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Riassunto esame Psicologia della Disabilità nello Sviluppo, prof. Bigozzi, libro consigliato Psicologia delle Disabilità, Soresi

Riassunto per l'esame di Psicologia della Disabilità nello Sviluppo, basato su appunti personali e studio autonomo del testo Psicologia delle Disabilità di Soresi consigliato dalla docente Bigozzi. La ricerca e la riflessione teorica sulle disabilità ha visto in questi anni importanti e profondi cambiamenti. Lo stesso concetto di "handicap" si è trasformato ponendo sempre... Vedi di più

Esame di Psicologia della disabilità nello sviluppo docente Prof. L. Bigozzi

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b. Strategie per migliorare l’attenzione focalizzata, si propongono di ridurre la

distraibilità tramite un’organizzazione dell’ambiente che diminuisce gli elementi di

distrazione.

c. Strategie per migliorare l’attenzione divisa sono strettamente connesse a

situazioni specifiche di vita quotidiana (fotocopiare insieme prendere appunti)

d. Strategie per migliorare l’attenzione sostenuta, consistono in attività regolarizzate

con pause sempre più brevi

e. Strategie per migliorare i deficit nella velocità di elaborazione, servono per

pazienti che presentano anche rallentamenti psicomotori.

3. Percorsi di riabilitazione centrati su processi attentivi specifici: in quest’ambito

recentemente sono stati sviluppati dei training specialistici tra cui:

 Apt (attention process training) programma che cerca di integrare le conoscenze teoriche

sull’attenzione con un approccio riabilitativo basandosi sul fatto che le abilità attentive si

possono scomporre in 5 specifiche dimensioni:

a. Attenzione focalizzata

b. Sostenuta

c. Selettiva

d. Alternata

e. Divisa

Per ciascuna componente si possono fare degli esercizi in grado di allenarla ad es. per l’att.ne

sostenuta si propone l’ascolto di un’audiocassetta con la richiesta di premere un tasto. Per quella

alternata si richiede al paziente di passare da un compito ad un altro in base a stimoli bersaglio.

Per l’att.ne divisa allenamenti ad eseguire due compiti contemporaneamente.

1. Orm (orientation remadiation module) è specifico per pazienti con trauma cranico grave

2. Training computerizzato per l’attenzione elaborato da Gray nel 1992 con lo scopo di

promuovere la capacità di reazione e di manipolazione delle informazioni in compiti dove

sono richieste abilità di attenzione alternata e divisa.

3. Training computerizzato dell’attenzione, elaborato di Di Nuovo nel 2000 che aggiunge al

precedente anche prove per la valutazione del trattamento stesso. 6

Riabilitazione dei deficit linguistici:

I modelli neurolinguistici descrivono ormai in modo abbastanza articolato i processi che

sottostanno alla produzione e alla comprensione linguistica. Tali processi in genere sono specificati

in rapporto ai diversi compiti che sono: uso adeguato delle parole, abilità di formare frasi corrette,

abilità di usare il linguaggio in un contesto, comunicare contenuti complessi, esprimersi in maniera

scritta in varia complessità, comprendere messaggi scritti, comprendere messaggi con contenuto

emozionale. La tab a pag 63 riassume le strategie di recupero e di compensazione che

generalmente vengono utilizzate. In particolare la presenza di un deficit fonologico porta ad una

combinazione anomala di fonemi per cui la riabilitazione consisterà nella riacquisizione della

definizione dei fonemi che non vengono discriminati. Quanto ai deficit lessicali è opportuno

distinguere tra deficit dovuti all’elaborazione degli stimoli in entrata e quelli in uscita per la

produzione di parole. Un danno al sistema semantico porta ad una prestazione deficitaria sia nella

comprensione che nella produzione delle parole, quanto ai disturbi morfosintattici, essi riguardano

la comprensione e la produzione di frasi. Lo schema generale per il trattamento di questi disturbi è

stato studiato da Stringer nel 1996 come appare dalla tab a pag.65.

