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Psicologia, etica e deontologia

Appunti inerenti l'esame di Deontologia del prof. D'Alessio riguardanti consenso informato, Capacità del minore a comprendere l’informazione e a dare il consenso, Fondamenti giuridici del consenso, Il consenso al “trattamento” da parte del minore e altro ancora.

Esame di Deontologia docente Prof. M. D'Alessio

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<<Ricevere pazienti quando si è in uno stato di forte affaticamento o malessere personale>> sembra essere

una esperienza diffusa tra gli psicoterapeuti: 80%, come <<accettare in terapia un paziente pur nutrendo

riserve sull’opportunità del trattamento>>.

Gius, Coin:

<<In linea di principio, queste due situazioni rappresentano, il rischio di una restrizione alle condizioni che

garanmtiscono l’efficacia della prestazione che il professionista è tenuto ad assicurare al suo utente.

Poiché la psicoterapia ha il suo strumento elettivo proprio nella persona del terapeuta si comprende perché sia

importante che egli possa operare in condizioni di benessere personale , senza interferenze o disturbi che limiterebbero

la sua attenzione e la sua disponibilità interna a occuparsi del paziente>>.

Gli aspetti etici e deontologici riferiti a professioni specifiche possono interferire nel rapporto tra

medico/psicologo – paziente, sottolineano, anche attraverso i vari contributi scientifici, l’estrema attualità di

questi temi che da più parti sono affrontati, studiati ed osservati.

­ Codice svizzero: troviamo sotto la voce “responsabilità”, primo principio etico sulla condotta

professionale.

Rifiutare i rapporti professionali che non sono in grado di portare a termine in maniera competente e

che possono entrare in contrasto con i principi del codice professionale (art. 13).

In caso di situazioni problematiche (art. 6.1), i membri della federazione nominano una commissione

di supervisione con lo scopo di raccogliere informazioni pertinenti che possano contribuire alla

chiarificazione del caso.

­ Codice belga: valuta l’aspetto della responsabilità e del probabile danno professionale sottolineando

che lo psicologo deve astenersi dall’utilizzo di metodi che potrebbero nuocere alle persone

interessate arrecando danno alla loro dignità o interferendo nella loro vita privata più di quanto

l’obiettivo proposto non lo esiga.

Art. 2.2: psicologo è tenuto a informare il soggetto dei suoi progressi in maniera comprensibile e

conforme alla verità.

­ Codice scandinavo: psicologi siano responsabili delle conseguenze del loro lavoro e sono tenuti ad

assicurarsi, per quanto è possibile, che i loro servizi non siano impropri.

­ Codice portoghese: Il tema della responsabilità attraverso artt. 10 e 11, lo psicologo deve possedere

la coscienza della grande responsabilità che ha, proprio in virtù del suo lavoro che lo porta a

conoscere aspetti della personalità degli individui.

­ Codice francese: la sua finalità primaria è quella di proteggere il pubblico e gli psicologi contro l’uso

non etico della psicologia e dei relativi metodi e tecniche.

Lo psicologo ha una responsabilità professionale e risponde personalmente delle sue scelte ed

opinioni personali, nonché delle conseguenze dirette delle sue azioni.

­ Codice spagnolo: la professione di psicologo si regge su principi comuni a tutta la deontologia

professionale, ossia rispetto della persona, senso di responsabilità, onestà, sincerità con i clienti,

prudenza nell’applicazione di strumenti e tecniche; inoltre, come abbiamo visto già in precedenti

codici deontologici, nel momento in cui si dovrà prendere carico o effettuare degli interventi su

persone o gruppi è tenuto ad offrire informazioni adeguate su quelle che sono le caratteristiche che si

propone ed il relativo metodo usato.

Lo psicologo avrà l’accortezza a non creare false aspettative che poi non sarà in grado di soddisfare

professionalmente.

­ Codice inglese: gli psicologi sono tenuti a comportarsi nella loro attività professionale in modo da

non danneggiare l’interesse dei destinatari dei loro servizi o dei partecipanti alla loro ricerca e da non

minare la pubblica fiducia sulle loro abilità professionali.

­ Codice irlandese: l’importanza di garantire che la pratica psicologica sia caratterizzata da

responsabilità, competenza, integrità ed imparzialità.

­ Codice tedesco: Responsabilità: professionale dello psicologo sottolineando che è obbligato ad

esercitare scrupolosamente e a far fronte alla fiducia che gli viene accordata.

­ Codice olandese: ogni psicologo è libero di decidere ed applicare i suoi metodi di ricerca e

trattamento, è libero di decidere ed applicare i suoi metodi di ricerca e trattamento, che la sua

professione deve essere esercitata in buona fese e basata su una reale educazione scientifica ed

inoltre che l’applicazione delle sue conoscenze e capacità va esercitata in modo responsabile per

apportare beneficio alla società.

­ Codice italiano: affronta il tema della Responsabilità in modo diretto, sottolineando l’importanza

delle regole deontologiche come sistema di valori di riferimento per la categoria professionale;

infatti, a partire dal Capo I, art. I (c. 1): <<Le regole del presente codice deontologico sono

vincolanti per tutti gli iscritti all’Albo degli psicologi>>

(C. 2) <<Lo psicologo è tenuto alla loro conoscenza, e l’ignoranza delle medesima non esime dalla

responsabilità disciplinare>>.

Art 2: Inosservanza dei precetti stabiliti dal codice deontologico, ogni omissione o comportamento

che vengono meno al decoro e la dignità professionali rappresentano nel rapporto e nella condotta

con i pazienti.

Art 3: <<Lo psicologo è consapevole della responsabilità sociale derivante dal fatto che

nell’esercizio professionale, può intervenire significativamente nella vita degli altri […]>>.

<<Lo psicologo è responsabile dei propri atti professionali e delle loro prevedibili dirette

conseguenze>>.

Calvi: <<E’ infatti, un dato di comune esperienza che […] tra quanti si rivolgono allo psicologo […] e chi

possiede gli strumenti per analizzare e soddisfare tale bisogno si instauri una situazione caratterizzata dalla

fiducia nel professionista, e da una corrispondente forte dipendenza nei confronti di quest’ultimo.

Tale fiducia e tale dipendenza potrebbero essere agevolmente sfruttate per fini di interesse personale

dell’operatore, fini che esulerebbero, e spesso contrasterebbero, con il mandato professionale>>.

Lo psicologo, nella sua attività professionale, è tenuto ad usare tecniche e metodi che salvaguardano

tutti i pazienti, rifiutandosi di prestare collaborazione ad iniziative lesive per gli stessi.

Nel caso in cui durante lo svolgimento della professione dovesse presentarsi un <<[…]conflitto di

interesse tra l’utente e l’istituzione presso cui lo psicologo opera, quest’ultimo deve esplicitare alle

parti, con chiarezza, i termini delle proprie responsabilità ed i vincoli cui è professionalmente

tenuto>>.

Le condizioni di lavoro che lo psicologo accetta non devono compromettere l’autonomia

professionale o contravvenire alle norme del codice deontologico; inoltre; metodi, tecniche nonché

strumenti psicologici e della loro utilizzazione deve avvenire in piena autonomia.

Artt. 22, 25, 26 e 27: <<Lo psicologo adotta condotte non lesive per le persone di cui si occupa

professionalmente, e non usa il proprio ruolo ed i propri strumenti professionali per assicurare a sé o

ad altri indebiti vantaggi>>.

Non utilizzare in modo improprio strumenti relativi alla diagnosi e valutazione; nel caso di interventi

commissionati da terzi è comunque tenuto sia ad informare i soggetti sia a non utilizzare le

informazioni apprese o in suo possesso con modalità che possano recare danno al soggetto in

questione; anche nel comunicare i risultati relativi ai propri interventi <<[…] lo psicologo è tenuto a

regolare tale comunicazione anche in relazione alla tutela psicologica dei soggetti.>>

Art.26: Il terapeuta è tenuto a non continuare un rapporto terapeutico nel momento in cui problemi o

conflitti personali possono interferire in modo negativo e recare danno ai pazienti (c. I); evita di

assumere e compiere interventi verso utenti, anche se su richiesta dell’Autorità giudiziaria, <<[…]

qualora la natura di precedenti rapporti possa comprometterne la credibilità e l’efficacia>> (c. 2).

Art. 27: interrompere il rapporto terapeutico nel momento in cui valuta che il paziente non tre alcun

beneficio dal trattamento intrapreso; è tenuto a fornire tutte le informazioni necessarie per inviare il

soggetto verso altri interventi più adatti.

Art. 36 Rapporti con i colleghi: lo psicologo è tenuto ad astenersi dal rilasciare giudizi negativi,

lesivi o dannosi nei confronti di colleghi,loro formazione, competenza e risultati conseguiti (c. I).

Tale comportamento è più grande se messo in atto al fine di sottrarre pazienti ai colleghi (c. 2).

<<Qualora ravvisi casi di scorretta condotta professionale che possano tradursi in danno per gli

utenti o per il decoro della professione, lo psicologo è tenuto a darne tempestiva comunicazione al

Consiglio dell’Ordine competente>>.

­ Codice americano: affronta e approfondisce complessivamente i temi deontologici ed etici della

professione; spesso trattati in ambiti specifici di intervento e competenza.

Il codice risulta particolarmente articolato nelle varie aree di competenza.

Responsabilità sociale; lo psicologo deve riconoscere la propria responsabilità professionale e

scientifica nei confronti della società e comunità in cui lavora.

Per l’aspetto specifico del danno (punto 1.14), gli psicologi devono cercare di non danneggiare il

paziente o altre persone con le quali lavorano e/o minimizzare tale danno là dove sia prevedibile.

Gli psicologi non dovranno abbandonare il paziente/cliente, ma concludere una relazione

professionale quando appare evidente che quest’ultimo non ha più bisogno del servizio o non trae

alcun beneficio o ne venga danneggiato dal proseguimento.

Fornire consigli adeguati, deve suggerire dei possibili servizi alternatici e delegare la responsabilità

ad un’altra persona se il paziente ha un immediato bisogno.

­ Codice di etica professionale relativo alla Federazione europea degli psicologi: articola gli aspetti

relativi alla “responsabilità” e al “danno”.

Gli psicologi debbono essere consci delle responsabilità professionali e scientifiche nei confronti

della società nella quale vivono e lavorano.

Evitare sia eventuali danni morali e fisici, procurati con le loro “azioni”, sia l’uso improprio dei loro

servizi.

Lo psicologo, nel momento in cui non può, per motivi personali, garantire la continuità della cura,

deve utilizzare la collaborazione di altri professionisti.

Tutti i codici sottolineano l’importanza della questione relativa alla responsabilità, in particolare

vengono evidenziate quelle professionali e quindi delle proprie azioni e delle possibili conseguenze

che ne derivano comprese quelle sociali e scientifiche.

Gli Stati Uniti sottolineano anche quelle relative ai diritti d’autore.

Quasi tutte le nazioni, trattano l’argomento, alcune però, ci sembra in modo non molto articolato o

approfondito, altre in modo troppo conciso.

L’aspetto del “danno” non viene trattato in modo esplicito da tutti i codici: Olanda, Italia, Spagna e

Germania ne fanno riferimento in modo diretto, Portogallo e Stati Uniti ne offrono una visione ben

strutturata in varie parti.

Gli altri paesi lasciano trapelare in modo esplicito il possibile riferimento al danno verso l’utente senza mai

puntualizzarlo; da notare che sono ben 5 su 11 paesi che non affrontano l’argomento.

7.4. Rapporti e molestie sessuali: responsabilità e danno

Il contatto “sessuale”può essere ritenuto il comportamento più dannoso.

I sintomi maggiormente riscontrati nei soggetti a causa della non corretta condotta professionale sono:

­ aumento dell’ansia;

­ Depressione;

­ Abuso di sostanze;

­ Perdita di fiducia;

­ Isolamento sociale;

­ Disfunzioni cognitive;

­ Disordini psicosomatici;

­ Rischio di suicidio.

