Modelli teorici in psicologia
La psicologia scientifica si è costituita come disciplina autonoma intorno alla metà dell'800. La parola psicologia, la cui etimologia greca significa letteralmente “discorso sull’anima”, designa una disciplina che mira a un'interpretazione empiricamente fondata delle funzioni mentali. L’uso di tale termine suggerisce per essa un compito paradossale: valutare in modo esatto (preciso) le funzioni umane dipendenti da un’entità immateriale quale è l’anima. Prima del secolo 19, per indicare lo studio delle attività psichiche si adoperava il termine fisiologia (che significa etimologicamente “studio della natura umana” (Canestrari – Godino, 1997, 1).
Nei primi “laboratori di psicologia” si cercò infatti per la prima volta di studiare sistematicamente, secondo le modalità che caratterizzano l’approccio scientifico ed empirico di definizione e di spiegazione dei problemi, le funzioni mentali e il comportamento umano. Già prima di allora si erano ovviamente formate e considerate delle teorie sullo psichismo come nel caso di Aristotele o di Ippocrate. Tali antiche concezioni avevano una base di tipo razionalistico o analogico e mancavano quindi di un supporto empirico, come di un metodo che fosse scientificamente valido.
Una spiegazione scientifica invece è una teoria che viene controllata in modo empirico e che assai spesso porta a risultati anti-intuitivi, a spiegazioni non desumibili attraverso l’apparenza del fenomeno. Le antiche psicologie non erano quindi realmente scientifiche, in quanto non portavano a una conoscenza autentica, né producevano delle dimostrazioni valide. Lo stesso si può dire per le teorie mediche di Galeno sulla relazione fra lo stato di alterazione psichica e la circolazione dei “fluidi” o “umori” nel corpo. Anche queste non erano scoperte scientifiche, ma semplicemente delle spiegazioni intuitive.
René Descartes e il dualismo
Il primo vero antesignano della psicologia scientifica ottocentesca è comunque René Descartes (1596-1650). Egli ereditò dai filosofi che lo precedettero la concezione del dualismo, ovvero che l’uomo sia costituito da due entità: il corpo (res extensa), visto come una macchina e quindi studiabile come oggetto fisico sottoposto alle leggi naturali, e l’anima (res cogitans), che è invece spirituale e opera secondo il libero arbitrio, quindi non può essere studiata o compresa con i metodi della scienza.
Il punto realmente innovativo della teoria cartesiana consisteva nel fatto che per spiegare una grandissima parte delle condotte umane egli fece ricorso a delle teorie che escludevano l’intervento dell’anima o del libero arbitrio. In definitiva, secondo Cartesio, tutti i comportamenti osservabili anche negli animali sono spiegabili come risultato della “macchina” corporea, e solamente quelli che ci distinguono dagli animali sono postulabili come risultati dell’intervento dell’anima, come il pensare e il poter progettare le nostre azioni sotto la guida del pensiero.
Nella concezione cartesiana, che viene detta dualismo interazionista in quanto l’entità spirituale interagisce con quella materiale, la concezione dualistica della filosofia si intreccia con i metodi propri delle scienze naturali, consentendo di studiare in modo scientifico la maggior parte delle condotte umane (Canestrari – Godino, 1997, 2).
Fechner e la dualità metodica
Fechner (1801-1887), uno dei primi ricercatori accademici ad intraprendere ricerche sperimentali nell’ambito di questa nuova disciplina, esemplifica appieno tale dualità, in quanto il suo intento dichiarato era di “fornire una evidenza empirica ed una misura matematica dell’anima umana (psiche)”. Questa dualità tra metodica e concezione filosofica è molto ben rappresentata dalla personalità di Fechner, tesa ad utilizzare metodiche “esatte” e “scientifiche” atte a fornire prove o dimostrazioni inattaccabili di alcuni contenuti della sua fede religiosa.
È questo connubio fra elementi teorici e metodologici eterogenei che prende corpo, circa 130 anni or sono, la moderna psicologia. Gli storici della psicologia sono concordi nel datare la nascita della psicologia scientifica in coincidenza con la creazione a Lipsia nel 1879 del primo laboratorio di ricerca psicologica da parte di Wilhelm Wundt (1832-1920) di formazione medica ma docente di Filosofia presso la locale Università. Il suo fondamentale ed assai considerato “Trattato di psicologia” era stato infatti già pubblicato sei anni prima nel 1873. Attraverso l’opera dei continuatori della Scuola Tedesca, allievi diretti come Stern o Ebbinghouse ed allievi statunitensi come Tichener, la sua influenza culturale si è diramata fino agli 50’ e 60’ del nostro secolo.