Un programma articolato per l’intervento sulle componenti linguistiche centrali è stato proposto

da Tomson e Shapiro e si articola in 6 fasi, finché non si supera la precedente non si passa alla

successiva:

1. Soggetto-verbo

2. Sogg-verbo-c.ogg

3. Frasi a tre argomenti

4. Concordanza genere e numero

5. Preposizioni nel sintagma nominale (inserimento di preposizioni)

6. Accordo grammaticale tra soggetto e verbo nel numero e nella persona

Riabilitazione dei disturbi della memoria:

Gli studi sulla memoria hanno specificato che non si tratta di un processo unico e unitario ma di

una serie di sottoinsiemi interrelati fra loro. La riabilitazione della memoria si basa

fondamentalmente sul recupero della funzione o su una sua compensazione; il primo è definito

approccio bottom-up, il secondo consiste in esercizi adattivi, l’insieme di quanto è stato prodotto

per riabilitare la memoria comprende strategie generali per il supporto alle difficoltà di memoria

7

tra cui la più comune è il diario; strategie specifiche e componenti dei processi di memoria che si

focalizzano sulle componenti della memoria e sulle abilità mnestiche di volta in volta considerate;

strategie per la memoria nella vita quotidiana che comprendono la maggior parte dei contributi

riabilitativi e sono relativi sia alla memoria prospettica che a quella retrospettiva. La memoria

prospettica è quella relativa ai compiti che dobbiamo svolgere (pagare bollette, chiamare

qualcuno), la retrospettiva è la capacità di richiamare eventi del passato. La memoria prospettica

è la più importante nella vita quotidiana e dipende dal funzionamento delle aree frontali, i

problemi in essa sono molto frequenti anche in pazienti con danni lievi e limitano fortemente la

propria indipendenza quotidiana, per questo motivo oltre alle tecniche di recupero della memoria

retrospettiva riportate nella tab. a pag. 68 molti training si sono focalizzati per la riabilitazione

della prospettica, suggerendo percorsi e strategie da utilizzare anche nella vita di ogni giorno.

Molto interessante in proposito è l’intervento gerarchico sulla memoria prospettica di Flaming

2005 che prevede il ricorso a test cognitivi formali, all’analisi di abilità funzionali nel quotidiano

con alcune scale e soprattutto ad un diario che il paziente deve completare, registrando tutte le

situazioni di difficoltà da un mese prima dell’inizio dell’intervento, poi durante il training e infine a

trattamento completato. Ogni sessione è di 8 settimane.

L’integrazione tra dimensioni diverse del funzionamento cognitivo nella riabilitazione: gli

interventi sui deficit esecutivi

Come già detto le funzioni esecutive sono quelle che costituiscono un ponte fra le abilità cognitive

e la capacità di gestione autonoma nel quotidiano. Per riabilitare le funzioni esecutive sono

disponibili tecniche diverse che si possono suddividere in:

1. Strategie generali (routine nelle attività quotidiane, esercizi di autoregolazione, es di

ripetizione continua)

2. Interventi specifici che possono riguardare i disturbi dell’attivazione, dell’autoregolazione e

i disturbi del controllo comportamentale.

Attualmente però l’orientamento più convincente è quello che mira ad una integrazione tra i

diversi processi esecutivi, dal momento che i deficit che caratterizzano le sindromi dis-esecutive

sono molto vari e spesso interagiscono tra loro. In proposito vengono spesso utilizzate tre

modalità di intervento: 8

1. Apprendimento di routine specifiche per compiti dati, il cui obiettivo è l’esecuzione

autonoma di un compito in tutte le sue componenti

2. Allenamento nella selezione ed esecuzione di piani cognitivi. Il paziente viene cioè istruito

ad utilizzare degli aiuti specificamente per portare a termine determinati compiti

3. Strategie metacognitive che chiamano in causa diversi processi esecutivi come: identificare

compiti e problemi, selezionare quelli che sono più rilevanti nella vita quotidiana,

strutturare una procedura di autoistruzione, modificare l’esecuzione del compito

migliorandola progressivamente, fornire aiuti visivi, ripetere a bassa voce la fasi del

compito, ripetere mentalmente la sequenza del compito, annotare le volte in cui il compito

è eseguito bene

L’approccio integrato allo studio delle funzione esecutive e alla sua riabilitazione anche dal punto

di vista psicologico sta risultando il migliore ma non bisogna sottovalutare anche certe componenti

come l’ansia, la depressione, l’impulsività che possono reagire.

