Psicologia della formazione e dell’orientamento.
Testo: Apprendimento e formazione nelle organizzazioni, Fraccaroli (2007), Il
Mulino.
La psicologia della formazione e dell’orientamento si inserisce nell’ambito della
psicologia del lavoro. Anzi costituiscono una delle aree di intervento della
psicologia del lavoro. La psicologia del lavoro studia i comportamenti delle
persone nei contesti lavorativi e nello svolgimento delle attività professionali
con lo scopo di comprendere le dinamiche che si istaurano tra individuo e
organizzazione.
Si inizia a parlare di psicologia del lavoro come psicotecnica, tra gli anni ’40 e
’50. Scopo dei professionisti era la misura delle attitudini dei soggetti in modo
da collocarli nel posto giusto. Si usano i test psicoattitudinali.
Gli anni ’60 sono gli anni della crescita economica e si richiedono sempre più
soggetti da inserire nelle fabbriche e anche gli individui chiedono una maggiore
attenzione ai loro problemi. E’ usato il T-Group.
Negli anni ’70 si attenzione il processo di selezione del personale ma anche di
formazione e orientamento.
Anni’80 espansione economica e innovazione tecnologica contribuiscono ad
accrescere il bisogno di psicologia del lavoro e le aree di interesse sono la
formazione ma anche il clima organizzativo.
Nei primi anni ’90 la crisi economica provoca un ridimensionamento
dell’interesse per le risorse umane. Dal ’94 in poi riprende la crescita
esponenziale delle organizzazioni sulla spinta dell’innovazione tecnologica e le
aree di interesse sono la selezione, la formazione e la valutazione, che portano
un ripensamento delle teoria di psicologia della formazione.
La psicologia della formazione si afferma come disciplina autonoma nel secolo
scorso. Uno sviluppo imposto dai vari cambiamenti nel mondo del lavoro. Si
tratta di un percorso lento e complesso rispetto allo sviluppo delle altre aree
psicologiche. All’inizio la formazione era studiata nel quadro dei processi di
psicologia generale (in riferimento all’apprendimento) senza vedere come
questi processi si attivavano nelle organizzazioni di lavoro o nelle scuole. Il
primo riconoscimento della psicologia della formazione è avvenuto nell’ambito
della psicologia applicata tra le due guerre (esempio psicologia industriale:
interesse per l’addestramento nella sicurezza sul lavoro). Lo sviluppo della
psicologia della formazione è ricostruito prendendo come punti di riferimento 4
rassegne internazionali che sono considerate le pietre miliari che segnano un
cammino di oltre 50 anni.
La prima rassegna è del 1949 e si tratta del lavoro di MCGehee. Essa
costituisce lo stato nascente della disciplina. Il suo scopo è collocare l’attività
formativa all’interno di un processo nel quale è importante definire una serie di
metodi e tecniche. La psicologia iniziava a chiedersi:
- chi deve essere formato? analisi svolte sulle operazioni svolte dai
lavoratori, sui deficit delle loro competenze, sugli atteggiamenti e
aspettative che hanno ne confronti delle attività formative.
- Quale deve essere il contenuto della formazione? tenendo conto del
fabbisogno formativo dell’organizzazione.
- Quali metodi devono essere usati nella formazione?
- chi deve essere il formatore?
- come valutare la formazione?
Si tratta di domande che la psicologia della formazione attuale continua a
porsi.
Dalla ricerca di Lindhal si possono dedurre alcuni capisaldi teorici della
disciplina allo stato nascente:
- impostazione dominante comportamentista: per cui l’analisi del lavoro
avviene attraverso l’osservazione dell’azione lavorativa trascurando i
processi mentali sottostanti e l’influenza del contesto.
- uso dei metodi quantitativi per validare i metodi formativi.
- parametri di valutazione che tengono conto solo delle esigenze
produttive (riduzione tempi di formazione, efficacia produttiva).
La seconda rassegna è del 1971 di Campbell e rappresenta la fase
costitutiva della disciplina. Egli descrive una psicologia della formazione fragile
che usa soluzioni tecniche temporanee e potremmo dire legate alle mode del
momento. Il successo di un’attività formativa è legato alla sua capacità
attrattiva e al prestigio dei proponenti. Per cui una pratica formativa non è più
usata non perché l’esito della sua verifica ha prodotto risultati scadenti ma
perché è sostituita da un’altra più nuova. Con questa rassegna si sottolinea la
necessità di intraprendere attività di valutazione formativa con una
metodologia strutturata. Per esempio Kirkpatrick elabora un modello gerarchico
di valutazione degli esiti formativi usato anche attualmente. Individua 4 esiti
della formazione:
1) reazioni dei partecipanti nei confronti del programma formativo (es.
soddisfazione)
2) apprendimenti conseguiti.
