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Psicologia generale

Capitolo I - Correnti e studiosi

  • Innatismo – Platone
  • Empirismo filosofico – Aristotele
  • Dualismo – Cartesio
  • Frenologia – Gall
  • [Chirurghi] – Flourens e Broca
  • Fisiologia – Von Helmoltz (tempo di reazione)
  • Strutturalismo – Wundt (introspezione) e Titchener
  • Funzionalismo – James (coscienza come flusso) e Hall (fasi evolutive)
  • Psicologia della Gestalt – Wertheimer (intero, non somma delle parti)
  • [Studio sulla personalità multipla] – Charcot e Janet (isteria e dissociazione di identità)
  • Psicoanalisi – Freud, Jung, Adler (inconscio)
  • Psicologia umanistica – Rogers e Maslow
  • Comportamentismo – Watson, Pavlov, Skinner
  • Psicologia cognitiva – Ebbinghaus, Bartlett (memoria), Piaget, Chomsky (linguaggio innato)
  • Neuroscienze – Lashley (processi cognitivi + attività cerebrale)
  • Psicologia evoluzionistica – Darwin
  • Psicologia sociale – Triplett, Lewin (teoria del campo), Asch (conformismo), Allport (errate classificazioni)
  • Psicologia culturale – Mead e Bateson
  • Assolutismo VS Relativismo
  • 1892 – APA (American Psychological Association)
  • 1988 – APS (American Psychological Science)
  • * si rifà a Darwin e alla “selezione naturale” (cambiamenti adattativi ed ex-attativi)

Capitolo III - Metodi della psicologia

Prima di introdurre i metodi di cui si serve la psicologia per operare in campo scientifico, è necessario fare alcune premesse. In epoca greca esistevano due correnti prioritarie in ambito filosofico, ossia il dogmatismo e l’empirismo. I dogmatisti (da “dogmatikos”: seguire le credenze) pensavano che il modo migliore per comprendere la malattia fosse quello di sviluppare teorie sulle funzioni dell’organismo, mentre gli empiristi (da “emprikos”: che segue le esperienze) sostenevano che il modo migliore per comprendere la malattia fosse osservare le persone malate.

Oggigiorno utilizziamo il termine dogmatismo riferendoci alla tendenza delle persone ad aderire saldamente alle proprie tesi, e il termine empirismo per descrivere la convinzione che una conoscenza accurata derivi dall’osservazione, dall’esperienza. L’empirismo si è dimostrato un approccio proficuo alla comprensione dei fenomeni naturali, ma per utilizzare quest’approccio è necessario un metodo, ossia un insieme di regole e tecniche per l’osservazione che consente di evitare illusioni, errori e conclusioni erronee.

Come abbiamo già affermato nel capitolo precedente, la psicologia differisce dalla filosofia in quanto si serve dell’osservazione empirica. Essa, dunque, fa ricorso a metodi quantitativi, che possono essere misurati numericamente. È necessario, in ambito psicologico, definire un ambito di misurazione, dunque un oggetto da misurare. Il primo passo per conoscere le proprietà di un oggetto, dunque, è definire la misurazione che comprende due passi fondamentali ossia: la proprietà che vogliamo misurare, e trovare un modo per rilevarla.

La definizione che ne consegue viene chiamata definizione operativa, ossia quella definizione che permette di trovare caratteristiche che permettano di misurare l’oggetto (descrizione di una proprietà in termini misurabili).

Esempio: Se associamo la bellezza a determinate caratteristiche, abbiamo appena dato luogo ad un “processo analogico”. Volendo dare una definizione operativa, ossia una definizione che ci permetta di misurare l’oggetto, potremmo associare la bellezza al concetto di simmetria, in modo tale da renderla misurabile. Un ulteriore esempio può essere dato dal seguente quesito: cos’è l’intelligenza? Diamo, dunque, una definizione operativa di intelligenza (esempio: capacità di risolvere i problemi), in modo tale da rendere quest’ultima misurabile.