Riabilitazione cognitiva:

Prima di tutto bisogna esser certi che si è in presenza di una disabilità cognitiva, perché ad

es.disturbi della memoria o dell’apprendimento possono essere anche tipici delle patologie

degenerative dell’invecchiamento e non essere una semplice disabilità cognitiva. In ogni caso si

prospettano almeno tre livelli di intervento: la stimolazione cognitiva, il training cognitivo e la

riabilitazione cognitiva vera e propria con l’obiettivo di ridurre la disabilità o la demenza e aiutare

la persona a raggiungere il livello massimo di funzionamento psicologico. Anche per la

riabilitazione cognitiva oggi si parla spesso di forme integrate riabilitazioni con interventi da

eseguire a casa o nell’ambiente di vita perché la condizione di un paziente all’ospedale o in

ambienti istituzionalizzati quasi sempre comporta un deterioramento cognitivo. Anche per i

pazienti più gravemente colpiti, gli studi compiuti hanno dimostrato che gli interventi nella

comunità, nell’ambiente di vita quotidiano danno esiti migliori. Bisogna però aggiungere un altro

elemento cioè che la valutazione dell’efficacia dei programmi riabilitativi consiste nel considerare

la quantità di decremento della disabilità o di incremento delle attività che la persona riesce a

compiere dopo l’intervento, non in rapporto a una persona normale e senza danni. Pertanto per

valutare l’efficacia di un intervento si può decidere di considerare:

 Quantità di aderenza tra i risultati ottenuti e quelli attesi 9

 Discrepanza tra gli standard realizzati e quelli richiesti o previsti dagli ideatori di un

programma

 La significatività degli impatti che un intervento ha avuto nei confronti di una problematica

o di una persona

 Il confronto dell’efficacia di trattamenti o di metodiche diverse

 Il livello di gradimento degli utenti

Dopo aver deciso su quale di questi indicatori si valuterà l’efficacia di intervento di riabilitazione,

allora si misura questa efficacia. Esistono diverse scale tar cui una molto utilizzata è la procedura

GAS (Goal Attainment Game). In questo campo però si pongono anche diverse problematiche o

nodi metodologici abbastanza difficili da risolvere che possono riguardare il confronto fra gruppi

trattati, il confronto tra soggetti trattati, la possibile generalizzazione dei risultati, la difficoltà ad

individuare in ogni singolo caso il procedimento metodologico migliore. In effetti ci sono ormai

delle linee guida della riabilitazione cognitiva, ossia una sorta di protocollo che attribuisce

un’efficacia maggiore o minore ai vari trattamenti a seconda dell’esito cognitivo o

comportamentale o emozionale o psicosociale che il trattamento stesso ha avuto sul paziente,

alcuni trattamenti ad es come ha dimostrato Cicerone nel 2002, hanno un impatto più significativo

sull’empowerment e sulla capacità di auto aiuto, altri richiedono maggiore compliance fra

terapista, paziente e famiglia, altri mirano a migliorare la qualità della vita della persona. Cicerone

in proposito presenta un’analisi della letteratura interpretativa prodotta fra il 1998 e 2002 con

relative linee guida in riferimento ai processi di attenzione, consapevolezza, abilità cognitive vere e

proprie, comunicazione, funzioni esecutive, linguaggio, memoria, percezione, problem solving,

formulazione di ragionamenti. In conclusione dal momento che la riabilitazione deve essere

centrata sulla persona disabile quale può essere oggi il ruolo dell’intervento neuropsicologico?