Il contatto sessuale distrugge l’integrità della relazione terapeutica, diminuisce la fiducia nei successivi

terapeuti ed aumenta quei sintomi per i quali il paziente aveva richiesto aiuto.

­ Codice deontologico americano: Molestia sessuale: <<Gli psicologi non devono essere coinvolti in

molestie sessuali.

Molestie sessuali possono essere provocazioni sessuali, proposte fisiche o comportamentali verbali e

non, che siano di natura sessuale e che si manifestano durante l’attività lavorativa dello psicologo o

in relazione allo svolgimento del suo ruolo o altro.

La molestia sessuale può essere determinata da un solo atto grave o pesante o da più atti gravi e

pesanti.

Gli psicologi devono difendere il rispetto e la dignità di coloro che denunciano di aver subito

molestie sessuali […]>>.

<<Gli psicologi non devono avere relazioni sessuali con studenti o soggetti a supervisione su cui

esercitano un’autorità diretta, poiché tale relazione potrebbe determinare una valutazione inesatta o

creare profitto e non devono impegnarsi in attività sessuali con propri pazienti o clienti >>; <<non

devono accettare nella terapia pazienti o clienti con i quali si sono impegnati precedentemente in

relazioni sessuali>>, e <<gli psicologi non devono impegnarsi in relazioni sessuali con pazienti o

clienti avuti in terapia precedentemente per almeno due anni dalla cessazione o dal termine del

servizio professionale>>.

<<Dal momento che la relazione sessuale con pazienti o clienti, avuti in terapia precedentemente, è

così frequentemente danno per il paziente, e poiché l’intimità mina la riservatezza pubblica e

professionale dello psicologo, e deteriora l’uso dei servizi pubblici richiesti, gli psicologi non devono

impegnarsi in relazioni sessuali…Lo psicologo che si impegna in una relazione dopo due anni dalla

cessazione o dal termine del trattamento deve dimostrare in mood responsabile che non vi è stato

alcun danno.>>

­ Codice svizzero: area relativa alle Relazioni professionali al punto 4.1 e 4.3: rispetto della dignità e

dell’integrità delle persone con la quale si stabilisce una relazione professionale; i diritti di

autodeterminazione e di auto responsabilità si discostano da ogni tipo di relazione sessuale con i

propri clienti.

­ Codice tedesco: Tutela dell’indipendenza riporta che lo psicologo che opera dal punto di vista

medico non può contrarre alcun legame personale con i propri pazienti; non sono ammesse relazioni

sessuali con quest’ultimi.

­ Codice olandese: Regole durante la relazione professionale: lo psicologo non dovrà, anche se il

cliente desidera o gliene dà occasione, reagire a qualsiasi tipo di approccio aggressivo o di tipo

sessuale; non gli è neppure permesso di mettere in atto lui stesso simili approcci e dare occasione

all’attuazione di questi.

­ Codice irlandese: Condotta: è riportato che gli psicologi sono tenuti a non sfruttare i clienti per il

soddisfacimento di desideri persona,e inclusi quelli sessuali.

­ Codice Italiano: art. 28 Capo II Rapporti con l’utenza e la committenza:

C. I <<Lo psicologo evita commistioni tra ruolo professionale e vita privata che possano interferire

con l’attività professionale o comunque arrecare nocumento all’immagine sociale della

professione>>.

<<Costituisce grave violazione deontologica effettuare interventi diagnostici, di sostegno

psicologico o di psicoterapia rivolti a persone con le quali ha intrattenuto o intrattiene relazioni

significative di natura personale, in particolare di natura affettivo - sentimentale e/o sessuale.

Parimenti costituisce grave violazione deontologica instaurare le suddette relazioni nel corso del

rapporto professionale>>.

C. 4: <<Lo psicologo non sfrutta la posizione professionale che assume nei confronti di colleghi in

supervisione e di tirocinanti per fini estranei al rapporto professionale>>.

Impedire l’attività diagnostico – terapeutica verso persone con cui uno psicologo abbia avuto

relazioni significative di natura affettiva, sentimentale, sessuale.

Nel codice non viene indicato alcun limite di tempo e una interpretazione rigorosa può precludere

che tali relazioni possano avvenire in futuro.

Gius e Coin: <<la questione della dimensione erotica nel rapporto col paziente riporta l’attenzione al

problema dell’uso strumentale del rapporto professionale da parte dello psicoterapeuta, finalizzato a propri

interessi e vantaggi personali, e alla stima dei danni che può arrecare al paziente.

Limitatamente a tali criteri, si pronuncia il codice deontologico dove, pur non entrando specificatamente nel

tema dell’interazione sessuale, richiama la salvaguardia dei confini di ruolo e la protezione degli interessi

dell’utente>>.

Ad eccezione del codice americano, che affronta tale tema in più articoli e che in alcuni passaggi risulta

estremamente chiaro ed articolato, e successivamente di quello italiano che ne delinea gli aspetti attraverso

alcuni punti, gli altri codici ne fanno riferimento limitandosi ad evidenziarlo attraverso un solo articolo, che

sottolinea solo la “non ammissione” di tali comportamenti all’interno di una relazione terapeutica.

Lavori americani: il 12% di terapisti uomini e il 3% di terapiste donne hanno avuto relazioni sessuali

con almeno un paziente.

Una indagine di 908 psicologi membri dell’APA:

­ il 12% ha risposto di non essere mai stato attratto dal cliente,

­ il 96% ha dichiarato di non aver mai agito sessualmente contro il paziente;

­ circa la metà del campione ha riportato che i suoi sentimenti di attrazione hanno beneficiato la

terapia,

­ contro il 43% che ha riportato conseguenze negative.

­ Il 60% degli psicologi ha cercato una consultazione o supervisione per discutere di questa

“attrazione”.

Un’altra indagine su 750 psicologhe che praticavano la psicoterapia:

­ Almeno un incidente di molestia sessuale nel 53,4% dei casi, cosa che ha pregiudicato la terapia, con

ricorso da parte delle psicologhe coinvolte ad una consultazione o supervisione.

Altro lavoro di 207 psicologi uomini e 113 donne:

­ Uso di toccare e comportamenti sessuali allusivi,

­ Reazione ai sentimenti di attrazione verso il cliente,

­ Reazioni verso il cliente che riporta di un precedente contatto con il terapeuta ( i clienti che hanno

dichiarato un contatto sessuale con precedenti terapeuti sono stati riscontrati nel 43,6% delle

risposte.

La differenza di comportamento degli psicologi in base al sesso è stata valutata ed è emerso che gli

uomini sono più propensi ad intrecciare relazioni sessuali con i clienti.

Anche alcune terapeute donne, hanno ammesso di aver avuto rapporti sessuali con i propri clienti e

non tutte, inoltre, si sono dimostrate sensibili rispetto a tale comportamento non etico.)

1. Comportamento chiaramente sessuale;

2. Contatto;

3. Comportamento provocatorio;

L’elaborazione dei dati, effettuata eseguendo la media e la ds delle risposte, ha evidenziato un livello di

significatività per i <<comportamenti chiaramente sessuali>>.

Emerge ulteriormente il dato di come siano in percentuale maggiore i terapeuti uomini a compiere questo

tipo di violazione etica.

Ricondurre probabilmente tale risultato ai seguenti fattori: un differente modo di classificare i comportamenti

di contatto sessuali con il paziente o un “cattivo” comportamento realmente ridotto.

Holroyd e Brodsky: percentuali significative di terapeuti uomini che, rispetto alle colleghe, hanno ammesso un

contatto fisico.

Molti psicologi hanno riferito un contatto non erotico con pazienti di sesso opposto; tale aspetto, sottolineano gli autori

risulta pericoloso perché può condurre al rischio di reali contatti di tipo sessuale.

Una indagine condotta su 575 psicoterapeuti rivela che:

­ l’87% ha provato attrazione sessuale per i propri clienti;

­ Il 2,5% delle donne hanno manifestato tale emozione.

­ Il 63% si è sentito confuso, colpevole ed inquieto a causa dell’attrazione, circa la metà non ha ricevuto una

guida adeguata per affrontare tale problema;

­ Solo il 9% ha dichiarato di aver trovato utile ed adeguato il proprio training o supervisione.

Nel 1992 Pope e Vetter su 958 casi di molestie sessuali.

Una parte ha coinvolto pazienti donne, i cui rapporti sono avvenuti prima della conclusione della relazione terapeutica:

­ Il danno si è riscontrato nell’80% dei casi.

­ Il 7% dei 1000 soggetti che riferivano di una relazione sessuale è risultato falso.

La preoccupazioni maggiormente riscontrate nella ricerca è rivolta a molte situazioni che non vengono

riportate e risolte.

­ L’8% degli psichiatri consapevoli di cattivi comportamenti da parte dei terapeuti ha riferito il caso alle autorità.

­ Il 4% dei pazienti abusati ha presentato una denuncia.

Indagine condotta è emerso una dato significativo tra le risposte fornite dagli psicologi, che hanno dichiarato

in buona percentuale di aver avuto rapporti sessuali con i propri supervisori.

Ci sono risultati che indicano come molti psicologi giudichino il contatto sessuale come una cattiva condotta,

punibile e proibita dalla legge.

Emerge in particolar modo tra coloro che svolgono la professione da pochi anni; maggiormente sensibili e

suggeriscono la necessità di introdurre un training appropriato per coloro che attuano comportamenti non

etici.

L’importanza di modelli terapeutici riabilitativi per coloro che commettono errori, sollevano la necessità di

un risarcimento per i pazienti vittime delle conseguenze negative del comportamento sessuale.

Il Comitato di donne, informa il pubblico sugli effetti dannosi dell’intimità sessuale fra terapeuta e paziente.

Il Comitato mette in rilievo che tale contatto è proibito dai Principi etici degli psicologi dell’APA e codice

etico.

Una relazione sessuale fra terapeuta e paziente è dannosa in quanto distorce gli obiettivi della terapia, e può

distruggere nel paziente non solo la fiducia verso il terapeuta, ma anche verso altre persone.

Per il paziente, una serie di consigli sia per una eventuale chiusura della terapia, sia per affrontare situazioni

in cui il terapeuta persista nei comportamenti scorretti.

Ci si può rivolgere ad un altro terapeuta e prendere provvedimenti contro il precedente, rivolgendosi al suo

supervisore, alla Commissione della licenze, alla Organizzazione alla quale appartiene o segnalarlo al

Comitato etico.

Si sottolinea che nel caso in cui la situazione si risolva attraverso un processo civile o penale è fondamentale

che il paziente sia sostenuto emotivamente da figure familiari e da un nuovo terapeuta.

Esistono per il sostegno corsi e gruppi di auto aiuto specializzati per questo tipo di casi.

7.5. Utilizzo improprio di test: responsabilità e danno da parte del terapeuta

L’uso dei reattivi e test mentali nella pratica clinica ed in particolari in ambito psichiatrico – forense risulta

estremamente diffuso e consolidato.

Alcuni autori sottolineano come bisognerebbe evitare la somministrazione dei test soltanto per approfondire

alcuni aspetti, quando in realtà non si hanno chiari gli obiettivi su cui lavorare ed indagare.

Si sottolinea come nei casi di separazione e divorzio si dovrebbe utilizzare un test proiettivo come il

Rorschach solo nel caso in cui occorra verificare un sospetto di patologia.

Data la particolare struttura dei test proiettivi e della somministrazione può essere ritenuto intrusivo,

indiscreto ed anche ansiogeno.

L’elaborazione dei risultati che dovrebbe essere particolarmente cauta, anche nelle note conclusive, ed

effettuata da professionisti particolarmente esperti.

La scelta dei test deve comunque essere valutata cercando di non esplorare aree della personalità del soggetto

che non risultino significative ai fini del quesito posto al perito.

E’ necessario evitare di approfondire aspetti legati alla privacy quando non esiste nessuna correlazione tra

tali aspetti ed il reato commesso.