Il secondo passo consiste nel trovare un modo per rilevare i termini concreti della definizione operativa che abbiamo attribuito all’oggetto. Per fare ciò dobbiamo usare uno strumento di misura, ossia un dispositivo in grado di rilevare gli eventi ai quali si riferisce una definizione operativa. Alcuni degli strumenti di misurazione adoperati dagli psicologi sono i seguenti: elettromiografo (EMG: misura l’attività elettrica dei muscoli facciali), questionario, cronoscopio di Hipp (misura i tempi di reazione), macchina per risonanza magnetica (fMRI: misura il flusso sanguigno nel cervello).

Le misurazioni, come abbiamo detto, consistono nel definire, e rilevare. Se uno dei due compiti viene eseguito in modo scorretto, qualunque misurazione mancherà di validità, ossia la caratteristica di un’osservazione che consente di trarre da essa inferenze accurate. Una buona definizione operativa, dunque, deve avere validità di costrutto, ossia la tendenza di una definizione operativa e di una proprietà a condividere significato. È sensato definire la ricchezza come quantità di denaro che una persona possiede in risparmi, ma non ha senso definire la ricchezza come numero di monete che una persona ingoia.

Oltre alla validità di costrutto, è necessaria anche la validità predittiva, ossia la tendenza di una definizione operativa ad essere collegata ad altre funzioni operative della stessa proprietà.

Lo strumento di misura grazie al quale ci accingiamo ai suddetti processi, deve avere una sua affidabilità. L’affidabilità è intesa come la tendenza di uno strumento di misura a produrre lo stesso risultato ogni qual volta viene usato per misurare la stessa cosa.

Un’ulteriore caratteristica necessaria è la sensibilità, ossia la tendenza di uno strumento a produrre risultati diversi quando viene utilizzato per misurare cose diverse. Alcuni comportamenti che caratterizzano l’uomo, vengono studiati con particolare attenzione, per cui è necessario uno studio di casi singoli, ossia un metodo per acquisire conoscenze specifiche studiando un singolo individuo (Oliver Sacks: osservazioni su un paziente che aveva subito lesioni cerebrali, L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello).

Essendo i casi eccezionali, considerati per l’appunto come tali, gli psicologi in genere osservano numeri elevati piuttosto che esperienze singolari. Per fare ciò, viene estratto un campione. Una popolazione è l’insieme completo degli oggetti o eventi che potrebbero essere misurati, ed un campione è l’insieme parziale di oggetti o eventi che viene effettivamente misurato. La legge dei grandi numeri afferma che con l’aumentare delle dimensioni di un campione aumenta anche la fedeltà con cui gli attributi del campione riflettono gli attributi della popolazione dalla quale esso è tratto.

La media di un campione può darci informazioni sulla media di una popolazione, ma non sugli individui della stessa. Distribuzioni di frequenza sono rappresentazioni grafiche delle misure ottenute in un campione e che rappresentano il numero di volte che ciascuna misura è stata osservata. Analizzando le capacità motorie di un vasto campione tramite un questionario, sull’asse orizzontale del grafico riporteremo il punteggio ottenuto nel test, mentre sull’asse verticale il numero di volte in cui ciascun punteggio è stato osservato.

Una distribuzione di frequenza può assumere qualunque forma, ma in genere assume la forma definita distribuzione normale (detta anche curva a campana). Una distribuzione normale, è quella in cui le misure sono per la maggior parte concentrate attorno alla media e diminuiscono verso le due estremità. I due lati della distribuzione, oltretutto, sono simmetrici. In breve potremmo dire che con il termine “normale” si indica una misurazione che cade nella parte media in una distribuzione “a campana”.

Gli indicatori statistici più noti sono la media, la moda e la mediana. La media viene usata per riassumere con un solo numero un insieme di dati su un fenomeno misurabile; la moda è l’indicatore statistico che raccoglie la maggiore frequenza; la mediana corrisponde alla classe in cui cade l’individuo mediano. La media, tuttavia, è un dato piuttosto esiguo delle indagini statistiche, è necessario, difatti, conoscere anche la dispersione dei dati. La media corrisponde, di fatto, alla posizione al centro della distribuzione normale.

Descrizioni della variabilità riguardano il grado in cui le misure in una distribuzione differiscono le une dalle altre. Una descrizione matematicamente semplice della variabilità, è il campo di intervallo o variazione, ossia l’intervallo compreso tra il valore della misura più alta e il valore della misura più bassa. L’individuo è solito assumere alcuni comportamenti quando è sicuro che nessuno lo stia guardando (ad esempio infilare le dita nel naso, superare limiti di velocità). In presenza di altre persone, dunque, l’individuo tende a comportarsi in modo diverso. Ma gli psicologi necessitano di comprendere in primis il comportamento naturale e reale dell’individuo.