La risposta è che i programmi di riabilitazione a cui si può ricorrere sistematicamente si possono

suddividere in 5 gruppi:

1. Valutazioni integrate e naturalistiche, fatte perlopiù alla luce dell’ICF, che comportano poi

interventi integrati

2. Interventi tesi alla riduzione della disabilità, sono più pratici e mirano a rendere il paziente

capace di svolgere operazioni quotidiane

3. Programmi multidimensionali nei quali paziente e riabilitatore agiscono insieme in base

ad obiettivi comuni, stabiliti e controllati anche dal paziente 10

4. Percorsi riabilitativi per la fase cronica che hanno l’obiettivo di recuperare al più presto le

abilità e le autonomie di base evitando complicazioni secondarie

5. Programmi di contesto strutturato e comunitario in cui la riabilitazione delle disabilità non

può avvenire se non con una integrazione sociale.

Cap.4 Nuove concezioni per l’analisi delle disabilità

Tra le novità che questo inizio di secolo ci ha portato, una posizione di rilievo assume la tematica

della valutazione delle disabilità. Nel passato si tendeva soprattutto a classificare le situazioni e le

problematiche, mentre invece oggi la valutazione serve per indicare il tipo di trattamento

necessario, la qualità e quantità di cambiamenti da programmare per rendere significativamente

migliore la qualità della vita di una persona. Ad es. se fino ad ora un bambino con sindrome di

down e QI 68 veniva classificato come “ritardato mentale” oggi la valutazione della sua situazione

mi deve dire quali interventi e trattamenti si possono mettere in atto per questo bambino, cosa

deve cambiare nel suo contesto di vita perché abbia un’esistenza migliore possibile. Molte

disabilità infatti sono accresciute dal contesto e dalla situazione ambientale tanto che in proposito

Kamfer propone il “modello di analisi ecologico-comportamentale”, secondo il quale in una

valutazione della disabilità che abbia una validità ecologica bisognerebbe considerare 5 elementi.

Il suo pensiero infatti è riassumibile con la sigla SORKC Stimoli presenti, Stato Biologico

dell’Organismo, Reazione, Frequenza con cui tale reazione compare, Conseguenze. Come si vede

la componente organica è una ma le altre 4 sono componenti ambientali SRKC. Sviluppando il suo

pensiero anche altri autori hanno cercato nell’analisi della disabilità di compiere una valutazione

ecologica analizzando ad es. le richieste del contesto e le richieste di elaborazione interna che

questo provoca, valutando cioè di volta in volta il disabile in situazione concreta, ad es. lo

sperimentatore per valutare le abilità di p.solving di un bambino potrebbe creare una situazione in

cui dei bambini giocano a palla e questa finisce fuori campo. A questo punto gli chiede: Cosa

faresti ora? Oppure: “Un bambino ha la palla e non gliela vuole più dare: Tu che fai?”.

Vedi pag 98.

Queste situazioni rappresentano dei veri e propri vissuti e infatti bisogna che siano adeguati

all’esperienze fatte dall’individuo che si vuole valutare. Tutti questi metodi e procedimenti di

valutazione ecologico comportamentale MBA Multidimensional Behaviour Assesment (VEDI PAG

101). E tengono conto di tutte le eventuali modifiche, stimoli ambientali, variazioni, attivazioni che

possono intervenire influenzando il comportamento del soggetto. Wahler ha elaborato una serie

11

di categorie per l’ecological assesment dei comportamenti disadattivi, cioè 25 categorie di cui 6

fanno riferimento a eventi sociali, 19 ai comportamenti del soggetto osservato (vedi p101-102).

Tra le osservazioni di tipo ecologico un posto di rilievo è occupato dall’analisi funzionale che,

prima ancora di essere descrittivo-narrativa, può presentarsi in altre due modalità e cioè:

osservazione continua di eventi multipli (consiste nell’annotare la frequenza di stimoli e di risposte

in brevi periodi di tempo: es.ogni 10 min,); tecnica dello scatterplot, consiste nell’annotare la

frequenza di comparsa di un certo comportamento in una tabella precedentemente predisposta.