Ferracuti: l’esame psicologico effettuato attraverso i reattivi mentali e l’esame di personalità per tratti, pur non

sostituendo l’esame psichiatrico, lo può utilmente integrare, <<validandone oggettivamente alcune ipotesi diagnostiche

ottenute per via intuitiva, comprensiva o per via anamnestica>>.

Canepa: <<…esame psicologico realizzato mediante diversi colloqui ed integrato con l’applicazione di alcuni test

mentali di intelligenza e di personalità (Scala Wechsler - Bellevue, test di Rorschach, TAT di Murrag)>>.

Fornari: <<utile complemento per una diagnosi è l’applicazione dei reattivi mentali…ogni specialista utilizza la

batteria che gli è più congeniale penso che si possa limitare alla somministrazione di un test di livello intellettivo e di

due test proiettivi>>.

Lo psicologo deve essere in grado di valutare ed orientare il proprio intervento rispetto alle finalità

dell'indagine, agli obiettivi da perseguire e dalla valutazione di una reale collaborazione da parte dell’

esaminato.

Il tecnico chiamato per la somministrazione della batteria di test deve avere una preparazione anche in

ambito forense, per poter percepire correttamente la richiesta del committente; più importante una specifica

formazione e preparazione da parte di coloro che somministrano i test al fine di non generare false risposte o

alterate conclusioni peritali.

Particolare attenzione deve essere posta in caso di reato da parte di un minore; laddove non sia assolutamente

necessario, si dovrebbe evitare la somministrazione di test o il sottoporre più volte il soggetto allo stesso

esame.

Le risposte fornite al testo possono risentire di ansie o preoccupazioni date dalla particolare posizione

giudiziaria o detentiva del ragazzo.

C'è il rischio che le risposte fornite vengano forzate per l'influenza esercitata, sulla personalità e

sull'emotività, dalla particolare condizione coattiva.

Nel caso in cui lo psicologo decida l'utilizzo dei test risulta indispensabile che nella sua relazione peritale

non riporti o non si limiti alle conclusioni a cui è giunto, ma è importante che evidenzi i risultati ottenuti in

termini chiari e comprensibili anche per coloro che non sono esperti della materia.

È importante consentire al giudice di comprendere le conclusioni a cui si è giunti nonché ad eventuali periti o

difensori.

­ formazione del testista forense: preparazione del testista forense nell'ambito in cui opera, dal punto

di vista della competenza e professionalità;

­ rispetto del rifiuto: il testista dovrà rispettare il rifiuto da parte del soggetto di sottoporsi ad

accertamenti diagnostici;

­ consenso informato: il soggetto sottoposto a test dovrà essere informato sulle finalità del testo e

mettendo in evidenza che tale strumento può nuocere “ai destini giuridici” del soggetto;

­ chiarezza del rapporto: tali accertamenti potranno anche sortire in un “danno” per il del soggetto, e

pertanto ciò obbliga l'operatore ed evitare di fornire illusioni relative ad eventuali alleanze

terapeutiche;

­ obbligo alla riservatezza: astenersi dall’indagare su aspetti dello psichismo del soggetto irrilevanti ai

fini dell'accertamento in ambito forense;

­ consapevolezza dei limiti del proprio strumento: dovrà operare nell'applicazione del test con estrema

cautela e modestia;

­ necessità di porre limiti al proprio strumento: operare per la verifica e il soddisfacimento di quelle

che sono le esigenze del soggetto e del diritto;

­ fedeltà al sapere che testistico: risulta fondamentale il rispetto della verità scientifica evitando l'uso

improprio la menzogna;

­ rispetto degli standard minimi di somministrazione: cercare il più possibile di avere un “ambiente” di

somministrazione che nonna consenta situazioni troppo disturbanti, in presenza delle quali il testista

dovrà astenersi dall'esame;

­ rispetto degli standard minimi di interpretazione: astenersi dal dare o fornire interpretazioni poco

attendibili o non suffragata da dati sufficienti.

Linee guida deontologiche per lo psicologo forense: composta da 17 articoli, analizza le prendo in

considerazione aspetti come la responsabilità, il consenso informato, il segreto professionale, formazione

dell'operatore, ed inoltre una particolare attenzione posta nei confronti dell'operatività e procedimenti nei

quali è coinvolto un minore.

­ Codice irlandese: sottolinea che gli psicologi sono tenuti a prendere tutte le misure necessarie al fine

di assicurare che test e metodi di valutazione siano utilizzati solo da personale qualificato e preparato

in tal senso.

Nel momento in cui gli psicologi prendono decisioni basate su dati psicologici e sull'uso di tecniche

psicologiche dovranno essere consci dei limiti tali dati tecnici.

­ Codice portoghese: che l'utilizzo di test o di altre tecniche di diagnostica psicologica dovrà essere

riservato dagli psicologi o da professionisti di tale area e che la vendita di tale materiale non dovrà

effettuarsi in modo indiscriminato.

­ Codice italiano: non ci sembra si faccia riferimento in modo diretto all'uso dei test, ma si sottolinea

soltanto l'autonomia della scelta dei metodi e delle tecniche da parte dello psicologo, del loro uso e

della responsabilità sia durante l'applicazione sia nell'utilizzo dei risultati delle valutazioni.

­ Codice olandese: è possibile presentare un ricorso contro la condotta ed il modo di agire di uno

psicologo da parte di coloro con i quali è entrato in contatto in un rapporto professionale, inclusi i

soggetti sottoposti al test.

Il paziente che si considera danneggiato oltre all'eventuale ricorso potrà usufruire di una

“giurisdizione disciplinare” che ha il compito di prendere eventuali misure correttive nei confronti

del professionista basate sul codice etico degli psicologi olandesi.

­ Codice americano: particolarmente articolato: punto 2.2 evidenza che gli psicologi che

somministrano, sviluppano, determinano punteggio tecniche di valutazione psicologica devono farlo

con modi finalità adeguati sia lo sviluppo della ricerca sia l'utilizzo non improprio di tali tecniche.

È fondamentale evitare qualsiasi abuso. Il codice continuò valutando l'importanza relativa alla

interpretazione dei risultati.

Al punto successivo, gli psicologi sono tenuti a riconoscere i limiti della loro diagnosi, ed inoltre

cercare di identificare le situazioni in cui possono essere applicabili certi interventi e tecniche di

valutazione.

Lo psicologo è tenuto ad indicare qualsiasi riserva ritenga significativa sul eventuali perplessità o

limiti della sua interpretazione.

Art. 2.7 – 2.8: non basare il proprio giudizio, intervento consiglio su test in disuso e pertanto di

nessuna utilità, se di fornire, in seguito o su richiesta di altri colleghi, descrizioni relative al

procedimento con relativa validità ed attendibilità.

L'interpretazione ed eventuali considerazioni vanno fatto assumendosi la responsabilità adeguata alla

applicazione ed uso di strumenti valutativi.

2.9: la natura della relazione e i risultati vanno spiegati con precisione in anticipo la persona

sottoposta valutazioni, usando un linguaggio comprensibile con la persona valutata o con qualsiasi

altra persona autorizzata regalmente al nome del cliente.

7.6. Danno e responsabilità nell’ambito della ricerca

Il primo forse, nell'epoca moderna, sollevare il problema etico nell'ambito della ricerca scientifica fu

Bernard 1865: <<Il principio della moralità medica e chirurgica consiste nel non effettuare mai sull'uomo un

esperimento che possa essere in qualche modo dannoso per lui, anche se risultato potrebbe essere altamente vantaggioso

per la scienza sia per la salute degli altri>>.

Alla fine della seconda guerra mondiale il Codice di Norimberga poneva le condizioni necessarie e fine di

una sperimentazione sull'uomo eticamente accettabile:

­ l’utilità: i risultati dovranno essere utili e fornire un beneficio alla società e venire effettuati con

mezzi e metodi di studio;

­ innocuità.

­ autodecisione del soggetto sperimentale: la possibilità da parte del soggetto di interrompere

l'esperimento in seguito ad una sua decisione.

Molti esperimenti eticamente non corretti, furono condotti ugualmente.

Giugno 1966: Harvard Medical School pubblicò i lavori relativi a 22 casi nei quali ricercatori avevano

danneggiato la salute la vita dei soggetti senza informarli dei rischi e non chiedendo il loro consenso.

1973: 11 casi di esperimenti in cui ha molti soggetti furono somministrati farmaci potenzialmente dannosi, in

un caso fu somministrato LSD nessun tipo di informazione relativo consenso.

­ codice deontologico spagnolo: prende in considerazione l'aspetto della regolamentazione etica nel

campo della ricerca nella Sezione IV, dedicata all'intestazione d'insegnamento.

Durante la ricerca, lo psicologo dovrà astenersi dal causare nella persona danni permanenti e

irreversibili; la partecipazione a qualsiasi ricerca sperimentazione dovrà essere autorizzata

esplicitamente dalla persona con la quale questa si realizzo dei genitori o tutori in caso di minorenni

o incapaci.

Art. 36: si parla del ricorso all'inganno ai fini della ricerca.

­ codice tedesco: grosso spazio quest'aspetto; evidenzia che la decisione di realizzare un progetto di

ricerca contiene la responsabilità delle sue conseguenze scientifiche.

Con ciò si intende l'influenza su tutte le persone.

Gli altri tre articoli della stessa sezione danno delle indicazioni sulla scrupolosità nella scelta del

metodo, la qualità e scientificità del medesimo è la conformità ai principi etici dell'ordine.

Importante è lo spazio dedicato le procedure della ricerca e .esortando l'agire responsabile da parte

degli psicologi invitandoli e garantire tutelare sempre la dignità e l'integrità dei soggetti.

Art. 2: tratta della partecipazione volontaria di esperimenti del fatto che soggetti devono essere

informati in modo chiaro sugli obiettivi su probabili rischi a cui possono andare incontro.

­ codice portoghese: lo psicologo non deve subordinare le sue investigazioni a delle ideologie che

possano deformare il corso della ricerca o i suoi risultati.

Si devono rendere pubblici soltanto i dati e le conclusioni che lo psicologo considera significativi.

Non viene fatto riferimento ad eventuali danni a responsabilità che possono scaturire durante la

ricerca.

­ codice irlandese: dopo aver sottolineato i principi che riguardano la competenza, la condotta, la

riservatezza di consenso, dedicano spazio la ricerca e alla sua regolamentazione.

Importanza di prendere ogni misura precauzionale affinché collaboratori e/o studenti tratti nei

partecipanti in modo etico.

E’ necessario informare sempre sugli obiettivi della ricerca, consentendo al soggetto di esprimere un

consenso volontario la possibilità di ritirarsi dall'esperimento ritrattare consenso anche quando

l'intervento iniziato.

­ codice svizzero: non dedica una parte specifica al settore della ricerca; tal aspetto viene appena

affrontato ed articoli, il 2.4 e 2.6, che sottolineano come lo psicologo non deve spingere nessuno

contro la propria volontà in una ricerca, in un investigazione o in un trattamento.

Lo psicologo riconosce il diritto del cliente o del soggetto di ritirare la propria partecipazione in ogni

momento.

Quando lo psicologo instaura una ricerca, un investigazione,1 trattamento, egli entra in relazione

confidenziale con il suo cliente ed è legato al segreto professionale.

­ codice inglese: nella terza sezione relativa a Ottenere consenso, sottolinea che gli psicologi devono

portare avanti indagini con interventi solo con il valido consenso dei partecipanti, ed dopo essersi

accertati che essi abbiano adeguatamente compreso la natura dell'intervento o della ricerca e siano a

conoscenza delle conseguenze.

Il codice sottolinea la riservatezza, per quanto riguarda l'identità degli individui e la loro

identificazione attraverso alle informazioni ottenute.

Si esortano gli psicologi ad astenersi da una condotta inadatta al proprio lavoro, condotta che

probabilmente nuocerebbe agli interessi dei destinatari dei servizi o ai partecipanti alla ricerca.

­ codice italiano: affronta il tema della ricerca, della sua applicazione e del suo svolgimento secondo

dei parametri etici che si basano su consenso informato e sulla chiarezza ed accuratezza

dell'informazione.

