Gruppoanalisi soggettuale
Cap 1: Epistemologia psicologia clinica e complessità
Quali sono i rapporti tra epistemologia, psicologia clinica e complessità?
Partiamo da una premessa. Il progressivo avanzamento della riflessione psicodinamica sui temi della relazione e dell'intersoggettività, l'incontro con altri campi di ricerca, le nuove frontiere della psicoterapia rendono evidente come negli ultimi decenni la psicologia dinamica e clinica stia andando incontro a una profonda trasformazione dei propri apparati teorici e metodologici. In particolar modo, la psicologia clinica e dinamica si interroga sui “principi e metodi” che organizzano e guidano l'interpretazione del reale, la conoscenza, e la “conoscenza scientifica” offrendo ampi materiali per la definizione di una “ossatura epistemologica” a vertice psicoantropologico, secondo il quale i fenomeni psichici non devono essere interpretati in termini riduttivistici ma quanto più possibile comprensivi e “scientifici”.
La teoria della gruppoanalisi soggettuale è la teoria che ha spinto la clinica e la pratica terapeutica sul versante relazionale e antropologico. Con il termine di gruppoanalisi oggettuale si intende: “allo stesso tempo un metodo di approccio ai problemi individuali, una tecnica terapeutica e uno strumento di indagine e di ricerca scientifica che pur sviluppandosi nella cornice teorica della psicoanalisi tende a esplorare il rapporto tra il mondo interno dell'individuo e i fatti psichici collettivi. È interessata dunque alla conoscenza del sociale rispetto alla formazione della mente individuale e viceversa”.
Inquadramenti e trasformazioni epistemologiche
La riflessione della psicologia clinica ha inizio a partire dalla problematica relativa alla sua stessa definizione come scienza, ovvero come modalità di approccio conoscitivo e trasformativo scientifico alla realtà psichica. È questo, in realtà, un problema con cui la psicologia clinica si confronta fin dalla sua costituzione come disciplina autonoma: basti ricordare il titolo che Freud dava al suo scritto sul modello neurodinamico del funzionamento mentale: “Progetto per una psicologia scientifica” (1895). Ma, onde evitare di rimanere impantanati nelle diverse definizioni individuabili, si preferisce affrontare la questione da un’angolatura più ampia, che riguarda:
- Che cosa sia una conoscenza scientifica,
- Quali siano i principi e i metodi intorno ai quali essa si organizza.
La problematica della conoscenza
Il paradigma al quale fa riferimento la psicologia clinica contemporanea che tenta di spiegare il problema della conoscenza scientifica è quello dell’epistemologia della complessità. L’epistemologia della complessità viene solitamente definita come:
- “Teoria della conoscenza”, come “teoria della conoscenza” l’epistemologia ha origini molto antiche: fin dagli inizi quasi tutti gli impianti filosofici hanno espresso una propria “teoria della conoscenza” e domande quali: che cosa è possibile conoscere, in che modo conosciamo, attraverso quali strumenti, che cosa dà garanzia di validità alla nostra conoscenza.
- “Riflessione intorno ai principi e al metodo della conoscenza scientifica”, che è l’accezione sulla quale ci soffermeremo maggiormente. In questo caso l’epistemologia ha origini più recenti: essa nasce, agli inizi del ‘900 come filosofia della scienza grazie al circolo di Vienna. Essa è pensiero critico sulla scienza e sulle sue possibilità di conoscenza (Giannone, Lo Verso, 1994) o, per meglio dire è disciplina tendente alla consapevole esplicitazione del metodo e delle condizioni di validità circa le asserzioni degli scienziati.
Oggetti dell’indagine epistemologica intesa come “riflessione sulla conoscenza scientifica” sono temi come:
- “Che cos’è la scienza”,
- “Che cos’è la scientificità”,
- “Quali sono i suoi parametri”,
- “Che cosa distingue ciò che è scientifico da ciò che non è”,
- “Come evolve la scienza”.