L’analisi funzionale narrativa consiste nel descrivere e registrare non solo i comportamenti

inadeguati del soggetto target ma anche quelli che vengono emessi dalle altre persone presenti al

momento della loro comparsa, per verificare se c’è un legame tra di esse. Il ricorso a questo tipo di

analisi funzionale è particolarmente indicato quando ci si propone di comprendere ciò che

sostiene un comportamento-problema, predire quando questo potrà comparire, ipotizzare le

modalità ecologico-comportamentali per prevenirlo(a pag 109). Come si è visto e più volte

ripetuto la valutazione occupa un ruolo centrale poiché da quella dipende l’organizzazione del

percorso riabilitativo, oggi in particolare possiamo affermare che esistono almeno tre ragioni per

compiere una seria attività di valutazione e cioè:

1. Dal punto di vista scientifico è necessario per procedere a validi interventi riabilitativi

2. Dal punto di vista deontologico perché un professionista deve avere degli indicatori per

poter capire se quanto sta facendo o vuol fare è effettivamente efficace

3. Dal punto di vista economico perché la programmazione degli interventi socio-sanitari ha

sempre un costo che occorre considerare.

Per questo motivo nelle operazioni di assessment e valutazione devono essere coinvolti gli

amministratori dei servizi, gli operatori della riabilitazione, i familiari e la persona disabile. Esistono

anche nuove prospettive per la ricerca e l’intervento che Rioux concentra in due tipologie di

approccio:

1. Approccio biomedico che enfatizza l’origine organica della disabilità per cui anche il

trattamento e la prevenzione avvengono con i mezzi dell’intervento biologico, inclusa la

chirurgia, la terapia farmacologica etc. il disabile è visto come un malato 12

2. Approccio funzionale: considera la disabilità come difficoltà che la persona ha nel

rapportarsi alla realtà e agli altri. In tal senso risultano fondamentali le modificazioni del

comportamento ed i professionisti coinvolti sono essenzialmente psicologi e

neuropsichiatri.

A questi due approcci si sono infine aggiunte le teorie ambientaliste secondo le quali certi

handicap deriverebbero anche se non esclusivamente, dalle interazioni con gli ambienti di

appartenenza.

Parte seconda: dall’inserimento all’integrazione

Nel 1999 secondo l’Istat in Italia c’erano almeno 2milioni e 615 disabili pari al 5% della

popolazione. La stragrande maggioranza di essi era inserita nella società superando il più possibile

il fenomeno dell’istituzionalizzazione, del resto anche a scuola si è passati a poco a poco

dall’esclusione completa alla frequenza in classi comuni con o senza aiuto dell’insegnanti di

sostegno.

Storicamente infatti c’è stata questa evoluzione:

 Istruzione in ospedali (1800)

 Frequenza in scuole speciali pubbliche (legge Gentile)

 Freq. In classi speciali a tempo pieno

 Freq. In classi speciali a part-time

 Freq. In classi comuni con eventuali supporti

CAP 5

Nella scuola italiana il principio dell’inserimento che fu affermato con la legge 517 del ’77, è oggi

sostituito dal principio dell’integrazione e da quello dell’inclusione. Tale integrazione inizia con la

scuola materna, prosegue nella scuola dell’obbligo dove però è necessaria una partecipazione

attiva di tutti i soggetti coinvolti e una programmazione rigorosa con la scelta degli obiettivi, dei

contenuti, e la verifica dell’efficacia degli interventi. Nella scuola superiore l’inclusione è avvenuta

in ritardo ma da una serie di interviste e di osservazioni che hanno coinvolto studenti di scuola

superiore a contatto con disabili è emerso che per il disabile frequentare insieme agli altri

comporta: 13

 Miglioramento del concetto di sé

 Maggiore comprensione interpersonale

 Minor timore delle differenze umane

 Maggiore tolleranza

 Sviluppo di valori personali

La presenza di un disabile renderebbe migliori i rapporti tra compagni e compagne normali e

tra compagni e altri. Dal 1987 una sentenza della Corte Costituzionale ha dunque agevolato

l’accesso alla scuola secondaria superiore a studenti disabili che conseguito il diploma possono

iscriversi all’università. Per quanto riguarda l’università risulta interessante l’esperienza del

tutorato che viene realizzata in quasi tutti inostri atenei, per cui alcuni studenti forniscono

attività di tutoring ai disabili. L’Università di Padova avrebbe proposto un vero e proprio corso

di peer tutoring consistente in 2 fasi:

