le loro vittime, e coloro che

per un interesse escatologico degno di miglior causa se ne preoccupano moltissimo.

Al secondo gruppo interessa anzitutto cambiare la mente dell’uomo, la sua

eliminazione fisica è soltanto un aspetto secondario. O’ Brien, il torturatore che G.

Orwell presenta in “1984”, è un’autorità esperta sull’argomento. Si tratta del

paradosso <sii spontaneo!> nella formula più nuda.

ESEMPIO 7

Una situazione sostanzialmente simile a quella dei convertiti giapponesi e dei loro

persecutori è quella che venne a crearsi nel 1938 tra S. Freud e le autorità naziste. I

nazisti avevano promesso a S. Freud un visto d’uscita dall’Austria a condizione che

sottoscrivesse una dichiarazione da cui risultasse che era stato <trattato dalle

autorità tedesche e in particolare dalla Gestapo con tutto il rispetto e la

32

considerazione dovuti alla mia fama di scienziato> . Anche se nel caso personale di

S. Freud la dichiarazione rispondeva a verità, nel contesto più vasto della

spaventosa persecuzione degli ebrei viennesi, il documento veniva ad avallare una

vergognosa pretesa di equità da parte delle autorità, con lo scopo evidente di usare

la fama internazionale di S. Freud per la propaganda nazista. S. Freud deve essersi

trovato di fronte al dilemma di sottoscriverlo o rifiutarsi. In termini di psicologia

sperimentale, doveva affrontare un conflitto di evitamento-evitamento. Egli riuscì a

rovesciare le posizioni intrappolando i nazisti nella loro stessa mistificazione.

Quando l’ufficiale della Gestapo gli portò i documenti per la firma,S. Freud chiese se

gli era permesso aggiungere un’altra frase. L’ufficiale acconsentì, sicuro com’era

della sua posizione one-up, e S. Freud scrisse di suo pugno: <Posso vivamente

31 G. B. Sansom

32 E. Jones Pagina 30 di 45

33

raccomandare la Gestapo a chicchessia> . Ora la situazione era capovolta. La

Gestapo, che in un primo momento aveva costretto S. Freud a lodarla, non poteva

certo fare obiezione per aver ricevuto una lode supplementare. Ma per chiunque

sapesse sia pure confusamente cosa stava accadendo a Vienna in quei giorni il

sarcasmo di quella “lode” era così devastante da rendere il documento privo di ogni

valore ai fini della propaganda. In breve, S. Freud aveva invalidato il documento con

una asserzione che aderiva al contenuto della dichiarazione ma nello stesso tempo

lo negava con il sarcasmo.

ESEMPIO 8

In “Les Plaisirs et les Jours”, M. Proust ci dà un esempio stupendo del paradosso

pragmatico che si ha quando c’è contraddizione, come spesso accade, tra un

comportamento socialmente approvato e l’emozione individuale. Alexis è un

tredicenne che va a trovare lo zio che sta morendo per una malattia incurabile. Il

suo precettore gli dice di non parlare allo zio della morte e di non piangere. Alexis

pensa però che se nascondo la sua ansia allo zio può sembrare che non lo sia e che

quindi non gli voglia bene.

ESEMPIO 9

Un giovanotto ebbe il sentore che i suoi genitori non approvavano che filasse con

una certa ragazza che aveva intenzione di sposare. Il padre del ragazzo era un

bell’uomo, dinamico e ricco, che dominava completamente la moglie e i tre figli. La

madre era una donna silenziosa e chiusa in se stessa che in diverse occasioni era

andata in clinica “per riposare” (posizione completamente one-down). Un giorno il

padre invitò il figlio nel suo studio –una procedura riservata soltanto alle

dichiarazioni molto solenni- e gli disse: <Louis, c’è una cosa che dovresti sapere. Noi

Alvarados sposiamo sempre donne migliori di noi>.

L’asserzione del padre si presta alle seguenti interpretazioni. Noi Alvarados siamo

gente superiore; tra l’altro, la posizione sociale delle donne che sposiamo è

altolocata. Ma la prova ultima di tale superiorità e non solo nettamente in contrasto

con i fatti che il giovanotto può osservare, ma implica anche che gli uomini

Alvarados sono inferiori alle proprie mogli. E questa implicazione nega quanto

l’asserzione voleva sostenere.

ESEMPIO 10

Lo psichiatra chiese a un giovanotto che aveva in cura di invitare i genitori a

partecipare ad almeno ad una seduta di terapia congiunta. Durante la seduta fu

chiaro che i genitori erano d’accordo tra loro soltanto quando si coalizzavano contro

il figlio, mentre in molti argomenti importanti non erano affatto d’accordo. La

madre, dopo aver giudicato provocatorio un consiglio del terapeuta, disse: <L’unica

cosa che vogliamo dalla vita è che il matrimonio di nostro figlio sia felice come il

nostro>. Se la questione si pone in questi termini, la sola conclusione è che il

matrimonio è felice quando non lo è, ed infelice quando è felice.