3) cambiamenti nel comportamento lavorativo.
4) risultati in termini di miglioramenti sia individuali sia organizzativi.
Il modello è definito gerarchico perché gli esiti di ogni livello incidono sui
successivi.
Altra novità introdotta da questa rassegna è l’introduzione di nuovi approcci, ad
esempio gli interventi di sviluppo organizzativo (organizational development
od).
Altra novità è lo sviluppo dell’istruzione assistita dal computer (CAI).
Altra novità, l’individuazione di punti di riferimento teorici della letteratura
psicologica di varia matrice utili per il consolidamento della psicologia della
formazione su basi scientifiche. Vediamo nello specifico quali sono questi
contributi.
- ricerche sperimentali di Gagnè sui principi dell’apprendimento in base
alle differenze individuali e ai compiti specifici. La psicologia della
formazione comincia a interessarsi ai diversi tipi di apprendimento
implicati nei processi formativi e attenzionano il contenuto formativo
(cioè le varie attività da svolgere).
- ricerche sugli atteggiamenti condotte nell’ambito della psicologia sociale:
come attraverso la formazione possono essere cambiati opinioni,
atteggiamenti e credenze.
- studi motivazionali. Gli obiettivi e i feed back sono motivanti per
determinare la prestazione in termini di qualità e impegno. Questi studi
possono essere applicati nell’ambito del contesto formativo. Il percorso
formativo deve essere realizzato in modo da garantire le migliori
condizioni per l’apprendimento.
- il contributo di Bandura sulle strategie di modellamento e rinforzo
positivo usati nei soggetti in formazione per stimolare l’acquisizione di
competenze organizzative adeguate.
- In questo periodo si sviluppa un approccio psicosociale alla formazione,
influenzato dal movimento delle human relations che ha posto al centro
la dimensione gruppale dell’esperienza di lavoro e il ruolo dell’affettività
e delle emozioni nei contesti organizzativi. Anche la psicoanalisi e la
clinica hanno influenzato tale approccio (analisi dinamica affettiva
inconscia che caratterizza la relazione tra differenti componenti
dell’organizzazione: individuo, gruppo e organizzazione). Il cuore
dell’approccio psicosociale è costituito da una concezione alternativa
della formazione e del rapporto tra cambiamento individuale e
organizzativo. Esso è legato alle relazioni tra gli individui e alle
interpretazioni di questi. Questo approccio è stato oggetto di critiche per
due ragioni: scarso riscontro empirico dell’efficacia degli interventi, e il
fatto di concentrarsi sulla dimensione intrapsichica vede un cambiamento
individuale che non sempre corrisponde a un cambiamento organizzativo.
Il metodo usato è il T-Group, abbreviazione di training group o gruppo in
formazione. Questo strumento era stato elaborato da Levin. Essi sono
nati quasi per caso e si tratta di piccoli gruppi (8/12 partecipanti) guidati
da un formatore che interagiscono in un contesto artificiale e discutono e
confrontano su tematiche emerse all’interno del gruppo. infatti si dice
che nel T-group si lavora hinc et nunc. è importante la costruzione del
setting cioè l’ambiente in cui è svolto deve garantire sicurezza
psicologica. Per questa ragione sono fondamentali dei prerequisiti per la
loro costituzione. I t-group devono operare per tempi abbastanza lunghi
che vanno dalla giornata e mezzo ai tre giorni organizzati in sessioni
continue di 60/90 minuti e in luoghi isolati. Il gruppo deve essere formato
da persone che non si incontreranno altrove. Il conduttore del gruppo
deve essere adeguatamente formato e deve costantemente sottolineare
che il fine del gruppo è supportivo. Il Tgroup va vissuto come un gioco
temporaneo da giocare con libertà. Gli esiti del t-group sono: self
monitoring (il soggetto conosce meglio se stesso nel contesto sociale),
empatia (prendere consapevolezza dei sentimenti altrui), capacità
diagnostica (come funzionano i gruppi), team building (i soggetti
acquisiscono capacità di azione nei contesti di gruppo) e learn to learn. Si
tratta di obiettivi con una declinazione individuale, in quanto riguardano
lo sviluppo di competenze del singolo; tuttavia alcuni sostengono che tale
tecnica ha utilità per l’organizzazione (creare un clima collaborativo che a
sua volta può favorire efficacia organizzativa).