<<Nella sua attività di ricerca lo psicologo è tenuto ad informare adeguatamente soggetti e in essa

coinvolti alla fine di ottenere il previo consenso informato, anche relativamente al nome, allo status

scientifico e professionale del ricercatore ed alla sua eventuale e nazione di appartenenza.

Deve garantire a tali soggetti la piena libertà di concedere, di rifiutare ovvero di ritirare il consenso

stesso>>.

Lo psicologo ha l'obbligo di informare e dare spiegazioni dettagliate alla fine della prova, chiedendo

l'autorizzazione all'uso dei dati raccolti.

Per i partecipanti alla ricerca che per età o altri motivi non sono in grado di esprimere consenso,

quest'ultimo deve essere espresso da chi ne ha la potestà genitoriale o la tutela.

La tutela ha diritto alla riservatezza e alla non riconoscibilità attraverso le risposte fornite alla prova.

Art. 7: lo psicologo durante le sue <<attività professionali, nelle attività di ricerca e nelle

comunicazioni dei risultati, nelle attività didattiche vanno attentamente il grado di validità e

attendibilità di informazioni, dati e fonti su cui basa le conclusioni raggiunte; espone, all'occorrenza,

le ipotesi interpretative alternative, ed esplicita i limiti dei risultati>>.

Art. 25: si invita lo psicologo ad indicare, durante la presentazione delle proprie ricerche, le fonti dei

contributi relativi ad altri colleghi o studiosi.

L’attenzione degli psicologi a non esprimere opinioni o giudizi su fatti o persone di cui non hanno

approfondito gli aspetti clinici in modo adeguato e professionale e pertanto non in linea con i criteri

deontologici.

­ codice americano: parte estremamente ampia ha l'aspetto relativo alla ricerca, possibile danno e alla

responsabilità da parte di coloro che conducono tale indagine.

Punto 6.7: gli psicologi sono tenuti a condurre le ricerche con competenza e con rispetto per la

dignità e il benessere dei partecipanti; sono responsabili della loro condotta etica nella ricerca e di

quella relativa a soggetti su cui i quali effettuano la supervisione ho il controllo; ricercatori e

assistenti devono compiere e svolgere quelle attività per le quali hanno un'adeguata preparazione e

specializzazione.

Per “gruppi particolari” gli psicologi, nello sviluppare progetto, devono consultare degli esperti.

Gli psicologi devono utilizzare un linguaggio comprensibile, ai fini dell'ottenimento del consenso,

nonché documentarlo in modo appropriato.

Deve essere garantita la libertà di partecipazione o di ritiro dalla prova per motivi legati a disagio

sopraggiunto.

Espresso una precisa consenso e garantito inoltre che la registrazione verrà utilizzata in modo che

non possa causare l'identificazione del soggetto o dei soggetti.

Si fa riferimento all'uso dell'inganno nella ricerca.

Nei codici, con modalità e in misura diversa, si affronta l'aspetto del danno e della responsabilità; nello

specifico e si sottolineano sia l'importanza del consenso informato da parte del soggetto, della sua tutela, del

rispetto della volontà ad interrompere tale esperimento, sia un richiamo per gli psicologi al senso di

responsabilità.

Alcune nazioni: Gran Bretagna, Irlanda, Italia, Scandinavia, Spagna e Germania si dimostrano “sensibili”, in

modo particolare, gli aspetti legati al consenso dei partecipanti, la tutela dei loro diritti ed interessi.

L’Italia inoltre, evidenzia forse una maggiore attenzione a quelli che sono i diritti del soggetto esortando

maggiori cautele.

Il codice americano, oltre a considerare la tutela dell'utente in modo ampio ed articolato emerge anche una

particolare livello di “garanzia” per lo psicologo, non puntualizzato negli altri codici.

8. Quale deontologia per il “consulente del giudice”: riflessioni ed interrogativi in merito

8.1. Premessa

La professione dell'”esperto” nel sistema giuridico è spesso oggetto di discussione relativamente a ruoli,

funzioni e competenze, affrontati con un meno frequenza gli aspetti deontologici di tale professione.

Vari e complessi sono infatti conflitti e le problematiche di natura etica che tale professionista deve risolvere

durante la sua attività in interazione con il sistema giustizia, e non solo nel contesto prettamente peritale.

Segnalazioni alla Commissione di vigilanza e disciplina da parte dei consulenti del giudice a loro colleghi

<<in merito a situazione di scarso rispetto dell'autonomia e della specificità professionale>> (Pes).

1996: La Commissione disciplinare dell'ordine nazionale degli psicologi a decidere di non entrare mai in

merito alle scelte di carattere scientifico del singolo professionista, salvo particolari casi.

Lo psicologo può essere chiamato dal magistrato di intervenire sia nel settore penale che civile, soprattutto in

ambito minorile: in base al contesto di intervento varia la richiesta fatta al professionista.

L’esperto può essere infatti invitato, ad esprimere il proprio <<parere tecnico>> sulla personalità del minore

autore di reato e sulle risposte reato più responsabilizzanti anche per lui oppure esprimere il suo parere nei

casi in cui minore è vittima di reato.

In sede giudiziaria, l'esame psicologico di un minore vittima può essere utile al giudice fini della valutazione

dell'idoneità fisica o mentale a rendere testimonianza della formulazione di giudizi e decisioni di

compatibilità rispetto racconto della vittima cerca il provvedimento di tutela da adottare.

La perizia può essere svolta anche nei confronti di un adulto vittima di un reato per accertarne l'eventuale

attendibilità e credibilità.

Lo psicologo può essere chiamato a partecipare al collegio di componenti esperti del Tribunale per i

minorenni, oppure può fare consulenza presso i servizi dell'ufficio centrale della giustizia minorile, istituti

penali, centri di prima accoglienza, uffici di servizi sociali per minorenni, istituti di semilibertà, o scuola di

formazione del personale per minorenni.

In ambito civile, il sistema giustizia può richiedere la collaborazione di esperti in materie psicologiche nei

casi in cui è ipotizzabile uno stato di trascuratezza, abbandono, maltrattamento di minore o inidoneità da

parte dei genitori.

Entrano in contatto con la giustizia quelle famiglie che si trovano modificare lo struttura per essere in fase di

separazione coniugale o domanda di affidamento eterofamiliare o di adozione.

L’esperto può essere chiamato ad esprimere il proprio parere riguardo la capacità di flessibilità e di

adattamento della coppia coniugale oppure riguardo “l’abbinamento” tra questa e uno specifico minore.

Nei casi di affidamento dei minori nelle separazioni coniugali, la richiesta da parte di un magistrato di un

esperto può essere accompagnata da quella dei difensori e delle parti in questione.

Affiancare il lavoro del consulente tecnico d'ufficio, stilare una sintesi delle tappe osservazioni, con il fine

ultimo della tutela del minore.

Lo psicologo può infatti far parte del collegio di componenti esperti del tribunale di sorveglianza, può

esercitare la sua professionale nelle case circondariali, di reclusione e negli istituti di custodia attenuata, o

all'interno del Servizio nuovi giunti.

Vari sono i contesti e anche le tematiche etiche tipiche dello psicologo che lavora in tale settore: individuare

nella categoria del segreto professionale dei principi metodologici alcuni degli innumerevoli fattori in grado

di poter favorire alcuni “rischi” a livello professionale.

8.2. Il segreto professionale: quali significati per lo psicologo esperto del giudice

Coco 1995: <<La violazione del segreto sui dati acquisiti dal perizia atto è… l'oggetto stesso della prestazione>>.

L’incarico all'esperto, da parte del giudice presuppone che le “informazioni” raccolte, grazie la specifica competenza in

base ai quesiti posti, il tema e le relative riflessioni e conclusioni vengano riferite a chi ne ha fatto richiesta.

Gli elementi raccolti e da riferire sono anche oggetto di segreto professionale.

Calvi: segreto quale relazione che intercorre tra un soggetto della conoscenza di fatti o situazioni.

Iecher : il segreto non comprende solo le notizie sulla salute delle persone ma qualunque <<questione, sia essa di natura

morale o materiale, che questi abbia interesse a tenere celata>>, tale tipo di segreto se realizzati nella relazione

periziato-esperto.

Art. 622 c.p. punisce chiunque riveli un segreto, ottenuto per ragioni del proprio stato o ufficio.

Potremmo individuare nella rivelazione del segreto al giudice una di quelle <<giuste cause>> alle quali fa

riferimento l'articolo citato.

Potrebbe essere una delle cause <<imperative>> Coco 1995.

Per quanto riguarda la legislazione professionale degli psicologi, l'art. 4 riconosce ufficialmente l'obbligo del

segreto professionale degli esercenti la professione dello psicologo e dello psicoterapeuta.

Art. 11: del codice deontologico italiano, lo psicologo <<è strettamente tenuto al segreto professionale.

Pertanto non rivela notizie, fatti e informazioni apprese in ragione del suo rapporto professionale, né informa

circa le prestazioni professionali effettuate e programmate>>, tranne nei casi specifici di obbligo di denuncia

o referto, nei casi di grave pericolo per la salute psicofisica dell'individuo e/o persi, o in caso di

testimonianza.

Art. 15: lo psicologo può condividere con altri professionisti, anche loro obbligati al segreto professionale,

con il quale collabora, solo le informazioni strettamente necessarie.

Una soluzione alla nostra perplessità potrebbe concretizzarsi nell'espressione <<strettamente necessarie>>:

restano comunque all'esperto il compito soprattutto la responsabilità di porre dei confini.

Letteratura, riferimenti legislativi e giurisprudenza indicano cosa si intenda per segreto professionale nel

contesto generale di consulenza psicologica.

Nessuna norma fa esplicito riferimento al lavoro peritale e può assumere la forma di criterio guida in tale

contesto molto differente da quello tipico relazionale psicologo-utenti, proprio per il fatto che chi

commissiona il lavoro è il giudice.

Uno “scollamento”tra il ruolo dello psicologo quello dell'esperto del giudice; il conflitto assume una

maggiore complessità nel caso di consulenze tecniche di parte, in quanto il committente dell'esperto non è il

giudice ma il soggetto al quale fare la perizia.

Può accadere in tal caso che il pensando riferisca all'esperto, tenendo conto del segreto professionale e del

fatto che potrebbe percepirlo erroneamente “a sua difesa”, delle informazioni che non vuole vengano

trasmesse al giudice.

Indagine esplorativa svolta presso la Cattedra di Psicologia giuridica di Roma, confronta alcuni codici

deontologici per la professione di psicologo ed indaga soprattutto il grado di strutturazione di ogni codice e il

livello di garanzia rispetto alle figure dello psicologo, dell'utente e del committente.

Su 12 codici solo uno, precisamente quell'ostinato negli Stati uniti, contiene una sezione dedicata all'attività

forense, anche se non viene fatto alcun riferimento al segreto professionale.

Gli psicologi che svolgono attività forense devono, adeguarsi a tutti i regolamenti presenti nel codice stesso,

devono chiarire i limiti delle loro affermazioni, devono fornire relazioni in merito alle caratteristiche

psicologiche dell'individuo solo dopo aver condotto l'esame accurato in modo da supportare affermazione e

conclusioni, devono inoltre descrivere dettagliatamente le tecniche usate durante il loro lavoro.

­ Il codice del Portogallo: tratta i rapporti fra psicologo e giudici in caso di testimonianza di

quest'ultimo,

­ Il codice tedesco fa riferimento alle situazioni di obbligo di denuncia o referto.

­ Il codice francese specifica che lo psicologo deve segnalare alle autorità giudiziarie situazioni di

eventuale pericolo per l'utente.

Solo alcuni codici accennano ai possibili rapporti tra professionista e contesto giuridico:

­ Olanda, Gran Bretagna e Irlanda non considerano il rapporto psicologo-sistema giustizia anche se

tra di loro non sussiste alcun legame contrattuale specifico.