ESEMPIO 11

Una madre stava parlando al telefono con lo psichiatra della figlia schizofrenica e si

lamentava delle ricadute della ragazza. Ma di solito quando diceva che la figlia era

ricaduta voleva dire che la ragazza si era mostrata più indipendente e che aveva

battibeccato con lei. Da qualche giorno, per esempio, la figlia era andata a stare per

conto suo in un appartamento, una decisione che aveva abbastanza infastidito la

madre. Il terapeuta le chiese di fare un esempio di quello che lei definiva

comportamento disturbato, e la donna rispose che la figlia aveva rifiutato un suo

invito a cena, ma alla fine era riuscita a convincerla. L’opinione della madre è che

quando la ragazza dice “no” significa che vuol venire, perché lei sa meglio della

figlia quello che passa nella sua mente confusa; e quando la ragazza dice “sì” vuol

dire soltanto che la figlia non ha mai la forza di dire “no”. Sia la madre che la figlia

sono dunque legate da questo modo paradossale di etichettare i messaggi.

ESEMPIO 12

33 S. Freud Pagina 31 di 45

D. Greenburg ha pubblicato recentemente una raccolta incantevole di comunicazioni

paradossali di madri. Ecco una perla: <Regala a tuo figlio Marvin due camicie

sportive. La prima volta che ne metta una, guardalo con tristezza e digli col tuo

34

Solito Tono di Voce: <Quell’altra non ti piace?>> .

4.3 Teoria del doppio legame

G. Bateson, D. D. Jackson, J. Haley e J. H. Weakland hanno descritto per primi gli

effetti del paradosso nell’interazione umana, in un saggio intitolato “Toward a

Theory of Schizophrenia” pubblicato nel 1956. Essi si chiedono quali sequenze di

esperienza interpersonale provocherebbero il comportamento (piuttosto che essere

causate da esso) che giustificherebbe la diagnosi di schizofrenia. Lo schizofrenico,

ipotizzano, <deve vivere in un universo in cui le esperienze di eventi sono tali che le

sue abitudini di comunicazione non convenzionali in qualche modo saranno

35

appropriate> . E’ un’ipotesi che li ha portati a postulare e a identificare certe

caratteristiche essenziali di tale interazione, per cui hanno coniato il termine

“doppio legame”.

4.3.1

E’ possibile descrivere gli elementi di un doppio legame come segue:

• due o più persone sono coinvolte in una relazione intensa che ha un alto

valore di sopravvivenza fisica e/o psicologica per una di esse, per alcune, o

per tutte. Le situazioni in cui si hanno tipicamente queste relazioni intense

includono la vita familiare, l’invalidità, la dipendenza materiale, la prigionia,

l’amicizia, l’amore, la fedeltà...;

• in un simile contesto viene dato un messaggio che è strutturato in modo tale

che a.) asserisce qualcosa, b.) asserisce qualcosa sulla propria asserzione e

c.) queste due asserzioni si escludono a vicenda. Quindi, se il messaggio è

un’ingiunzione, l’ingiunzione deve essere disobbedita per essere obbedita; se

è una definizione del sé o dell’altro, la persona di cui si è data la definizione è

quel tipo di persona soltanto se non lo è, e non lo è se lo è;

• infine, si impedisce al ricettore del messaggio di uscir fuori dallo schema

stabilito da questo messaggio, o metacomunicando su esso (commentandolo)

o chiudendosi in se stesso. Egli non può non reagire ad esso, ma non può

neppure reagire ad esso in modo adeguato (non paradossale), perché il

messaggio stesso è paradossale. Questa situazione spesso si ha quando viene

proibito in modo più o meno evidente di mostrare una qualsiasi

consapevolezza della contraddizione o del vero problema in questione. Una

persona in una situazione di doppio legame è quindi probabile che si trovi

punita (o almeno che le si faccia provare un senso di colpa) per aver avuto

percezioni corrette, e che venga definita “cattiva” o “folle” per aver magari

insinuato che esiste una discrepanza tra ciò che vede e ciò che “dovrebbe”

vedere.

La sostanza del doppio legame è dunque questa.

4.3.2

Il problema della patogenesi del doppio legame divenne subito l’aspetto più

discusso e frainteso della teoria.

Non c’è alcun dubbio che il mondo in cui viviamo è ben lontano dall’essere un mondo

logico e non c’è dubbio che tutti siamo esposti a doppi legami, eppure la maggior

parte di noi riesce a conservare la propria salute mentale. Ma molte di queste

esperienze sono isolate e spurie, anche se quando accadono possono essere

traumatiche. Una situazione molto diversa si presenta invece quando si è esposti al

doppio legame per lungo tempo e poco a poco ci si abitua a tale situazione e la si

34 D. Greenburg

35 G. Bateson, D. D. Jackson, J. Haley e J. H. Weakland Pagina 32 di 45


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DESCRIZIONE APPUNTO

Appunti per l'esame di Psicologia della professoressa Zeroli. Gli argomenti trattati sono i seguenti: i presupposti storici, i tentativi di fissare alcuni assiomi della comunicazione, la comunicazione patologica, l'organizzazione dell'interazione umana, l'analisi della commedia "chi ha paura di Virginia Woolf?" in termini di comunicazione, la comunicazione paradossale, il paradosso in psicoterapia, l'esistenzialismo e la teoria della comunicazione umana.


DETTAGLI
Esame: Psicologia
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze della comunicazione
SSD:
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher N. A. di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Insubria Como Varese - Uninsubria o del prof Zeroli Stefania.

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