Anche la psicologia clinica, pur mantenendo la specificità e gli obiettivi propri del suo particolare campo disciplinare, ha incontrato (talvolta suo malgrado) questi stessi problemi, e con essi ha necessità di fare i conti. Tali problemi, hanno aperto spazi di riflessione che hanno trasformato profondamente l’approccio al problema della conoscenza, ma più radicalmente la concezione del mondo e la concezione che l’uomo ha di sé stesso nel mondo. Nell’accezione più ampia, dunque, con il termine epistemologia deriva dal greco episteme, conoscenza certa, e logos, discorso, è una disciplina che studia “criticamente la struttura formale della scienza, cioè la riflessione filosofica sul linguaggio, sui metodi, sull'organizzazione interna e sui risultati delle varie scienze per definire la natura e il valore del sapere scientifico. Dall'epistemologia è escluso il contenuto della scienza, oggetto proprio della ricerca scientifica.
Il problema della verità
Per molti secoli una costante di ricerca per l’uomo era costituita dalla necessità di trovare l’origine della realtà: qualcosa a partire dalla quale ogni cosa possa essere compresa, alla quale tutto possa essere ricondotto e nella quale la mutevolezza, l’incertezza, l’accidentalità del mondo possano ritrovare un senso, una spiegazione ultima. L’individuazione del principio primo è stato, certamente, il filo conduttore che, attraverso i secoli, ha guidato la speculazione filosofica ovvero la convinzione che dovesse esistere una verità nascosta nelle cose e che questa verità potesse essere “svelata” e fissata con certezza una volta per tutte. Ma come si poteva trovare la verità nascosta nelle cose? Attraverso:
- Il privilegio accordato al pensiero razionale come unico strumento in grado di permettere una conoscenza “certa”,
- L’idea che tutto ciò che si presentava in maniera ordinata, regolare e ripetuta nel tempo si poteva conoscere.
Il costituirsi della scienza
Quando nasce il pensiero scientifico? Il pensiero scientifico, nasce, nel XVII sec., quando, con Galileo, viene elaborato il metodo sperimentale e si abbandonavano da un canto la speculazione filosofica e dall’altro i fondamentalismi interpretativi di tipo biblico. Il metodo sperimentale era diventato così il Metodo, l’unico strumento in grado di produrre conoscenza. Nell'elaborazione galileiana, la metodologia scientifica si compone in diversi momenti:
- L'osservazione dei fenomeni che consente di scomporre gli elementi della natura in elementi semplici e quantificabili,
- La formulazione delle ipotesi che serve a creare una connessione tra dato empirico e teoria di riferimento,
- La fase dell'esperimento attraverso la quale è possibile verificare le ipotesi.
Tali convinzioni incominciarono a vacillare in quanto ci si rese conto che anche sistemi in cui il comportamento era ben noto potevano presentare condotte anomale o non strettamente legate a determinate leggi generali. La teoria evoluzionistica di Darwin fece cadere definitivamente l'idea di un'armonia prestabilita nell'universo. Il paradigma della complessità nacque nel momento in cui la scienza classica non aveva più i mezzi per spiegare gli aspetti irregolari e incostanti della natura e mise in crisi l'idea stessa di poter osservare un fenomeno senza influenzarlo.
Morin identifica alcuni procedimenti attraverso il quale il metodo sperimentale basava la sua esistenza:
- La riduzione è il procedimento di scomposizione del fenomeno nelle unità semplici ed elementari che lo costituiscono.
- La disgiunzione è il processo di isolamento degli oggetti gli uni dagli altri, perdendo gli aspetti interattivi tra le parti.
- La quantificazione è il procedimento che si basa sulla formalizzazione dei dati e dei rapporti tra i dati.
- La ripetibilità, infine, è legata al principio della generalizzazione, secondo cui dignità scientifica può essere accordata soltanto a ciò che presenta ripetibilità “date certe condizioni…”.
L’oggettività del metodo è garantita dalla separazione tra l’osservatore e la cosa osservata: l’osservatore si pone fuori dal fenomeno che osserva e scopre le leggi che lo regolano. Il laboratorio è il luogo privilegiato nel quale l’osservazione può più correttamente avvenire. Come vedremo, si tratta di un’impostazione ingenua, che, traslata sul piano della psicologia clinica, può diventare persino controproducente in termini sia conoscitivi che professionali.