­ In Italia troviamo uno specifico riferimento al segreto professionale dell'esperto del giudice nelle

linee guida deontologiche per lo psicologo forense, approvata dal consiglio direttivo

dell'associazione italiana di psicologia giuridica nel 1999.

Frutto di riflessioni avvenute negli ultimi anni e esperti in materie che prendono alcune norme del

codice deontologico italiano adattandole al contesto giudiziario, come gli stessi autori sottolineano.

Art. 1: <<le seguenti disposizioni non sono sostitutive del codice deontologico degli psicologi

italiani in quanto mi psicologo è tenuto ad osservare le sue norme quale rossiniana propria specialità.

Consistono in linee guida a cui attenersi nell'esercizio dell'attività psicologica in ambito forense.>>

Riprendono le linee guida speciali per gli psicologi forensi tratti dal codice APA e adottate nel 1991

dall’American Psychology – Law Society e dall’American of Forensic Psychology.

Art. 10: sul segreto professionale <<lo psicologo forense è tenuto al segreto professionale ma è

tenuto a comunicare anche al soggetto valutato o trattato i limiti della segretezza qualora il mandante

sia un magistrato o egli adempia ad un dovere>>.

8.3. Interrogativi sulle “questioni di metodo” delle perizie

Particolare importanza, assumono anche i principi metodologici, la base ad esempio del lavoro

peritale, utilizzati ai fini di rispondere ai quesiti posti dal giudice.

Nell’attività psicologico-giuridica i principi metodologici propri della relazione psicologo-paziente

devono essere rivisti modificati.

Il destinatario dell'azione psicologica è una persona che ha commesso un'azione deviante o ne è stata

testimone e vittima.

Il committente è inoltre un magistrato o un difensore.

Il contesto logistico dove si svolgono i colloqui puoi sentire, se l'utente si trova in un istituto penale,

di elementi, quali spazi e tempi ristretti, che influenzano la metodologia “classica” utilizzato dagli

esperti in materia; a scapito a volte della correttezza deontologica del lavoro peritale.

Fornari: Trattato di psichiatria forense: metodologia e deontologia sono strumenti <<indispensabili>> che

certamente non semplificano i problemi propri dei lavori peritali ma sono in grado di limitarne l'eccesso di

discrezionalità.

Fornari e Lagazzi: metodologia e deontologia <<armonicamente integrati>>.

Il rischio che può concretizzarsi, infatti, quando non si procede con la giusta <<accuratezza>>

metodologica, è quello di trasformare con la narrazione le ipotesi iniziali in una verità processuale o

storica.

Il fatto narrato diventa reale; il tutto crea effetti che possono legittimare la storia iniziale e dar vita ad

altri nuovi elementi.

Sempre sotto il profilo metodologico, nel caso in cui i reperti siano dubbi, cioè aspecifici, il rischio

deontologico è di concludere sostenendo possibilmente l'ipotesi principale proposta.

Soprattutto in contesti peritali bisogna tener presente che l'esperto serve un quadro a posteriori: dopo

cioè che si sono costruiti equilibri personali, familiari e relazionali diversi da quelli esistenti durante

la situazione di abuso e di commissione del reato.

Tale situazione porta spesso a non avere elementi “certi” in grado di stabilire la realtà.

Fondamentale (Gentilomo), che l'esperto si assuma la responsabilità di esplicitare la situazione di

<<ambigua semantica>>, chiarendo il motivo per cui non è possibile giungere a formulare risposte

<<certe>>.

Al tema complesso della formazione del perito, dell'acquisizione di conoscenze ed esperienze che gli

permettono di comprendere il contesto in cui opera, di applicare gli strumenti adatti per poter operare

e per poter “monitorare” il lavoro peritale.

8.4. Verso una maggiore chiarezza e visibilità

L’ordine degli psicologi nel Lazio, su richiesta dei tribunali, ha istituito nel 1995 un gruppo di lavoro per

individuare dei criteri di scelta degli scritti come consulenti tecnici presso i tribunali.

L’Ordine sia orientato verso alcuni criteri che potessero chiarire il tipo di formazione necessaria.

Nell’Ottobre del 1997, l’Ordine ha stabilito che il consulente tecnico di parte dovrebbe avere, oltre che

un'anzianità di iscrizione all'albo di almeno tre anni, una conoscenza/esperienza in psicodiagnostica;

conoscenza/esperienza in ambito criminologico.

Fornari:

­ Rispetto per la persona umana;

­ Dovere di informare il periziato della funzione e dello scopo della consulenza tecnica;

­ Diritto di consentire da parte del periziato alle richieste del consulente e all’indagine disposta dal magistrato;

­ Tutela del segreto professionale, integrando la massima riservatezza circa i dati acquisiti con l’obbligo di dire

al giudice la verità, non processuale, ma clinica.

Ci sembra di individuare nei termini <<chiarezza>> e <<visibilità>> da parte del perito nei confronti dei

protagonisti della vicenda giudiziaria, principalmente con l'utente e il committente, le linee principali per

lavorare nel modo più possibile deontologicamente corretto.

Spazio di confronto, anche a livello interdisciplinare, in occasione del Convegno, tenutosi a Noto nel giugno

1995 dall’ISISC, sul tema dell’Abuso sessuale di minori e processo penale.

Ha portato alla realizzazione di alcune norme da seguire per le indagini e non psicologico del minore, dando

luogo alla cosiddetta Carta di Noto.

I principi sottolineano in più punti l’importanza del consulente, all'inizio durante il suo rapporto con l'utente,

“chiarisca” il suo ruolo, le sue funzioni il suo rapporto con la committenza, sia essa giudice, il difensore o la

parte in questione.

Il perito può esplicitare i limiti del segreto professionale a cui è tenuto in quanto psicologo e il suo legame

“contrattuale” più o meno diretto con il magistrato.

Si facilita un rapporto di fiducia e di chiarezza con l'utente si lavora sul consenso dello stesso.

La fiducia può favorire il raggiungimento della verità clinica da parte dell’esperto e offrire all’utente

un'occasione di riflessione, attraverso il racconto della sua storia.

Nelle consulenze tecniche di parte pensiamo che l’esperto debba informare il suo committente e debba

chiarire che lo scopo principale del suo lavoro è tutelare l’interesse del minore, anche quando non coincide

con l’interesse della parte.

Agire in tal modo per evitare che l’utente/committente pretenda che il consulente di “parte” agisca come il

termine può suggerire.

Il chiarimento riguardo la propria funzione deve realizzarsi soprattutto quando l’utente è un minore, autore o

vittima di reato, coinvolgendo in tal caso chi ne esercita la tutela e anche chi lo difende giuridicamente.

Sono state fonte di riflessioni e discussioni le linee guida per la valutazione e la diagnosi del bambino e

dell’adolescente presunto vittima di abuso sessuale prodotte del 1988 dall’American Academy of Child and

Adolescent Psychiatry e quelle stabilite dall’American Professional Society on the Abuse of Children nel

1990.

Art. 8 della Carta di Noto pone una particolare attenzione al minore, l’esperto <<deve rendere espliciti al

minore gli scopi del colloquio, tenendo conto della sua età e della capacità di comprensione, evitando di

caricarlo di responsabilità per quello che riguarda gli eventuali sviluppi del procedimento>>.

Solo in un contesto comprensibile al minore, questi può trovare uno spazio per elaborare le sue ansie e

attenuare i possibili sensi di colpa per aver optato per uno dei due genitori, oppure per aver abbandonato la

propria famiglia in difficoltà o per non aver aspettato il ritorno dei veri genitori.

Tale principio è stato ulteriormente confermato nella sua importanza nelle Linee guida deontologiche dello

psicologo forense, approvate dal Consiglio direttivo dell’Associazione italiana di psicologia giuridica nel

gennaio del 1999.

Art. 14: dovere dello psicologo forense rendere <<espliciti al minore gli scopi del colloquio curando ciò che

non influenzi le risposte, tenendo conto della sua età e della sua capacità di comprensione, tenendo conto per

quanto possibile che egli attribuisca le responsabilità per ciò che riguarda il procedimento e gli eventuali

sviluppi>>.

Incontrare il minore <<in tempi, modi e luoghi tali da assicurare la serenità del minore e la spontaneità della

comunicazione>>, ed evitare l’utilizzo di <<domande suggestive o implicative diano per scontata la

sussistenza del fatto reato oggetto delle indagini>>, sottolineato anche nell’art. 6 della Carta di Noto.

Rilevanza di “concentrare” i colloqui con il minore nel caso in cui debba essere sentito da più esperti, al fine

di <<minimizzare lo stress che la ripetizione dei colloqui può causare>>.

Ruolo e le funzioni dei consulenti di parte: in base all’art. 13 questi sono tenuti a mantenere <<la propria

autonomia concettuale, emotiva e comportamentale rispetto al loro cliente.

Il loro operato consiste nell’adoperarsi affinchè i consulenti d’ufficio e il consulente dell’altra parte rispettino

metodologie corrette ed esprimano giudizi fondati scientificamente>>.

Il perito, si muove all’interno di un sistema complesso e interdisciplinare composto da soggetti che lavorano

per uno o più individui, vittime o protagonisti di azioni devianti.

Per tale sua “posizione” il perito comunica, spesso solo attraverso il suo elaborato scritto, con figure con

formazione e competenze diverse.

Per rendere la perizia più fruibile per tutti i partecipanti, l’esperto debba rafforzare la sua professionalità,

come psicologo e come perito, sotto il profilo della visibilità e della chiarezza.

Al tipo di linguaggio utilizzato, il quale non <<eccessivamente o inutilmente specialistico>> (art. 4), sia alla

necessità di <<rendere espliciti i modelli teorici di riferimento utilizzati>> (art. 1 Carta di Noto e art. 5

codice psicologo forense).

Tradizionalmente i medici legali hanno definito la perizia come un <<parere tecnico motivato>>, motivare

significa <<illustrare il procedimento logico in base al quale si è giunti ad un certo giudizio, significa

illustrare i criteri in base ai quali si sono scelti, e conseguentemente ricercati, gli elementi conoscitivi su cui

si è fondato il ragionamento>>.

La stessa chiarezza deve appartenere inoltre alle tecniche usate nel corso del lavoro nell’art. 5 del codice

psicologi forensi.

La visibilità potrebbe essere uno degli attributi base dell’elaborato scritto, ma potrebbe anche concretizzarsi

nella presenza del perito al processo.

Alla necessità da parte del consulente di valorizzare costantemente le sfide e le possibilità proposte dalla

logica del contraddittorio, propria del moderno processo in ambito penale.

Ogni “parte” deve costantemente esporsi alla critica e alla controparte di “parti” che fanno altri interessi.

Varie sono infatti le ipotesi possibili, ma il perito opera inevitabilmente una “scelta” dettata dalla propria

esperienza pratica e teorica e dal contesto in cui interviene.

<<Individuare ed esplicitare le varie ed alternative ipotesi prospettabili in base all’esame del caso>> (art. 5

carta di Noto), <<esplicitare i limiti dei propri risultati>> (art. 7 Carta di Noto) non solo nel momento finale

di sintesi del proprio lavoro, ma anche nel momento in cui sono presenti gli altri attori con le proprie

opinioni e interpretazioni può garantire il raggiungimento di una maggiore verità clinica finalizzata alla

tutela dell’individuo. 9. Sindrome da HIV: riflessioni di natura etica e morale

9.1. Premessa

Quando si cerca di affrontare la complessità del fenomeno “sindrome da HIV” risulta opportuno suddividere

il problema in vari momenti distinti tra loro, nel contempo interdipendenti, costituiti sia dall'infezione da

virus HIV e dalla malattia vera e propria sia da quei meccanismi formati dalle reazioni, dalle risposte sociali

e politico-economiche, che nel complesso hanno un ruolo attivo e non secondario nello studio dell'epidemia.