1. Reclutamento degli studenti tutori

2. Formazione dei tutori

3. Valutazione e verifica dell’efficacia delle azioni di tutorato

CAP 6- La facilitazione dell’integrazione

Oggi più che di integrazione si parla di inclusione e di educazione inclusiva, quella negli ambienti in

cui l’insegnamento è attivo e partecipativo e le difficoltà e i problemi che insorgono vengono

analizzati per produrre miglioramenti, la qualità dell’inclusione dipende innanzitutto dal

coinvolgimento degli insegnanti per cui bisogna potenziare le abilità di definire obiettivi e

raggiungerli, serve poi il coinvolgimento dei genitori ma anche di quelli con sviluppo tipico, perché

sono importanti i comportamenti di tutti e infine il coinvolgimento dei compagni di classe. Non è

infatti sufficiente la semplice presenza del disabile perché gli altri alunni mettano da parte

pregiudizi e stereotipi o cessino di avere atteggiamenti negativi, gli alunni devono essere educati a

questo tramite un’attività mirata degli insegnanti.

CAP7-Abilità sociali e disabilità

Molte ricerche hanno da tempo evidenziato come la scarsa presenza di abilità sociali si associ alla

difficoltà nello stabilire e nel mantenere regolari interazioni con persone significative. In effetti, gli

studi che si sono occupati dell’analisi dei comportamenti disadattivi hanno evidenziato che questi

si combinano spesso con le componenti ambientali, e le scienze riabilitative riescono a raggiungere

14

i migliori risultati quando si agisce in interdipendenza tra le variabili individuali e quelle ambientali,

cioè a livello contemporaneamente individuale e sociale. Le abilità sociali sono comportamenti

specifici che un individuo pone in essere per eseguire in modo competente e con successo compiti

sociali come iniziare una conversazione, fare un complimento, partecipare a un gioco di gruppo già

avviato. Le ragioni della presenza di deficit nelle abilità sociali sono molteplici perché le persone

risultano diverse tra loro e quindi in alcuni casi manca la conoscenza necessaria, in altri vi è

mancanza di pratica e di esercizio, in altri c’è povertà di stimoli, in altri esigua presenza di rinforzi,

in altri ancora veri e propri problemi comportamentali o psicopatologici, le disabilità sociali

possono anche presentarsi in alcune età della vita, come l’adolescenza e poi scomparire. In ogni

caso è sempre necessaria una diagnosi differenziale ed una attività di valutazione specifica.

L’assesment delle abilità sociali si avvale oggi in letteratura di numerosi strumenti di aiuto e di

etero-valutazione che consistono in questionari, scale etc.sia per bambini che per adolescenti e

adulti. A loro volta i programmi per l’incremento delle abilità sociali dovrebbero avere questi

requisiti:

1. Durata consistente superiore alle 30 ore

2. Accentuata aderenza alle difficoltà delle persone

3. Effettiva aderenza ai principi e alle raccomandazioni contenuti nei manuali d’uso e ai

protocolli di trattamento sperimentati

4. Solida validità sociale

5. Particolare attenzione al tema del mantenimento e della generalizzazione dei risultati

prendendo ad es il training proposto da Soresi dal titolo “Stare con gli altri: no problem”, gli

ambiti che prende in esame sono i seguenti:

a) Abilità sociali di base

b) Abilità sociali per l’avvio di relazioni con i coetanei nella scuola

c) Abil.soc. per l’avvio di relaz.con i coetanei extra-scolastico

d) Abil.soc. per l’avvio di relaz.con i superiori es.insegnanti e operatiori nel contesto scolastico