Elementi di crisi all'interno del pensiero scientifico classico e indizi di una trasformazione complessa
Il metodo sperimentale si era proposto come il più potente strumento per giungere a una conoscenza “vera” e “verificata” in grado di cogliere la verità nascosta nelle cose, ma ben presto:
- Le contraddizioni prodotte da alcune scoperte proprio nell’ambito della scienza sperimentale,
- La tensione verso la scientificità in campi diversi della ricerca: dall’antropologia, alla sociologia, alla psicologia, ecc.,
- Lo sviluppo di scienze quali l’ecologia, l’etologia, lo studio dei sistemi, ecc.,
hanno reso necessaria una revisione dei principi classici del metodo sperimentale. La riflessione epistemologica che ha introdotto il “paradigma della complessità” si è fatta carico di articolare questa trasformazione. Vediamo, quindi, adesso, quali sono i punti chiave intorno ai quali ha ruotato la trasformazione epistemologica dei nostri tempi:
- La perdita dell’illusione che la conoscenza scientifica fosse una conoscenza cumulativa di verità. Si afferma, invece, l’ipotesi che la conoscenza scientifica procede per eliminazione di errori, ma non per accrescimento di verità.
- La scientificità non appare più come la pura trasparenza di leggi di natura, essa porta con sé un universo di teorie, di idee, di paradigmi che si inscrivono nella cultura, nella storia e nella società.
- L’identificazione tra dati e fatti entra in crisi: i “dati” non esistono in quanto tali, ma sono il risultato di un particolare modo di segmentare la realtà e sono giustificati da una “teoria” che inevitabilmente determina le variabili e le unità di analisi da considerare.
- Il soggetto viene re-immesso nella conoscenza scientifica, l’osservatore viene reintrodotto nell’osservazione: in quanto portatore o interprete di una teoria, l’osservatore crea il campo dell’osservazione ed è dunque profondamente implicato in esso. Egli inoltre, in quanto all’interno di un sistema, modifica il sistema stesso e dunque il campo dell’osservazione.
- Il modello semplificatore di spiegazione basato sulla riduzione, la disgiunzione, la matematizzazione e la ripetibilità ha mostrato i suoi limiti, mentre ha acquistato sempre più rilievo la necessità di cogliere la complessità dei fenomeni e le “relazioni” che li definiscono. Oggi, l’acquisizione più significativa comune agli scienziati è la consapevolezza dell’impossibilità di ritenere i propri oggetti “isolabili” dai contesti nei quali sono colti dall’osservazione.
Sulle tracce della complessità rivisitando la scientificità e la clinica: nuclei concettuali attorno al quale poggia l'epistemologia della complessità sono
L'idea di realtà
L’idea di realtà presente nella tradizione cristiana era quella di:
- Una realtà sostanzialmente unitaria e integrata,
- Retta da un ordine univoco e atemporale,
- Una realtà in sé compiuta, data una volta per tutte e per questo esprimibile in leggi anonime, impersonali e supreme.
- L’idea di un mondo perfettamente regolato, armonico ed equilibrato, non sottoposto al mutamento e alle regole del tempo, ed esistente “di per sé”, indipendentemente dal soggetto umano che lo percepisce.
L’epistemologia contemporanea e la stessa ricerca scientifica sono, però, profondamente cambiati. La termodinamica, la teoria dell’evoluzione, la stessa cosmologia hanno contribuito a questo cambiamento in quanto hanno:
- Prospettato un universo incerto, non più dominato dagli stati di equilibrio e dall’atemporalità delle leggi che si credeva lo regolassero.
Un universo singolare, “lunatico” poiché lontano dagli stati d’equilibrio e, in continua evoluzione. Ma, in termini epistemologici (ovvero nei termini dei principi e dei nuclei concettuali intorno a cui si organizza una conoscenza) su che cosa poggia questa nuova visione del mondo? Per rispondere a questa domanda, prenderemo ora in considerazione i principali “ingredienti” della complessità.
Gli ingredienti della complessità identificati da Morin sono:
- Ordine = che non è più da identificarsi con una legge anonima, impersonale, suprema e reggente ogni cosa nell’universo poiché la stabilità e la regolarità hanno assunto configurazioni peculiari.