Dal giugno 1981 ad oggi, la malattia, oltre ad aver investito e coinvolto nel suo cammino soggetti con

comportamenti sessuali a rischio e non, si è diffusa sotto altre forme nel sociale e nel quotidiano, ponendo

dei quesiti e dei problemi che coinvolgono, dal punto di vista organizzativo, operatori del mondo della sanità,

della scuola, del lavoro e della politica.

In campo legislativo la legge del 5 giugno 1990, n. 135 ha rappresentato un segnale normativo che ha

individuato delle linee organizzative relative agli interventi preventivi ed assistenziali sia a livello di strutture

per gli operatori sanitari.

9.2. Considerazioni etiche sullo screening obbligatorio per l’infezione da HIV

<<Nessuno può essere sottoposto, senza il suo consenso, ad analisi tendenti ad accertare l'infezione da HIV

se non per motivi di necessità clinica del suo interesse.

Sono consentite l'analisi di accertamento di infezione da HIV, nell'ambito di programmi epidemiologici,

soltanto quando i campioni da analizzare siano stati resi anonimi con assoluta impossibilità di pervenire alla

identificazione delle persone interessate>> (art. 5 c.3, legge 135/1990).

<<E’ vietato ai datori di lavoro, pubblici e privati, lo svolgimento di indagini e batter accertare nei

dipendenti o in persone prese in considerazione per l'instaurazione di un rapporto di lavoro l'esistenza di uno

stato di sieropositività>> (art. 6, c.1, legge 135/1990).

La legge nel Programma di interventi urgenti per la prevenzione e la lotta contro l’AIDS, sottolinea e

definisce in termini chiari e il divieto di esecuzione del test per l’HIV, senza il consenso e l'autorizzazione da

parte del paziente.

Cattorini 1989:

Sottolinea come l'argomento vada affrontato attraverso un'integrazione di quelli che sono le conoscenze tecnico-

scientifiche e di organizzazione sanitaria, utilizzando un'analisi di tipo socio-economico, giuridico e medico-legale.

Si affrontano come primo momento i “vantaggi” conseguenti ad una imposizione del test; distinguibili in 3 categorie:

­ autorità politico-sanitarie;

­ operatori sanitari;

­ in generale quelli per i soggetti sottoposti a screening.

Per la prima categoria, relativa alle autorità politico-sanitarie, l'autore sottolinea come abbiano un <<indubbio diritto-

dovere>> di essere a conoscenza del livello epidemiologico relativo all'infezione da HIV; tale aspetto, può essere messo

in atto soltanto con una efficace sorveglianza della sieropositività in Italia, sollevamento dei sieropositivi dagli incarichi

lavorativi; questo per evitare un'eventuale rischio di contagio nei confronti di altre persone.

Ne consegue l'isolamento di tali soggetti sia il divieto d’immigrazione.

Mills, Wofsy:

Potrebbe non incontrare un ampio consenso sociale.

Date le caratteristiche della malattia e del tipo di trasmissione, sarebbe preferibile fare pressione in particolare su una

responsabile modificazione dei comportamenti sia tra i soggetti infetti sia tra la popolazione sana; ossia agire sul senso

di responsabilità individuale.

Il consiglio d’Europa sottolinea che nessuno screening obbligatorio dovrebbe essere indotto né per la popolazione

generale né per i gruppi particolari.

Si dovrebbe investire, in servizi sanitari dove esistono test volontari e dove si rispettano le norme di riservatezza.

Special Programme on AIDS 1987 <<nessun programma di screening per viaggiatori internazionali può

impedire l'introduzione e la diffusione dell'infezione da HIV>>.

Forse possono soltanto ritardare l'espansione dell’AIDS.

In riferimento allo screening obbligatorio nei casi di ricovero, è da sottolineare che dal 1 aprile 1989 al 1996

è stato attivato nel Lazio un programma sperimentale di testa per anticorpi anti – HIV a tutte le donne

ricoverate, anche in day – hospital, per parto, interruzione volontaria di gravidanza o aborto spontaneo.

Il protocollo prevedeva che la donna concedesse o negasse il consenso al test nominativo; senza

l'autorizzazione il testo veniva comunque effettuato in forma anonima.

L’obiettivo del programma PAOD era quello di stimare la prevalenza di infezioni nella popolazione

femminile sessualmente attiva e pertanto esposta al rischio di contagio per via sessuale.

Durante il primo anno di attività 56 ospedali pubblici e privati distribuiti sul territorio regionale hanno

collaborato all'attività sottoponendo al test 34.376 donne di cui 127 sono risultate positive, il 96,5% ha

comunque eseguito il test in forma nominativa.

“Vantaggi” per gli operatori sanitari.

Lo screening effettuato, almeno a tutti i pazienti in attesa di essere sottoposti ad interventi chirurgico,

consentirebbe sia una maggiore possibilità di premunirsi da esposizioni accidentali sia di poter affrontare i

relativi interventi con un clima psicologico più rilassante per l'équipe.

Gli operatori sanitari dovrebbero essere a conoscenza delle norme e delle attrezzature che consentono di

limitare al massimo eventuali esposizioni (art. 7, legge 135/1990).

Nella terza categoria, presi in considerazione i <<vantaggi relativi ai soggetti sottoposti a screening>>,

l'effettuazione del test obbligatorio che consente di raggiungere fasce della popolazione che sono rimaste

indifferenti alle campagne informative effettuate dai mass media, o anche l'obbligo per le persone che stanno

per contrarre matrimonio con relativo scambio dei risultati, o ancora la scoperta della sieropositività che può

consentire molto precoci l'attivazione di cure mirate.

Secondo l'autorità politico-sanitarie l’impostazione del test può ostacolare la corretta diffusione di

comportamenti responsabili da parte della popolazione, con la possibilità di spingere alcuni soggetti “a

rischio” alla clandestinità per motivi legati alla eventuale schedatura.

Un’altra difficoltà è rappresentata dai notevoli costi economici, potrebbe mettere in seria crisi i budget

sanitari dei paesi occidentali.

Per gli operatori sanitari gli svantaggi:

­ possibile facilitazione di imprudenze nel caso di false negativi;

­ effettuazione di pratiche nonna standard nel caso di positivi;

­ alterazione del rapporto fiduciario e personalizzato tra medico e paziente;

L’altro aspetto relativo al “rischio” per i soggetti sottoposti al test, riguarda la possibilità di pericoli relativi

all'intrusione nella vita privata, diffusione di notizie, emarginazione, cancellazione di polizze assicurative,

diminuzione di possibilità lavorative.

Fornari:

Non serve per tutelare la salute collettiva; da un punto di vista sanitario non è possibile impedire il contagio nei primi

mesi della contratta infezione; non è uno strumento il cui utilizzo può essere giustificato per ragioni di cura; non esiste

terapia alcuna per guarire dalla sindrome da HIV, esiste soltanto la possibilità di prolungare la sopravvivenza dei malati;

non è disponibile uno specifico vaccino per i “sani”; non è possibile eliminare o ridurre l'infettività di queste persone;

non è possibile isolare coattivamente i sieropositivi in istituzioni totalizzanti.

Il ricorrere a screening coatti e la “restrizione” di particolari categorie in comunità forzate non

eliminerebbero il problema; garantire un'informazione igienico-sanitaria adeguata, con relativa distribuzione

di profilattici e siringhe monouso, evidenziando, inoltre, che l'interesse delle persone si basa anche

nell'esercitare in modo libero e responsabile i propri diritti.

Il test seriologico deve rimanere un oggetto di libera scelta e non uno strumento di imposizione.

Dal punto di vista normativo (Rizzo 1996), in Italia il primo “atto” specifico è relativo ad una circolare del

ministero della Sanità (n. 64 del 3 agosto 1983), Immunodeficienza acquisita: descrizione della sindrome.

Nel documento si dava la descrizione attinente ad una forma di immunodeficienza non ancora riscontrata in

Italia, si invitava il personale sanitario a segnalare casi sospetti al ministero della sanità e all'istituto della

sanità.

Successivamente lo stesso ministero rendeva note le linee guida per il rilevamento attraverso una scheda.

Il 28 novembre 1986, la “Sindrome da immunodeficienza acquisita”, veniva aggiunta nell'elenco delle

malattie infettive e soggette a denuncia obbligatoria; l'importanza della tutela relativa all'anonimato, anche se

nella copia da inviare al ministero della sanità doveva esserci il nominativo del soggetto.

L’obbligo di denuncia è relativo e soggetti con AIDS conclamato e non per i sieropositivi, che comunque

vanno inviati presso i centri di riferimento regionali per una adeguata assistenza.

Seguono altre circolari.

Con decreto del 15 gennaio 1991 si stabiliva il protocollo per l’<<accertamento della idoneità del donatore di

sangue e di emoderivati>>, al cui interno l’art. 19 sottolineava l'obbligo per il medico di fornire corretta

informazione al paziente sui rischi a cui poteva andare incontro attraverso la trasfusione di sangue; risulta

importante il consenso informato del paziente.

Decreto del 1992, l'obbligatorietà del test della ricerca degli anticorpi anti – HIV su ogni unità di sangue e di

plasma.

Previsto per le inseminazioni eterologiche (circolare 19 del 1987) l'utilizzo di seme conservato dei soggetti

sottoposti all'identificazione dell’HIV.

Con la legge 135/1990 che si stabilisce in modo sistematico una organizzazione normativa in merito alla

sindrome da HIV, e, la non obbligatorietà di esser sottoposti al test senza il consenso del soggetto, fermo

restando per le donazioni di sangue, per i trapianti e fecondazione artificiale.

Esistono, alcuni aspetti della legge 135/1990 di cui si è occupata la Corte Costituzionale in riferimento ad un

eventuale obbligatorietà del testo per operatori sanitari ai fini della tutela della salute del paziente.

Corte Costituzionale: <<il personale appartenente alle forze di polizia per la verifica dell’idoneità

dell'espletamento dei servizi che comportano dischi per la sicurezza, l'incolumità e la salute dei terzi possono

essere disposti con il consenso dell'interessato, accertamenti dell'assenza di sieropositività>>.

E’ comunque previsto, per chi abbia rifiutato di sottoporsi al test, l'esclusione dai servizi che presentano

rischio per terzi.

Questo articolo, ha suscitato perplessità e più chiavi di interpretazione.

“Collisione” con il significato con cui l'articolo 5 della legge 135/1990 stabiliva la necessità del consenso per

l'effettuazione del test; anche se la sentenza sottolineava la non previsione di controlli sanitari di massa per

categorie di soggetti è innegabile la paura di una possibile apertura relativa ai controlli ed effettuazione del

test con modalità più ampie.

La Federazione nazionale dell’Ordine dei medici chirurghi e degli odontoiatri ha adottato una direttiva nella

quale risulta che è di competenza del legislatore individuare, attraverso il confronto con le Comunità

scientifiche internazionali, quelle attività sanitarie specifiche, particolarmente a rischio per il cui svolgimento

è prevista l'effettuazione di particolari accertamenti sanitari, i cui risultati devono rimanere nell'ambito della

riservatezza.

Nella direttiva, si esortano quei medici che ritengono di essere stati “esposti” a rischio a sottoporsi

spontaneamente agli accertamenti clinici e ad adottare le opportune precauzioni.

Questo aspetto apre una riflessione sul fatto che molti medici “impongono” ai loro pazienti l'esecuzione del

test HIV ma rifiutano di sottoporsi loro stessi all'esame, nonché su quale dovrebbe essere il comportamento

etico e professionale di un operatore sanitario che scopre di essere HIV positivo.

­ L’Associazione americana medici dentisti sottolinea il dovere di informare di tale condizione il

paziente nel momento in cui si devono eseguire procedure potenzialmente a rischio di trasmissione,

sulla base del principio del consenso informato.

Secondo un’indagine (Danziger 1997), i fattori che possono favorire il test volontario sono la garanzia

dell'anonimato, la possibilità del counseling e l'illustrazione dei benefici medici sociali piuttosto che la

percezione del rischio; inoltre risulta sempre più diffusa tra gli studenti di medicina l’adesione all'obbligo del

test per gli “ammittendi agli ospedali” nell'ottica di una misura di protezione per il personale sanitario.