La terza rassegna è del 1992 di Tannenbaum e Yukl e rappresenta la fase
della maturità e legittima scientificamente la disciplina.
Gli elementi chiave sono:
- Risultati della psicologia cognitiva sull’acquisizione delle conoscenze utili
per strutturare il processo formativo. Negli anni’80 la progettazione degli
interventi formativi (training design) ha risentito delle teorie e degli studi
cognitivi che hanno contribuito a spiegare come le persone apprendono e
acquisiscono le competenze. In questo ambito è stato significativo
l’impatto del modello di Anderson che delinea l’acquisizione di abilità
attraverso un progressivo processo cognitivo articolato in tre fasi. Un
primo passo nell’acquisizione delle competenze è dato dall’acquisizione
di sapere dichiarativo: acquisizione di conoscenze su fatti e cose utili per
compiere un determinato compito. Questo sapere è reso operativo
attraverso un processo compilativo che permette di integrare tra loro
diversi tipi di processi necessari per svolgere la prestazione: cognitivi,
motori, percettivi, attentivi. Il terzo passo è rappresentato dalla
traduzione del sapere dichiarativo in sapere procedurale, che permette al
soggetto di compiere automatismi. Questo tipo di processo cognitivo che
spiega l’acquisizione delle conoscenze è stato preso in considerazione
nello studio dell’expertise ed è stato usato per confrontare novizi ed
esperti. Questo modello ha anche delle ricadute sulla costruzione di
percorsi formativi, per cui bisogna individuare differenti tecniche
formative appropriate alle diverse fasi. Ad esempio nelle prime fasi sono
necessarie tecniche basate sulla trasmissione di informazioni; nelle fasi
successive sono necessarie tecniche pratiche.
- sviluppo di una metodologia che spiega la fasi del processo formativo. Il
processo formativo è inteso come una sequenza di azioni che
caratterizzano il percorso tipico di realizzazione di un’attività formativa.
L’analisi del fabbisogno formativo (fase diagnostica di individuazione
delle esigenze di crescita professionale) registra novità in campo
metodologico, infatti per compierla è necessaria l’osservazione di tre
entità coinvolte nel processo formativo: l’organizzazione, il compito e le
persone. L’analisi organizzativa non è compiuta con l’intento di
focalizzarsi sul deficit di competenze, ma sull’individuazione di attività
formative più coerenti con le strategie e gli obiettivi di sviluppo
dell’organizzazione. Riguardo l’analisi del compito ci si focalizza sulla
ricostruzione dei processi mentali che sottostanno all’azione (tecnica del
pensare ad alta voce). Riguardo all’analisi degli individui, essa si è
focalizzata sull’analisi del fabbisogno formativo di vari gruppi di
lavoratori. Sono stati compiuti studi su diverse tecniche formative e sulla
loro efficacia (tecniche simulazione e gioco).
Tecnica del behavioral modeling (modello comportamentale) origina dalla
teoria dell’apprendimento sociale di Bandura e apprendimento vicario.
Bandura definisce la modellizzazione comportamentale come la tendenza
da parte del soggetto di adattare il suo stile di comportamento a quello di
una persona presa come punto di riferimento. L’apprendimento in questo
modo avviene se ci sono componenti cognitive e motivazionali nel
soggetto: l’attenzione del soggetto verso un modello; la ritenzione e
l’organizzazione mentale del comportamento osservato; la riproduzione
del comportamento; la motivazione ad adottare i comportamento esibito
dal modello. Nel campo della formazione, tale impostazione teorica si è
tradotta nella tecnica del behavioral modeling (BMT) che usa simulazioni,
giochi di ruolo ecc. Lo scopo è far acquisire nuovi stili comportamentali.
La sua efficacia è controversa in quanto alcuni critici la considerano come
tecnica tra le più efficaci altri invece sostengono che sia efficace solo nei
programmi di acquisizione di comportamenti definiti.
- attenzione alle caratteristiche psicosociali del soggetto in formazione.