Caratteristiche della domanda, alla luce di quanto affermato, rappresentano quegli aspetti di un setting sperimentale che inducono le persone a comportarsi così come esse pensano che l’osservatore desideri o si aspetti che esse si comportino. Esse ostacolano, dunque, i tentativi di misurare il comportamento dell’individuo in modo obiettivo. L’osservazione naturalistica è una tecnica per ottenere conoscenze scientifiche osservando le persone nei loro ambienti naturali senza farsi notare. Purtroppo essa non può risolvere da sola il problema delle caratteristiche della domanda, in primis perché alcune cose che gli psicologi vogliono verificare, talvolta non si verificano in modo naturale, in secondo luogo perché alcune di esse si possono ottenere soltanto attraverso l’interazione diretta con la persona, ad esempio somministrando un questionario.

Il comportamento dell’individuo è meno influenzato quando egli non sa di essere osservato, per cui un’ulteriore tecnica adoperata dagli psicologi per evitare le caratteristiche della domanda, consiste nel misurare comportamenti che non sono suscettibili alle stesse. Alcuni dei segni che contraddistinguono le nostre azioni e che noi non conosciamo, in realtà sono ben conosciuti dagli psicologi, per cui essi riescono a desumere il nostro stato, pur non influenzandoci (nel caso in cui fossimo eccitati, ad esempio, avremmo le pupille dilatate, o ancora nel caso in cui fossimo concentrati su di un compito diminuirebbe la frequenza con cui battiamo le nostre palpebre).

Il modo migliore per osservare obiettivamente il comportamento di un individuo (definito oggetto o partecipante), è far si che non conosca il vero scopo dell’osservazione. Poiché gran parte dei partecipanti vogliono conoscere lo scopo per il quale vengono “osservati”, gli psicologi talvolta ricorrono a storie di copertura, ossia spiegazioni fuorvianti al vero scopo. Lo psicologo potrebbe ricorrere ad un item di riempimento, ossia a misure prive di significato che mascherano lo scopo dell’osservazione.

Poiché le aspettative delle persone possono influenzare le osservazioni, gli psicologi si avvalgono di tecniche come l’osservazione in doppio cieco, ossia un’osservazione in cui il vero scopo resta celato sia all’osservatore che al partecipante.

Se insultiamo qualcuno, e vogliamo chiedergli l’ora, è molto probabile che questo qualcuno non risponda alla nostra domanda. Ciò sta ad indicare che il primo evento ha una correlazione con il successivo. Alla luce dei due eventi possiamo fare delle importanti considerazioni, mettendo a confronto i pattern di variazione in una serie di misure. Fino ad ora, per analizzare gli eventi, abbiamo preso in considerazione delle variabili, ossia proprietà in cui il valore può variare da un individuo all’altro nel corso del tempo (nell’analisi di un fenomeno è sempre necessario riconoscere l’elemento “variabile”, ossia una caratteristica che varia).

Il valore della prima variabile, variava da non insultato ad insultato, quello della seconda variabile da concesso a rifiutato. Si dice che due variabili variano o sono correlate quando le variazioni nel valore di una variabile sono sincronizzate alle variazioni nel valore dell’altra. Quando due variabili sono correlate, il valore dell’una ci permette di fare previsioni sul valore dell’altra. Ad esempio: se mangiare spinaci comporta una maggiore longevità, coesiste una correlazione positiva in termini “più-più” e “meno-meno”, ossia: più mangio spinaci, più la mia vita sarà lunga; meno mangio spinaci, meno la mia vita sarà lunga.

La correlazione positiva, dunque, risulta direttamente proporzionale. Quella negativa, invece, è inversamente proporzionale. Ad esempio: relazione tra due variabili di tipo “più-meno” e “meno-più”. Mettiamo il caso che mangiare molta carne comporti meno longevità. Dunque: più mangio carne, meno la mia vita sarà lunga; meno mangio carne, più la mia vita sarà lunga.