Il Parlamento statunitense ha respinto, lo screening della popolazione, compresi ricoverati e i casi di

matrimonio, prevedendo, tranne per rare eccezioni da valutare caso per caso, l'effettuazione del test con il

consenso informato del soggetto, l'effettuazione di una fase di counseling prima e dopo il test, la garanzia

della segretezza sul risultato.

Obbligatorio per le reclute al servizio di leva ed in caso di risultato positivo il soggetto non viene escluso ma

sottoposto ad alcune limitazioni.

­ In Francia è stata introdotta la denuncia obbligatoria, come per i casi di TBC, ed inoltre per i militari

destinati al di fuori del territorio metropolitano è previsto il test seriologico;

­ In Danimarca ed in Finlandia l'obbligo di denuncia da parte dei medici, in anonimato, ma con

specifiche informazioni;

­ In Cecoslovacchia la notificazione obbligatoria con possibilità di trattamento per gli HIV positivi, e

per coloro che sono rimasti per un lungo periodo in aree endemiche è prevista l'esclusione dalla

donazione di sangue;

­ A Cuba il test obbligatorio per coloro che rientrano da zone endemiche, è previsto il rimpatrio per gli

stranieri sieropositivi e l'isolamento dei positivi in particolari “sanatori”;

­ In Bulgaria test per l’HIV obbligatorio fra quelli prematrimoniali;

­ In Cina è proibito il test “discriminatorio” ma previsto per gli stranieri che intendano risiedere nel

paese, per i casi di AIDS pare sia previsto l'isolamento;

­ In Bolivia esiste un test obbligatorio per i reclusi ed uno per gli stranieri entro 48 h dal loro ingresso

nel paese;

­ Costa Rica la notificazione è obbligatoria, i marinai che attaccano nel paese devono avere un

certificato nel quale si attesti la sieronegatività, i reclusi sono sottoposti a controlli ogni sei mesi ed

inoltre sono previsti prelievi di sangue per ogni richiesta di rinnovo del permesso di soggiorno da

parte degli stranieri;

­ Baviera obbligatorio il test è obbligatorio per tutti gli stranieri che provengono dai paesi al di fuori

della UE, gli organi di polizia debbono notificare alle autorità sanitarie tutti coloro che sono dediti

alla tossicodipendenza ed alla prostituzione in modo che vengano testati periodicamente, coloro che

aspirano ad ottenere un posto pubblico sono obbligati a sottoporsi al test ed a firmare una

dichiarazione di accettazione del pensionamento anticipato in caso di positività;

­ Iraq tutti i residenti e gli stranieri che rientrano dopo aver soggiornato all'estero debbono sottoporsi

al prelievo entro cinque giorni, non è riconosciuta alcuna certificazione di sieronegatività rilasciata

all'estero;

­ In Libia l'espulsione degli stranieri sieropositivi;

­ Mongolia il test è obbligatorio per l’intera popolazione residente e per gli stranieri;

­ In Norvegia l’obbligo di denuncia per i sieropositivi in forma anonima, nei casi di AIDS nominativa.

­ In India legge del 7 aprile 1996, n.7 inserisce l’HIV nell’elenco delle malattie a trasmissione sessuale

e pertanto ne ha determinato l’obbligo di notificazione.

Nel regolamento di polizia ferroviaria e malati di AIDS non possono viaggiare sui treni.

­ Nelle Filippine il test risulta obbligatorio per gli stranieri trovati come clandestini, per coloro che

richiedono un visto temporaneo o che intendano passare a quello permanente.

­ In Siria il test è obbligatorio per gli stranieri che intendono lavorare in quel paese, per gli studenti

che vi entrano e per coloro che sono stati fuori per motivi di studio.

9.2.1. Test obbligatorio e strutture carcerarie

La notevole concentrazione di tossicodipendenti nella popolazione detenuta (112 volte superiore a quella

della popolazione generale) - dovuta all'elevata carcerazione di soggetti appartenenti alla fascia di età 18-

34 anni - non che l'elevato numero di soggetti affetti da HIV e patologie correlate pone la questione

anche in termini di tipo socio-sanitario.

Da un totale di 30.726 detenuti per l'anno 1975 si è passati a 46.968 nell'anno 1992; all'interno di tale

popolazione numero dei tossicodipendenti è passato da 1704 nel 1982 a 14.818 nel 1992, cioè il 31,55%

del numero complessivo.

I soggetti affetti da HIV nel totale sono 3530, il 27% rispetto al totale dei tossicodipendenti detenuti.

Proprio nei contesti in cui la “costrizione” e la perdita della libertà risultano essere l'elemento

predominante, ci si pone il quesito su quale possa essere il rischio di contagio per gli operatori

penitenziari e per i detenuti.

Gli operatori penitenziari anche se hanno acquisito conoscenze specifiche sull’argomento possono avere

dei timori che in qualche caso vanno ad interferire con la loro professione.

L’unico caso di siero conversione e quello citato su “Lancet”, episodio in cui un detenuto di un carcere

australiano ha punto con una ago una guardia.

Per i detenuti il discorso è più complesso sia a causa della mobilità carceraria sia per la presenza di

soggetti che scontano detenzioni di breve durata; tutto questo rende difficoltoso costruire eventuali storie

cliniche dei detenuti in riferimento all'infezione da HIV.

Note dell’OMS relative a misure preventive per il problema AIDS nelle carceri:

­ Aggiornamento e informazione per il personale e per i detenuti;

­ Esame dello stato di salute dei nuovi giunti in carcere;

­ Esclusione di misure di isolamento e repressione, casi come limitazione delle attività di lavoro, sport

e svago dei sieropositivi;

­ Test HIV volontario, accompagnato da adeguati consigli prima e dopo il test;

­ Diritto dei detenuti contagiati dall’HIV a non venire esclusi dal beneficio di provvedimenti quali

l’inserimento in strutture o centri con semilibertà;

­ Diritto dei detenuti HIV positivi in fase terminale a poter usufruire di liberazione anticipata e cure

adeguate.

Direzione generale degli Istituti di prevenzione e pena nel novembre 1986 aveva predisposto uno schema di

decreto legge relativo a Disposizioni per l’accertamento di Sindromi da immunodeficienza acquisita in

relazione ai detenuti e agli internati negli istituti penitenziari.

La necessità e l’urgenza dell’introduzione normativa del test HIV obbligatorio per tutti coloro che fanno

ingresso negli Istituti penitenziari.

Tale richiesta era stata sostenuta anche dai sanitari della medicina penitenziaria.

Daga 1989:

sottolinea come ministri della sanità della CEE, la Conferenza dei direttori di amministrazione penitenziarie ed il

Comitato d’Esperti dell’AIDS del consiglio d'Europa abbiano evidenziato l'inopportunità del test obbligatorio sia per la

popolazione in generale sia per i gruppi a rischio.

Se lo screening obbligatorio per era l’HIV nelle carceri possa avere delle motivazioni e finalità che giustifichino

l'esigenza di un'applicazione coatta; tale metodo, comunque, risulterebbe in contraddizione con la legge 135/1990.

Anche il consiglio superiore di sanità ha espresso parere contrario <<il test per l’AIDS merita una particolare

attenzione, fra le decisioni cliniche, soprattutto allorché venga richiesto senza evidente finalità terapeutica

per il soggetto esaminato>>.

Uno screening generalizzato per l'infezione da HIV nella popolazione carceraria non porterebbe a di

sostanziali vantaggi sul piano sanitario, altresì evidenzierebbe dei problemi di natura etica e giuridica.

Allo stato attuale, il test obbligatorio nelle carceri non è stato inserito.

La sentenza della corte costituzionale del 23 maggio 1994, n. 218 ha stabilito, comunque, che esistono delle

attività e dei servizi “a rischio” i cui operatori devono essere preventivamente sottoposti al test per HIV e

rimossi o esclusi da quell'incarico nel caso risultino sieropositivi.

Lo scopo di questa disposizione è di tutelare i fruitori di questi servizi, anche se le “categorie professionali a

rischio” non sono ancora state identificate.

Un datore di lavoro può richiedere l'esecuzione del test da parte di un dipendente, e quest'ultimo può

rifiutarsi ma dall'articolo cinque della legge 135/1990.

Gli eventuali contrasti, vengono risolti caso per caso dal giudice a cui vengono assegnati.

In tema di AIDS, l’approvazione di una legge (.167 e 231) il cui titolo è Disposizioni in materia di

esecuzione della pena, di misure di sicurezza di misure cautelari nei confronti dei soggetti affetti da AIDS

conclamata o grave deficienza immunitaria o da altra malattia particolarmente grave.

Ha inserito sostanziali modifiche in materia di misure alternative alla reclusione per soggetti in <<particolari

condizioni fisiche>>.

­ New Jersey 1991 l’infezione è stata la principale causa di morte tra i detenuti; risultata la più alta in

America.

La carenza di prevenzione, assistenza sanitaria e psicologica e la mancanza di riservatezza sui

risultati del test sembrano essere gli aspetti che i detenuti denunciano maggiormente.

­ Nelle prigioni canadesi i tassi di sieropositivi sono 10 volte maggiori di quelli tra la popolazione

generale.

British Columbia un tasso dello 0,9% negli uomini e dello 3,1 nelle donne; la maggioranza di

quest’ultime erano prostitute o tossicodipendenti per via endovenosa, tra gli uomini il 57% risultava

essere tossicodipendente per via endovenosa.

­ Tra i detenuti francesi il tasso di incidenza dell’infezione da HIV risulta 10 volte maggiore di quello

riscontrato nella popolazione generale, della TBC è tre volte più alto; l’assistenza medica si limita

alla visita di un medico generico per 4 h a settimana.

­ Per arginare la diffusione del virus il Nuovo Galles del Sud usa un regime di trattamento metadonico

di mantenimento per detenuti.

­ In Inghilterra si è intrapreso un programma intensivo di prevenzione basato sul counseling, e su un

servizio medico, psicologico e sociale.

­ In Scozia il direttore delle carceri ha promosso la distribuzione di campioni disinfettanti per la pulizia

di aghi e siringhe; tale provvedimento è messo in atto dopo che un’indagine condotta dall’unità delle

malattie trasmissibili e dal comitato di Forth Valley aveva rilevato casi di siero conversione causati

dall’uso di siringhe con aghi contaminati.

­ In Polonia alle autorità penitenziarie è concesso di imporre ad alcune categorie di detenuti il test

HIV consentendo anche l’uso della forza.

Prevista la creazione di piccoli settori per detenuti sieropositivi (art. 44).

­ In Norvegia i detenuti sono considerati soggetti ad alto rischio, dovuto alla presenza dell’elevato

numero di tossicodipendenti.

Il test non è obbligatorio , ma viene fornita un’adeguata formazione sulla malattia.

­ In Spagna, il test è effettuato ai detenuti solo dopo il loro consenso; il medico carcerario ha

comunque il compito di informare la famiglia nel caso di infezione.

­ In Belgio i detenuti non possono essere sottoposti al test senza loro consenso; non possono essere

isolati ed hanno diritto al trattamento medico.

­ In Portogallo il test effettuato sulla base del “sospetto”della malattia ed anche prima di un intervento

chirurgico la decisione del medico.

Le spese, sono a carico del detenuto.

­ In Germania i detenuti sono sottoposti a test all’ingresso e l’uscita dal carcere.

In tutta la Germania il reato di trasmissione di contagio è perseguibile; prevista la segregazione del

soggetto effetto che adotta <<comportamenti pericolosi>>.

­ Nell’EIRE i detenuti che appartengono ai gruppi a rischio sono obbligatoriamente sottoposti a

screening e vengono sistemati in celle separate o in isolamento.

­ In Svezia, in caso di carcerato infetto <<il medico responsabile deve essere informato dal medico

curante dell’infezione e delle regole di condotta valide per quel soggetto.

Il medico responsabile della struttura di accoglienza deve informare il medico curante se non è

possibile osservare tutte le regole che limitano il contagio>>.