e riabilitativo

e) Abil.soc per l’avvio di relaz soc. con i colleghi e datori di lavoro

f) Abil……nel contesto familiare

g) Abil…nel contesto comunitario 15

CAP.8 L’autodeterminazione

Negli ultimi decenni si è data sempre più importanza al fenomeno dell’ AUTODETERMINAZIONE

anche in riferimento alla disabilità e inizialmente questo è stato un tema dibattuto tra gli

specialisti, poi si sono chiamati in causa i genitori e le famiglie e recentemente è nato il

movimento dell’auto-aiuto, nel senso che anche il disabile, sebbene possa sembrare un concetto

semplicistico e demagogico deve invece il più possibile diventare consapevole di sé stesso, in

grado di autodeterminarsi e di auto-aiutarsi. In base a recentissimi studi, per quanto riguarda le

relazioni tra i fattori ambientali e l’autodeterminazione, risulta che questa è maggiore nelle

persone che vivono da sole oppure in ambienti di non più di 5 persone e che gli individui con

disabilità intellettive hanno maggior livelli di autodeterminazione quanto più i loro ambienti sono

poco restrittivi. Sebbene sia un concetto recente, esistono già alcune scale per valutarla tra cui

abbiamo:

1. Autonomuos Functioning Checklist che viene proposta ai genitori per stimare l’autonomia

dei figli

2. Life choice survey con 10 item che evidenziano la frequenza con cui i disabili assumono

decisioni autonome

3. Personal orientation inventory 15 item su quanto la persona comprende le proprie

emmozioni, motivazioni e convincimenti, compreso il locus of control.

4. Children’s assertiveness inventory 14 item che valutano la frequenza con cui si iniziano le

interazioni con difesa dei propri diritti da parte dei bambini

5. Nowiki-Strickland Internal-External Scale 40 item dicotomici che riflettono l’orientamento

sul locus of control interno/esterno

6. Self-efficacy for social interation scale, che fornisce informazioni sulle credenze di

autoefficacia nutrite dalle persone

7. Scala di Wehmeier e Kelkner, costituito da 72 item che studiano l’autodeterminazione in

riferimento ad autonomia, autoregolazione, enpowerment psicologico e autorealizzazione

In Italia abbiamo la SVA (Scala di Valutazione dell’Autodeterminazione) elaborata da Soresi e coll.

Nel 2004 che si basa su 4 fattori:

1. Autodeterminazione nei confronti dell’attività di vita quotidiana

2. Dell’espressione delle proprie emozioni

3. …delle attività da svolgere 16


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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di Psicologia della Disabilità nello Sviluppo, basato su appunti personali e studio autonomo del testo Psicologia delle Disabilità di Soresi consigliato dalla docente Bigozzi. La ricerca e la riflessione teorica sulle disabilità ha visto in questi anni importanti e profondi cambiamenti. Lo stesso concetto di "handicap" si è trasformato ponendo sempre più l'attenzione non agli aspetti deficitari, ma alle risorse delle persone con difficoltà. In questo volume Salvatore Soresi presenta, sotto una veste completamente nuova e aggiornata, gli strumenti di analisi e di intervento riabilitativo di persone con disabilità. Nei diversi capitoli l'autore affronta gli aspetti diagnostici, neuropsicologici e sociali con particolare attenzione ai metodi riabilitativi, al contesto famigliare, scolastico e lavorativo per il recupero e l'integrazione delle persone disabili nel tessuto sociale. Un testo in cui gli aspetti teorici e di ricerca trovano la loro concreta applicazione nella realtà e nelle difficoltà quotidiane che le persone con menomazioni e i loro familiari, operatori psicosociali, educatori, datori di lavoro, volontari si trovano ad affrontare.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze e tecniche psicologiche
SSD:
Università: Firenze - Unifi
A.A.: 2014-2015

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher serebianchi di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia della disabilità nello sviluppo e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Firenze - Unifi o del prof Bigozzi Lucia.

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