Il coefficiente di correlazione è una misura della direzione e della forza di una correlazione, ed è simboleggiato dalla lettera r (relazione). Il valore di r è limitato e può variare da +1 a -1. Se r=1, la relazione tra variabili è detta correlazione positiva perfetta ed indica che ogni volta che il valore di una variabile aumenta, aumenta anche il valore della seconda. Ad esempio: se ad un aumento dell’età (x) corrisponde un aumento dell’altezza (y), allora x e y hanno una correlazione positiva perfetta. Se r=-1 la relazione tra le variabili è detta correlazione negativa perfetta, il che significa che quando il valore di una variabile aumenta, quello della seconda variabile diminuisce. Se r=0 non vi è alcuna relazione sistematica tra le variabili, si dice che esse sono scorrelate.

Correlazioni naturali sono quelle che osserviamo nel mondo intorno a noi. Tutte le variabili che sono legate da una relazione causale sono correlate, ma non tutte le variabili che sono correlate sono legate da una relazione causale. Ad esempio, altezza e peso sono tra loro correlati, ma non sono l’uno la causa dell’altro.

Si prendano in considerazione due variabili X ed Y, alle quali associamo rispettivamente la quantità di violenza che il bambino vede in televisione (X) e l’aggressività del suo comportamento (Y). X→Y indica la possibilità che guardare programmi televisivi violenti provochi aggressività nel comportamento del bambino. Y→X indica che l’aggressività di un bambino spinga quest’ultimo a guardare programmi televisivi violenti. Z→X e Y indica che una terza variabile, quale Z, induca i bambini sia ad essere aggressivi che a guardare programmi televisivi violenti. Z potrebbe rappresentare la mancanza di supervisione da parte degli adulti.

Il rapporto tra aggressività ed esposizione a programmi violenti potrebbe essere un caso di correlazione spuria, in cui due variabili sono correlate solo perché ciascuna di esse è causata da una terza variabile. Quando osserviamo una correlazione naturale, è possibile, dunque, che si verifichi il problema della terza variabile.

Per evitare il suddetto problema potremmo osservare i bambini in campioni abbinati, una tecnica che fa sì che i partecipanti di due campioni siano in media identici dal punto di vista di una terza variabile. Nel caso dei campioni abbinati avremo la stessa percentuale di osservazione da parte degli adulti, in due gruppi presi in considerazione. In alternativa si potrebbero osservare i bambini in coppie abbinate, una tecnica che fa sì che ogni partecipante di un campione sia identico a un partecipante dell’altro campione dal punto di vista di una terza variabile. Nel caso delle coppie abbinate avremo le stesse condizioni, distribuite diversamente. Laddove in un gruppo vi sarà minore supervisione da parte degli adulti, al contempo vi sarà un maggior numero di programmi televisivi violenti. Laddove in un gruppo vi sarà maggiore supervisione da parte degli adulti, vi sarà un maggior numero di programmi televisivi violenti.

Tuttavia, entrambe le tecniche, non permetteranno mai di scartare definitivamente il problema della terza variabile, perché non è possibile infierire una relazione causale tra due variabili sulla base della correlazione naturale esistente tra di esse e ciò è dovuto alle possibilità sempre presenti di una correlazione spuria.

In ambito statistico si parla di esperimento per intendere la tecnica che consente di stabilire relazioni causali tra variabili. La maniera migliore per capire in che modo gli esperimenti realizzino questa straordinaria impresa consiste nell’esaminare le loro due caratteristiche prioritarie: manipolazione e randomizzazione.

Si parla di manipolazione per indicare la creazione di un pattern di variazione artificiale in una variabile indipendente al fine di determinarne il potere causale. Se manipolassimo anziché misurare l’esposizione di un bambino ai programmi televisivi violenti, allora non dovremmo mai porci il problema della terza variabile. La variabile che viene manipolata è detta variabile indipendente, perché è indipendente da ciò che il partecipante all’esperimento dice o fa. Quando manipoliamo una variabile indipendente creiamo almeno due gruppi di partecipanti, un gruppo sperimentale, ossia il gruppo di soggetti trattati in un modo particolare, e un gruppo di controllo, che è il gruppo di soggetti che non sono trattati in quel modo particolare.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/01 Psicologia generale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher michela.galluccio92 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Fondamenti di psicologia generale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi di Napoli Federico II o del prof Miglino Orazio.
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