<<Non è prevista una sanzione penale, ma chi ragionevolmente può essere sospettato di reato

sessuale o altro reato che possa trasmettere l’AIDS, può essere sottoposto al test su richiesta del

querelante>>.

Nel 1985 all’atto di approvare il provvedimento che ha inserito l’AIDS fra le malattie sessualmente

trasmissibili, il Parlamento svedese respinse la proposta di emendamento della legge sulle malattie

infettive, volta ad introdurre la sanzione penale fino a due anni per chiunque avesse avuto relazioni

sessuali sapendo o sospettando di essere infetto di malattie veneree.

­ In Danimarca il test è basato sulla volontarietà.

Un emendamento relativa al codice penale introdotto nel 1994 dal Parlamento danese stabilisce che

<<costituisce reato esporre ripetutamente e deliberatamente qualcuno a rischio di contrarre malattie

che possano mettere a repentaglio la vita>>.

9.3. AIDS e segreto professionale

Nell’ambito della prospettiva del rapporto medico/psicologo-paziente si pone spesso il dilemma tra il dovere

di mantenere il segreto professionale e l’altro di evitare il propagarsi di malattie contagiose.

Il “rapporto” si basa su un contratto che vincola le persone in causa, elemento importante ai fini del successo

terapeutico poiché la fiducia che il paziente ripone nello specialista è una condizione indispensabile.

Su questi elementi si fonda la regola del segreto professionale e della confidenzialità.

Il segreto, dà garanzie al paziente che non potrà esservi intrusione nella sua sfera privata; la sua rivelazione

viene considerata come un delitto contro la persona, ma in particolare contro la “inviolabilità dei segreti”.

Art.622 del c.p. afferma che per essere riscontrato il reato, lo psicologo deve essere venuto a conoscenza di

un segreto durante lo svolgimento della sua professione e <<senza giusta causa>>lo avrebbe rivelato per

proprio o altrui profitto; da ciò ne deve scaturire dal altrui.

Per il medico la <<giusta causa>>di rivelazione del segreto di cui viene a conoscenza durante la professione

viene riconosciuta nell’obbligo di denuncia alle pubbliche autorità imposto sia dalle leggi sanitarie, sia da

quelle di pubblica sicurezza, penali, civili e previdenziali (Franchini 1966).

Nei casi in cui lo specialista riferisce per obbligo di legge non c’è rivelazione, poiché si tratta di giusta causa

di trasmissione del segreto professionale.

Sempre considerato come un principio assoluto per il quale non venivano ammesse deroghe; attualmente, pur

rimanendo i principi assoluti, questa regola, secondo alcuni dovrebbe contenere delle eccezioni in casi limite

o nelle malattie contagiose come l’AIDS.

Quando il problema di pericolo di infezione riguarda una specifica persona con il partner abituale del

soggetto infetto.

Lo specialista si trova vivere un “conflitto professionale”.

Nel momento in cui il soggetto infetto abbia manifestato delle “resistenze”, il sanitario è tenuto a

richiamarlo e responsabilità sia morali sia per penali ma non può fare altro in quanto tenuto per legge

all’obbligo del segreto professionale; la comunicazione del risultato è quindi preclusa dall’art. 5, c.4 (legge

135/1990):

<<La comunicazione dei risultati di accertamenti diagnostici diretti e indiretti per infezione da HIV può

essere data esclusivamente alla persona cui tali esami sono riferiti>>, il risultato del test non può essere

consegnato né ai familiari, né al partner del soggetto, se non dopo suo esplicito consenso.

Fornari 1992:

il sanitario deve informare in modo adeguato il paziente, che essendo l’unico titolare del diritto a conoscere il risultato

del test dovrà in modo libero e responsabile prendere la decisione per le eventuali cautele:

­ Contrastare l’evoluzione della malattia;

­ Evitare la diffusione del contagio;

Un corretto counseling per l’HIV, che secondo la definizione dell’OMS deve rispettare alcuni criteri, risulta

indispensabile:

<<Il counseling per l’HIV è un dialogo continuo e una relazione tra utente o paziente e operatori con lo

scopo di venire la trasmissione dell’HIV, e di fornire un supporto psicosociale per quelli che direttamente o

indirettamente ne sono affetti.

Il counseling cerca di incoraggiare e di consolidare l’autodeterminazione nell’individuo, di rafforzare la sua

fiducia in se stesso, di migliorare le relazioni con la famiglia e con la comunità e la qualità della vita>>.

Sono istituite nell’ambito del territorio, e all’interno del sistema di sorveglianza e controllo dell’AIDS e

dell’HIV, le Unità operative di I, II e III livello, con funzioni differenziate; si occupano di assistenza

psicologica, consulenza specialistica, coordinamento e controllo, prevenzione, diagnosi e cura…per tutti

coloro che vogliono effettuare il test per l’HIV o per i soggetti sieropositivi o in AIDS.

Tali strutture non possono avere visibile all’esterno scritto indicazioni che facciano riferimento all’AIDS, e

gli operatori, identificate all’interno delle unità sanitarie locali, comprendono oltre al personale medico, che

psicologi, assistenti sociali…

Il test può essere seguito sia in anonimato sia in forma nominativa e deve essere consegnato esclusivamente

all’interessato.

Prima e dopo l’esecuzione del test viene effettuato un colloquio dove si raccolgono informazioni relative:

alla decisione di sottoporsi al test, all’informazione basata sulla conoscenza delle implicazioni personali,

mediche e legali e sociali che scaturiscono da un risultato positivo, preparando il paziente all’attesta del

risultato.

Nel caso di test positivo è indispensabile valutare all’interno del colloquio con il paziente e tutti quegli

aspetti psicologici iniziali che consentiranno di passare nel modo meno traumatico alle fasi successive, che

nella maggior parte dei casi sono:

­ Sottoporsi a visite specialistiche;

­ Informare i propri familiari ed il partner;

­ Stabilire, possibilmente, anche le date di incontri successivi e, con il consenso del paziente,

coinvolgere immediatamente anche eventuali figure di riferimento.

Art. 5, c. 4, legge 135/1990, nel quale si sottolinea la riservatezza del teste la consegna del medesimo

esclusivamente all’interessato, il sanitario non può far altro che tacere in quanto non sussiste una giusta causa

stabilita ex lege che svincoli dall’obbligo del segreto professionale e che consenta la comunicazione ai

congiunti.

<<Si ribadisce proprio la presenza di una giusta causa sociale per cui la violazione del segreto professionale

da parte del medico non sarà punito a norma dell’articolo 622 del codice penale o la presenza dello stato di

necessità articolo 54 del codice penale>>, <<Non è punibile chi ha commesso il fatto per esservi stato

costretto dalla necessità di salvare se ed altri da gravi danni alla persona>>.

Sempre nell’ottica di prevenire ed evitare la diffusione del contagio, si fa riferimento all’articolo 132 del

R.D., n. 45 Regolamento per la tutela dell’igiene della sanità pubblica <<in tutti i casi di malattie infettive e

diffusive, il medico curante dovrà dare alle persone che assistono o avvicinano l’infermo le istruzioni

necessarie per impedire la propagazione del contagio>>.

Un’altra ipotesi relativa agli articoli 365 e 344 c.c.p., nel momento in cui si dovesse ravvisare, in quanto il

paziente la rende manifesta, l’intenzione di nascondere il proprio stato di salute e continuando ad avere

rapporti con persone esponendole a rischio di contagio, in questo caso sembra configurarsi l’ipotesi di una

situazione che potrebbe assumere caratteri di un <<delitto procedibile d’ufficio>>.

I risultati di una ricerca condotta su un campione di medici con aree di indagine:

­ Comportamenti degli intervistati nei confronti dell’utenza interessata ai problemi della

sieropositività;

­ Rapporti tra medico struttura e merito all’AIDS,

­ Analisi dell’opportunità di stabilire delle norme etiche e sociali di comportamento per il sieropositivo

ed eventualmente quali dovevano essere le norme capaci di formulare uno statuto “etico”del soggetto

sieropositivo affetto da AIDS nei rapporti sociali, hanno esortato, nella loro totalità il paziente a

parlare con il partner del proprio stato.

In caso di particolare resistenza e 21,6% dei medici si dichiara disposto ad adottare iniziative appropriate, il

78,4% si limita ad insistere.

Il 73,8%, afferma che il vincolo della segretezza in particolari situazioni è eccessivamente gravoso e pertanto

risulta favorevole ad una deroga a questo vincolo per le categorie più interessate al contagio come coniuge,

convivente partner.

Camoglio 1993: una normativa che specifica in rapporto alla Partner Notification potrebbe fornire all’operatore

sanitario dei parametri certi di apprezzamento che possono consentire caso per caso come e quanto sia lecito informare

un partner di un rischio di contagio, appreso riservatamente dal paziente nell’esercizio della professione.

Cattorini 1992: a favore di un’opera di informazione e di persuasione del paziente, affinché sia quest’ultimo a rendere

noto al proprio partner e il suo stato, “sierologico” o deroghi il medico; deve essere fornita un’adeguata informazione

sul piano giuridico su eventuali <<lesioni personali volontarie o di omicidio preterintenzionale>>.

L’aspetto della liceità o meno della Partner Notification non è ancora risolto.

L’Unione Europea, all’interno di un programma definito l’Europa contro l’AIDS, ha finanziato un progetto

dal titolo HIV Infection, Contact Tracing and Partner Notification con una durata biennale ed uno scopo che

è quello di strutturare delle linee guida sperimentali europee di riferimento sulle procedure precedentemente

citate.

I testi dovranno delineare un modello che realizzi, definisca e risponda a domande.

Secondo le analisi attuali della ricerca, ed in base al giudizio di esperti in queste procedure è condizione

indispensabile che il medico prima di informare il partner del soggetto sieropositivo, deve aver messo in atto

ed effettuato tutti i possibili tentativi per ottenere il consenso del paziente; in caso contrario ed essendoci

gravi rischi di infezioni per terze persone, il medico potrà decidere secondo scienza e coscienza basandosi sui

seguenti punti:

­ Stato di necessità deve nascere da una particolare esigenza di tutelare un pari diritto o superiore a

quello della riservatezza;

­ Qualsiasi tentativo per convincere il paziente ad informare il proprio partner sul rischio di contagio è

stato messo in atto;

­ Non esiste altro modo per tutelare la salute del partner.

Importante è la comunicazione del risultato di sieropositività ha bambini o adolescenti.

Alcuni genitori, ma anche vari medici, non sono d’accordo sull’informare questi pazienti del loro stato; le

percentuali nelle opinioni espresse oscillano dal 25% al 90%.

Le statistiche sui casi di AIDS registrati in questa fascia di età pongono l’argomento della comunicazione

della diagnosi come un aspetto che riveste un’importanza sempre maggiore.

Indicazioni che devono essere in funzione allo sviluppo cognitivo ed alla maturazione emotiva e sociale del

soggetto.

L’Accademia americana di pediatria afferma che la comunicazione a bambini in età scolare deve essere

pianificata e discussa con i genitori attraverso alcuni incontri orientati alla verifica delle conoscenze del

bambino ed alle sue capacità.

Gli adolescenti, dovrebbero essere messi a conoscenza del loro stato, attraverso una piena informazione che

consenta loro di comprendere le conseguenze dei loro comportamenti, compresi quelli sessuali, ed inoltre

perché possano prendere le decisioni più opportune al trattamento ed alla cura.

9.3.1. l’AIDS in altri paesi: alcuni aspetti normativi

­ In Norvegia il segreto professionale risulta un dovere per la tutela delle persone positive.

Oltre a dover informare il proprio partner e le persone con cui hanno avuto rapporti, hanno la

responsabilità giuridica di non infettare altre persone.


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flaviael

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DETTAGLI
Esame: Deontologia
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze e tecniche psicologiche per l'analisi dei processi psichici nello sviluppo e nella salute
SSD:
A.A.: 2012-2013

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher flaviael di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Deontologia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof D'Alessio Maria.

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