Numerose ricerche sono volte a individuare i fattori individuali che
predicono il successo dell’attività formativa. Sono sviluppati modelli
teorici che integrano abilità, motivazione e percezione dell’ambiente di
lavoro come fattori di riuscita dell’apprendimento. Per esempio Noe
considera la trainability, cioè la capacità di un soggetto di trarre benefici
da un’attività formativa, come funzione delle abilità pregresse, delle
motivazioni ad acquisire nuove competenze e dal tipo di contesto
organizzativo che può favorire o meno la trasferibilità delle competenze.
Egli si è concentrato sugli aspetti motivazionali. Infatti ricerche
dimostrano che soggetti con motivazione elevata apprendono più
facilmente e utilizzano le abilità apprese nei luoghi di lavoro. Si riscontra
anche interesse nei confronti della sel-efficacy, nozione di origine
banduriana, che favorisce le persone nel conseguimento dei propri
obiettivi.
- altra novità è l’importanza attribuita al contesto organizzativo in cui si
inserisce l’attività di training. La formazione è uno strumento usato
dall’organizzazione come gestione delle risorse umane. Si afferma la
nozione di trasfer formativo.
L’ultima rassegna è del 2001 di Salas e Cannon-Bowers che spiega le
caratteristiche attuali della psicologia della formazione, che si pone l’obiettivo
di creare un dialogo tra i teorici e i pratici della formazione.
Quando si parla di formazione in termini psicologici, bisogna capire come le
persone acquisiscono conoscenze, abilità e atteggiamenti che gli permettono di
svolgere una prestazione di lavoro. Vediamo quali sono i processi cognitivi
connessi alla costruzione delle competenze. Secondo il modello cognitivo i
processi mentali coinvolti nell’apprendimento sono:
- la ricezione di informazioni attraverso il sistema sensoriale;
- la trasformazione e adattamento all’interno delle conoscenze già in
possesso;
- la rappresentazione mentale dalla conoscenza;
- il deposito nella memoria a lungo termine;
- il recupero quando la persona deve eseguire una prestazione.
Nel processo mentale di apprendimento un ruolo fondamentale è giocato dalla
memoria. Si distingue la memoria a breve termine (o memoria di lavoro) che
seleziona i dati provenienti dal sistema sensoriale e ha capacità limitata; e la
memoria a lungo termine che costituisce il deposito dei saperi dichiarativi e
procedurali, che al momento opportuno possono essere recuperati dalla
memoria a breve termine. Passaggio fondamentale quando vogliamo trasferire
le competenze acquisite nel training al lavoro. Quindi è importante la qualità
dell’immagazzinamento dei dati. Più essi sono depositati in modo organizzato e
ordinato in schemi, più il recupero sarà funzionale all’esecuzione del compito.
Anche le modalità attraverso le quali la conoscenza è rappresentata nella
mente sono decisive. Le modalità più usate in psicologia della formazione e del
lavoro sono tre: schemi, mappe cognitive, modelli mentali. Essi guidano
l’azione e sono anche oggetto del processo formativo e filtro di entrata delle
informazioni. Il processo di adattamento degli stimoli esterni e degli schemi
interni può essere descritto attraverso due procedimento che funzionano in
modo complementare: trattamento top-down (gli stimoli esterni attivano dati in
memoria con i quali si interpretano i nuovi stimoli e si adattano agli schemi
preesistenti) e trattamento bottom-up (gli stimoli influenzano direttamente
l’azione del soggetto e si costruiscono nuove strutture mentali).
Fatte queste premesse si possono individuare delle indicazioni operative (Clark
e Wittrock) per la progettazione formativa efficace.
- tenere conto dei limiti della memoria a breve termine attraverso pratiche
di cognitive load managemente. Per esempio la presentazione di
informazioni durante una lezione; la trasmissione di informazioni a un
neofita da parte di un esperto (formazione modulare); ricorso a pratiche
ricorrenti e distribuite a intervalli regolari efficaci per la memorizzazione a
lungo termine.
- favorire la comprensione e la generazione con attività di esercizio,
creando ambienti formativi simili al contesto lavorativo, favorire
l’apprendimento cooperativo.
- promuovere il trasfer: dal punto di vista del contenuto formativo è
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
-
Psicologia della formazione e dell'orientamento
-
Domande Esame Psicologia Scolastica e dell'Orientamento
-
Psicologia dell'orientamento scolastico e professionale – Formazione lavoro
-
Riassunto esame Psicologia della formazione e dell'orientamento, prof. Odoardi