Al 1860 risale il trattato di Fechner gli “Elementi di Psicofisica”. Egli aveva sostenuto in particolare l’ipotesi che fra sensazione e percezione, ovvero fra il corpo e la mente, potesse venire descritto e previsto attraverso formule matematiche (Canestrari – Godino, 1997, 3).
William James e la psicologia negli Stati Uniti
Sul finire del secolo scorso William James fondò il primo laboratorio psicologico ad Harvard ed ottenne contemporaneamente la prima cattedra di psicologia negli Stati Uniti (Canestrari – Godino, 1997, 4).
Psicologia fisiologica e psicofisica
Il filosofo inglese J. Stuart Mill sostenne che la mente non è un’entità autonoma ma solo una funzione a base somatica. In altre parole, la mente o psiche non è qualcosa di distinguibile né tantomeno studiabile separatamente dal corpo, perché non è altro che una “qualità” funzionale di esso. Ogni aspetto del sentire e della condotta della persona è allora studiabile e comprensibile a partire dalla analisi del funzionamento del corpo o del sistema nervoso.
Un antesignano della neuro-fisiologia coevo di Mill fu Johannes P Müller (1801-1858) noto come autore della dottrina dell’“impulso nervoso specifico” (Canestrari – Godino, 1997, 5). Secondo questa teoria, le strutture nervose sono capaci di trasmettere un solo tipo di informazione al cervello, indipendentemente dalla qualità fisica dello stimulo esterno che ha colpito i recettori. Un postulato di questo modello era anche l’esistenza di aree corticali e cerebrali specifiche, atte ad interpretare ed integrare i diversi stimoli e produrre le sensazioni corrispondenti e specifiche. Un allievo importante di Müller fu Helmholtz (1821-1894) il quale ha svolto molte ricerche sulla fisiologia.
Fechner rappresenta un anello di congiunzione fra la prospettiva fisiologica e quella psicologica, poiché introdusse i metodi di studio che sono ancora attuali come le tecniche di “scaling” o la “cronometria mentale”. Con le nuove tecniche disponibili oggi, lo studio diretto e non intrusivo del soggetto umano si rende sempre più agevole e diffuso; comunque si distingue il punto di osservazione dello psicofisiologo si distingue nettamente da quello del fisiologo per l’obiettivo, che è la comprensione tendenziale del comportamento nella sua interezza, ma non si distingue necessariamente per la metodologia utilizzata (Canestrari – Godino, 1997, 5-6).
L'introspezionismo e l'associazionismo
Il fondatore del primo laboratorio di psicologia, Wilhelm Wundt, fu anche il fautore di un particolare metodo di studio basato sulla introspezione sistematizzata. Questa metodica di studio si fondava sull’auto-osservazione e sulla descrizione minuziosa e sistematica del vissuto del soggetto. Con la tecnica dell’introspezione sistematica, lo psichismo venne “oggettivato” e reso analizzabile frazionando nei suoi elementi di base l’insieme del processo mentale. Condizioni della plausibilità di tale metodo erano che:
- Esso costituisce l’unico modo per esplorare direttamente la psiche;
- La sua sistematizzazione codificata e l’addestramento dell’osservatore-scienziato lo rendessero strumento di misura attendibile e intersoggettivamente valido.
I difetti radicali del metodo che portarono al suo abbandono dopo alcuni decenni, sono la dimostrata soggettività dei dati ottenuti e l’inapplicabilità per gran parte dei soggetti. In definitiva, il metodo introspettivo era utilizzabile con difficoltà, richiedeva un grande dispendio addestrativo e formativo e forniva dati imprecisi e non ripetibili.
L’introspezione sistematica si presentava comunque concettualmente congrua alla posizione teorica di Wundt, una posizione strutturalista che si interessava dell’interrelazione delle varie parti del sistema nervoso e di come esse operano congiuntamente nella sensazione, nelle percezione e nella costruzione dell’esperienza conscia. Inoltre, l’introspezione si presentava come un tentativo di discernere, nel modo più preciso possibile, le componenti elementari di un processo e quindi come tecnica di indagine ottimale per una concezione psicologica associazionista, quale era quella wundtiana, secondo la quale il fenomeno è il frutto della somma e della combinazione di componenti elementari (Canestrari – Godino, 1997, 6-7).