- Disordine = il concetto di disordine viene allargato a comprendere, oltre all’idea di alea, anche quella di agitazione, dispersione, perturbazione, incidente, ecc. che ne ammettono le potenzialità creative e produttive.
- Sistema = Il sistema è definito da Morin come unitas multiplex, macro-unità complessa, regolata da particolari modalità di rapporto del tutto e delle parti, ragion per cui esso è, al tempo stesso, produttore di unità e di diversità.
- Organizzazione = è ciò che definisce il sistema. È questa, infatti, che regolando e strutturando le interazioni all’interno del sistema, forma, mantiene, protegge, regola e rigenera il sistema stesso. L’organizzazione, quindi, produce ordine ma non può essere ridotta all’ordine. Essa crea contemporaneamente ordine e disordine (entropia), ed è in rapporto continuo con l’ambiente esterno. L’organizzazione è pertanto qualcosa di attivo, costantemente costretto a riorganizzarsi e può essere concepita come una auto-eco-organizzazione.
Dati questi elementi si intuisce che l’idea di realtà nella prospettiva della complessità non è regolata e fissata su leggi immutabili ma è in continuo farsi. La realtà, dunque, non è data una volta e per tutte, ma è un sistema in evoluzione, caratterizzato da vincoli e da interazioni, all’interno di un’organizzazione, che con il concorso del disordine, del casuale, dell’evento, costantemente si riorganizza e si trasforma.
L'osservazione e il rapporto osservatore - osservato
Che cosa viene colto dall’osservazione? E come? In altre parole: il sistema (la realtà) è una categoria fisica che s’impone naturalmente alla percezione dell’osservatore oppure è una categoria mentale, una “proiezione” dell’osservatore, che porta con sé risvolti anche di carattere empirico/pragmatico nel momento in cui si applica ai fenomeni per esaminarli? Nella proposta di Morin (1982), il sistema è un concetto a doppia entrata: physis - psiche; fisico alla base, psichico al vertice.
| Fisico | Per le sue condizioni di formazione e per le sue condizioni di distinzione o d’esistenza (interazioni, congiuntura d’isolamento, condizioni ecologiche, condizioni e operazioni energetiche e termodinamiche), un sistema di idee possiede anche una componente fisica (fenomeni biochimico-fisici legati all’attività cerebrale, necessita di un cervello). |
|---|---|
| Psichico | Per la scelta del concetto focale (sistema, sotto-sistema, supersistema, eco-sistema), un principio d’arte (di diagnostica), un principio di riflessione critica (sulla relatività delle nozioni e frontiere di sistema), un principio d’incertezza. |
Il paradigma della complessità, fissa alcuni principi rispetto alla questione dell’osservazione. Vediamoli sinteticamente:
- Principio di relazione tra l’osservatore/concettore e l’oggetto osservato/concepito.
- Principio di introduzione del dispositivo d’osservazione o di sperimentazione (apparato, suddivisione, griglia) e, attraverso questo, dell’osservatore/concettore in ogni osservazione o sperimentazione fisica.
- Necessità d’introdurre il soggetto umano - situato e datato culturalmente, sociologicamente, storicamente - in ogni studio antropologico o sociologico.
- Necessità (e possibilità) di una teoria scientifica del soggetto.
Questi principi rispondono alle domande che riguardano cosa viene colto dall’osservazione? E come? Dall’osservazione non viene colta una realtà da un punto di vista assoluto ma viene colta una realtà nell’hic et nunc, condizionata dalla storicità dell’osservatore, dal suo “orizzonte”, e costruita dai particolari fini e modelli dell’osservatore stesso.
Le modalità dell’osservazione
Quali sono cioè le modalità dell’osservazione. I principi enunciati da Morin sono:
- Principio che si basa sull’impossibilità d’isolare le unità elementari e semplici alla base dell’universo fisico.
- Principio di distinzione ma non di disgiunzione tra l’oggetto o l’essere e il suo ambiente. Problematica delle limitazioni della logica. Ovvero riconoscimento dei limiti.
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