La psicologia della forma o gestaltpsychologie
Questa scuola di psicologia è di matrice tedesca. La psicologia della forma o della gestalt (la parola “forma” in tedesco) è in posizione antitetica rispetto all’associazionismo di Wundt e indaga il funzionamento della mente attraverso lo studio del fenomeno e del vissuto, non con opera di analisi ma di sintesi della globalità dell’esperienza. I gestaltisti sostengono che l’insieme è un qualcosa che va al di là della semplice somma delle sue minute parti, e che lo studio che si limiti all’analisi di queste ultime nulla o molto poco ci può dire sull'architettura dell’edificio psichico.
Ogni aspetto dello psichismo si fonde con gli altri a costituire una struttura sovraordinata, una gestalt, che come una composizione musicale ha qualità che non sono rintracciabili nella semplice scomposizione della sequenza di note perché per essere compresa va apprezzata nella sua unità. Le principali ricerche fatte dai gestaltisti sono pertinenti alla percezione, ma vi si trovano anche importanti contributi allo studio della psicologia dei gruppi, della ontogenesi dell’intelligenza, della psicologia sociale e delle dinamiche relazionali (Canestrari – Godino, 1997, 8).
La gestalt influenza tuttora con il suo metodo ampi settori della ricerca, in particolare quello che viene etichettato come psicologia cognitivista.
La psicologia dinamica o del profondo
Sigmund Freud ebbe l’intuizione di postulare una unità di base del complesso mente-corpo in senso bidirezionale (la mente agisce sul corpo e viceversa), insieme a una pluralità di livelli della funzione mentale (un livello inconscio, uno preconscio ed uno conscio) (Canestrari – Godino, 1997, 9). Il modello si chiama psicodinamico perché fa riferimento a una relazione mobile, dinamica, fra queste istanze psichiche o parti funzionali della mente. In un secondo momento Freud ha riformulato la teoria psicodinamica postulando l’esistenza delle tre istanze psichiche dette Id, Ego e Super Ego.
Ciò che rende problematico e discusso il modello freudiano, dal punto di vista epistemologico, è il fatto che esso postula l’esistenza di una entità o livello che per definizione non è direttamente osservabile: l’inconscio o l’Id. Le conferme o le smentite al modello non si possono ottenere con ricerche croniche al laboratorio in quanto l’inconscio è individuabile solo indirettamente o per via interpretativa fondandosi sulla presenza o assenza di certi particolari fenomeni (atti mancati, sogni) che sono ritenuti essere l’espressione di tale istanza psichica.
Il metodo della ricerca psicoanalitica è quindi quello dell'osservazione sistematizzata dei fenomeni psichici e comportamentali, colti quali prodotti di dinamiche profonde, mentre la tecnica di comprensione degli stessi fenomeni è ermeneutica o interpretativa. Presupposto giustificativo dell’interpretazione è il determinismo: l’idea che nessun aspetto, anche il più apparentemente secondario e marginale, della condotta o del vissuto di un individuo è dovuto al caso ma deriva costantemente da una causa o fattore preciso.
Il modello psicodinamico ha trovato un preciso riscontro e una conferma nella creazione di nuovi metodi di trattamento e cura dei disturbi psichici: la psicoanalisi e la psicoterapia dinamica (Canestrari – Godino, 1997, 10-11).
Comportamentismo o psicologia oggettiva
Il comportamentismo è una dottrina, o per meglio dire un approccio concettuale, che esclude dal campo della ricerca psicologica ogni fattore che non sia oggettivo e misurabile. Non viene quindi considerato quale oggetto di studio qualsiasi fattore che sia intermedio fra S (stimolo) e R (risposta). Il comportamentismo esclude quindi l’esame della soggettività e della coscienza come oggetti di ricerca. In alternativa, possiamo anche dire che per il comportamentismo la psicologia è una scienza del comportamento, ed è anzi concepibile come scienza empirica solo se si limita allo studio del comportamento.
Le origini lontane di tale prospettiva concettuale sono rintracciabili nel sensismo o nell’idea cartesiana uomo/macchina, ma l’antecedente storico immediato e diretto lo troviamo nelle ricerche sul condizionamento animale e umano fatte dal fisiologo russo Pavlov. Il fondatore della psicologia comportamentista è stato J. B. Watson. La prospettiva di comportamento di Watson non comprende soltanto il comportamento motorio o muscolare, ma tutte le modificazioni oggettivabili della condotta, come il comportamento verbale e i sintomi psicopatologici.
Un enunciato rilevante del comportamentismo è inoltre il concetto di modellamento e plasmabilità delle differenze individuali, ovvero l’idea democratica che le differenze inter-individuali non siano innate, ereditarie o strutturali, ma dipendano nella loro totalità dall’apprendimento e dall’ambiente di vita (Canestrari – Godino, 1997, 11). Gli studi comportamentistici hanno prodotto delle conoscenze di certo rilievo ed interesse nel campo della psicolinguistica, delle tecniche di apprendimento e delle modalità di persuasione pubblicitaria o politica (Canestrari – Godino, 1997, 13).
Cognitivismo
Una certa impostazione che deriva in parte dal comportamentismo ed in parte da impostazioni filosofiche è stata etichettata come cognitivismo. Il cognitivismo si configura quale approccio metodologico allo studio della psiche. Questo approccio tende a privilegiare lo studio delle capacità degli individui di acquisire, organizzare, ricordare e fare uso concreto della conoscenza per guidare le proprie azioni. I cognitivisti studiano quindi la mente umana attraverso delle inferenze tratte dai comportamenti osservabili.
Molte ricerche cognitiviste si rifanno alla possibilità di riprodurre il funzionamento mentale con dei programmi ad hoc che vengono messi alla prova con il computer. Se la simulazione al calcolatore è assimilabile al reale funzionamento della psiche umana, il prodotto finale dell’elaborazione dovrebbe portare a un tipo di comprensione, di apprendimento, di memorizzazione, di reazione comportamentale analogo a quello umano. Un programma di calcolatore non può per definizione comprendere dei fattori di tipo affettivo, mentre il comportamento umano è sempre influenzato da fattori di tipo affettivo.
Alcuni dei cognitivisti fra i quali Neisser, Hull, Tolman, seguono un paradigma di ricerca che si avvicina a quello comportamentista, pur interponendo fra stimolo (S) e risposta (R) l’elemento intermedio dell’elaborazione mentale (O). Questo modello che segue il paradigma S-O-R è stato anche definito “modello della elaborazione della informazione” (information processing) (Canestrari – Godino, 1997, 13). Una parte dei cognitivisti sono stati influenzati dalle teorie di un linguista, Chomsky, il quale propose la teoria che il linguaggio possa essere compreso non attraverso una catena di apprendimenti e associazioni (come ritenevano i comportamentisti) ma piuttosto attraverso regole in parte innate (Canestrari – Godino, 1997, 14).
Metodo sperimentale ed osservazione sistematica
Gli assunti scientifici della psicologia sono del tutto analoghi a quelli delle scienze naturali come la biologia e la fisica. L’assunto di base è il determinismo: gli effetti che osserviamo sono non fortuiti ma sempre riconducibili a una causa; quindi una risposta è sempre l’esito di una catena di rapporti causa-effetto. Dalle relazioni causali circoscritte si può poi risalire a regole di causazione, o leggi generali del funzionamento psichico. Se non si supponesse una determinazione causale degli eventi, ma un loro susseguirsi fortuito e meramente casuale, la ricerca di spiegazioni o di leggi di carattere generale non avrebbe alcun senso.
Il secondo assunto del metodo scientifico è l’empirismo: per comprendere come è fatto il mondo e come funziona, non ci si basa sulla coerenza di un modello esplicativo (come si farebbe in filosofia), ma si ricorre a una verifica concreta, cioè materiale ed empirica, di una teoria esplicativa (Canestrari – Godino, 1997, 14). La teoria origina anche essa da osservazioni empiriche, e non viene ritenuta accettabile se non è convalidata empiricamente.
Il terzo assunto è quello dell’invarianza. Esso presuppone che, a parità di tutte le condizioni di azione dei fattori e di caratteristiche dei soggetti, il risultato finale della combinazione degli stessi fattori deve essere s
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